La fabbrica, dalla città al territorio




In questo testo Francesco Pardi contestualizza storicamente i temi della rivista «Quaderni del territorio» (1976-1981) alla quale recentemente DeriveApprodi ha dedicato un volume curato da Alberto Magnaghi, che della rivista fu direttore fino al suo arresto il 21 dicembre 1979 nel quadro della vicenda giudiziaria denominata «7 aprile».


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Il libro da poco uscito presso DeriveApprodi con il titolo Quaderni del territorio. Dalla città fabbrica alla città digitale. Saggi e ricerche, a cura di Alberto Magnaghi[1], si presenta come ripensamento critico di un’esperienza originale. Nel dopoguerra il mutamento del territorio nell’Italia del nordovest era stato impetuoso. Gli operai, dove era stato possibile, avevano salvato le fabbriche dalle distruzioni messe in atto dai tedeschi in fuga e i capitalisti se le erano subito riprese senza troppi ringraziamenti. Sullo slancio della ricostruzione postbellica le grandi industrie di Torino e Milano, riconosciuta l’insufficienza delle loro sedi prossime ai centri storici, avevano invaso con nuove fabbriche le periferie e le campagne. L’aureola metropolitana ne risultava ampliata a dismisura e modellata nelle sue articolazioni. Spuntavano ovunque fabbrichette e laboratori che fornivano la congerie infinita dei pezzi separati necessari all’assemblaggio dentro la fabbrica madre. L’intero contesto urbano diveniva un complesso strumento di produzione. Centinaia di migliaia di migranti dal sud erano stati richiamati da una generale richiesta di manodopera e avevano mutato la composizione di una classe operaia prima estratta solo dai territori circostanti. Con la diffusione della linea di montaggio l’antico lavoro professionale era ridotto a residuo marginale e si ampliava invece il lavoro monotono delle grandi produzioni in serie. Mentre l’operaio professionale poteva affezionarsi alla qualità tecnica del suo lavoro, il nuovo operaio-massa non aveva alcun motivo di interesse per il suo lavoro dequalificato e ripetitivo. Ritmi frenetici, rumori altissimi, rischi d’infortunio, severità, ai limiti della disciplina militare, dei capireparto avevano rapidamente educato la nuova forza lavoro e avevano generato nuovi tipi di lotte. Poiché lo sciopero costa in termini di salario perduto, venivano praticate forme più agili ed efficaci, come l’interruzione improvvisa in un solo reparto, in grado di bloccare in breve l’intera linea di produzione (gli operai inglesi che l’avevano inventato lo chiamavano «gatto selvaggio»). La lotta operaia cambiava e la fabbrica si rimodellava sulla base di ciò che la lotta aveva insegnato ai capitalisti. Prese forma in quegli anni un nuovo modo di interpretare il rapporto tra classe operaia e capitale, esercitato in particolare su due riviste di allora: «Quaderni rossi» e «Classe operaia». Il modo classico aveva sempre visto il capitale come il soggetto primario e la classe operaia nel ruolo secondario di resistenza e opposizione. Anche chi stava dalla parte operaia ammetteva il suo ruolo di classe subalterna. Ora invece proprio l’arte del nuovo conflitto di fabbrica veniva considerata come motore dell’innovazione capitalistica. Insomma: prima la classe operaia e poi il capitale. Con questa volontaria forzatura il punto di vista operaista si scrollava di dosso il peso di una subordinazione storicamente accettata ma ormai anacronistica. Era un criterio interpretativo fertile. La fabbrica rivelava il proprio doppio carattere: c’era il circuito produttivo che collegava i vari reparti, il percorso pianificato delle materie prime che divenivano prodotto finale, ma questa maglia oggettiva era animata dal flusso soggettivo delle lotte. E a partire dalla fabbrica si poteva guardare alla macchina urbana, alla rete territoriale con una nuova capacità euristica continuamente affinata dalla partecipazione alle lotte. Ma poiché ciò che veniva illustrato e studiato era una palpabile verità, l’iniziativa capitalistica conseguente ripartì proprio dalla comprensione del livello più alto delle lotte per rovesciare il rapporto di forza. Detto con la massima semplicità: troppi operai nello stesso posto erano temibili. Se le grandi fabbriche si erano trasformate da fonti di profitto in sedi generatrici di conflitto sociale, se gli operai in lotta trovavano momenti di connessione con gli studenti ampliando così la loro capacità d’influenza sulla società, allora bisognava semplicemente smantellare le grandi fabbriche e diluire le eccessive concentrazioni di forza lavoro. Tutto avvenne con una certa rapidità. La fortuna della grande fabbrica durò poco più di due decenni. Già negli anni Settanta erano iniziate le manovre d’assaggio. Nasceva la fabbrica diffusa, i cicli di produzione venivano smembrati