L’expertise critica: ripensare il nesso tra scienza ed utopia


Sergio Bianchi, Flash, 2016


In un mondo ideale l’expertise è uno strumento con cui si cerca di informare le decisioni politiche attraverso la conoscenza. Nel mondo reale però spesso diventa uno strumento che viene usato ex-post per dare maggiore autorità ad interessi e decisioni costituite a priori da gruppi dominanti. È diventato urgente ripensare un’expertise critica che da mera denuncia si trasformi nell’elaborazione di strumenti reali, capaci di entrare nelle grandi controversie scientifiche e politiche contemporanee.

Dagli impatti locali di progetti di grandi opere a grandi temi globali come il cambiamento climatico, o all’attuale pandemia, viviamo oggi in mezzo a controversie tecnico-scientifiche dove gli esperti sono costantemente chiamati fuori dalle loro torri d’avorio o dai loro studi professionali per discutere problemi della polis, che sia in arene istituzionali, nelle varie conferenze dei servizi, sui media o in commissioni parlamentari. Discorsi politici e discorsi scientifici si confondono ma, nonostante i saperi esperti siano prerequisito di ogni discorso sulla realtà, si assiste in molti casi ad una feticizzazione dell’expertise, ad un senso ed uso comune per cui un modello scientifico è più legittimo se ha parvenza di neutralità ed oggettività, quasi fosse dotato di vita propria, non determinato da valori e aspirazioni sul mondo.

La pandemia non ha fatto altro che mettere in chiaro tanto la necessità di ripensare il rapporto tra expertise e politica, quanto il corto-circuito tra gli esperti e la politica. Ripensare in senso democratico l’expertise dovrebbe essere uno dei punti fondamentali in particolar modo delle forze politiche che si pongono come obiettivo la trasformazione in senso progressivo del mondo, ovvero che preveda la riduzione delle disuguaglianze sociali, l’estensione della partecipazione democratica, la lotta al degrado ambientale, al razzismo e ad ogni forma di violenza sui diritti fondamentali.

Per una nuova cultura dell’expertise serve una nuova concezione degli strumenti, delle figure della conoscenza, così come delle nuove forme di relazione tra gli esperti e i soggetti a cui questo uso critico dell’expertise in ultima istanza serve.

La congiuntura attuale ci mostra invece una polarizzazione fuorviante. Vediamo fronteggiarsi da un lato una forma feticizzata di Scienza con la S maiuscola, elemento puro ed immacolato con cui la Verità dovrebbe giungere ad un pubblico – si presume ignorante – attraverso Scienziati la cui autorità esperta non è mai chiaramente definita. Dall’altra, si assiste al sorgere del complottismo e di teorie cospirative con cui larghe fasce della popolazione esprimono un radicale rifiuto di tutto ciò che sia autorità scientifica o esperta, come proiezione di una sfiducia e sospetto verso le élite politiche. È questa una forma altrettanto pericolosa e regressiva, perché non riconoscendo i meccanismi reali di produzione e riproduzione del potere (così come del sapere), rifugge la realtà lasciando invariato l’assetto dominante.


Chi si ispira a culture democratiche di sinistra non può tuttavia abbandonare facilmente la questione, non può vagamente definirsi «con la Scienza» o «contro i suoi nemici». Deve tornare ad interrogarsi sulle condizioni sociali e materiali in cui la pratica scientifica si esercita, dalle teorie alle sue applicazioni, sino a chi trae beneficio dai suoi risultati. Questo significa capire in primis perché i finanziamenti privati alla ricerca scientifica siano il doppio di quelli pubblici, ad esempio in un Paese leader come gli Stati Uniti. È questo l’effetto di un senso comune politico per cui il pubblico debba ritirarsi da tale ruolo e cedere quote di spazio sempre maggiore alle multinazionali private che assumono così sempre maggiore centralità politica, relegando la sfera pubblica democratica ad un ruolo ancillare o marginale, quando non di servizio o subordinazione alle stesse multinazionali.

Per contribuire ad una expertise democratica, non basta esprimere una critica agli attuali processi di produzione della conoscenza, ma bisogna iniziare ad immaginare in che modo l’expertise possa diventare uno strumento critico reale.

