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La fuga





La fuga


Questo testo è estratto da un’opera narrativa ancora inedita. L’autore è uno dei protagonisti del romanzo di Paolo Pozzi Insurrezione, pubblicato da DeriveApprodi nel 2007. Quel che qui si racconta ne è una sorta di appendice: lo sbandamento politico ed esistenziale seguito alla repressione giudiziaria nei confronti dei militanti delle organizzazioni autonome nella Milano di fine anni Settanta, e nello specifico il rifiuto di una continuità militante in clandestinità con la conseguente preparazione e realizzazione di una fuga all’estero per evitare la carcerazione. Un linguaggio diretto, pervaso da un’ironia che stempera la vorticosa drammaticità di fatti accaduti in quella circostanza a centinaia di rivoluzionari sconfitti, dispersi, smarriti.

L’epigrafe del testo della canzone di Claudio Lolli Antipatici antipodi (1983) non fa parte del testo dell’autore ma è una nostra scelta redazionale poiché crediamo che ben si accompagni alle vicende narrate.



* * *


Antipatici antipodi


Non la credevo certo così lunga

né obbligatoria questa strada ferrata

che ci ha concesso dei rifornimenti

senza il miracolo di una fermata


Davanti a me solo una vecchia donna

mangia panini e parla di suo figlio 

mi assomigliavasono tutti uguali gli occhi degli uomini verso l’esilio

E sono questi gli antipatici antipodi

a metà tra il confine e la vacanza

dove non basta sommare chilometri

per definire la lontananza

Verso questa terra di nessuno

dove la solitudine, forse

darà ancora dei frutti

perché è impossibile mettere radici qui

come è impossibile tornare tutti

 

E così resto incollato a un treno

attaccato agli alberi che volano via

con il pericolo della paura

ma senza il vizio della nostalgia

Resto a guardare le pianure molli

e le colline, le tane di conigli

già più lontana sembrano stanchi gli amici di chi sta in esilio

In questa patria solamente astratta

dove gli indigeni però sono tutti dalla nostra parte

perché abbiamo le loro stesse belle facce asimmetriche

e passiamo il tempo a preparare le carte

In qualche modo faranno arrivare

le nostre dolci promesse di guerra

da questi antipatici antipodi

a tutto il resto della terra

 

Non ho lasciato a casa neanche un vuoto

neanche il mio doppio a farvi compagnia

il mio futuro, il mio passato remoto

non saranno pratiche da polizia

Davanti a me una vecchia donna dolce

mi offre un panino pieno d’insalata

io la ringrazio 

e poi mi fa un segno, c’è una ginestra sulla massicciata


Claudio Lolli (1983)



Era un’epoca spensierata, ci sentivamo intoccabili, onnipotenti, non pensavamo alla repressione che si avvicinava a passi da gigante.

L’anno precedente c’erano stati gli arresti del 7 aprile e del 21 dicembre, ma questo aveva solo aumentato la nostra voglia di far politica, di lavorare alla radio e di creare delle riviste che dessero nuova voce al movimento. Radio Black Out andava bene, era molto ascoltata e aveva un suo potere. I famigerati padroni della musica, gli organizzatori dei mega concerti che dopo le molotov a quello di Santana non rischiavano più di fare uno show a Milano, ci invitavano nei loro uffici e ci stendevano tappeti rossi sicuri che noi comandassimo le orde di vandali che non gli permettevano di fare quattrini al grido di «La musica è nostra, la musica è gratis». Non era vero, noi non comandavamo nessuno, ma la fama degli autonomi cattivi e violenti era dura a morire e poi, in fondo, noi ci giocavamo un po’ con questa nomea. Il padrone dell’Odissea 2001, un mafiosetto della banda di Turatello, una volta ci chiese su quanti uomini potevamo contare per una resa dei conti con quelli del Punto Rosso che in quel momento gli stavano facendo concorrenza. Proprio come a Chicago anni Trenta. Quelli del Punto Rosso ci offrivano soldi per la radio in cambio di un servizio d’ordine ai loro concerti, con l’implicita clausola che, dopo aver realizzato con gli ingressi a pagamento il loro guadagno potevamo fare entrare tutti. Insomma, senza organizzazione eravamo più forti di prima (…).