nel territorio. Ecco, «Quaderni del territorio» è stata la rivista che dal punto di vista operaista ha seguito e studiato questo grande processo di ristrutturazione dei cicli produttivi e quindi di ridisegno delle reti territoriali funzionali al progetto. Basta vedere i titoli dei numeri. Il primo: Ristrutturazione produttiva e nuova geografia della forza lavoro, 1976. Il secondo: Stato, Regioni, conversione produttiva, 1976. Il terzo: La fabbrica nella società, 1977. Il numero doppio 4/5: Occupazione giovanile e fabbrica diffusa, 1978. Il numero sesto non uscì perché i ricercatori di allora erano anche soggetti attivi nel conflitto sociale. Il direttore Alberto Magnaghi fu arrestato nel quadro di un’operazione detta «7 aprile» che chiuse in prigione per più di tre anni i dirigenti del gruppo politico Potere operaio. A quel tempo, il garantismo (riesumato dalle profondità del diritto per proteggere i potenti coinvolti nei processi per corruzione) non c’era affatto e decine di persone furono costrette in galera per una durata oggi inconcepibile per essere poi assolte, come Magnaghi, quando alla fine il processo fu celebrato. Così solo all’uscita del direttore dal carcere, fu pubblicato nel 1981, sostitutivo del numero sesto, il volume a cura di Silvia Belforte La riconversione del terziario. L’itinerario di ricerca svolto nei «Quaderni del territorio» per seguire e interpretare processi reali di trasformazione del contesto sociale compiva una progressiva sostituzione del tema d’indagine che in corso d’opera scopriva campi di studio all’inizio forse insospettabili. L’analisi minuziosa dei cicli produttivi dentro la città fabbrica traeva linfa vitale dall’interesse rivolto alla soggettività sociale che in quelli si manifestava. Di contro lo studio della formazione (peraltro non lineare e complicata) della fabbrica diffusa poneva l’imperativo di intuire, verificare e comprendere modi, tempi e conseguenze della dissoluzione della grande fabbrica: l’apparire e il ramificarsi di nuove forme di lavoro operaio costrette alla precarietà, all’intermittenza, all’esilio temporaneo e poi sempre più prolungato in sedi occasionali, separate e sparse nel territorio; con il corredo di forme antiquate riscoperte (lavoro nero, lavoro a domicilio) rese funzionali alla modernità dei nuovi cicli. Alla temibile omogeneità dell’operaio massa concentrato in unità produttive enormi succedeva la frammentazione coatta di unità prive della possibilità di esercitare una forza collettiva. Ma questi processi di dispersione del lavoro, sempre più evidenti anche nella dilatazione del terziario, ponevano il problema di comprendere come la società mutava intorno a loro. E come mutava il territorio teatro di tutto ciò. Nei decenni successivi questo filone di studi si è sviluppato e arricchito. Intorno ad Alberto Magnaghi altri autori hanno irrobustito la ricerca. Qui, nel rapporto con la sua società, il territorio è divenuto a sua volta protagonista in sé. Emergevano i problemi ambientali, le nocività invisibili e per questo ancora più insidiose. Prendeva forza la necessità di un controllo democratico sull’ambiente. Ed era inevitabile anche il ritorno in piena luce del paesaggio con la riscoperta del valore dei luoghi e della cura che la cittadinanza consapevole può dedicare loro. Il punto di vista operaista nel farsi della ricerca diveniva a poco a poco territorialista. Anzi, questa metamorfosi può essere considerata come manifestazione non secondaria della fecondità dell’operaismo. Il volume in questione è presentato dall’introduzione del direttore Magnaghi e riunisce interventi di autori che a suo tempo collaborarono alla rivista (Sergio Bologna, Ottavio Marzocca, Giancarlo Capitani, Silvia Belforte, Pietro Laureano, Achille Flora) e di altri che sono stati i naturali interlocutori dell’esperienza (Giuseppe De Matteis, Claudio Greppi, Aldo Bonomi). Nell’impossibilità di sintetizzare qui gli interessanti contributi si invita alla lettura diretta del volume per apprezzare la varietà e l’attitudine critica e autocritica dei saggi raccolti.



Note [1] La riedizione digitale completa dei cinque numeri della rivista (1976-1978) seguiti dal (sesto numero) La riconversione del terziario (1981), è consultabile nel sito di «Machina», www.machina-deriveapprodi.com, sezione «archivi». Essa accompagna la stampa cartacea di Quaderni del territorio. Dalla città fabbrica alla città digitale. Saggi e ricerche (1976-1981), con i testi di: Alberto Magnaghi, Sergio Bologna, Ottavio Marzocca, Giancarlo Capitani, Silvia Belforte, Pietro Laureano, Achille Flora, Giuseppe Dematteis, Claudio Greppi, Aldo Bonomi.


Immagine: S.B.


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Francesco Pardi è stato professore di Urbanistica alla Facoltà di Architettura di Firenze.