La casa d’El-Mouradia’

Tifoserie e mobilitazioni sociali nell’Algeria contemporanea





Il rapporto tra calcio contemporaneo, soprattutto nella forma del tifo organizzato e movimenti sociali nel Nord-africa contemporaneo ha assunto caratteristiche di particolare dinamismo, e le tifoserie hanno rappresentato spesso uno spazio sociale privilegiato per la declinazione e e l’espressione di istanze di dissenso più ampie nei confronti degli assetti politici dominanti. L’esperienza algerina in questo senso è significativa, a fronte del ruolo identitario che esso ha assunto fin dalla sua introduzione nel paese da parte del potere coloniale francese, nonché di legittimazione culturale dello stato indipendente dopo 1962. Malgrado i fenomeni di capitalizzazione del valore sociale del calcio e di controllo della sua articolazione da parte dello stato, le tifoserie hanno mantenuto in molti casi una forte indipendenza, confermandosi nel tempo luogo di catalizzatore di conflitti sociali e politici. L’articolo affronta la questione concentrandosi su alcuni aspetti simbolici e pratici del coinvolgimento delle tifoserie algerine nelle recenti proteste legate a Hirak, il movimento che dal 22 febbraio 2019 sostiene il cambiamento socio-politico e istituzionale nel paese.


Valentina Fedele è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria. Si occupa di appartenenze e soggettività nella diaspora musulmana e di movimenti sociali e culturali nell’Algeria contemporanea. Tra le recenti pubblicazioni: «Performing Algerian Islam in Bouteflika’s policies: Reflections from the nationalization of Sufi zawiya» in B. Batuman (ed.), Cities and Islamisms On the Politics and Production of the Built Environment, Routledge, London (2020); «La canzone popolare contemporanea algerina e il tema dell’esilio», in Mancini, B., Stranges, M., Vingelli, G. (a cura di) Migrazioni. Percorsi interdisciplinari, Mimesis, Milano.


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I cambiamenti che nel calcio contemporaneo riguardano le tifoserie organizzate evidenziano la moltiplicazione delle forme di attivismo delle stesse: come sottolinea Numerato (2018, p. 5) «Football fan activists represent riflexive citizens in the age of late modernity; they are confronted with the consequences that the development of modern football have provoked and are increasingly about the political, social and cultural aspects of football and its potential development». L’azione concomitante dei processi di riflessivizzazione e politicizzazione determina, in questo senso, pratiche, atteggiamenti e mobilitazioni, che riguardano, però, non solo la governance del calcio, ampiamente intesa (Webber 2015), ma questioni sociali, culturali, politiche ed economiche più ampie, dall’ambiente alla giustizia sociale, dal razzismo alla solidarietà transnazionale, articolate in modo eterogeneo, a riprendere o contrastare le dinamiche che si riproducono nella società circostante (Cleland e Cashmore 2016, Hodges 2018, Meier 2020, Spaaij, Magee e Jeanes 2014).

Nel Nord-Africa contemporaneo, il rapporto tra calcio, in generale, e società è stato particolarmente dinamico, laddove il primo, introdotto durante il colonialismo, è stato spesso uno spazio al contempo di legittimazione e delegittimazione del potere, sostenendo forme di elaborazione ed espressione del dissenso, sia prima che dopo l’indipendenza (Raab 2012). Negli spazi sociali di quelli che Sharabi (1998) definisce stati post-patriarcali, infatti, la mancanza di canali per l’espressione politica ha nel tempo reso il tifo organizzato uno dei pochi luoghi possibili di mobilitazione e incontro, soprattutto per i più giovani della società schiacciati dal potere esercitato nella sfera privata dai padri e nella sfera pubblica dai vecchi leader di regime, che trovano nelle tifoserie, un’arma dei deboli (Scott 1985), la possibilità di azione sociale, di sperimentazione, di autonomia, di partecipazione attiva e di strada che manca in altri contesti (Tuastad 2014). È per questo che, nonostante la globalizzazione del calcio nord-africano, gli stadi possono essere considerati tuttora uno spazio di osservazione privilegiato delle dinamiche e dei mutamenti in corso, rappresentando plasticamente il contrasto simbolico e fisico con le istituzioni politiche dominanti, ma anche le identità e le appartenenze di quella parte della società che spesso ne subisce il dominio. Attraverso il tifo organizzato e nello spazio performativo dello stadio queste hanno la possibilità di narrarsi in modo autonomo – con bandiere, canti, coreografie – sottraendosi a quelle retoriche definitorie di legittimazione tradizionale che spesso sorreggono la persistenza delle istituzioni governative.


