La gamba del Felice



Pubblichiamo tre brevi racconti tratti da La gamba del Felice, di Sergio Bianchi (Sellerio Palermo 2005, riedizione DeriveApprodi, Roma 2014).


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Tex Willer Diabolik Kriminal Satanik Kerouac

Uno di noi ha litigato con la famiglia allora tutti gli altri hanno litigato con la famiglia. Abbiamo preso una tenda militare e siamo andati nel bosco. Abbiamo passato là due giorni e una notte. Le ragazze venivano a trovarci il pomeriggio e di nascosto ci portavano da mangiare le sigarette i giornaletti e i dischi a 45 giri. Il mangiare era soprattutto pane uova sode e scatolette di tonno carne e fagioli. I giornaletti che leggevamo erano Tex Willer Diabolik Kriminal Satanik. Giravano anche Capitan Miki e II Grande Black ma erano cazzate. Satanik era ricercato perché si vedevano le donne nude anche se erano completamente in ombra. Avevamo il mangiadischi a pile e ascoltavamo i Corvi i Dik Dik l’Equipe 84 i Jaguars i Kings i New Dada i Nomadi i Ribelli i Rokes.

La notte abbiamo acceso un grande falò. Continuavamo a rimettere il pezzo Noi non ci saremo dei Nomadi.


Vedremo soltanto una sfera di fuoco più grande del sole più vasta del mondo nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà fra il cielo e la terra per mille secoli almeno ma noi non ci saremo.


Eravamo solo maschi e ballavamo tra di noi. A un certo punto il Mallaro si è messo a fare il verso del lupo. All’inizio nessuno gli dava retta poi però ci siamo accorti che lo faceva benissimo allora abbiamo spento il mangiadischi e lo abbiamo ascoltato. Nel bosco i fagiani spaventati facevano rumore muovendosi tra le sterpaglie e le civette e i gufi rispondevano al lupo. Il Valentino se ne stava come al solito un po’ in disparte steso su un materassino a fare la punta a un rametto di betulla col suo coltello a serramanico. Il Sivori ha detto «Ma perché non facciamo come Nerone e glielo bruciamo tutto questo paese di merda. Poi veniamo qui facciamo le capanne e mangiamo le bestie che prendiamo nel bosco. Almeno non andiamo più a lavorare tutte le mattine». Il Mallaro ha smesso di fare il verso del lupo e ha detto «Siamo troppo in pochi forse se lo chiediamo alla banda dell’Antimo messi insieme ce la facciamo. Quanta benzina ci vorrà per dar fuoco a tutto. Non basta neanche una cisterna piena. Le case sono fatte di cemento come si fa a dar fuoco al cemento. Ci vorrebbe una piccola bomba atomica come quella che hanno gli americani e i russi». Il Valentino ha detto «Siete tutti una banda di pirla sto insieme a una banda di grandissimi pirla. Il paese si può anche bruciare basta organizzarsi lo sappiamo che messi tutti insieme siamo capaci di incularci anche le lepri in corsa. Il problema è che poi cosa facciamo veniamo qua nel bosco a fare gli indiani a ballare intorno al fuoco a fare il verso del lupo e a mangiare i fagiani. Voi siete tutti delle gran teste di cazzo che leggete troppi giornaletti. Se si brucia tutto poi si prende e si va via. E si va via dove ha detto il Sivori». Il Valentino l’ha guardato con la sua solita aria di compatimento e dopo un po’ ha detto «Si va sulla strada». «Quale strada» ha detto il Mallaro. Il Valentino ha tirato fuori dalla tasca del suo giubbotto di pelle un libretto tutto spiegazzato e l’ha fatto girare. Sulla copertina c’era scritto Sulla strada di Jack Kerouac. Allora io l’ho aperto e in due punti ho visto delle righe sottolineate con la matita e le ho lette.


A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina... Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione. Tutti eravamo felici, ci rendevamo conto che stavamo abbandonando dietro di noi la confusione e le sciocchezze e compiendo la nostra unica e nobile funzione nel tempo, andare.


