La formazione del gruppo di Potere operaio a Porto Marghera (1967)



Pubblichiamo un testo di Gianni Sbrogiò tratto dal libro Quando il potere è operaio, a cura di Devi Sacchetto e Gianni Sbrogiò. Una nuova edizione è in progettazione presso DeriveApprodi. In fondo all'articolo è possibile scaricare il pdf dell'opuscolo «Porto Marghera/Montedison. Estate ‘68» di Potere operaio.


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La formazione del gruppo di Potere operaio a Porto Marghera (1967)

«Il Potere Operaio – giornale politico degli operai di Porto Marghera»inizia a essere distribuito con una certa frequenza davanti alle fabbriche nel corso del ’67. Oltre ai problemi specifici della fabbrica l’intervento è centrato sulla «lotta contro il piano» e sulla «lotta generale»per contrapporre la forza autonoma operaia contro il progetto capitalistico di inserimento della classe operaia nella compartecipazione dello «sviluppo democratico». Il «Piano» è il disegno di legge del gennaio ’65 sul «Programma di sviluppo economico per il quinquennio ’65-69» detto piano Pieraccini (parlamentare Psi) che verrà votato in parlamento solo nel luglio del ’67 con il voto contrario dei comunisti, quello favorevole dei socialisti e dei parlamentari sindacalisti della Cisl e della Uil e l’astensione dei sindacalisti Cgil. In quel periodo il sindacato costituisce una vera e propria «cinghia di trasmissione» dei vari partiti. Secondo «Il Potere Operaio – giornale politico degli operai di Porto Marghera» la linea politica del «piano» consiste nel tentativo di ingabbiare la lotta operaia attraverso la responsabilizzazione e il controllo delle richieste operaie, con l’aiuto dei partiti di sinistra (la fusione del Psdi e del Psi con la nascita del Psu sposta a destra l’ex Psi) e con il controllo sindacale (l’accordo quadro tra Cgil-Cisl-Uil sposta a destra la Cgil). Potere Operaio intravede queste tendenze a cominciare dagli accordi contrattuali avvenuti nel ’66 per i 3 milioni di lavoratori e si rivolge agli operai per far ripartire le lotte su obiettivi precisi partendo dal salario.

Il gruppo usa i diversi canali organizzativi quali la C.I., i Nas (Nuclei aziendali socialisti) e le Cellule del Pci per aprire un fronte in fabbrica contro il padronatoe contro i vertici sindacali e di partito. Si sostiene che contro il «piano» ci può essere solo «lotta generale». Il salario, l’orario, le ferie sono rivendicazioni di tutta la classe operaia e pertanto, sulla loro base, lo scontro deve essere generale, operai da una parte e padronato dall’altra. Né basta mettere in campo qualche sciopero intercategoriale per lasciare sfogare la rabbia. Si chiedono forme di lotta intransigenti e articolate per incidere più a fondo possibile sugli interessi padronali, mentre si propongono obiettivi comuni basati sulle esigenze operaie di una diminuzione dell’orario di lavoro e di un incremento del livello salariale. In questa fase Potere operaio considera il Pci l’unico partito del movimento operaio italiano con un reale rapporto con la classe operaia. Un partito la cui linea, arrendevole e collaborazionista verso i padroni, non è passata tra la sua base, ma che in ogni caso impedisce la saldatura con le istanze autonome operaie. Il progetto di Potere operaio è spezzare questo programma portandoci dentro tutta la forza della lotta operaia[1].

Il 19 aprile ’67 alla Edison, la Cisl e la Uil firmano un accordo sulla nocività, abolendo l’indennità in alcuni reparti perché affermano che la nocività sarebbe stata eliminata. I risultati dell’indagine commissionata al Prof. Massimo Crepet, direttore dell’Istituto di Medicina del Lavoro di Padova, vengono emessi il 26 giugno ’67, ma già da gennaio l’azienda aveva cominciato a non pagare l’indennità di nocività ai nuovi assunti.La Cgil non firma l’accordo, ma non si oppone concretamente e il Pci tace. Potere operaio incita alla lotta e attraverso i suoi membri presenti in C.I. chiede un’assemblea generale per decidere[2]. La mancata convocazione dell’assemblea non fa demordere gli operai della San Marco che si organizzano autonomamente: il 17 agosto, dopo due scioperi del reparto, i membri di Potere operaio decidono di generalizzare la lotta a tutta la fabbrica. La Cgil rompe l’unità di vertice e il 25 agosto appoggia lo sciopero, pur non adoperandosi molto per la sua riuscita. I compagni operai di Potere operaio, aiutati dagli esterni, studenti e intellettuali, organizzano i picchetti e si riesce a far scioperare 500 operai. Il Pci comincia a prendere posizione, oltre che per linee interne, anche pubblicamente contro la linea di lotta dei compagni di Potere operaio. In un numero unico del 25 aprile del ’67, «Il Pci nelle fabbriche di Porto Marghera», sotto il titolo «A chi giova tutto questo?», si sottolinea come «Potere Operaio sia contro i lavoratori, contro il sindacato e il partito e faccia il gioco dei padroni, della Dc e del centro-sinistra» (Chinello 1996, vol. II, p. 514).

