La pattumiera della storia




A introduzione del corso su Gli autonomi Le storie, le lotte, le teorie (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/gli-autonomi-le-storie-le-lotte-le-teorie), pubblichiamo il Prologo di Sergio Bianchi all’omonimo libro (Vol. I).


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«Estremisti», «violenti», «provocatori», «mestatori», «prevaricatori», «squadristi», «diciannovisti», «fiancheggiatori», «terroristi». Questi sono solo alcuni degli epiteti coniati nel corso degli anni Settanta da illustri opinionisti, intellettuali, dirigenti di partito e di sindacato per definire gli autonomi, una variegata area di rivoluzionari attivi in quegli anni nel nostro paese.

Il giorno 7 aprile 1979 un’imponente iniziativa giudiziaria accusò decine di dirigenti e militanti autonomi di essere a capo di tutte le organizzazioni armate attive in Italia e il cervello organizzativo di «un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato».

Il «teorema Calogero», dimostratosi col tempo del tutto infondato, fece da iniziale supporto ad arresti di massa, detenzioni preventive nei carceri speciali, processi durati anni e condanne a lunghe pene.

Ma gli autonomi erano davvero solo quel coacervo di estremismo irrazionale, violento e disperato così come risulta dalle cronache istituzionali dell’epoca?

Non vi è dubbio che la demonizzazione mediatica e la criminalizzazione giudiziaria ebbero la meglio nel consegnarli alla storia successiva con questo drastico giudizio. Resta però il fatto che a trent’anni da quegli eventi nessuno ha voluto o è riuscito a narrare che cosa è stata realmente l’area dell’autonomia operaia, quali sono state cioè le sue origini, le sue basi teoriche, le sue linee politiche e le sue pratiche conseguenti, le sue differenze dai gruppi extraparlamentari e da quelli che animarono la lotta armata.

I «vincitori», protagonisti residui ed epigoni del sistema dei partiti che governarono allora la cosiddetta Prima repubblica, non hanno ovviamente oggi alcun interesse nel promuovere una revisione di quel giudizio. I «perdenti», quelli non direttamente annientati, hanno nei decenni trascorsi adottato un profilo perlopiù silente, forse per effetto dell’interiorizzazione catastrofica di una sconfitta vissuta non solo sul piano politico ma anche su quello, ben più delicato, dell’esistenza nel suo complesso.

Ma, a monte, vi è forse una ragione più oggettiva che di per sé incrina il perentorio giudizio storico vigente. Una ragione che si fonda sulla difficoltà di narrare una vicenda nel suo insieme complessa, articolata, contraddittoria che è comunque stata, piaccia o meno, ricca. Una vicenda che la maledizione di molti, accompagnata da secoli di carcere, non è comunque riuscita ad annichilire completamente. Una vicenda che, a differenza di molte altre inscritte nella tradizione delle varie tendenze rivoluzionarie, non è semplicemente sopravvissuta a se stessa in frammenti residuali e resistenziali ma che ha saputo modificarsi, rinnovarsi, evolversi dentro una pratica della discontinuità che è il tratto saliente che l’ha contraddistinta dalle sue origini. Una vicenda che è nell’attualità, perché i suoi metodi e i suoi saperi sono stati capaci di informare di analisi e progettualità anche i movimenti rivoluzionari odierni.


Dna

Per convenzione l’area dell’autonomia operaia ha come data di nascita il marzo 1973, a Bologna, in occasione del primo convegno nazionale delle assemblee e degli organismi autonomi di fabbrica e di quartiere. In realtà alcune delle sue più solide radici affondano nella storia dell’«operaismo italiano», una originale corrente di pensiero politico neomarxista che prese avvio nel 1962 con la pubblicazione della rivista «Quaderni rossi» per iniziativa di un gruppo di intellettuali tra i quali spiccavano i nomi di Raniero Panzieri, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Toni Negri. Controversie teoriche interne all’ambito redazionale determinarono una rottura che favorì nel 1964 la nascita di un’altra rivista – che ebbe un ruolo fondamentale nella storia dell’operaismo e cioè «Classe operaia», attiva fino al 1967. In seguito alle lotte studentesche del 1968, e di quelle operaie dell’anno successivo, una parte di coloro che attraversarono quelle esperienze contribuirono alla fondazione del gruppo extraparlamentare Potere operaio che si scioglierà nel 1973, appunto in concomitanza con la nascita dell’area dell’autonomia operaia.

Oltre all’ambito in parte di provenienza operaista, al costituirsi di quell’area concorsero anche altre realtà di collettivi militanti provenienti da tendenze marxiste-leniniste, libertarie, anarcosindacaliste, ultraradicali. Tra queste vanno segnalate, per l’importanza poi assunta, almeno due. Il Gruppo Gramsci, nato nel 1970 da una costola del Movimento studentesco milanese e scioltosi anch’esso nel 1973, in anticipo su Potere operaio, e i Comitati autonomi operai di via dei Volsci, a Roma, fuoriusciti dal gruppo del Manifesto nel 1972.

Negli anni successivi l’area dell’autonomia si arricchì di altre articolazioni provenienti dai circuiti della controcultura, del femminismo, dell’allora latente ecologismo. Si nutrì delle crisi sempre più irreversibili delle forme-partito ipotizzate e praticate dai gruppi extraparlamentari nati nel biennio ’68-69, soprattutto Lotta continua, capitalizzando a proprio favore le defezioni militanti conseguenti. Ma, nonostante l’insistenza di alcune sue componenti, mai riuscì in quegli anni a produrre un processo organizzativo compiuto, centralizzato, formalizzato. Anzi, al suo interno non mancarono una litigiosità costante, divisioni, separazioni, scissioni, espulsioni; insomma tutto il classico repertorio autolesionista dell’ambiente «estremista» di sinistra.

