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La Cina di Xi Jinping. O il contrario?


Immagine: Guo Jian, Trigger Happy III, 2000


Prima Mao Tse Tung, dopo Deng Xiaoping, ora Xi Jinping. Tre figure che, tenuto conto delle debite e notevoli differenze, hanno guidato e cambiato a loro modo la Cina.

È proprio l'attuale Presidente il protagonista dell'articolo odierno di Romeo Orlandi che spiega con perizia le direttive seguite da Xi nella sua azione di governo: mettere in discussione il modello economico basato sull'ossessione per la crescita; attaccare le posizioni di rendita che si annidavano nel partito, nelle aziende di stato, nel governo; avocare alla sua segreteria tutti gli aspetti della sicurezza del paese.


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Lo scorso ottobre Xi Jinping ha sconfitto i suoi oppositori – anche quelli che applaudono all'unanimità formale – con la sua conferma a Segretario G­enerale del Partito comunista cinese. Le altre due cariche – Presidente della Repubblica e Capo della Commissione Militare – gli sono giunte a breve distanza. Nessuno, nella Cina dopo la sua apertura mezzo secolo fa, ha accumulato tanto potere, senza limite alla scadenza degli incarichi. La novità impone un interrogativo cruciale: Xi Jinping sta guidando la Cina, fino a cambiarla, oppure il paese ha bisogno di un uomo forte e lui rappresenta la migliore soluzione? La risposta ovviamente è complessa e pesca delle verità in entrambe le soluzioni avanzate. Tuttavia gli osservatori internazionali – anche tra i più avvertiti – hanno largamente evidenziato la prima ipotesi. Probabilmente l'impatto mediatico impone scorciatoie analitiche o titoli eccessivamente sintetici, dove prevale la personalizzazione: Xi Presidente a vita, uomo solo al comando, onnipotente come Mao. Tutto vero, seppure incompleto. È probabilmente utile iniziare a capire partendo da Pechino.

  Deng Xiaoping – l'architetto della Cina dei record – aveva a cuore l'ordinata transizione politica, la regolarità della crescita, il controllo sociale. Gli anni tumultuosi della Rivoluzione culturale, le lotte di potere tra le diverse fazioni, l'esasperazione ideologica della Banda dei Quattro si ergevano contro l'obiettivo principale perseguito da Deng: la crescita nella stabilità. Dopo la repressione di Tienanmen del 1989, il passaggio tra i successivi quattro Segretari è stato pacifico e concordato. Per questo è stato imposto – costituzionalmente e nella prassi – il limite di due mandati.  La sua abolizione e la successiva conferma di Xi sono effettivamente dirompenti. Inoltre, si assiste in Cina a una omologazione delle posizioni che fa ripensare al culto della personalità, una pratica sbiadita negli ultimi lustri. Oggi la Cina parla con una voce sola, quella del suo nuovo Timoniere.

  Se tutto questo è innegabile, l'analisi va tuttavia completata osservando la Cina nella sua complessità, cogliendone le dinamiche e i punti critici. Il paese che Xi eredita nel 2012 è all'acme della sua crescita economica, spesso imperniata sulle due cifre annue del Pil. Evidentemente ha funzionato ancora bene l'onda lunga delle riforme: fiato all'iniziativa privata, attrazione degli investimenti esteri, basso profilo nella scena internazionale, continuità come bene supremo. Come sempre, dietro il punto di massimo sviluppo si nascondeva la flessione. Per evitarla, sarebbe opportuno migliorare l'assetto produttivo, sofisticandolo con i settori di punta. Ma c'è chi resiste perché la Cina dei record quantitativi – sterminato opificio di cemento, acciaio, tessile, calzature – è dura a morire. Le resistenze sono molte, dai conservatori all'interno del Pcc a chi ha tratto vantaggio dalle vecchie abitudini (e spesso sono le stesse persone). Il compito è titanico, solo chi ha pieni poteri può riuscirci.

