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La rapina in banca. Storia. Teoria. Pratica


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Un anniversario. Vent’anni fa DeriveApprodi dava alle stampe «La rapina in banca. Storia. Teoria. Pratica», a cura di Klaus Schönberger. I libro da molto tempo è esaurito. Ne parlano qui un attivista di Electronic Communication Network (ECN); una recensione della rivista «Carmilla»; Corrado Alunni, militante di alcune formazioni armate italiane degli anni Settanta scomparso da poco e al quale la sezione «scavi» di Machina ha dedicato un ampio ricordo: Per il sorriso dei tuoi occhi.


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Cos’è rapinare una banca

a paragone del fondare una banca?

Bertolt Brecht


La rapina in banca

Malega (ECN, 2003)


In questi giorni, mentre ero a letto con l’influenza, ho avuto il piacere di leggere un libro. L’ho letto con una gioia immensa. «La rapina in Banca. Storia. Teoria. Pratica», a cura di Klaus Schönberger, casa editrice DeriveApprodi. È un bel libro, davvero. Si legge tutto d’un fiato. Scritto a più mani, gli autori non prendono posizione a favore o contro le rapine in banca. Sono «neutrali», il loro intento è semplice: capire perché le banche, dal momento in cui sono state inventate, sono diventate oggetto di attenzione da parte di particolari individui. Spiegano perché hanno affascinato le menti degli individui più disparati. Gli autori si rivolgono a tutti: dal fricchettone all’impiegato che teme che arrivi troppo presto la polizia, e che sogna di vendicarsi di una vita miserabile. Un libro che parla dei rapinatori, delle motivazioni che li hanno spinti a dedicare la loro vita alla rapina piuttosto che al lavoro. Nell’intenzione degli autori non c’è l’istigazione alla rapina in banca, né il tentativo d’impedirla. L’introduzione del libro finisce con: «Fino a che esisterà il modo di produzione capitalistico e la felicità sarà misurata in termini di denaro, ci saranno rapine in banca e rapinatori.

Non si può evitare e non tocca a noi liquidare un tale desiderio come falsa “coscienza”, accusarlo addirittura di “alienazione” o “feticizzazione” del denaro. Come spettatori possiamo solo augurarci che continuino a esserci rapine in banche con stile. Una domanda si pone il curatore del libro: “Ma nella fase dell’accumulazione originaria, che ancora oggi determina la distribuzione sociale della ricchezza, la maggior parte dei capitalisti non era forse composta da desperados e criminali?”». Una piccola nota: è inutile che vi dica che si parla di rapinatori di tutti i tipi… Ci sono rapinatori che rapinano le banche per arricchirsi, altri per finanziare l’attività politica. Tutti i rapinatori, però, hanno in comune l’odio per il lavoro. Per piacere, leggete fino in fondo l’introduzione del libro, soprattutto dove parla di alcuni individui che ebbero la fantasia di fabbricare un bancomat finto…

Buon viaggio...


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(«Carmilla», 17 giugno 2003)

Daniela Bandini


È altamente sconsigliato aggirarsi con questo libro nelle vicinanze di banche e uffici postali, magari assumendo atteggiamenti ambigui… «La Rapina in banca. Storia. Teoria. Pratica», a cura di Klaus Schöenberger (DeriveApprodi, pp. 220, euro 14,50) è un’approfondita antologia di vari autori che analizzano nel corso dei secoli l’evoluzione e la sociologia del fenomeno rapina. Si comincia con il primo assalto a una carrozza postale nel 1787 in Germania per passare alle rapine del Far West; da Jesse James a Henry Starr, da Adam Worth al leggendario John H. Dillinger. Si prosegue con Bonnie e Clyde, con le rapine degli inizi anni ’60 di Ronnie Biggs il trasformista, dalle rapine a sfondo politico degli anni ’70, alle rapinatrici tra cui Arizon Donnie Clark, Gisela, al «women power» della Rafe al Movimento 2 Giugno. Autori diversi, molti gli italiani, tra i quali Franco Berardi (Bifo) che racconta la vita e le imprese di Horst Fantazzini, un mito bolognese, il cosiddetto

«rapinatore gentile», Gianantonio Zanetti (Tata), Corrado Alunni, Emilio Quadrelli, Vincenzo Ruggiero.

Sull’origine della rapina in banca Marcel Bolfort scrive: «Gran parte dei crimini dell’epoca pre-

industriale muoveva dalla percezione di un’ingiustizia riconducibile all’ordine costituito, da qui l’immagine del bandito come ribelle sociale, le cui gesta incontrano l’approvazione popolare…».

Così ci racconta Rudi Maier dell’uccisione e del funerale di Dillinger: «Il 22 luglio 1934, tre settimane dopo la sua ultima rapina, avvenuta a South Bend, Dillinger fu raggiunto alla schiena dalle pallottole di due poliziotti che lo aspettavano all’uscita del cinema… Sembra che centinaia di persone, uscendo dal cinema, intinsero i propri fazzoletti nel lago di sangue in cui giaceva il bandito, per portarsi a casa un ricordo di lui. Furono 15.000 le persone che parteciparono al suo funerale e pare che, segretamente, fosse stata preparata per Dillinger una maschera mortuaria. Il bandito aveva conquistato i cuori della gente, e ancora oggi ci si chiede se fosse davvero Dillinger la persona uccisa quella sera…». Ma come li aveva conquistati? Semplicemente, durante le sue rapine faceva sparire qualche cambiale.