Si può trarre una lezione importante da diversi campi in cui expertise ed attivismo si sono integrati a vicenda. La stessa idea di «utopia reale» è un concetto operativo importante, che affondando le radici nel marxismo analitico maturo di Erik Olin Wright, non si sofferma ad immaginare mondi ideali, ma produce quella che Gramsci rileggendo Machiavelli chiamava «fantasie concrete», ovvero strumenti operativi reali, come forme di produzione cooperativa, welfare comunitario, le varie esperienze di participatory budgeting o di reddito di base incondizionato. Esperienze che nascono non solo dalla critica alle attuali storture del neoliberismo ma dalla sperimentazione di istituzioni che necessariamente incontrano nella realtà ostacoli, limitazioni, spesso frutto non solo della loro difficoltà ad autosostenersi o divenire istituzione, ma anche perché appunto vengono combattute dalla resistenza organizzata di chi gode dei privilegi dello stato esistente di cose ed è nemico di tali pratiche di emancipazione.

L’expertise deve ritornare ad essere un concetto ed una pratica di cui i movimenti progressisti devono servirsi per poter evitare la duplice deriva del feticismo scientista, determinata dal gap di consapevolezza politica di molti scienziati – che scambiano la scienza idealmente intesa con quella realmente praticata – o dai deliri di onnipotenza di altri che dovrebbero decidere su cose pubbliche «in quanto esperti».


Un certo scientismo paternalista ed in fondo antidemocratico porta invece la maggior parte dei cittadini che vivono o subiscono gli sconvolgimenti legati agli attuali assetti di potere a rifiutare in toto la scienza e quindi a ritirarsi in un pensiero cospirazionista, che è in parte figlio di un ritiro nel privato e dall’individualizzazione che portano a vedersi soli contro tutti, radicalizzando così lo scetticismo verso la politica e la paura verso la società. Tutte tendenze che certi usi strumentali dei social media portano ad esasperare.

Nel momento in cui la destra ha saputo colonizzare i social media ricorrendo senza grandi dilemmi etici al diffondersi di fake news e teorie del complotto, una parte del mondo della scienza ha reagito irrigidendo le proprie posizioni, cercando di restringere i confini tra ciò che è legittimo ed illeggittimo, tra chi è autorizzato a parlare e chi no. Ma lo ha fatto sbagliando ad identificare il fenomeno, nella maggior parte dei casi. Eppure scienza e democrazia sono oggetto di riflessione da sempre. Già la stagione dei movimenti sociali del post-Sessantotto aveva proposto con forza il tema dell’autoriflessione critica sulla politica della scienza e della tecnologia, sulla loro natura di strumento degli oligopoli capitalistici, e sul complesso militare-industriale, capace di dominare le linee di ricerca, di colonizzare aree sempre più estese di forme di vita, di natura, di riproduzione sociale e culturale.

In tal modo, vari cicli culturali e politici hanno rinnovato il rapporto tra l’expertise e la critica votata all’emancipazione che si è concretizzato con il diffondersi in seno ai movimenti ecologisti degli Eco-istituti e i centri di ricerca per le tecnologie alternative, con i gruppi omogenei di operai e scienziati nelle fabbriche e sui luoghi di lavoro, con i gruppi per il software libero sorti in seno agli informatici comunitaristi e libertari del movimento hacker, o con le proposte di reddito di base elaborate da reti di attivisti e scienziati sociali poi costituitisi nel Basic Income Earth Network.

Sono queste esperienze collettive dove saperi tecnici e critici si fondono, danno vita a strumenti e progetti reali che si legano a pratiche di trasformazione ed emancipazione collettiva. Tutto il contrario rispetto all’ideologia della neutralità tecnocratica di chi sostiene che «There Is No Alternative», e che il mondo nel quale le priorità politiche sono dettate da imprese multinazionali sia l’unico mondo possibile.

Questa battaglia può solo combattersi con nuove forme di impegno scientifico e politico, ricostruendo un legame diverso tra la critica e la scienza, andando a progettare mondi nuovi senza dimenticare l’analisi delle contraddizioni reali in cui incorrono, per ragioni interne o esterne. Cioè mettendo l’utopia a servizio della tecnica e la scienza per immaginare mondi, e mettendo la scienza e la tecnica a servizio dell’utopia per sperimentarli concretamente. Non basta cioè denunciare il carattere ideologico dell’expertise stessa, quale strumento delle élites per neutralizzare le alternative e legittimare l’ordine dominante esistente. Praticare un’expertise critica significa mettere i migliori strumenti scientifici esistenti al servizio di progetti reali ispirati alla trasformazione democratica dei nostri luoghi, dei nostri modi di produrre, di convivere con la natura e con i nostri prossimi. L’unico modo per democratizzare la scienza è dunque quello di tornare a comprenderne le condizioni materiali di produzione, di analizzarne potenzialità e contraddizioni con i soggetti che essa stessa coinvolge. Solo così la scienza e la critica possono ridiventare strumenti di emancipazione collettiva.



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