L’accampamento

Non siamo andati via. Almeno non subito però una parte delle cose che aveva detto di fare il Sivori le abbiamo fatte davvero. Abbiamo cominciato ogni fine settimana della primavera e dell’estate a stare fissi su nel bosco. In famiglia dicevamo che andavamo a dormire nel bosco e basta. Avevamo le tende e dormivamo là la notte tra il sabato e la domenica. Ci siamo organizzati bene. Abbiamo fatto una esplorazione in tutto il bosco finché abbiamo trovato un pezzo bello in piano uno spiazzo che abbiamo disboscato in un paio di pomeriggi. Era in mezzo ai faggi e ci si arrivava per una stradina stretta abbandonata dove però ci riuscivano a passare le moto. Vicino scorreva un ruscelletto così avevamo sempre l’acqua fresca. Il Sivori ha costruito una cassa grande di legno dove tenevamo dentro tutto quello che eravamo riusciti a fregare a casa per fare da mangiare pentole padelle piatti scodelle cucchiai forchette coltelli tutto. Zucchero sale pasta pane riso farina caffè eccetera lo compravamo mettendo insieme i soldi in parti uguali. Mettevamo tutta ’sta roba nella grande cassa che imboscavamo in un grottino lì vicino coperta con delle tele cerate e che serviva anche da legnaia. Il Sivori ha fatto un treppiedi in ferro saldato insieme che serviva per fare la polenta sul fuoco con il paiolo di rame attaccato alla catena e ha fatto anche una grande griglia.

Il Valentino però aveva voluto un patto. Quel posto lì era solo nostro e non lo doveva conoscere nessun altro. Lì non si portavano le donne che sennò andavano in giro subito a dirlo a tutto il paese. Quello lì era il nostro segreto e ci potevano venire solo quelli della nostra banda.

Ogni mercoledì sera dopo il lavoro andavamo nel bosco a piazzare le tagliole per le lepri. Ripassavamo la sera dopo per vedere se le avevamo prese. Se c’erano il Valentino le portava la mattina dopo nella cella frigorifera del macellaio dove lavorava e le teneva lì a frollare ancora intere con la loro pelle.

Il sabato pomeriggio andavamo a caccia di fagiani con le carabine. Delle volte altra carne la portava il Valentino che la fregava dal macellaio. Alla sera del sabato si cominciava a cucinare. La lepre in salmi la preparava sempre e solo il Mallaro e si incazzava se qualcuno ci metteva il becco. Preparava la marinata perché la lepre si mangiava la domenica a pranzo con la polenta gialla bramata. Faceva così prendeva e spellava con una lametta da barba la lepre la puliva dalle interiora la tagliava a pezzetti che lavava e asciugava. Li metteva in una pentola larga e bassa di terracotta e li copriva col vino rosso cipolla affettata carota sedano e erbe tipo maggiorana lauro salvia timo poi bacche di ginepro grani di pepe nero e sale. Per tutta la notte la lepre in silenzio marinava coperta e al fresco vicino al ruscello. Il Mallaro si alzava di notte ogni due o tre ore per rigirarla facendo luce con la piletta e mentre la rigirava parlava sottovoce alla lepre. La mattina della domenica tirava fuori i pezzi li sgocciolava li asciugava li infarinava. In un’altra pentola faceva il soffritto con olio burro cipolle e carote e poi faceva rosolare i pezzi finché prendevano colore e allora ci aggiungeva la marinata della notte con le sue verdure e le interiora tritate tranne il fegato. Faceva cuocere col coperchio curando in continuazione la legna del fuoco perché doveva andare piano ma di continuo. Dopo due ore ci aggiungeva il fegato tritato e la lepre era pronta. Intanto io e il Sivori facevamo la polenta col treppiedi su un altro fuoco.


I coglioni del toro

Una volta al mese il Valentino ci procurava la roba che per noi era diventata il rito più importante. Non ci avvisava mai nei giorni prima e ci lasciava sempre in sospeso a aspettare settimana dopo settimana. Capivamo che la roba era arrivata solo quando su nell’accampamento sentivamo la sua moto arrivare sgasando in modo diverso dal solito. Quello era il segnale che aveva portato i coglioni del toro. Li teneva sempre in un sacchetto di plastica trasparente attaccato al manubrio della moto e quelle volte sul sellino di dietro c’era sempre fissata con gli elastici una scatola di cartone con dentro le bottiglie di vino bianco perché i coglioni del toro si accompagnavano sempre e solo con il vino bianco. I coglioni del toro erano grossi come pigne. Erano come dei fagioloni bianchi pieni di venuzze rosse.

I coglioni del toro li cucinava solo il Valentino. Li faceva su un sasso largo e piatto che scaldava per ore sopra il fuoco finché diventava rovente. I coglioni del toro si mangiavano il sabato sera a mezzanotte in punto. A mezzanotte meno un quarto il Valentino cominciava a preparare un intingolo di olio aglio e prezzemolo tritato fine fine succo di limone sale e pepe. Tagliava con il suo serramanico i coglioni a fette larghe mezzo centimetro e le scottava sul sasso rovente. Li rigirava un paio di volte poi metteva le fette in un grande piatto largo con sopra l’intingolo. Si mangiavano caldissimi con il vino bianco messo a rinfrescare nel ruscello. I coglioni del toro si mangiavano in assoluto silenzio intorno al fuoco piano piano un pezzettino per volta.



Immagine: Pianbosco (Va), 1967.