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L’orientalismo democratico

Il mago del Cremlino - Le origini di Putin di Olivier Assayas

 

still da film
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«2001» è la nuova sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.

Oggi Gigi Roggero ci parla de Il mago del Cremlino - Le origini di Putin, regia di Olivier Assayas.


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Fine secolo: Boris Eltsin ubriaco fradicio viene irriso da Bill Clinton davanti agli occhi del mondo. La macchietta del russo sciocco e gonfio di vodka è esibita come scalpo dai vincitori per umiliare i vinti. Quella che era una superpotenza è ridotta a un meme ante litteram.

Non serve Dostoevskij per capire la pericolosità del rancore accumulato dagli umiliati e offesi. È un pregio del best seller di Giuliano da Empoli, Il mago del Cremlino, averne fatto un fulcro per comprendere l’ascesa di Putin. Ben poco di questa chiave interpretativa troviamo nella sua traduzione cinematografica (regia di Olivier Assayas). Il rancore diventa qui un fatto personale, non si va oltre la banalità della psicologia individuale: lo zar è un uomo assetato di potere, come lo era Stalin, come lo è qualsiasi dittatore. È la notte in cui tutte le vacche sono nere.

A dominare la scena del film sono i luoghi comuni dello sguardo orientalista: la storia dell’Unione Sovietica è risolta nella mera noia burocratica, i vertici sono onnipotenti nell’esercizio della «violenza asiatica», il popolo è assente. Putin è un genio del male, il potere è invincibile: come tutte le riedizioni di 1984, è una storia che attribuisce ai vincitori il dono dell’infallibilità. Non è difficile immaginare il sorriso compiaciuto del tiranno russo.

A ciò si aggiunge, nel film, una non troppo velata nostalgia per l’esuberanza dei primi anni Novanta, un periodo di libertà sfrenata e di capitalismo selvaggio a cui non è stato dato il tempo di svilupparsi. Se gli oligarchi fossero diventati dei bravi capitalisti occidentali, avrebbe finalmente trionfato la libertà del capitale. Certo, dopo gli «Epstein files» è difficile fare l’apologia dei buoni; meglio fare aleggiare il semplice fantasma della teologia democratica, dal cui pulpito i cattivi sono sempre gli stessi.

Insomma, diffidate dei film che vi rassicurano nelle vostre convinzioni, perché l’emergenza del pensiero si produce nell’urticante inquietudine dello spiazzamento.


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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.


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