L’atleta come lavoratore alienato

La prospettiva della teoria critica dello sport


Sergio Bianchi, Omaggio a Kounellis, 2015


Nella seconda metà del Novecento uno sguardo critico, che ha saldamente incorporato alcuni punti essenziali dell’arsenale concettuale e d’analisi marxista, si abbatte sull’industria dello sport, a cui si imputa una funzione di primo piano all’interno della società capitalista [1]. Spesse volte lungo una scia teorica che implicitamente o esplicitamente richiama temi e toni francofortesi, intellettuali come Bero Rigauer, Gerhard Vinnai, Jean-Marie Brohm, Paul Hoch sono protagonisti di un indirizzo analitico che, pur con qualche diversificazione, tende a individuare nello sport un ambito significativo in cui il capitale intravede decisivi spazi di investimento e profitto, e dove possono proliferare quei processi che ne puntellano le fondamenta. Da qui, allora, la teoria critica parte per assumere un ruolo di attacco al sistema sportivo capitalista e al suo impianto di idee.

Siamo in quella fase storica in cui il capitalismo assume una dimensione monopolistica: burocratizzato, razionalizzato, segnato dall’accentramento del potere politico-economico con una decisa supremazia di grandi gruppi imprenditoriali, dalla sintonia con lo Stato e i suoi ordinamenti, dal consumo massificato, da un mercato organizzato.

Allo sport i teorici critici riconoscono un ruolo non secondario, tanto per il suo portato economico quanto per la sua capacità di mettere a regime meccanismi produttivi, organizzativi, lavorativi e di supporto ideologico capaci di sorreggere e riprodurre rapporti di dominio (Keil 1984, Rigauer 2000).

Sotto la lente critica finiscono, allora, alcuni dei più importanti principi dello sport novecentesco, come il culto della competizione e del successo, la razionalizzazione efficientista, l’equiparazione tra sport e lavoro (nella sua dimensione di disciplinamento strumentale del corpo con finalità performanti), il legame tra rendimento sportivo e status, le convinzioni elitiste e autoritarie sottintese alla venerazione della prestazione vincente.

Nella dimensione sportiva, insomma, più che scorgere un ambito in cui si elevano il gioco e il piacere fisico, si ravvisa un luogo in cui trovano sinistre convergenze le istanze del mercato, del capitale, del potere statale, della ricerca insistente della performance atletica, del rabbonimento delle classi subalterne.

In particolar modo, nello sport professionistico la teoria critica vede instaurarsi quel processo di produzione e riproduzione del lavoro che caratterizza l’industria capitalista del tempo. Il corpo dell’atleta è plasmato ed allenato secondo principi razionali e un modello organizzativo burocratizzato in modo da produrre prestazioni agonistiche vendibili sul mercato dell’intrattenimento sportivo e consentire la creazione di margini di profitto. L’atleta, in tal senso, parafrasando Marx, diventa allora un lavoratore schiavizzato a disposizione dell’avidità del capitale. Smarrendo il controllo del suo corpo, a vantaggio di potenze esterne che realizzano una simile espropriazione, lo sportivo perde, così, autodeterminazione e capacità di realizzarsi in un mondo invece dominante ed indifferente.

È proprio in questo trionfo della razionalità strumentale, che vuole impiegare mezzi e risorse per un’efficace ed efficiente trasformazione dello sforzo fisico in risultato quantificabile e produttività realizzata secondo modalità scientifico-industriali, che i diversi intellettuali critici riconoscono una esplicita conformità tra pratica sportiva del Novecento e lavoro subordinato (Vinnai 1980, Brohm 1978).

La performance atletica, insomma, assume connotati astratti e misurabili, traducendosi in merce sulla base di un valore monetario, così come in gesto competitivo comparabile per stilare graduatorie economiche, di status o di potere tra gli sportivi stessi (Rigauer 1981, Brohm 1978).

Come nell’impianto capitalista-industriale, guidato dal mercato, il focus si concentra sul rendimento, la misura del valore è legata a fattori materiali, la competizione consente l’accesso alle risorse e alle posizioni migliori. Agli occhi della teoria critica, nella disuguaglianza della capacità prestazionale e del risultato sembra imitarsi e riverberarsi l’intera logica della subalternità e del dominio di classe (Rigauer 1981).

Il corpo sportivo è concepito come una macchina al servizio di un impulso tecnocratico, che sottomette l’uomo alla competenza tecnica per produrre prestazioni vincenti e sempre migliori, sotto la guida della sospetta ideologia del progresso, e garantisce al mercato e alla necessità d’accumulazione del capitale prodotti sempre appetibili (Brohm 1978).

L’industria dello sport del Novecento appare, d’altronde, caratterizzata da un’organizzazione gerarchica definita da una inflessibile e rigida distribuzione disuguale dell’autorità – in modo sicuramente non del tutto sovrapponibile a quello che accade oggi. Al vertice dirigenti e proprietari delle imprese sportive, che muovono capitali e si orientano al profitto, alla base atleti remissivi e sottomessi che trasformano in plusvalore le loro fatiche agonistiche per il beneficio del sistema (Hoch 1972).