Tali processi connotano in modo peculiare la storia delle tifoserie algerine, laddove la formazione stessa di club calcistici locali – primo fra tutti il Mouloudia Club di Algeri (MCA) fondato nel 1921 – è avvenuta in aperto contrasto con i poteri coloniali, che esclusero i nazionali algerini dalla pratica del calcio fino agli anni ’50, quando, sostenuto dalla retorica della riconciliazione nazionale, l’accresciuto interesse economico intorno alle competizioni, nonché la loro moltiplicazione quantitativa e diversificazione qualitativa, era cominciato il reclutamento dei giocatori locali. La nascita, la persistenza e la proliferazione di club di calcio locali e la loro popolarità, li trasforma in luoghi di resistenza e mobilitazione politica e in una delle armi di propaganda nella strategia di liberazione del Front de Libération Nationale (FLN), che utilizza il calcio come strumento di legittimazione nazionale ed internazionale. Nel 1958, il FLN quando i professionisti algerini impegnati in Francia, furono ufficialmente chiamati a rientrare per giocare nella formazione del Fronte, in una serie di incontri con squadre di paesi individuati come possibili alleati della futura Algeria indipendente (tra cui Unio­ne Sovietica, Cina, Vietnam del Nord), nonostante le pressioni che le autorità francesi esercitarono sulle autorità sportive internazionali, affinché prendessero provvedimenti a riguardo (Amara e Henry 2004).

Riconoscendone il valore, sia nel progetto di costruzione identitaria dello stato nazione, che nell’acquisizione di visibilità internazionale, il governo algerino cercò, dopo il 1962, di mantenere il controllo sullo spazio del calcio e dello sport in generale. Nonostante l’enfatizzazione degli avvenimenti calcistici, come mezzo di mobilitazione politica e di costruzione di una coscienza collettiva, però, il mondo delle tifoserie algerine continuò a essere uno spazio di resistenza alle istituzioni governative, soprattutto a partire dagli anni ’80, quando il progetto politico-economico nazionale comin­ciò a mostrare le sue debolezze e cominciarono ad emergere nella sfera pubblica identità che sfidavano il progetto di omogeneizzazione socio-culturale del Fronte – come durante la cosiddetta Primavera Berbera del 1980 – e istanze di quella parte della società che dal progetto era rimasta esclusa – come nelle rivolte giovanili del 1988. In tal senso e in continuità con i governi precedenti, il presidente Abdelaziz Bouteflika, eletto nel 1999, incluse lo sport in generale e il calcio in particolare all’interno del programma di pacificazione nazionale e di ri-costruzione socio-culturale e di legittimazione politica del paese e del governo dopo il waqt al-hirab, il decennio del terrorismo, valorizzando soprattutto le prestazioni calcistiche a livello internazionale, come la prestazione dell’Algeria ai Campionati Mondiali del 2014.


Le potenzialità simboliche e organizzative del tifo organizzato, nonché il suo ruolo di catalizzatore dei conflitti sociali e politici algerini esplode palesemente durante le mobilitazioni di Hirak (il movimento). Le proteste, scoppiate il 22 febbraio 2019, dopo l’annuncio della candidatura per un quinto mandato dell’ultraottantenne e malato Bouteflika, sono proseguite in tutto il paese, ogni settimana – segnatamente il venerdì e il martedì – e ben oltre le dimissioni del presidente avvenute il 2 aprile 2019, accompagnando, in dicembre le contestate elezioni dell’attuale presidente Abdelmajid Tebboune, continuando a scendere in piazza e chiedere diritti economici, politici, sociali e culturali e a denunciare l’oppressione del governo, fino al bando sulle manifestazioni pubbliche emanato il 17 marzo del 2020, a fronte del diffondersi dei casi di COVID-19 nel Paese. Se la pandemia è stata, secondo molti osservatori e attivisti, utilizzata dal governo per cercare di fiaccare il movimento, attraverso anche arresti arbitrari, Hirak ha continuato a operare sul territorio attraverso reti di solidarietà sociale, spostando la protesta sul web e sui social, attraverso cui ha articolato nuove forme di partecipazione politica, come la neonata esperienza di confronto nida22.

Durante l’anno delle proteste, il rapporto tra le tifoserie e le mobilitazioni è stato di fatto osmotico dal punto di vista organizzativo, di pratiche, e culturale, di significati e significanti, mutuati nel loro valore simbolico ed esperienziale. Il calcio ha in qualche modo anticipato gli eventi politici, già nel 2018, quando le proteste dei tifosi – motivate anche dal suo scarso rendimento – hanno costretto ad abbandonare la guida della nazionale Rabah Madjer, allenatore nominato dalla cerchia del Presidente, sostituito poi con Djamel Belmadi. Le tifoserie sono state investite dall’appello alla mobilitazione, come già avvenuto in precedenza, soprattutto durante la stagione delle cosiddette «Primavere Arabe».Capitalizzando l’esperienza maturata di confronto con le forze dell’ordine, gli stadi sono diventati il luogo intorno al quale organizzare lo scontro, intorno a eventi calcistici nazionali e internazionali, ma anche lo spazio di creazione di legami tra gruppi storicamente rivali, sia a livello locale, che regionale, in nome di un comune progetto di liberazione e di una nuova solidarietà sociale.