Clelia era partita per la Giamaica lasciandomi la casa libera, così potevo vivere il mio grande amore con Giulia. Io dormivo quasi sempre da lei e questo fu provvidenziale. L’arresto di Barbone non ci aveva toccato più di tanto, in fondo era molto tempo che c’era stata la scissione che aveva diviso la nostra organizzazione e Marco era uscito con gli altri, perciò non sapevo assolutamente cosa facesse e il pensiero che si potesse pentire non mi passava lontanamente per la mente. C’erano già stati i casi di Peci e Fioroni, ma il pentitismo non era ancora in auge e ci sembrava una cosa lontana che non ci toccava, che non c’entrava con noi.

La sera del 9 ottobre ci vedemmo come sempre al baretto, c’era nervosismo, avevano arrestato delle persone a Torino, si diceva che un certo Sandalo stava parlando, ma io mi sentivo estraneo a tutto ciò e così intoccabile che a Giubba che mi domandava perplesso cosa ne pensassi e se non era meglio defilarsi per un po’ offrii la mia casa come rifugio per quella notte, tanto io avrei dormito da Giulia.

La mattina del 10 ottobre passai prima da mia nonna a prendere un giubbotto che avevo lasciato lì e non mi immaginavo che quella sarebbe stata l’ultima volta che la vedevo, poi andai in radio perché quel giorno ero responsabile della programmazione. Verso mezzogiorno cominciarono le telefonate; avevano arrestato alcuni compagni, ma le notizie non erano chiare. Pasqualino decise che era meglio saperne di più, e, soprattutto, non era una buon’idea restare lì alla radio.

Io, sempre più incosciente, gli dissi che era un paranoico e che andavo a casa mia dove c’era il fratello di Clelia perché dovevo prendere non so che cosa. Giulia mi disse: 

- Telefonagli prima di andare, non ti costa niente.

- Pronto Gommolo, sono Puccio, tutto bene?

- Tutto ok. Sono passati i carabinieri e hanno detto che non è importante, ma se puoi passa tu in caserma, ti aspettano.


Gelo, paura, ansia, tanti sentimenti, tutti confusi. Poi una strana sensazione di calma s’impadronì di me. Crebbe dentro sempre più forte. Non ero più io, non esistevo più. Puccio e i suoi 25 anni di vita erano spariti in un secondo. La possibilità di «cadere», come si diceva allora, cioè di essere arrestato o essere costretto alla clandestinità, era sempre stata presente nella mia vita di militante, ma, ormai, era più di un anno che ero uscito dall’organizzazione e mi ero convinto che la repressione non fosse retroattiva. 

Cominciai a camminare per le strade completamente stravolto, guardavo la gente e pensavo: «Voi vedete un morto vivo, non sono più io». Passai da piazza Leonardo da Vinci, dove c’era la mia scuola elementare, ed era come se non riconoscessi più i luoghi così familiari. Persi l’appuntamento con Pasqualino perché andammo in due posti diversi. Lui al parco Ravizza e io in piazza Piola. Passai la prima notte da latitante a casa della sorella di Giulia e fu una notte stramba piena di paure e amore. La mattina dopo visti i giornali tutto si chiarì: Barbone aveva parlato. 200 arresti. Sgominati i terroristi, gridavano i titoli. 

Marco, il mio amico con cui passavo le notti bevendo, fumando e rubando la macchina di suo fratello. Marco aveva parlato, era un pentito, un infame. Marco, col quale avevo iniziato l’attività clandestina. Anzi, fu lui a invitarmi a partecipare del primo nucleo degli studenti, nel ’74, quando stavo preparando la maturità. Facemmo insieme le prime azioni, bruciammo le auto dei professori fascisti e repressivi. Tutto mi sembrava così irreale e mi feriva dentro. Marco era mio amico, rivedevo tutti i momenti passati con lui, le vacanze con la mia vecchissima R 4 che non superava i 60 km orari, i discorsi sulla rivoluzione fino all’alba. Non ci credevo, non potevo, non volevo. Questo problema mi ha sempre accompagnato dai primi anni dell’esilio. Pasqualino non mi perdonava il fatto che in fondo non riuscissi a odiarlo, che non volessi vendicarmi. Nel maggio dell’81, in Brasile, sognai che incontravo Marco, parlavamo e, improvvisamente estraevo la pistola ma quando iniziavo a sparare era una pistola ad acqua, solo che dentro c’era un acido, tipo vetriolo, perché Barbone gridava di dolore e si stringeva la faccia fra le mani. 