L’infoltimento militante e simpatizzante di cui l’Autonomia godette non fu causato però dalla crisi dei gruppi politici che le erano adiacenti. Piuttosto, e qui sta il nocciolo della spinosa questione di una verità storica dissimulata, se non addirittura negata, la fortuna dell’Autonomia fu conseguenza della sua particolare lettura teorica degli effetti della crisi della società determinata da un ciclo decennale di lotte operaie e proletarie. Crisi economica, politica, culturale, crisi sociale complessiva insomma. Una lettura tanto particolare da attizzare, innanzitutto all’interno dell’allora Partito comunista e delle organizzazioni sindacali del Movimento operaio ufficiale, una disapprovazione e contrapposizione totale. Perché di questo, e solo di questo si trattò: della radicalmente diversa interpretazione della crisi e dei suoi possibili sbocchi politici. E ne seguì un violentissimo scontro, teorico e pratico, senza più rimedi né sanatorie che solo una volgare interpretazione – che si ammanta di impropria titolarità storica – ha finora definito come diatriba tra saggezza riformista e delirante sconsideratezza estremista.


Settantatre

E il ’73 si rivelò anno cruciale.

Il colpo di Stato militare in Cile, che a settembre chiuse nel sangue l’esperienza di Unidad Popular, fece da supporto alla teorizzazione del «compromesso storico» da parte di Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano. Contro il pericolo di una svolta autoritaria, di cui era segno premonitore la «strategia della tensione», contrassegnata da stragi operate da componenti di servizi segreti deviati e ambiti neofascisti, la proposta berlingueriana era la ricerca di un accordo tra le rappresentanze politiche delle masse cattoliche, socialiste, comuniste, laiche e progressiste per un governo capace di garantire gli assetti democratici costituzionali, e di fare uscire il paese dalla crisi economica. Una crisi accentuata dalla decisione dei paesi produttori di petrolio, nel quadro del conflitto medio-orientale, di aumentare i prezzi del greggio e diminuire le forniture ai paesi occidentali, soprattutto europei.

Sul terreno specifico di politica economica la proposta comunista si tradusse, presso le istanze sindacali più legate al partito, in un progetto di ripristino sui luoghi di lavoro delle compatibilità necessarie alla ripresa dello sviluppo capitalistico, compatibilità gravemente incrinate dagli esiti vincenti delle lotte operaie autonome incentrate sulla elementare, ma efficacissima, parola d’ordine «più salario meno orario». Era il principio dell’uso del salario come «variabile indipendente dalla produttività» a essere messo in discussione da parte del sindacato ufficiale, profittando anche del recupero da esso operato, e in buona parte riuscito, sul controllo delle lotte autonome nelle principali concentrazioni operaie.

Il progetto di ripristino delle compatibilità capitalistiche in cambio di «riforme strutturali», e della legittimità a una candidatura al governo del paese da parte della rappresentanza comunista, riscontrò un vivo interesse presso i suoi interlocutori riuscendo a occupare immediatamente la centralità del dibattito politico, culturale e mediatico. La lunga, paziente, machiavellica, e per questo mitica trama della strategia togliattiana, sembrò trovare in quella proposta la soluzione all’annoso e anomalo problema comunista del nostro paese, «il fattore K», nel quadro dei delicati equilibri internazionali fuoriusciti dagli accordi postbellici di Yalta.

Quella singolare strategia di «via italiana al socialismo» suscitò l’interesse e stimolò l’acume teorico anche di coloro che, passati con onori e meriti per l’esperienza «operaista» degli anni Sessanta, rifiutando l’ipotesi minoritaria della fondazione delle organizzazioni extraparlamentari, erano poi approdati, o riapprovati, ai lidi dei partiti storici della sinistra. A costoro, in quel delicato passaggio, non mancò affatto l’intelligenza di tenere a principale riferimento dell’analisi ciò che sostanziava materialisticamente il concetto di ruolo, funzione, forza e determinazione dell’autonomia della classe operaia. Di tutto ciò la loro lettura rivelava che le lotte operaie autonome, fuoriuscendo dagli ambiti di fabbrica, avevano impresso grande dinamismo ai rapporti sociali e un vasto processo di democratizzazione, ma proprio l’autonomia dalle organizzazioni partitiche comportava ora il disgregarsi della loro forza trasformativa. L’autonomia della classe operaia, cioè, proprio nel momento del suo massimo sviluppo, nel suo socializzarsi oltre i recinti della fabbrica, di per sé non bastava più a svolgere il ruolo di una rottura politica con valenza rivoluzionaria. A quel punto di maturazione del conflitto era la politica a reclamare il proprio storico ruolo autonomo dalle dinamiche delle lotte, lette come spontanee, e cioè era la funzione del partito esterno ad assumere ora assoluta rilevanza strategica.

Ecco così riproposta, classicamente, la teoria dell’«autonomia del politico», a riconferma della rottura, avvenuta nel ’67 all’interno del circuito della rivista «Classe operaia», attorno la valutazione della possibilità o meno di una autogestione delle lotte autonome. Perché da quella valutazione derivava l’ipotesi dell’invenzione di una nuova teoria e pratica dell’azione rivoluzionaria che superasse l’esistenza delle strutture partitiche e sindacali del Movimento operaio ufficiale.

