La guerra vista dalla luna



Pubblichiamo un intervento di Leonardo Clausi e Serafino Murri, autori di Pandemia Capitale (manifestolibri, 2021), sull'attuale guerra in Ucraina.


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Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace preparati alla guerra, recita il tristo adagio latino (anzi romano: i romani sono stati i primi, veri imperialisti). Tutta la storia d’Europa – e del mondo quando ancora era assoggettato dall’Europa – è nel segno di questa logica primordiale, ferina, quella del Leviatano e del patto sociale di non aggressione che fagocita le sue parti. Ha continuato a esserlo dopo la Seconda guerra mondiale, nella Guerra fredda a cui la caduta dell’Urss non ha messo la parola fine, e in quelle, bollenti, mosse prevalentemente dall’Occidente liberal-consumista negli ultimi trent’anni per difendere «i mercati» travestiti da libertà dei popoli in nome della democrazia e dell’autodeterminazione. Nella cosiddetta deterrenza nucleare e nella Nato, ex-ferrovecchio (cfr. il grande mediatore neogollista Macron) sopravvissuto alla fine della Storia che però, mannaggia, non era ancora finita.

Questa è una fetida guerra (come ogni guerra lo è), che – tra metaverso e molotov – manda definitivamente in pensione secoli brevi che tanto brevi non erano. E nella sinfonia unanimista-ipocrita dei media meanstream che la racconta, è opportuno fare alcune considerazioni. Non prima di aver ribadito solidarietà al popolo ucraino innanzitutto, attaccato in quanto debole vittima di uno strapotere imperialistico prima di tutto, sempre e comunque. La loro sofferenza ripugna, indicibilmente. Ripugna tornare a vedere «europei come noi» rintanati come topi nei tunnel della metro o sotto i ponti crollati in cerca di riparo dalle bombe. Poi, i molti ma. Come nella prima guerra mondiale, assistiamo al fronteggiarsi di due diverse versioni della stessa molla aggressiva ed espansionistico-colonialista del Capitale: quella della Russia degli «oligarchi», le cui colonie a Forte dei Marmi o in Costa Smeralda sono state legalmente acquistate in rubli, e quella del GAFAM e delle bande di evasori fiscali d’Occidente che proliferano in società Off-Shore, paradisi fiscali e economie di rapina nel cosiddetto, ex-«Terzo mondo». Senza contare la Cina e la questione di Taiwan, (che sta alla Cina come spunto bellico come la già dimenticata Crimea, prodromo di questa guerra, sta alla Russia), isola di neoliberismo nel cuore della Repubblica Popolare, pronta a difendere la propria «indipendenza» armata fino ai denti – con intenti pacifici, s’intende – dagli Stati Uniti.

La narrazione della guerra nel cuore d’Europa segue traiettorie ben note. L’antropomorfizzazione della politica, innanzitutto. Si torna a parlare dei politici come individui: «Putin è un pazzo» (come Trump, suo fan dichiarato, era un pazzo). Come se i leader non fossero la punta di un iceberg (R.i.p.) di una logica di potenza politico-economica travestita di emotività e salute mentale. Chi, denunciandone le trame, si oppone alla versione ufficiale dell’ordine geopolitico e del suo intramontabile Bispensiero che spaccia per etica l’interesse economico, da entrambe le parti ha il destino segnato: per un Navalny avvelenato e carcerato, c’è un Assange braccato che rischia 175 anni di galera. Ma, dicono i commentatori liberal, Putin ha avuto almeno il merito di aver rilanciato l’Europa, cavandola fuori dalla sua consistenza spettrale, facendole scoprire un’unità inedita. Staremo a vedere quanto durerà la rediviva unità quando i profughi diventeranno milioni, seppure biondi, cristiani, e «occidentali».

Quest’Europa flaccida con l’elmetto, pedina «geopolitica» (termine politicamente corretto per «imperialismo») degli Stati Uniti, farebbe bene a riflettere sulle sue, globalizzate, contraddizioni. Lo strangolamento in medias res dell’economia russa potrebbe far levitare gli indici di gradimento del Ras Putin, alla faccia del coraggio di chi protesta in patria, facendo definitivamente della Russia un aggressivo ibrido di anarco-capitalismo nazionalistico e autarchico. Punire gli «oligarchi», per il Capitale, è un punire se stesso nelle varie sue declinazioni locali: in Italia significa tutti disoccupati a Porto Cervo e a Portofino, bollette e prezzo del pane triplicato, benzina & gas in orbita. E sul piano culturale? La Siae che smette di pagare i diritti d’autore ai russi: così romanzieri e cineasti russi, magari dissidenti e cento volte più anti-putiniani degli editorialisti nostrani in mimetica, vanno sul lastrico solo perché simbolicamente (e razzisticamente) assimilati al loro criminoso leader politico. Un accanimento che non risparmia neanche i morti. Dostoevskij cancellato dalla Bicocca: sembra una battuta di Crozza, e invece è l’indice più autentico dell’attuale farisaismo culturale dell’Occidente.

