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L'archivio coloniale globale del Mezzogiorno d'Italia

Recensione a Il rovescio della nazione di Carmine Conelli





Una lettura del libro Il rovescio della nazione. La costruzione coloniale dell'idea di Mezzogiorno (Tamu 2022) di Carmine Conelli, per continuare a riflettere sulla «frattura italiana». Il volume, che viene presentato come parte di un dibattito sulla riscrittura della «questione meridionale» avviato negli anni Novanta, propone di rovesciare lo sguardo coloniale sul Mezzogiorno, oltre gli schemi eurocentrici delle scienze sociali, per approfondire l’analisi della colonialità del potere.




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Uno sguardo nuovo sul Sud e le sue lotte

Nel corso degli ultimi trent’anni si è assistito a un importante, seppur ancora incompleto, rovesciamento dei termini in cui la letteratura storica e le scienze sociali ricostruiscono la questione meridionale. Nella seconda metà del Novecento, testi considerati classici della sociologia e della politologia ancora ammantavano di scientificità discorsi dal sapore Lombrosiano sul familismo amorale [1] e la strutturale assenza di spirito civico [2] che caratterizzerebbero la società meridionale, rendendola inadatta a organizzarsi secondo le regole delle moderne democrazie liberali. A partire dagli anni Novanta, invece, si sono succedute diverse opere che problematizzano questo tipo di letture, sottoponendo piuttosto a critica il pregiudizio coloniale di chi nel corso dei secoli ha continuato a riprodurle. Testi come Italy's 'Southern Question': Orientalism in One Country, curato da Jane Schneider, o The View from Vesuvius: Italian Culture and the Southern Question, di Nelson Moe, hanno svolto un ruolo fondamentale nella decostruzione dei discorsi denigratori sul Sud Italia e le persone che vi abitano, spiegandoli alla luce delle relazioni di potere coloniali che si sono sviluppate fra Europa e resto del mondo fin dall’inizio dell’età moderna e connettendoli al fenomeno dell’Orientalismo [3], il processo culturale attraverso cui l’Occidente ha costruito la propria identità in opposizione all’Altro incontrato (e conquistato) sulle sponde opposte del Mediterraneo. L’apertura di questo dibattito ha permesso di esplorare il rapporto fra l’affermazione della bianchezza della nazione italiana e la razzializzazione delle popolazioni meridionali [4], o i modi in cui questa è servita a giustificare l’uso di strumenti di governo autoritari e centralizzatori nelle regioni del Sud [5], spesso individuando nel Risorgimento un momento decisivo per la definizione sia dei discorsi sia degli sbilanciati rapporti di potere che si sarebbero sviluppati nell’Italia postunitaria [6]. Il riferimento alla teoria postcoloniale ha inoltre permesso di riscoprire autori spesso ingessati in interpretazioni ortodosse o riduttive, primo fra tutti Antonio Gramsci, la cui lettura della condizione di subalternità vissuta dai contadini del Sud e dell’unità d’Italia continuano oggi a rivelarsi preziose [7].

Uscire dagli schemi eurocentrici delle scienze sociali ha giovato anche all’analisi delle mobilitazioni politiche del Mezzogiorno. Un ruolo fondamentale in questo senso è stato svolto ormai dieci anni fa con la scrittura di Briganti o emigranti, volume nato dall’incontro fra studi postcoloniali e conricerca operaista, condotta insieme agli stessi movimenti sociali e ambientali del Sud Italia, che condividono nel libro le conoscenze accumulate in decenni di resistenze allo sfruttamento e alla contaminazione dei loro territori. La metodologia della conricerca, cioè la costruzione di saperi militanti fondata sulla partecipazione diretta alle lotte, nonché sulla riscoperta del bagaglio di conoscenze prodotto dai relativi lavori di inchiesta sociale, caratterizza altre opere recenti come la serie dedicata all’Autonomia operaia meridionale curata da Antonio Bove e Francesco Festa, o il volume su Le fragili alleanze scritto da Luca Rossomando. Questi lavori hanno in comune l’intento di sottoporre a critica le narrazioni egemoniche sul Sud e le sue lotte, aprire percorsi di azione e ricerca ancora inesplorati, ma forse soprattutto si tratta di operazioni di giustizia narrativa che restituiscono dignità e valore a storie di resistenza e rovesciano gli stereotipi sull’atavico attaccamento deə meridionali a strutture di potere criminali, clientelari o familistiche.

Il recente libro di Carmine Conelli, Il rovescio della nazione, pubblicato dalla casa editrice napoletana Tamu, svolge con grande efficacia entrambe le operazioni qui descritte: da un lato, il volume ripercorre, rielabora e approfondisce l’analisi della colonialità del potere che si manifesta nel Mezzogiorno e, dall’altro, getta una nuova luce su importanti episodi, lotte ed esperienze di resistenza che, negli ultimi due secoli, hanno aperto percorsi di emancipazione per i gruppi sociali subalterni del Sud Italia.