Per gli operasti confluiti nel Pci la teorizzazione della nuova figura operaia prodotta da quella crisi, quel che venne definito «l’operaio sociale», era il risultato dell’isolamento, dell’accerchiamento della vera autonomia operaia. Per questa ragione il «partito dell’operaio sociale» non poteva essere che il partito del ghetto e dell’emarginazione. Tali tematiche furono successivamente meglio argomentate nel discusso libro di Asor Rosa Le due società. Viceversa, per i teorici dell’autonomia operaia i soggetti della «seconda società», i cosiddetti «non garantiti», cioè i precari di tutte le risme, risultavano palesemente essere più sfruttati degli operai garantiti. C’era, a loro vedere, una oggettiva svalutazione del costo della loro forza-lavoro a fronte di quella dei garantiti, e il Partito comunista, e le organizzazioni sindacali del Movimento operaio, venivano accusati non solo di accettare quella divisione, ma addirittura di farsi promotori di una concorrenza tra masse operaie diversamente collocate nel mercato del lavoro.

Evidentemente queste, e non solo queste, erano divisioni di analisi e teoria di non poco conto, tant’è che in quel particolare frangente storico fecero da sfondo, sempre, a un durissimo scontro politico, culturale, esistenziale.

Ma nell’anno ’73 a fare da vera, materiale, fondazione dell’ipotesi teorica, organizzativa, quindi politica, dell’Autonomia fu l’occupazione operaia, a marzo, degli stabilimenti Fiat a Torino[1]. Una occupazione anomala rispetto la tradizione, perché si avvalse solo della propria, appunto autonoma, capacità organizzativa rispetto non solo alle strutture sindacali e partitiche istituzionali, ma anche a quelle dei gruppi rivoluzionari extraparlamentari.

Quell’evento fece da base alle riflessioni contenute in un breve testo di Toni Negri, Articolazioni organizzative e organizzazione complessiva: il partito di Mirafiori[2], che va considerato tra i contributi più rilevanti al tentativo di dare forma organizzata all’area dell’autonomia operaia. Insieme a esso, del medesimo autore e recante la medesima data, 1 maggio 1973, è un secondo fondamentale testo emblematicamente titolato: Un passo avanti, due indietro: la fine dei gruppi[3].


La forza operaia

Per rendere anche solo vagamente idea della forza operaia accumulata nel ciclo di lotte ’69-73 si può accennare alla straordinaria esperienza, non tanto delle realtà organizzate dichiaratamente autonome di fabbrica (i collettivi, i comitati e le assemblee), ma della Federazione lavoratori metalmeccanici (Flm, unica organizzazione sindacale che fino al ’77 manterrà un filo di comunicazione con le espressioni autonome del movimento).

La Flm aveva al proprio interno le componenti dei tre sindacati dei metalmeccanici (Fiom, Fim e Uilm)[4]. In quegli anni aveva milioni di iscritti che si riconoscevano solo nella sua tessera, e non in quella delle Confederazioni sindacali, e tanto meno in quella del Partito comunista. Ecco anche che cosa significava «autonomia di classe».

Il ’74 fu l’anno in cui la Flm firmò il più avanzato contratto di lavoro d’Europa; un contratto operaio che faceva proprio tutto l’universo della «società civile». Quel contratto includeva l’accordo sulle «150 ore»[5] e altre conquiste fondamentali ai fini di un uso operaio della medicina, della scienza, dei saperi in generale. Certo, la rivendicazione salariale restava centrale, ma aleggiava l’utopia di una classe operaia che a partire dalla maturità raggiunta, dalla democrazia di base costruita attraverso il movimento dei consigli, e anche sotto lo stimolo dei comitati e delle assemblee autonome, produceva un’egemonia culturale e politica su tutto il resto della società.

Una tale situazione non poteva che preoccupare sia le centrali dei sindacati che quelle dei partiti. Il movimento dei consigli rischiava di funzionare da «terra di nessuno», da laboratorio di costruzione materiale della classe fuori dalle organizzazioni formali, istituzionali, dello Stato.

Ma questo processo non riuscì a compiersi in tempi stretti, politicamente utili, a catturare tutti i soggetti sociali necessari a qualcosa che somigliasse a una rivoluzione.

Il «cervello» del capitale capì in fretta e attivò un’altra strategia: la messa in opera della distruzione sistematica della produzione materiale di quella determinata composizione (tecnica e politica) di classe operaia. Come supporto all’operazione, paradossalmente, usò uno degli strumenti conquistati dalle lotte: la cassa integrazione[6] (un «ammortizzatore» sociale, uno strumento di «protezione»). Ecco quindi che una delle principali conquiste operaie si ribaltò in arma utile per il padrone a predisporre un contrattacco giocato su due altri successivi, determinanti passaggi: ristrutturazione e decentramento.


Il nuovo mostro di movimento

Le «giornate d’aprile» del ’75 a Milano[7] e le lotte dei nuovi assunti alla Fiat del ’79 a Torino[8] rappresentano un arco temporale in cui ha genesi, sviluppo ed esplosione un’inedita tipologia di soggettività politica che viene nominata «movimento del ’77».

E ciò anche se le giornate d’aprile hanno per protagonisti soprattutto i gruppi extraparlamentari nati dall’«autunno caldo» (Lotta continua, Avanguardia operaia, il Movimento studentesco, il Manifesto, i marxisti-leninisti ecc.). In quel frangente quei gruppi sono già ampiamente in crisi progettuale di rappresentanza, ed è anche per questo che una parte di loro decide di riversare la crisi sulla pratica di piazza dell’antifascismo militante.

L’Autonomia operaia, organizzata e diffusa, se non è del tutto estranea a tale pratica sicuramente non la considera prioritaria, perciò partecipa a quegli scontri per finalità di presenza politica e di reclutamento. Così come avvertivano i settori più intelligenti dell’operaismo i pericoli reali consistevano nel fatto che il padronato aveva ripreso in mano le fila del conflitto capitale-lavoro e quindi stava mettendo in moto la strategia del decentramento produttivo, la diminuzione del potere operaio in fabbrica, la disaggregazione di grandi complessi industriali resi ingestibili dall’autonomia operaia nel corpo centrale della classe. Agendo alternativamente fin da quel momento su due filoni: una repressione delle avanguardie di fabbrica, che puntava alla loro espulsione attraverso l’uso politico della cassa integrazione; la disaggregazione dei reparti ingestibili attraverso il decentramento produttivo e una timida introduzione di innovazione tecnologica.