L’atleta, allora, che i teorici critici assimilano a un lavoratore stipendiato a tutti gli effetti, in cambio del salario con cui può riprodurre la sua forza-lavoro, produce intrattenimento consumabile da parte del fan. Il suo sapere incorporato viene così ceduto al capitale che se ne appropria, estraniandolo e rendendolo sostituibile nel tempo. Ogni sportivo professionista ha un prezzo di mercato e viene di fatto espulso dal processo industriale quando la sua capacità atletica svanisce (Rigauer 1981).

Da questa prospettiva il protagonista dello sport non sembra essere padrone del proprio lavoro, ma ne appare sottomesso. La sua libertà operativa ne è compromessa, mentre la sua stessa sopravvivenza è messa in discussione, a meno che non si accetti la subordinazione al sistema produttivo.


Lo sport sarebbe allora un portentoso ambito di assimilazione del dominio del capitale sul lavoratore, così come dei meccanismi e delle norme della produzione industriale. Esso è, infatti, composto da pratiche ed esercizio razionalizzato, dall’acquisizione di automatismi e tecniche corporee, dall’interiorizzazione dell’etica del successo.

L’allenamento, ad esempio, si fonda sulla ripetizione, il frazionamento di operazioni elementari, su ritmi parcellizzati, programmati e controllati secondo procedure razionali tipiche dell’impianto industriale. Stando così le cose, ammoniscono gli intellettuali critici, il corpo sottostà a vessazioni esterne, dovendo affrontare sforzi e fatica nel rispetto obbligatorio di ritmi e carichi di lavoro imposti dall’esterno, e a un processo di taylorizzazione dell’atto atletico (Brohm 1978). La pianificazione funzionale dell’attività su base giornaliera, settimanale, mensile, annuale è allora interpretata in termini di dominio della tecnica e dei tecnici.

Gli specialisti – in qualità di allenatori o staff dedicato alla preparazione – adopererebbero un sapere tecnico imponendo un’autorità diffusa, facilitando altresì il conformarsi dell’atleta ai meccanismi della produzione e della produttività tipici del modello capitalista-industriale. Il tutto in ossequio alla richiesta di perfezionamento prestazionale. Mentre l’atleta ha ridotte possibilità decisionali, un apparato tecnico-burocratico-imprenditoriale ne modellerebbe dall’esterno i comportamenti, le azioni in ambito sportivo e biografico, nonché l’intero stile di vita. Una vita che deve accettare rinunce, anche per quanto concerne l’attività erotica, e sottomettersi masochisticamente al duro lavoro, allo sforzo esasperato e disciplinato della preparazione atletica, accantonando il gusto e il piacere ludico.

Di fronte a una simile sottomissione, la condizione dello sportivo è equiparata a quella della forza-lavoro industriale (Rigauer 1981). Noia, alienazione e mestizia ne scandirebbero l’esperienza professionale, vanificando la promessa salvifica di liberazione edonistica dello sport nell’assimilazione del corpo dell’atleta alla dimensione della macchina. Non più un’attività che affranca dalle fatiche quotidiane, ma addirittura un suo compendio e rinforzo all’interno di una dimensione di dominio tecnico-economico.

Negli sport di squadra, inoltre, anche l’organizzazione razionale delle posizioni e delle tattiche di gioco viene considerata una forma di svilimento della creatività personale e dell’azione libera dei corpi (Vinnai 1970).

È così, sentenzia la teoria critica, che lo sport, nella sua pretesa di applicazione, diligenza, scrupolosità, ottemperanza inflessibile delle mansioni e dei ruoli tradisce la sua attitudine autorealizzante per imporsi come incombenza e dovere cupo e serioso.

Vista così, si tratta, in fin dei conti, anche di una promozione delle procedure produttive e dell’impianto valoriale borghese novecentesco fin negli angoli più remoti dell’inconscio e di un rilevante ausilio ideologico al dominio del capitale. Non a caso, quindi, l’analisi critica dello sport di stampo marxista ha voluto esprimere un energico dissenso analitico.



Bibliografia

J-M. Brohm, Sport. A Prison of Measured Time, Ink Links, London 1978.

P. Hoch, Rip Off the Big Game. The Exploitation of Sports by the Power Elite, Anchor Books, New York 1972.

T. Keil, Sport in Advanced Capitalism, «Transforming Sociology Series of the Red Feather Institute», n. 114, 1984.

B. Rigauer, Marxist Theories, in J. Coakley – E. Dunning, a cura di, Sport Studies, SAGE, London 200.

B. Rigauer, Sport and Work, Columbia University Press, New York 1981.

G. Vinnai, Il calcio come ideologia. Sport e alienazione nel mondo capitalista, Guaraldi, Bologna 1970.


Note [1] Vengono, altresì, evidenziate similitudini con le società dell’Est Europa dell’epoca, dove lo Stato ha analogamente accentrato la produzione, estromesso e sfruttato i lavoratori per accumulare capitale.

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