La scontata solidarietà con il popolo ucraino è alla base di questo contributo. Ma rimane quanto mai doveroso non perdere di vista la famosa luna mentre gli imbecilli guardano il dito. A chi grida l’uccisione di Putin o la sollevazione contro di lui, chiediamo anche di ricordare i cadaveri umiliati di Saddam Hussein e di Gheddafi, vittime simboliche della giustizia del mercato, il primo nonostante milioni di persone in piazza, le stesse che vorremmo vedere scendere adesso (e per fortuna molti tra i più giovani colgono l’esigenza di non estinguerci, perlomeno prima che compiano diciotto anni); il secondo senza che si levasse una voce. I doppi standard della narrazione mediatica rispetto alle coperture delle guerre «altrove» gridano vendetta. Ma lo Yemen, poi, esiste ancora o è un film distopico-fantasy di Oliver Stone? L’Ucraina del mondo arabo, da sei anni non fa notizia. Sono altri, lontani come i Ceceni, della cui repressione si congratulava l’arci-atlantista Tony Blair volando a Mosca dallo «zar» Vladimir: musulmani che si ammazzano fra loro. Il rovescio di questa falsariga sono le cronache scivolose dell’invasione, intrise di un’enfasi ed empatia più o meno consapevolmente razzista che classifica inevitabilmente i profughi in etnie (vedi i fascistoidi governi polacco e ungherese costretti a cambiare musica sull’accoglienza) ancor prima che in classi. Per tacere delle frettolose menzioni ai profughi non europei vittime di una fuga segregata: cacofoniche stecche nella grande epica sinfonia della resistenza ucraina.

Certo che siamo «contro la Nato»: lo era a suo modo persino il non propriamente bolscevico Craxi, figuriamoci. Ma la Nato è un altro dito, e noi non vogliamo morire imbecilli. La questione pro-contro Nato è il rimasuglio di un Novecento rigurgitato in salsa post-moderna: parlare della Nato è come dare la colpa di una rapina alla mitraglietta piuttosto che al rapinatore. Allargando il campo, la Nato è il braccio armato della libertà democratico-liberista e del Mercato Globale che non conosce pietà di fronte al profitto. Qui ci troviamo insomma di fronte a due modelli di capitalismo in declino: il modello nazionalistico, mafioso-rinascimentale degli «oligarchi», signorotti dell’accaparramento da esportazione, che in patria si sono fatti da sé pistole alla mano forti della shock therapy courtesy of Brzezinski (che quasi sta a tutto questo come il trattato di Versailles denunciato da Keynes nel 1919 sta alla Seconda guerra mondiale), e quello trans-nazionalistico democratico-liberale dei vaccini obbligatori, di Big Pharma e delle assai oligarchiche piattaforme digitali che si sono appropriate del bene comune della Rete privatizzandola in tempi di frontiera selvaggia non regolamentata. Due realtà «giudaico-cristiane» che si spartivano il mondo, e che ora non ci riescono più. Questa guerra è il loro rantolo. Non vogliamo che sia anche il nostro.



Immagine: Adam Parfrey



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Leonardo Clausi (Bassano del Grappa, 1968) è il corrispondente da Londra del «manifesto» e ha collaborato a varie testate, tra cui «L’Espresso» e la Rai. È tra i fondatori del Fill Festival of Italian Literature in London. Per tipi di manifestolibri ha pubblicato Uscita di insicurezza. Brexit e l’ideologia inglese (2017).


Serafino Murri (Roma, 1966), insegna presso la UNINT, lo IED e la Scuola d’Arte Cinematografica «Gian Maria Volonté» a Roma. Ha pubblicato monografie su Pasolini, Kieslowski e Scorsese e, recentemente, Sign(s) of the Times. Pensiero visuale ed estetiche della soggettività digitale (2020) e con Leonardo Clausi, Pandemia Capitale (manifestolibri, 2021).