Ma da dove usciva, come si formava la nuova soggettività così diversa dalla figura dell’operaio massa della fabbrica tradizionale che caratterizzava il mutamento reale in quella periodizzazione che va dal ’75 al ’77, e che ha avuto la sua fase di precipitazione nel ’77? A caldo provò a spiegarlo la rivista «Rosso»:


...le giornate d’aprile non sono solo un fatto quantitativo, non sono solo il prodotto delle lotte continuamente prodotte dall’autonomia. Sono anche un fatto qualitativo. Una nuova generazione di militanti ha preso la testa del movimento. Sono quelli che non avevano fatto il ’68, che hanno appreso la gioia della lotta attraverso le battaglie di questi anni: sono i compagni per i quali la lotta di appropriazione e per il comunismo è una parola d’ordine immediatamente attiva. Aprile ’75: luglio ’60. Quante somiglianze hanno quelle e queste giornate! Una violenza fresca, una determinazione che solo le nuove generazioni sanno presentare, una settaria volontà di scontro e di affermazione, una primavera di lotta...[9]


Tempo dopo, le analisi a riguardo si arricchirono di maggiori articolazioni. Tra queste segnaliamo quella di Sergio Bologna:


...probabilmente la piccola fabbrica è stata il terreno migliore, il «buco d’entrata» della talpa che ha cominciato a scavare [...]. Cominciamo con l’età; proprio perché la piccola fabbrica tende a servirsi di forza-lavoro marginale, la presenza dei minori e dei giovanissimi, se non proprio tipica, è tuttavia frequente ed è dalla piccola fabbrica che si recluta l’ala forse più solida del movimento del proletariato giovanile. Poiché la piccola fabbrica impiega pesanti quote di lavoro femminile si recluta qui un’ala consistente del movimento della donna particolarmente sensibile ai problemi dei bisogni materiali. Senza parlare del rapporto con il precariato, il lavoro a domicilio, il lavoro nero; la crisi ha spazzato via gli steccati che dividevano le varie «formazioni industriali» e ha creato quella dimensione dell’«operaio disseminato» che è propria tra l’altro di epoche specifiche della storia del proletariato italiano. La cosciente dispersione della forza-lavoro sul territorio, in una condizione intermedia tra sussunzione formale e quella reale al capitale, è un preciso disegno contro l’aggregazione politica della classe; ma al di là di questi aspetti strutturali, è la soggettività dell’operaio della piccola fabbrica che muta, in quanto è per lui difficile applicare modelli organizzativi e forme di lotta che funzionano solo in realtà massificate; in sostanza entrano qui in crisi gli stilemi sindacali che hanno connotato la lotta operaia delle grandi fabbriche. Il passaggio da forza-lavoro a classe operaia che lì è garantito dalla massificazione oggettiva, qui deve essere conquistato con passaggi politici che non sono «dati»; la pratica della violenza deve supplire il numero e il grado di massificazione. Se le «ronde» nascono storicamente nelle vecchie Stalingrado di classe, politicamente sono dimensionate sulla piccola fabbrica. In definitiva proletariato giovanile, movimento della donna, lotta contro il lavoro straordinario e nero hanno trovato nella piccola fabbrica non solo un terreno di ricomposizione materiale ma anche uno strumento di mediazione tra i comportamenti dell’operaio disseminato e quelli del- l’operaio concentrato nelle grandi unità produttive[10].


La crisi dei gruppi extraparlamentari, iniziata nel ’73, esplode nel ’75. Progressivamente il gruppo non restituisce più ai propri militanti né identità né progetto politico, diventa anzi sempre più burocratico e manovriero. Quella crisi libera una quantità enorme di energia militante costituta da soggetti che hanno dai ventidue ai venticinque anni; che hanno partecipato al movimento studentesco, poi all’«autunno caldo», alle lotte di strada e di piazza su vari obiettivi: dal diritto allo studio all’antifascismo militante; dal diritto alla salute a quello della casa; dal diritto alla critica psichiatrica al rifiuto del lavoro. Alla costruzione della loro struttura identitaria hanno contribuito anche altri elementi: la propaganda culturale agita dai ceti politici rivoluzionari, le esperienze controculturali sorte negli anni precedenti.

Su questi processi di materiale modificazione della soggettività militante agisce, con perspicacia e astuzia, l’Autonomia operaia. Infatti quei militanti trovano uno sbocco alla crisi della loro identità all’interno di un processo complesso e frantumato di comportamenti collettivi che li porta ad aderire a varie aeree e anime dell’Autonomia, inizialmente diffusa e poi organizzata.

Un’altra parte di militanti si stringe invece attorno ai residui delle proprie organizzazioni partecipando a un lungo e travagliato impasto alchemico che porterà alla nascita di Democrazia proletaria.

Ma un’altra figura sociale si affaccia sulla scena del conflitto sociale sempre più dispiegato. Il nuovo «mostro» di movimento è giovanissimo, ha un’età tra i quindici e i vent’anni e dimostra subito tratti ancora più radicali. È nato e cresciuto nei grandi quartieri dormitorio degli hinterland metropolitani, o nei paesi di provincia, territori dove la socialità è un bene scarso. Questo soggetto prima intuisce e poi capisce che il suo destino non sarà quello dell’operaio garantito ma quello della piccola fabbrica e del lavoro nero. Capisce che dopo tante parole sentite sulla rivolta e la rivoluzione, in fondo, per la sua condizione materiale di vita, non è accaduto granché. Capisce di essere miserabilmente ghettizzato nel proprio quartiere dormitorio, abbandonato, privo di socialità. Capisce la trappola del rimando a un domani indeterminato della soddisfazione dei propri bisogni, contenuta nella proposta politica «dei due tempi»: prima «i sacrifici», «l’austerità» e poi... Capisce che quel «e poi» è una falsa promessa, un’aspettativa senza senso perché fondata sul nulla.