La mattina dopo quando lo raccontai a Pasqualino lui mi disse: «Sei il solito, per te è ancora un amico, con la pistola ad acqua…». «Ma c’era l’acido», tentai in mia difesa. Non lo convinsi, non mi rivolse la parola per tutta la mattinata.

A Milano era il mio primo giorno di latitanza. La prima cosa da risolvere era trovare un rifugio sicuro, la seconda dei documenti per fuggire dall’Italia. Di rimanere ed entrare in qualche rimasuglio di organizzazione che ancora esisteva non ci pensavo nemmeno lontanamente, la mia scelta sulla lotta armata l’avevo già fatta un anno e mezzo prima perciò la fuga era quello che volevo. Strana sensazione, volevo andarmene ma non sapevo bene dove e avevo una paura folle di dover iniziare tutto da capo in un paese straniero. Per il rifugio ci pensò Giulia, aveva molti amici nel giro milanese, quindi finii a casa del figlio di un noto avvocato del Pci che appena entrò in casa e ci vide, Pasqualino e io, disse: «Ah, siete in due, voglio chiarire subito una cosa: voi avete a che fare con l’omicidio di Alessandrini?». Un po’ sbalorditi da tanta franchezza rispondemmo di no, ed era vero. Parlammo di politica, poi Pasqualino, offeso da quel «Ah, siete in due» cambiò casa e per me iniziò uno dei periodi più assurdi e solitari della mia vita.

Passavo le giornate facendo le faccende di casa e preparando da mangiare. Mi sentivo un casalingo e gli unici momenti belli erano gli incontri con Giulia che intanto lavorava in un famoso bar del Ticinese. Ma erano momenti sporadici e inaspettati e per me troppo brevi.

Una delle poche volte che uscii di casa fu perché avevo un terribile mal di denti. Avevo pensato di andare da un dentista d’urgenza aperto 24 ore a piazza Loreto. E quasi mi arrestarono. Le Br avevano ucciso un ingegnere in metropolitana. Non sapendolo scesi dolorante e afflitto le scale della stazione di Porta Venezia e quando alzai gli occhi vidi davanti a me un fitto schieramento di poliziotti armati fino ai denti e con le facce incazzate. Rischiando di cagarmi sotto continuai a camminare con il cuore a mille. Per fortuna le gambe mi ressero e attraversai la stazione sotto gli occhi indagatori della polizia. Uscii dall’altro lato e saltai su un taxi. 

Per i documenti era difficile, i contatti con la mala milanese che aveva preso Pasqualino risultarono una bufala e dopo un mese ci trovammo di nuovo al punto di partenza, cioè a mani vuote. Per fortuna alcuni rimasugli di quello che era stato il nostro logistico di organizzazione erano sopravvissuti agli arresti e grazie all’aiuto di un mio amico che mi diede il suo passaporto senza chiedermi niente in cambio divenni Emanuele, nome che per 23 anni di esilio brasiliano è stato mio, tanto che ancora adesso non so più bene chi sono e quando qualcuno dei miei vecchi amici italiani mi chiama Puccio sento uno strano brivido tra l’orgoglio e la stranezza di non riconoscerlo come mio.

E questo è il problema: l’esilio ti toglie le radici, ti trasforma in un’altra cosa, non hai riferimenti, non hai parenti, non hai più amici anteriori alla data di espatrio, non puoi vedere i luoghi della tua infanzia, la tua scuola elementare, la piazza dove giocavi da piccolo, la panchina dove hai dato il primo bacio, non puoi visitare la tomba di tuo padre… Insomma, la mia vita in Brasile iniziò dal 1980, prima di quella data non ho riferimenti, non ho ricordi, non ho niente. Non voglio fare i piagnistei su quel che mi è capitato, ma vorrei che provaste un attimo a pensarci. Provate a pensare cosa comporta andare dall’altra parte del mondo, dove si parla un’altra lingua, ci sono altri costumi, e tutto questo partendo da zero, senza un soldo. Non è cosa facile, ve lo garantisco. 

Quindi grazie ai rimasugli del logistico, e in particolare a Flora, riuscii ad avere una nuova identità. Passammo un pomeriggio a casa sua per cambiare la fotografia e rifare i timbri. Poi uscii nella fredda notte di fine novembre milanese con il nuovo passaporto.

Era venuto il momento di partire, non potevo perdere altro tempo. Decidemmo, Pasqualino e io, di partire per il Sud America. Non fu una scelta chiara, avevamo lontani contatti e molte paure, ma pensammo che era meglio un paese latino a uno orientale.