Su Ronnie Biggs, «il più grande rapinatore delle poste di questo secolo», anni ’60-70, emerge un altro mito, altrettanto tenace: quello del «gangster spavaldo che si gode la vita e si prende gioco di Scotland Yard, sempre con donne bellissime al fianco e un bicchiere di whisky in mano». È l’interessante descrizione di Dirk Schindelbeck nel capitolo dedicato a Biggs. Stessi anni, e all’improvviso si afferma un genere di rapina che non si rivedeva da tempo: quella a sfondo politico. È «la memorabile rapina di Monaco del 1971», descritta da Markus Mohr:

«Monaco, 4 agosto 1971, ore 15.55, cinque minuti alla chiusura degli sportelli. Questa data segnò l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della rapina in banca… Hans Georg Rammelmayr e Dimidi Todorov entrarono nella filiale della Deutsche Bank, estrassero una pistola automatica di fabbricazione tedesca e uno di loro disse, senza accento riconoscibile, “Non fate cazzate”. Nelle otto ore che seguirono la banca venne circondata da 800 poliziotti e ciò che accadde, sia dentro che fuori l’edificio, non aveva precedenti in Germania».

È la reazione sociale che ci fa vedere questi eventi ancora più lontani dal nostro presente: «La gente

scese in strada a dimostrare solidarietà con i rapinatori, si piazzò davanti alla banca con la musica a tutto volume insultando i poliziotti. Nella cronaca di questa rapina si registrano anche liquori, buon cibo e un accenno di flirt tra un bandito e uno degli ostaggi». Per la cronaca, il procuratore diede ordine di sparare e il risultato fu una carneficina, ma i soldi vennero recuperati.

Nello stesso filone c’è la storia di Corrado Alunni: «All’inizio degli anni Settanta nessuno di noi, intendo dire nessun militante delle organizzazioni armate, aveva alcuna esperienza da rapinatore.

Abbiamo cominciato a fare rapine perché non intendevamo farci finanziare da alcuna realtà esterna». Molto chiaro, mi sembra.


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Portare a casa i soldi, riportare a casa tutti

Corrado Alunni


Sul piano giudiziario mi hanno addebitato decine e decine di rapine in banca. Non ricordo precisamente quante. In quelle operazioni non ho mai cercato lo scontro a fuoco e per fortuna non mi è mai capitato di sparare un solo colpo.


All’inizio degli anni Settanta nessuno di noi, intendo dire nessun militante delle organizzazioni armate, aveva alcuna esperienza da rapinatore. Abbiamo cominciato a fare le rapine perché non intendevamo farci finanziare da alcuna realtà esterna. Dato che non eravamo esperti tutta l’organizzazione era concentrata su quel compito. Non c’era un criterio di selezione delle persone.

In teoria tutti potevano e dovevano esercitare quella pratica. La rapina non era l’obiettivo principale dell’organizzazione, ma era indispensabile perché ne permetteva materialmente la sopravvivenza.

Per una struttura come la nostra, nata sul principio teorico-strategico della clandestinità, non c’erano alternative: i soldi potevamo andarli a prendere solo dove stavano, e cioè in banca.

Però da qui nasceva il problema di inventarsi un modo, un metodo con cui tutti potenzialmente erano in grado di fare rapine. Esattamente come per il resto delle pratiche politiche, tutti dovevano essere in grado di fare tutto per evitare la creazione di specialismi. Partendo da zero ci siamo trovati quindi davanti alla necessità di progettare rapine alla portata di chi andava a farle per la prima volta.

Si trattava di ragionare nei termini di portare a casa i soldi e portare a casa la gente e di acquisire un minimo di scienza per realizzare questo obiettivo. Il nostro assillo era non perdere militanti. Non ci interessava l’eventuale problema di dover rivendicare che come organizzazione politica facevamo rapine in banca per finanziarci, non ce ne fregava niente di rivendicare la specifica rapina. La peggior cosa che poteva capitarci era perdere un militante in un’azione finalizzata al finanziamento, quindi la cosa di cui ci preoccupavamo di più era avere il massimo livello di sicurezza possibile. Più era meticolosa la preparazione più il rischio del conflitto a fuoco diminuiva. Da qui si è elaborata una metodica che partiva dalla logistica, cioè si pianificava l’azione secondo un principio di appropriazione del territorio in termini di conoscenza dettagliata delle sue caratteristiche. Conoscere lo scenario dentro il quale si compiva l’azione. Perlopiù si trattava di attaccare banche di provincia non particolarmente militarizzate. Insomma obiettivi facili. Era poi scrupolosissima la pianificazione della via di fuga e delle sue possibili alternative.