Nel febbraio ’67 Italo Sbrogiò, consigliere comunale a Venezia, membro del Comitato Federale del Pci di Venezia e del Consiglio Direttivo della Cgil, oltre che facente parte della Commissione Interna del Petrolchimico rassegna le dimissioni dal Pci contestando al partito la mancanza di democrazia e di dibattito interno, l’abbandono della lotta operaia come strumento di lotta contro la politica padronale e dichiarando che le recenti lotte contrattuali si sono chiuse sulla pelle degli operai perché deliberatamente non si è voluto andare oltre certi limiti. Il Pci nella sua foga contro gli «antipartito» espelle molti compagni, tra i quali l’avv. Emanuele Battain, F. Boscolo, Renato Darsiè, Nico Luciani e Antonio Manotti, rei di criticare la linea del partito e di appoggiare le lotte operaie.

Nel novembre del ’67 anche a livello nazionale il Pci comincia a prendere posizione contro i gruppi antipartito e invita le varie Federazioni a condurre una lotta, senza incertezze, contro tutte le attività e le manifestazioni di «frazionismo» e di «dissenso» che mettono in discussione la linea politica del partito. Coloro che non si contrappongono con fermezza o che tollerano, vengono allontanati. A Venezia tra la fine del ’67 e l’inizio del ’68, Cesco Chinello, responsabile di Federazione, «ingraiano» nell’XI Congresso del Pci (gennaio ’66), considerato troppo incline al confronto con questi gruppi antipartito, nella migliore tradizione stalinista, viene estromesso a livello comunale e «promosso» deputato alla Camera.

La scelta di Italo Sbrogiò è in controtendenza rispetto alla linea che andava configurandosi in «Classe operaia» (si veda il numero del marzo ’67) con Mario Tronti e in «Contropiano» con Massimo Cacciari che sostenevano il cosiddetto«entrismo» nel Pci. Si trattava di una strategia che portò, un anno dopo, molti studenti a entrare nel Pci, mentre i quadri operai di Porto Marghera ben si guardarono da seguire tali indicazioni.

Nel ’67 scoppia anche il movimento degli studenti universitari. La scintilla è la riforma universitaria del ministro Gui e l’aumento delle tasse. Le agitazioni partono a Pisa, Trento, Milano. A Venezia la Facoltà di Architettura viene occupata per due mesi, poi si affianca Ca’ Foscari. Queste agitazioni mettono in luce quello che poi sarà velocemente assimilato dalle avanguardie operaie: l’assemblea come centro decisionale, il conflitto continuo e l’atteggiamento antiautoritario contro qualsiasi potere. Molto presto a Venezia si passa da una lotta contro la riforma a una discussione sullo studente come forza-lavoro in formazione e sull’Università come strumento di valorizzazione del capitale. La tesi di Potere operaio è che lo studente non esiste come figura sociale, ma che deve diventare militante e quadro politico della lotta operaia più in generale. Cominciano a Marghera gli incontri teorici e pratici tra operai e studenti. Le lotte studentesche dall’Università si allargano alle scuole medie superiori come il Liceo scientifico G.B. Benedetti e il Franchetti di Mestre. Gli studenti presenziano davanti ai cancelli durante gli scioperi con la parola d’ordine:«Operai e studenti uniti nella lotta contro i padroni». Potere operaio apre una sede, che esisterà fino al 1982, in via Pasini 7,a Marghera, attrezzata di ciclostile, mezzo indispensabile e unico allora per poter produrre e diffondere i volantini. Un’autotassazione mensile sul salario per far fronte alle spese e alle diverse iniziative garantisce l’autonomia del gruppo. Montedison, dopo l’unificazione tra Montecatini ed Edison, tenta di rendere omogenee le condizioni di sfruttamento dei dipendenti dei due gruppi attraversol’«armonizzazione» dei trattamenti. Potere operaio mette in guardia che la trattativa senza la lotta porterà a un accordo-bidone e livellerà le condizioni verso il basso.



Note [1] Si veda «Potere Operaio – Giornale politico degli operai di Porto Marghera», n. 1, 1 maggio 1967. [2] Ibidem.


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