Appartiene alla prima generazione della scolarizzazione di massa definitivamente compiuta incentrata prevalentemente sugli istituti professionali. Ma ciò che più conta è che quella sua spesso raffazzonata formazione è in piena contraddizione con il ciclo produttivo in corso. Quel soggetto irrompe nel bel mezzo della frattura tra scuola e mercato del lavoro.

Un altro nesso che per quella generazione salta completamente è il rapporto di comunicazione con la famiglia. Proprio perché costituisce il primo esito della scolarizzazione di massa si ritrova in rapporto con dei genitori che non essendo scolarizzati non riescono a fornire risposte adeguate o banalmente a interloquire. L’ambito famigliare, che in genere funziona da filiera della tradizione di comportamenti, discipline ecc, salta completamente anche sul versante operaio, proletario, anche su quello della trasmissione della cultura «di sinistra». Il genitore operaio, con la tessera del Pci e del sindacato, non riesce più a trasmettere al figlio i contenuti culturali pregnanti della propria tradizione e memoria.

Così, nelle periferie delle città e nei paesi della provincia nascono aggregazioni a composizione prevalentemente operaia giovanile che sfoceranno poi nella costruzione del movimento dei «Circoli del proletariato giovanile». Ragazzi che dopo la terza media hanno trovato occupazione negli indotti della piccola fabbrica, ma anche loro coetanei che terminate le scuole superiori sono approdati nel medesimo circuito produttivo con la qualifica di operai generici. Queste aggregazioni sono composte da soggetti che non hanno formazione o tradizione politica né riformista né rivoluzionaria. L’elemento forte che immediatamente li cattura è la parola d’ordine, che si riproduce socialmente, del rifiuto del lavoro, perché esprime la non sopportazione del lavoro di fabbrica, la sua sostanza e l’identità che ne deriva. Tutto ciò nel bel mezzo di un ciclo di radicale ristrutturazione.


Il sisma femminista

Nulla, oltre alla «forza operaia», è stato socialmente rilevante nel decennio Settanta quanto il sommovimento sociale determinato dalla rivolta del femminismo. Da lì origina la «rivoluzione del privato» che si riverbera poi su tutta la materialità esistenziale legata alla questione della centralità della gestione del corpo nel processo rivoluzionario. È dibattito teorico, ma anche lotta pratica nel quotidiano. Assumono centralità slogan come «qualità della vita», ma soprattutto «il personale è politico».

Nella sua genesi l’area dell’autonomia entra con naturalezza in relazione a queste tematiche che, tra l’altro, scardinano mentalità e assetti organizzativi della sinistra sia parlamentare che extra, assolutamente arretrati a riguardo.

La differenza di genere si impone come questione centrale, dirimente. Per un certo periodo, alcuni settori del femminismo guardano con attenzione e curiosità le sperimentazioni dell’area autonoma attorno le tematiche della liberazione e della differenza sessuale, dei desideri, dei piaceri. Ma sarà una relazione breve, perché soprattutto le componenti dell’Autonomia organizzata non sapranno comprendere a fondo le valenze rivoluzionarie contenute nelle proposte della rivolta femminista. E nel crogiuolo del movimento ’77 la rottura si renderà esplicita.


Illegalità sociale e politica di massa, diffusa, permanente

Sullo sfondo c’è la grande crisi petrolifera che in un paese fragile come l’Italia ha ripercussioni del tutto particolari, dato che la redditività degli investimenti industriali è fortemente diminuita a causa delle lotte. Nel caso italiano il rifiuto del lavoro ha caratteristiche originali, perché per gli operai che lo praticano non si tratta tanto di abbandonare la fabbrica, o di aumentare le ore di sciopero, quanto di restare nei reparti creandovi all’interno spazi di autorealizzazione, lavorando di meno e percependo comunque un salario pieno, rompendo continuamente i ritmi di produzione imposti.

L’inflazione supera il venti per cento ed erode i salari conquistati. Ancora una volta, a metà ’74, è la classe operaia Fiat a dare impulso e generalizzare una fondamentale indicazione di lotta inventata e già sperimentata precedentemente da realtà organizzate di lavoratori autonomi romani: l’autoriduzione delle tariffe della luce, del gas, del telefono, dei trasporti, delle locazioni, dei prezzi dei generi alimentari. In un baleno la lotta si diffonde ovunque, facendo da prologo a quel che negli anni seguenti le istanze organizzative autonome di fabbrica e di territorio praticheranno non più come autoriduzione ma, più esplicitamente, come riapproriazione ed esproprio.

Insieme a tutto ciò matura una partecipazione sociale di massa alle decisioni politiche che tocca tutti i frammenti della società. Per fare un esempio radicale, soprattutto grazie all’ingegnosità di Lotta continua il sottoproletariato viene riteorizzato, in contraddizione col marxismo ortodosso, come forza rivoluzionaria. Vi è un diffuso intervento militante nelle periferie, dove i soggetti fuori o ai margini della produzione vengono rivalutati come soggetti importanti ai fini del conflitto di classe. Questi soggetti trovano una possibilità di inserirsi nel ciclo della protesta, nel ciclo della partecipazione alle decisioni complessive del fare politica. Si assiste a una estensione, preoccupante per il potere, della partecipazione alle decisioni politiche dal basso, casa per casa, quartiere per quartiere, fabbrichetta per fabbrichetta. Quindi, a fronte della crisi dell’organizzazione verticale dei gruppi extraparlamentari, e anche dei partiti, prende forma un’enorme e diffusa democrazia di base che tocca sia i confini legali che una pratica extralegale.