La reductio ad unum di tante contraddizioni risiede a Zhong Nanhai, il complesso adiacente la Città Proibita dove operano i componenti dell'Ufficio politico e il Segretario del Partito. Xi Jinping incarna la Cina, la rappresenta, la dirige. Il suo volto è diventato sovrapponibile a quello del suo paese. La sua carriera si sgrana secondo il lessico della Terza internazionale. Eletto come membro permanente del Politburo al 17^ Congresso, viene eletto Segretario nell'assise successiva. Xi ha inizialmente sconfitto o blandito i suoi oppositori e poi ha modellato il partito mantenendone un controllo ferreo. Appena eletto ha avviato tre rigide direttive.

La prima è stata mettere in discussione il modello economico. Ha avuto il coraggio di cambiare il ruolo della Cina, non più opificio mondiale per le multinazionali e per i consumatori di tutto il mondo. Il paese doveva uscire dall'ossessione della crescita, diventando insensibile a nuovi record quantitativi. Una nazione moderna – diventata potente – ha il compito di affrancarsi da lavorazioni ad alta intensità di manodopera, dipendenti dal ciclo dell'economia mondiale. A costo di ridurre le percentuali di crescita, deve sofisticare il suo impianto produttivo, lanciandosi verso settori ad alto valore aggiunto. Questa operazione rinnega un passato glorioso, una culla di certezze, e soprattutto attacca le posizioni di rendita che si annidavano nel partito, nelle aziende di stato, nel governo. Per reciderle, la lotta alla corruzione si è rivelata inoltre l'arma più efficace. Sono stati aperti i dossier più scottanti e pericolosi. Le resistenze – misurate in più di un milione di quadri, dirigenti, amministratori – sono state epurate, imprigionate. Le misure più dure sono iniziali, poi ognuno sa dove si dirige il vento.

  Il Segretario del partito ha infine avocato alla sua segreteria tutti gli aspetti della sicurezza del paese. I servizi e i corpi speciali riportano direttamente ai suoi uomini più fidati. L'esecutivo ne risulta depauperato, impegnato nella gestione politica e amministrativa, ma non responsabile di direttive strategiche e cogenti. Tutti questi obiettivi sono stati sostanzialmente raggiunti. L'opacità dei meccanismi cinesi non consente facili previsioni, ma tutto lascia ritenere che il timone rimarrà ancora saldamente in mano a Xi. Un uomo solo è dunque al comando della Cina: potente, temuto, autorevole, autoritario. La sua affermazione deriva dalla biografia, dalla sua analisi, dalle necessità della Cina. Questi fattori sono legati tra loro in una osmosi inestricabile, causa ed effetto, origine e visione.

  Xi Jinping è nato a Pechino nel giugno del 1953. Suo padre è Xi Zhongxun, uno dei padri della Repubblica popolare cinese, sempre fedele alla linea del Pcc, del quale diventa anche responsabile della propaganda. Cadde in disgrazia durante la Rivoluzione culturale, quando le sue posizioni sensibili allo sviluppo economico confliggevano con un fanatismo politico che non lasciava spazio a tentazioni individualiste. Venne rimosso, umiliato pubblicamente, trasferito ad incarichi modesti prima di una tardiva riabilitazione. Seguì la sorte di tanti suoi compagni anziani e valorosi. Suo figlio ne venne coinvolto, in uno dei periodi, a cavallo degli anni ʼ60 e ʼ70, più oscuri della sua biografia. Le cronache lo ricordano impregnato di furore rivoluzionario, nella zona grigia tra la fedeltà familiare e l'entusiasmo giovanile. Visse in una caverna, scappò di casa, visse di stenti in città. Soltanto dopo molti tentativi fu ammesso nei ranghi del partito. Riuscì a laurearsi in ingegneria, un viatico alla carriera politica nella quale entrò dalla porta principale. Lo aiutò certamente il prestigio del padre, come tutti i princeling, i principi ereditari che discendono da lignaggi famosi. Tuttavia, la spinta più grande venne dalle sue qualità: acume, intelligenza politica, freddezza, ambizione. Prese una seconda laurea in ideologia e iniziò il cursus honorum di dirigente di partito, con incarichi territoriali sempre più importanti, ai quali rispose con risultati eccellenti. Non ha mai cambiato la doppia deferenza per Mao e Deng. Al primo deve il riscatto del paese dopo il secolo delle umiliazioni, al secondo il consolidamento, i successi del pragmatismo, la forza del paese che ha ereditato. Totalmente convinto della svolta economica alla fine degli anni ʼ70, ha inteso gestirla fino al pieno controllo. Sa bene che un'apertura eccessiva sarebbe esiziale, ma anche un ritorno all'autarchia provocherebbe retrocessioni inammissibili. Deve calibrare un'esposizione diversa, in un quadro di rinnovate tensioni. Ritiene che il binomio crescita-stabilità risulti inscindibile, ma la seconda sia più preziosa. Si illude chi pensa che la Cina possa avventurarsi verso riforme istituzionali, per raggiungere altri sistemi politici. Il ruolo del partito è irrinunciabile, la sua disciplina fuori discussione, le contaminazioni pericolose. Xi è l'uomo più adatto per perseguire questa politica.