Dovevo vedere i miei prima di partire, non avevo avuto più contatti con loro dal 10 ottobre. L’incontro fu buffissimo, mio padre, vecchio partigiano, ritornò ai suoi giorni di guerra e di gloria. Tutto fu organizzato da Clelia che nel frattempo era tornata dalla Giamaica innestando la gelosia di Giulia. L’appuntamento era dalle parti di piazza Baracca alle nove di sera. Io nel frattempo avevo tagliato i capelli cortissimi e mi ero fatto crescere la barba. Mangiammo in un ristorante siciliano in fondo a viale Zara e non fu divertente, cercavamo di tenerci allegri ma sapevamo che non ci saremmo rivisti tanto presto. A un certo punto della serata il padrone del locale venne al nostro tavolo e propose un brindisi. Silenzio, non era certo l’occasione giusta. Alzò il bicchiere e disse: «Alla faccia di chi ci vuol male». Mai brindisi fu più azzeccato di quello. Ci unimmo ululanti al suo gesto.

(…)

Prendemmo il tram, io e Pasqualino, per la stazione centrale. Il biglietto, l’ultimo del mio periodo milanese, lo tenni per molti anni perdendolo poi in uno dei miei mille traslochi cariocas.

La via di fuga prevedeva il passaggio da Torino e poi su per una valle alpina fino al confine. La prima notte la passammo a casa di un compagno un po’ strano che faceva collezione di serpenti, ragni tipo vedove nere, scorpioni e affini. Passai la notte insonne sotto la gabbia di una tarantola sonnolenta.

L’appuntamento con il compagno che ci avrebbe fatto passare in Francia era al bar vicino alla dogana, ovviamente pieno di finanzieri e poliziotti di ogni genere che alla nostra entrata ci guardarono in cagnesco, o almeno così ci sembrò.

Noi non conoscevamo il compagno e non ne avevamo una descrizione fisica, ci avrebbe abbordato lui, questi erano gli accordi. All’improvviso si aprì la porta e comparve un tardo hippie con i capelli all’Angela Davis e un collare al collo con un pugno chiuso di legno. Il bestione alto due metri si avvicinò al nostro tavolo e disse: «Ciao ragazzi, andiamo». Era lui il contatto.

Appena entrati in macchina si girò verso di me e mi domando se eravamo armati. Gli risposi che stavamo scappando, non andando a fare un’azione, allora si infilò una mano nello stivale e sfilò una calibro 45. In quel frangente mi sembrò la cosa più assurda del mondo.

Il passaggio del confine fu ancora più allucinante: si entrò dalla porta di casa sua in Italia e si uscì dalla finestra sul retro in Francia.

Così iniziò l’esilio. (…)

Arrivati in Francia la prima cosa che facemmo fu un brindisi: un Cordiale con tanto di etichetta della polizia. Il passo successivo fu prendere una vecchia corriera di montagna che ci avrebbe portato a Grenoble dove c’era un amico colombiano di Gommolo che ci aspettava.

Il viaggio fu splendido, tutto in alta montagna fra la neve altissima. A un certo punto vidi nitidamente dall’altra parte della vallata un gruppo di stambecchi che correva nella neve fresca. Fu un’immagine di libertà, la stessa che stavo vivendo io. Mi sentii più tranquillo, più sereno e felice, come se fosse di buon augurio.

Appena arrivati a Grenoble a casa dell’amico colombiano entrammo nel mondo sud americano. Lo tartassammo di domande sui paesi latini. Restammo tre giorni, ci vennero a trovare Clelia e M. Io sinceramente avrei preferito che fosse venuta Giulia, ma l’amico era del fratello di Clelia e si era formata una stupida guerra su chi aiutava di più il latitante. 

La mattina dopo, prestissimo, prendemmo il treno per il Lussemburgo da dove partiva il volo per Barbados. L’aereo era pieno di freakettoni e noi ci sistemammo di fianco all’unico borghese normale: un barbiere venezuelano che tornava da un mese di corso in Germania, preparatissimo sugli ultimi tagli di capelli e la nuova moda europea. 

Partimmo sotto una nevicata e un vento gelido che tagliava le ossa. Quando stavamo per atterrare era ormai notte, dall’oblò vidi una sostanza bianchissima per terra e nella mia totale ignoranza in geografia gridai: «Pasqualino, la neve!». Lui mi guardò attonito e sibilò: «Cretino, è sabbia!».


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