Il grande e giusto partito comunista...

In questo contesto di spinta dal basso, di generale sommovimento e dinamismo sociale, di richiesta di partecipazione diretta, di massa, alla presa di decisione politica, il Partito comunista forza e porta a compimento la riforma legislativa del decentramento amministrativo, un suo grande mito coltivato per tutto il corso degli anni Sessanta. Il Partito comunista lavora da tempo a questo progetto che consiste nel formare quadri politici di tipo amministrativo capaci di gestire tutti i passaggi della «transizione»; infatti si tratta ormai di gestire comuni, provincie, regioni.

Un percorso che ha positivo riscontro nel successo elettorale delle elezioni amministrative del giugno ’75, quando alcune importanti città italiane sono conquistate dalle giunte di sinistra e lo scarto di voti tra Partito comunista e Democrazia cristiana è ridotto a pochi punti.

L’anno successivo, in occasione delle elezioni per il rinnovo della legislatura, vi è la conferma di un esito elettorale che impone come non più eludibile la delicata problematica dell’ingresso del Partito comunista nell’area di governo.

Sembra il trionfo della strategia del compromesso storico. Dai piani alti della direzione, giù giù per la complessa e articolata struttura del funzionariato comunista, si fa strada la convinzione di avere ormai «il topo in bocca». Nel corpo del partito si innesca un meccanismo di irrigidimento statalista reso obbligatorio dalla necessità di dimostrare ai prossimi alleati la certificazione delle proprie garanzie di rispetto delle regole democratiche, ma soprattutto la capacità di controllo sulla classe operaia e sul proletariato tutto. A riguardo, in brevissimo tempo si assiste a prese di posizione e comportamenti che vanno dal patetico al paranoico, passando purtroppo spesso anche per il poliziesco. Di mira, ovviamente, vi sono tutti i comportamenti indisciplinati e quindi autonomi che dovrebbero essere diligentemente dismessi in un frangente così strategicamente determinante per la presa del potere di governo.

Tra calcoli fatti male, ed eccesso di presunzione di rappresentanza e autorevolezza, il piano prima si incrina, poi scricchiola, poi esplode in mille pezzi. Protagonisti dell’insubordinazione sono, secondo una delle meno rozze letture della situazione, i soggetti emarginati e disperati della «seconda società», a carico parassitario della prima costituita dal Movimento operaio ufficiale. Per gli autonomi, invece, quegli stessi soggetti, disoccupati, inoccupati, precari, al nero ecc. sono le diverse sfaccettature del nuovo «mostro» in gestazione, quell’«operaio sociale» che costituisce la sostanza dell’«altro movimento operaio».

Il regolamento dei conti avverrà il 17 febbraio del ’77, nel piazzale dell’Università di Roma occupata dagli studenti e dal movimento. Luciano Lama, dirigente del partito comunista e segretario della Cgil, il più grande e organizzato sindacato comunista d’Europa, si presenta con la potenza, facilmente interpretata come prepotenza, del suo servizio d’ordine e del suo richiamo all’ordine e alla disciplina. Nel furibondo scontro che ne segue Lama e il suo seguito saranno cacciati. Una spaccatura che non si ricomporrà più.


Piazze e strade degli autonomi

Dalla fine del ’74, in varie città italiane grandi e piccole, dentro gli scenari delle piazze, in occasione di cortei ormai a scadenza settimanale, le componenti dell’Autonomia formano tronconi che, partendo dal fondo dove sono relegati, passo passo risalgono le postazioni affrontando spesso zuffe con i servizi d’ordine dei gruppi extraparla-mentari riuscendo nel giro di un paio d’anni a prenderne la testa.

Cominciano a comparire, oltre alle scontate bottiglie molotov, le prime armi da fuoco: pistole e rivoltelle, e in qualche caso lupare e winchester.

«Qual è la via? L’autonomia!»; «Carabiniere, sbirro maledetto, te l’accendiamo noi la fiamma sul berretto»; «E se un caramba spara, lupara lupara, se spara un poliziotto P38», urlano dietro passamontagna, foulard, sciarpe – tetri, truci e minacciosi – gli autonomi, agitando in aria anche manici di piccone, asce, picozze, spranghe di ferro, chiavi inglesi e le divenute famosissime tre dita tese a simbolica imitazione delle pistole.

Già nei primi mesi del ’76, e poi almeno per tutti i due anni successivi, favorita da un’aggregazione di militanti sempre più corposa, soprattutto nelle grandi città ma anche in località di provincia, l’Autonomia è in grado di organizzare cortei propri durante i quali diventano sempre più frequenti azioni d’attacco – con incendi, saccheggi, devastazioni e sparatorie – a obiettivi istituzionali e non (sedi di partito, soprattutto della Democrazia cristiana e del Movimento sociale italiano, prefetture, caserme dei carabinieri e commissariati di polizia, sedi di associazioni industriali, di giornali, «covi del lavoro nero», bar frequentati da militanti e simpatizzanti di destra ecc.). Inoltre, si susseguono espropri in supermercati e negozi di lusso, disarmi di agenti delle polizie private e di guardie giurate, assalti e saccheggi di armerie.

Quel che passerà alla storia come «movimento del ’77» matura velocemente nei mesi precedenti tra città e provincia, tra nord e sud, tra centro e periferia, coinvolgendo decine di migliaia di persone e culminando in tumulti e scontri dai tratti parainsurrezionali la cui massima condensazione avverrà nel 1977, nelle giornate dell’11 e 12 marzo a Bologna e del 12 marzo a Roma.