Nello stesso tempo, il tifo ha fornito il linguaggio e i simboli alle proteste, ha catalizzato messaggi e istanze della popolazione nei cori e soprattutto nei canti. Questi ultimi negli ultimi 15 anni hanno rappresentato nel panorama musicale algerino e soprattutto della musica di protesta, quasi un genere a sé stante. Il Mca ha un suo gruppo, Torino, che nel 2019 ha lanciato su youtube am Saïd («Buon anno»), critica del sistema giudiziario e del ruolo che in esso svolgeva Saïd Bouteflika, fratello del Presidente, ma i cori più famosi sono quelli degli Ouled El-Bahdja (Figli della radiosa – Algeri), i tifosi Usma (Union Sportive de la Médina de Algier) che nel 2018 pubblicano, tra le altre, due canzoni di denuncia: Quilouna («Lasciaci in pace»), contro la corruzione degli apparati statali e Babor ellouh («Barca di legno»), che tratta il tema della migrazione giovanile e degli harraga, ripreso spesso nelle piazze, nelle bandiere e nei poster dei manifestanti.

Anticipando i motivi delle proteste, i canti delle tifoserie algerine si sono trasferiti nelle strade, in un amalgama di modi e linguaggi, di temi e identificazioni. Così, il 14 marzo, il governo decide di far giocare nonostante le proteste a porte aperte il derby di Algeri tra Mca e Usma, una mossa accolta dai manifestanti come un tentativo paternalistico da un lato di spostare l’attenzione su un evento molto sentito nella capitale, dall’altro di riportare la protesta e la mobilitazione nello stadio. I tifosi dell’Mca boicottano il match, mentre i tifosi dell’Usma dichiarano lo sciopero del tifo, riservando canti di protesta all’ingesso dei giocatori e alla fine della partita (terminata 3-2 in favore dell’Mca). Il giorno dopo, l’occupazione delle strade e delle piazze viene accompagnata da quella che sarebbe diventata una delle colonne sonore di Hirak, la canzone degli Ouled el-Badja, La casa d’El-Mouradia (luogo dove si trova il palazzo presidenziale ad Algeri). Composta anch’essa nel 2018, il titolo richiama la serie televisiva Netflix «La Casa di Carta», riferimento simbolico di molti movimenti internazionali di protesta anti-sistemici e anti-governativi, dalla Nigeria, all’Iraq, alla Spagna, dove le maschere di Dalì e le tute rosse sono apparse nei luoghi del dissenso. Nel narrare la disperazione dei giovani algerini ripercorre la storia dei mandati di Bouteflika e problematizza la possibilità di un possibile quinto governo, quello il cui annuncio ha dato origine alle proteste:


«il primo mandato, diciamo che è passato,

Ci hanno conquistato con [la scusa] del decennio [nero]

Nella seconda, la storia è diventata La Casa d’ El-Mouradia

Nel terzo, il paese si è impoverito Per colpa agli interessi personali

Nel quarto, il pupazzo [Bouteflika] è morto e la questione è ancora attuale […]

Il quinto [mandato] seguirà tra di loro l’affare è concluso

E il passato è archiviato e [così] la voce della libertà

La nostra soluzione è la parola, in privato così non sanno che fare»


Con l’aggiunta, di un verso, dopo il 22 Febbraio:


«Ci conosceranno, quando [la parola] irromperà»


La Casa d’El Mouradia: https://youtu.be/xEisebu1dN0


Bibliografia

M. Amara – I. Henry, Between globalization and local ‘Modernity’: The diffusion and modernization of football inAlgeria, «Soccer & Society», Vol. 5, n. 1, 2004.

J. Cleland – E. Cashmore, Football fans’ views of racism in British football, «International Review for the Sociology of Sport», vol. 51, n. 1, 2016.

A. Hodges, Fan activism, protest and politics: Ultras in post-socialist Croatia, Routledge, New York 2018.

E. Meier, The development of women’s soccer: Legacies, participation, and popularity in Germany, Routledge, New York 2020.

D. Numerato, Football fans, Activism and Social Change. Routledge, New York 2018.

A. Raab, Soccer in the Middle East: an introduction, «Soccer & Society», Vol. 13, n. 5-6, 2012.

J. Scott, Weapons of the Weak. Yale University Press, Yale 1985.

H. Sharabi, Neopatriarchy: A Theory of Distorted Change in the Arab World, Oxford University Press, New York 1988.

R. Spaaij – J. Magee – R. Jeanes, Sport and social exclusion in global society, Routledge, New York 2014.

D. Tuastad, From football riot to revolution. The political role of football in the Arab world, «Soccer & Society», Vol. 15, n.3, 2014.

D. M. Webber, Playing on the break’: Karl Polanyi and the double-movement ‘Against Modern Football’, «International Review for the Sociology of Sport», vol.52, n.7, 2015.