  Il suo sogno cinese del ringiovanimento della nazione ha già doppiato la prima scadenza: nel 2021, centenario della fondazione del Pcc, la Cina è già affermata come una nazione di media prosperità, forte e rispettata. Nel 2049, 100 anni dopo la sua proclamazione, la Rpc intende diventare una potenza mondiale, temuta e inattaccabile. Deve cioè ritrovare il suo posto nella storia. Per il Pcc non è il tempo di riforme o di aperture; è in gioco la sua sopravvivenza stessa; il suo destino coincide con quello del paese. La sfida è decisiva: ripulire l'organizzazione senza farla crollare, intervenire con il bisturi e non con palliativi, estirpare le parti difettose mentre la macchina è in moto. In queste circostanze drammatiche emerge la personalità di Xi. Quando gli viene consegnato il paese, accetta volentieri, con l'ambizione di pensare che il suo polso fermo non sia una scelta ma una necessità.

  Nel versante internazionale le novità appaiono ancora più eclatanti. Per quattro decenni hanno prevalso le raccomandazioni di Deng di concentrarsi sulla moderazione e la responsabilità. Ora Pechino ha lanciato una politica più assertiva perché vuole riscuotere i dividendi politici dei suoi successi economici. Non sarà ovviamente un'impresa facile, lo testimoniano le cronache sempre più preoccupanti di questo periodo. Non sorprende dunque ci sia bisogno di un uomo forte che rappresenti la nazione, che tranquillizzi e controlli i suoi cittadini, che consegni alla storia la Cina remissiva, ma che non la conduca in avventure esiziali per la stabilità mondiale.

  La rielezione al XX Congresso è dunque la conclusione logica e attesa di questo processo. In questo quadro la Cina richiede una direzione con fondamenta ideologiche, capacità tattiche, visione strategica. Ha bisogno di unità, obbedienza, centralizzazione del comando. Xi Jinping sembra la soluzione migliore, approdo inevitabile per una rotta che lui ha contribuito a indicare. La sua fedeltà alla nazione cinese è granitica. I suoi biografi la ricordano in una dichiarazione del 2009, quando era ancora Vice Presidente durante una missione in Messico: «Il più grande contributo della Cina all'umanità è evitare la carestia a 1,3 miliardi di persone…Ci sono alcuni stranieri annoiati, con gli stomaci pieni, che non trovano niente di meglio da fare che accusarci. Per prima cosa, la Cina non esporta la rivoluzione; inoltre, non diffonde fame e miseria; infine non interviene causandovi mal di testa. Cos'altro dobbiamo dire?». A distanza di quindici anni, Xi ha certamente compreso che il suo paese può creare emicranie diffuse anche semplicemente continuando a crescere. Non ha tuttavia cambiato idea: i disagi altrui continuano a rimanere un effetto collaterale. L'eredità di Deng Xiaoping gli ricorda che quando si aprono le finestre per cambiare aria, è inevitabile entrino i moscerini.

 

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Romeo Orlandi è presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari. Per l’Istituto Nazionale per il Commercio Estero ha lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Relatore a conferenze internazionali, è autore di numerosi libri e pubblicazioni sull’Asia. È stato Special Ambassador per la candidatura di Roma per l’Expo 2030.

 

 

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