Di quel movimento le componenti dell’Autonomia operaia organizzata, lentamente ma inesorabilmente, conquistano l’egemonia, per poi perderla repentinamente e definitivamente nella primavera del ’78 con il sequestro operato dalle Brigate rosse del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Un accadimento eclatante che inaugura una fase che durerà fino a tutto il 1982, dominata dalle azioni dei gruppi armati, organizzati e diffusi.


Qualche nota sulla violenza e la lotta armata

Questo è ciò che accadeva in quegli anni in tante piazze e strade del nostro paese. Ma l’uso della violenza nel conflitto politico rivoluzionario, le sue teorie, ma soprattutto le sue pratiche, non erano affatto appannaggio esclusivo dei tanto demonizzati autonomi.

I gruppi extraparlamentari di allora, nessuno escluso, teorizzavano e praticavano pubblicamente l’uso della violenza sia nelle contingenze di piazza sia nell’esercizio quotidiano della pratica politica in ogni ambito del sociale. Tutti i gruppi avevano il loro «servizio d’ordine», una più o meno piccola e spesso scalcagnata struttura che scimiottava comportamenti militari tramite l’uso di bastoni, spranghe di ferro, chiavi inglesi, fionde, bottiglie molotov.

Ma se da parte dei gruppi extraparlamentari la pratica della violenza era usuale, non vi era alcuna teorizzazione compiuta e a riguardo essi rimandavano, con vaghezza e imbarazzo, alle trattazioni sull’argomento contenute nei testi classici del leninismo, trotzkismo, maoismo, guevarismo ecc.

Non è qui il caso di una trattazione approfondita della problematica della lotta armata e delle differenze teoriche e pratiche che contraddistinsero le esperienze dell’Autonomia da quelle delle formazioni armate formalizzate. Anche perché quest’opera prevede la pubblicazione in un successivo volume di alcuni saggi che tratteranno l’argomento della «questione militare» in modo specifico. Basti sinteticamente dire che la lotta armata nel quadro della situazione politica italiana di quegli anni fu invece seriamente affrontata, teoricamente e praticamente, da alcune componenti esterne e in polemica con le principali formazioni extraparlamentari. Innazitutto dai Gruppi di azione partigiana (estinti nel 1972 con la morte del loro principale animatore, l’editore Giangiacomo Feltrinelli) poi dalle Brigate rosse e dai Nuclei armati proletari. Ed è con queste realtà che le componenti dell’Autonomia, dal loro nascere, apriranno un confronto dialettico che diverrà sempre più aspro, fino a una rottura esplicita determinata dall’operazione Moro. Fino ad allora l’Autonomia, nelle sue diverse componenti, pur sottolineando le proprie riserve critiche, sempre espresse una incondizionata solidarietà nei confronti delle organizzazioni armate. È quindi corretto dire che fino al sequestro Moro la questione della lotta armata assunse carattere discriminante, di cesura politica, tra le aree dei gruppi extraparlamentari da una parte e quelle dell’Autonomia operaia e delle formazioni armate dall’altra.


Bonne nuit

Nel settembre ’77, a Bologna, città amministrata dal Partito comunista dal 1945 e luogo dell’innesco delle giornate parainsurrezionali del marzo precedente dopo l’uccisione da parte di un carabiniere di un militante di Lotta continua, fu organizzato il «Convegno contro la repressione».

In un fine settimana la città fu invasa dal movimento. Asserragliati nel palazzetto dello sport i suoi supposti ceti politici disputarono la definitiva resa dei conti per la conquista dell’egemonia. Vinsero le componenti dell’Autonomia espellendo, dopo un’intera giornata di zuffe culminata con una guerra di sediate, i militanti di Lotta continua, ultimi rimasti dopo le espulsioni precedenti e gli abbandoni di militanti di altri gruppi.

L’Autonomia aveva dunque vinto anche formalmente, ma la sensazione per tutti fu quella che i conti comunque non tornassero. Quell’occasione aveva mancato l’obiettivo della costruzione di un progetto politico credibile, praticabile da tutto il movimento e articolato tra tattica e strategia. Al contrario, quell’occasione aveva definitivamente sancito separazioni inconciliabili, accelerando la prospettiva di uno scontro con le istituzioni sempre più caratterizzato dall’uso delle armi.

Solo sei mesi dopo le Brigate rosse con militare «geometrica potenza» rapirono Moro. In due mesi non riuscirono a gestire politicamente al meglio la posta politica costituita dalla sua prigionia e si convinsero dell’inevitabilità di ucciderlo. Ciò comportò un grave stravolgimento della situazione politica, sia istituzionale che di movimento. Lo Stato si decise per una reazione repressiva senza più remore. Quasi tutte le Autonomie precipitarono in una crisi senza fondo. Defezioni e abbandoni delle strutture organizzative di massa. Esodi da parte di molti militanti verso le organizzazioni armate preesistenti e le tante micro in proliferazione. Qualcuno resse, a ranghi ridotti. L’uso di droghe pesanti dilagò. Riflusso nel privato, lotta armata ed eroina divennero insomma le tre varianti che dominarono nei comportamenti del movimento dall’inizio della crisi fino al suo completo annientamento.