I nuclei operativi erano composti sia da chi era alla sua prima azione sia da chi nel frattempo aveva accumulato esperienza. La rapina in banca veniva quindi intesa come azione propedeutica a qualsiasi azione futura, anche non necessariamente di finanziamento. Era insomma una delle forme di addestramento militare. Certo che era diverso prendere in considerazione l’ipotesi di cadere in una rapina piuttosto che in un’azione politica. Psicologicamente un conto era andare a dare quattro calci in culo a uno che dentro i rapporti di classe era socialmente riconosciuto come una merda e un altro era andare a prendere i soldi. L’obiettivo era di fare la rapina senza far del male a nessuno. Si cercava di non versare una sola goccia di sangue da nessuna parte e di andarsene con i soldi nella maniera più pulita possibile e, quel che contava ancora di più, con tutti i compagni e le compagne.

Io mi sono sempre attenuto a questo tipo di metodo anche nello sviluppo delle cose nel corso degli anni. Il limite di questi obiettivi poco militarizzati e dei nostri scrupoli era che però si prendevano pochi soldi. E prendendo pochi soldi si dovevano moltiplicare le rapine. Questo portava a un grande investimento di tempo dedicato solo a quella pratica, a scapito delle finalità più propriamente politico-rivoluzionarie dell’organizzazione. Quindi, a un certo punto, ci si è posti il problema di fuoriuscire da questo meccanismo e immaginare rapine più sostanziose che risolvessero il problema del finanziamento per periodi più lunghi. Questo significava aumentare il rischio. Si è quindi passati a considerare quelli che si chiamavano espropri strategici. Affrontare una guardia armata può comportare il fatto che la devi far secca. Quindi, in questo quadro, il principio delle rapine di massa veniva meno e ci si doveva affidare a compagni che nel corso delle esperienze fatte potevano garantire al meglio il risultato dell’operazione. Le necessità di un clandestino sono prioritariamente avere una casa, mangiare, muoversi. Più clandestini ci sono più aumenta la necessità del budget. Più la struttura organizzativa è clandestinizzata più è alto il fabbisogno. Infatti, nella fase terminale, quando la repressione aveva imposto una clandestinizzazione di massa, le organizzazioni dovevano dedicare la maggior parte del proprio tempo a rapinare banche o comunque a fare espropri armati di vario tipo. La quantità di rapine in banca fatte dalle organizzazioni combattenti non sono quantificabili precisamente, ma sono sicuramente nell’ordine delle centinaia e la quantità di denaro rapinato è di miliardi e miliardi di lire d’allora. Ora sono aumentati molto la militarizzazione e i sistemi di sicurezza interni alle banche e nello spazio circostante, rendendo più rischiosa di allora la pratica della rapina e producendo il nuovo fenomeno del furto informatico. In quegli anni i flussi di denaro erano ancora prevalentemente quelli della liquidità, della carta moneta, diversamente da ora che il denaro è soprattutto virtuale. Bisogna poi sfatare il mito dei «basisti», cioè le persone interne alla banca che fornivano informazioni utili alla realizzazione delle rapine: è sicuramente capitato in qualche caso, ma non era assolutamente la norma. I basisti forse abbondavano di più nelle rapine fatte dalle bande malavitose, quelle che in gergo venivano chiamate «batterie». Le rapine fatte dai politici partivano dal presupposto della conoscenza territoriale. Però a volte capitava di partire dall’opposto: si individuavano zone non conosciute ma che si sapeva essere ricche. Ci si procurava le cartine militari particolareggiate, liberamente in vendita, di quella determinata zona e si studiavano strade e sentieri per le vie di fuga. Si passava poi praticamente alla ricognizione del territorio e della banca presa di mira. Si entrava con un qualsiasi pretesto, come farsi cambiare una banconota di grosso taglio in pezzi più piccoli e ci si guardava in giro accumulando informazioni. Il problema principale non era la rapina in sé ma la via di fuga, cioè come ce ne potevamo andare via evitando scontri a fuoco. Il programma della via di fuga doveva quindi considerare anche eventuali alternative, piani di emergenza, tenendo conto di eventuali imprevisti. In questo senso era di

fondamentale importanza la presenza di un logistico in zona, come abitazioni di compagni o di semplici amici ecc. In genere la tempistica della preparazione era mediamente di quindici giorni.

Per la buona riuscita dell’operazione, una funzione fondamentale e strategica era quella della persona (più raramente erano due) che durante la rapina svolgeva il ruolo di copertura all’esterno della banca. In genere era la stessa persona addetta alla guida dell’automobile, che doveva essere pronta a intervenire con un’arma lunga, in genere un fucile a pompa o una lupara. La funzione gerarchica c’era ed era basata sul criterio dell’esperienza accumulata, così come in ogni operazione militare. Una volta tornati a casa con i soldi, la ritualità era quella della festa, della cena, che incideva monetariamente in modo molto limitato. Quel che si festeggiava era soprattutto il fatto che si era lì tutti insieme, sani e salvi.

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