Note [1] La documentazione completa della lotta condotta nelle sezioni della Fiat di Torino tra l’autunno 1972 e il marzo 1973 fu pubblicata sulla rivista «Controinformazione», n. 0, Milano, ottobre 1973 [2] Antonio Negri, Appendice 4. Articolazioni organizzative e organizzazione complessiva: il partito di Mirafiori, in Partito operaio contro il lavoro, in Sergio Bologna, Paolo Carpignano, Antonio Negri, Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1974. [3] Antonio Negri, Appendice 3. Un passo avanti, due indietro: la fine dei gruppi, in Partito operaio contro il lavoro, in Sergio Bologna, Paolo Carpignano, Antonio Negri, Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1974. [4] Federazione impiegati operai metallurgici; Federazione italiana metalmeccanici; Unione italiana lavoratori metalmeccanici. [5] L’ accordo contrattuale dei metalmeccanici stipulato nel 1973 introduceva la concessione da parte delle aziende di 150 ore annuali di permessi per quei lavoratori che inten- dessero frequentare corsi idonei al conseguimento di titoli di studio. [6] La cassa integrazione guadagni è un intervento a sostegno delle imprese in difficoltà che garantisce al lavoratore un reddito sostitutivo della retribuzione. Essa spetta agli operai, impiegati e quadri delle imprese industriali in genere. Quella ordinaria in caso di sospensione o contrazione dell’attività produttiva per situazioni aziendali dovute a: eventi temporanei e non imputabili all’imprenditore o ai lavoratori; situazioni temporanee di mercato. Quella straordinaria in caso di ristrutturazione, di riorganizzazione, di conversione, di crisi aziendale. [7] Il 16 aprile 1975, a Milano lo studente Claudio Varalli, militante del Movimento lavoratori per il socialismo viene ucciso a colpi di pistola da un giovane fascista, Antonio Braggion. Il giorno successivo a piazza Cavour si forma un corteo di diecimila persone che si dirige verso via Mancini, sede del Movimento sociale italiano. Il corteo giunge all’incrocio tra corso XXII Marzo e via Mancini. La strada è bloccata da centinaia di poliziotti e da decine di blindati. I dimostranti lanciano pietre e bottiglie molotov. Le forze dell’ordine rispondono lanciando lacrimogeni ad altezza d’uomo. Tutta la zona si tra- sforma in un campo di battaglia. Una colonna di gipponi dei carabinieri sfreccia lungo la strada invasa dai manifestanti. Un automezzo travolge Giovanni Zibecchi, 27 anni, militante dei Comitati antifascisti (Caf) di Porta Ticinese, uccidendolo. Per tutta la giornata fino a tarda sera si susseguono gli scontri e gli assalti ai luoghi di ritrovo dei neofascisti e ad alcune caserme dei carabinieri, alcune sedi di giornali di destra vengono date alle fiamme. Nello stesso giorno a Torino una guardia giurata spara sui manifestanti nel quartiere Falchera e uccide un dirigente di Lotta continua, Tonino Micciché. Scontri tra manifestanti, che protestano per la morte di Varalli, e le forze dell’ordine anche a Bari, Roma, Napoli e in molte altre città, tra cui Firenze, dove un poliziotto in borghese spara e uccide Rodolfo Boschi, militante del Partito comunista.

[8] «Dopo un prolungato blocco del turn-over, fra il ’77 e il ’78 la Fiat assunse quindicimila nuovi dipendenti. La nuova legge sul collocamento al lavoro impone di assumere tra- mite ufficio di collocamento. Gli uffici del personale dell’azienda non possono applicare i criteri di selezione da sempre utilizzati. Entrano così negli stabilimenti migliaia e migliaia di giovani, donne e disoccupati. Si tratta di una forza-lavoro già presente nel territorio torinese, perlopiù scolarizzata. La stragrande maggioranza dei nuovi assunti è nata e vissuta a Torino e nella cintura; quasi il 50% di questi giovani ha conseguito un diploma di scuola superiore; molti hanno frequentato istituti tecnici e professionali partecipando alle lotte del movimento studentesco. È l’ingresso dell’operaio sociale nella grande fabbrica. L’impatto dei nuovi assunti con il sistema Fiat è infatti, fin da subito, molto forte. I giovani operai non accettano i ritmi di lavoro, le direttive dei capi, la pesantezza e l’alienazione del lavoro alla catena. Questi comportamenti influenzano e condizionano fortemente anche la restante parte delle maestranze: gli operai e i tecnici più anziani, che in qualche modo erano giunti ad accettare determinati compromessi e abitudini lavorative. Maurizio Magnabosco, uno dei massimi dirigenti Fiat di quel pe- riodo, ha affermato: “Con la ripresa delle assunzioni del ’77, ma soprattutto con l’ondata più grossa del 1978-79, anche negli stabilimenti Fiat cominciano a comparire gli autonomi. Erano giovani che contestavano il lavoro [...] con atteggiamenti di protesta e di rifiuto aprioristici e pregiudiziali, rivolti anche agli schemi e alle regole della rappresentatività. Contestavano la figura del rappresentante sindacale, non sceglievano mai il percorso di un confronto con la direzione. Durante lo sciopero di una o due ore, all’interno del turno, molti di questi neo-assunti uscivano dalla fabbrica e non vi rientravano più. Erano contro l’azienda, ma allo stesso tempo contro il sindacato» (Dal testo di Guido Borio, Operai contro la metropoli, contenuto in questo volume). [9] Le giornate d’aprile, in «Rosso contro la repressione», marzo-aprile 1975. [10] Sergio Bologna, in Collettivo di «Primo Maggio». La tribù delle talpe, Feltrinelli, Milano 1978.


Immagine: Milano, via Mancini, assalto alla sede del Movimento sociale italiano, aprile 1975.


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Sergio Bianchi ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori prima della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi. Ha curato i saggi: L’Orda d’oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale (Feltrinelli); La sinistra populista. Equivoci e contraddizioni del caso italiano (Castelvecchi); per DeriveApprodi: Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine-icona degli «anni di piombo». Contesti e retroscena; Le polaroid di Moro (con Raffella Perna); Settantasette. La rivoluzione che viene; i tre volumi de Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie (con Lanfranco Caminiti); Il’68 sociale, culturale, politico (con Nanni Balestrini e Franco Berardi Bifo). Per Milieu Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice, pubblicato da Sellerio.