Nous avons toujours été modernes

Un primo contributo importante de Il rovescio della nazione è quello di smontare l’idea di un eccezionalismo del Mezzogiorno e della sua posizione in seno all’Italia e all’Europa, per la quale l’«arretratezza» economica e sociale del Sud sarebbe l’effetto di costumi ed elementi culturali atavici, premoderni, rivelatisi inspiegabilmente resistenti all’avanzata del progresso. La questione meridionale, al contrario, è un fenomeno assolutamente moderno, che può essere spiegato solo alla luce del processo storico che ha definito la modernità stessa, ovvero la costruzione di rapporti di potere coloniali, sia materiali che simbolici, fra l’Europa e il resto del mondo. Conelli riprende la definizione di Ann Laura Stoler, che rappresenta il colonialismo come una «filigrana» indelebilmente impressa nella storia della modernità, i cui segni sono visibili non solo nelle relazioni interne agli imperi o nella società delle colonie, ma anche negli spazi periferici dello stesso continente europeo. Sia nel caso dell’impero spagnolo, che proiettava la sua potenza sul mondo nella forma di una missione evangelizzatrice, sia, più tardi, nella cultura francese e inglese, che associavano la propria egemonia allo sviluppo del pensiero scientifico e delle istituzioni politiche liberali, l’ideologia della superiorità europea venne elaborata non solo nel confronto con i popoli colonizzati, ma anche con quelli delle stesse periferie europee, rappresentati come un «Altro interno», non sufficientemente cristianizzato o non ancora del tutto moderno.

Le popolazioni del Sud Italia evidentemente non hanno mai sofferto lo stesso livello di deumanizzazione subito dai popoli delle colonie. Eppure, il meridione è stato per secoli al centro di un gioco di riflessi e analogie fra le rappresentazioni dei popoli indigeni americani, africani e asiatici e quelle dedicate ai suoi abitanti, fatto che ha portato alla formazione di uno specifico sguardo coloniale sul Mezzogiorno, la cui evoluzione è ripercorsa in modo preciso e dettagliato nei vari capitoli del libro. Questa storia ha inizio già nel Sedicesimo secolo, periodo in cui le cui le province rurali dell’Italia meridionale venivano definite dai missionari gesuiti che vi risiedevano come «las Indias de por acà», a causa del carattere primitivo e della superstizione dei suoi abitanti, la cui educazione al cristianesimo poteva servire come addestramento per le spedizioni fra i pagani del continente americano [8]. Questa visione del Sud vive importanti sviluppi nel Settecento, nei diari e nelle lettere scritte dagli intellettuali europei che attraversavano l’Italia nel Grand Tour e visitavano il Sud alla ricerca di paesaggi dal sapore esotico e pittoresco, diffondendo nuove descrizioni dispregiative dei famosi «diavoli» che osavano abitare nel «paradiso» di Napoli, i lazzari il cui spirito volubile, irrazionale e riottoso aveva già spaventato le corti europee all’epoca dei moti del 1647 guidati da Masaniello.

Il racconto della Rivoluzione Partenopea del 1799 rappresenta un buon esempio di come lo sguardo coloniale sul Sud abbia rinchiuso la sua storia in interpretazioni provinciali, oscurandone il legame con la storia globale. La narrazione liberale si è «fossilizzata» sul confronto fra un’élite intellettuale illuminata, che tentava di guidare il meridione verso la modernità, e la «barbarie» oscurantista delle plebi, colpevoli di appoggiare la reazione borbonica. Prendendo ispirazione dagli scritti di Ian Chambers sulla questione meridionale [9], Conelli ci invita ad allargare lo sguardo oltre il conflitto fra repubblicani e sanfedisti, collocando la Repubblica Napoletana nell’alveo delle rivoluzioni moderne che in quegli stessi decenni interessarono contesti diversi come la Francia, gli Stati Uniti d’America o Haiti, considerando anche che l’esito di quell’esperienza dipendeva soprattutto dall’andamento dello scontro tra Francia e Inghilterra, due potenze coloniali impegnate a contendersi l’egemonia del Mediterraneo.

Nel periodo postunitario il Sud Italia continuò ad essere un importante oggetto di elaborazione del pensiero moderno, fornendo le «materie prime» per la formulazione delle teorie della scuola di antropologia criminale fondata da Cesare Lombroso, la cui eredità, secondo Conelli, appartiene a pieno diritto all’archivio coloniale globale. Il concetto di atavismo criminale sviluppato con l’analisi dei teschi dei briganti meridionali, o sospetti tali, si evolse in una vera e propria teoria della differenza razziale fra italiani del Nord e del Sud nel lavoro di Alfredo Niceforo (1876-1960), il quale sosteneva l’applicazione di diversi regimi di governo per le «due Italie» sulla base delle differenze congenite fra gli «Ari» delle regioni settentrionali – stirpe razionale, laboriosa e pratica – e i «mediterranei» – individualisti, vili e apatici – che abitano il Mezzogiorno.

Dopo il 1861, il confronto con il Sud e i suoi abitanti servì alla borghesia del nuovo stato unitario ad affermare la propria appartenenza al consesso delle nazioni civili e moderne, rivolgendo verso l’interno del nuovo stato unitario lo sguardo orientalista ormai ampiamente maturato nella cultura europea: i politici, gli ufficiali e gli amministratori chiamati a governare le regioni del Sud adottano alla perfezione i linguaggi e gli atteggiamenti degli europei nelle colonie, e il loro giudizio è unanime: il Sud è «Affrica», la massa degli abitanti è «stupida e brutale», al loro confronto «i Beduini sono fior di virtù civile», le insurrezioni delle campagne sono il frutto di una violenza cieca e barbara, le plebi urbane suscitano disgusto e paura. L’accuratezza di questa ricostruzione storica e l’ampia quantità di citazioni rendono la lettura a tratti dolorosa, e suscitano una sincera rabbia. Tanto più lo fanno alla luce dell’attualità di questi discorsi che, come mostrato da Conelli, risuonano in tempi recenti nella propaganda leghista come nei dibattiti politici sul reddito di cittadinanza, e si legano alle rappresentazioni denigratorie rivolte dalle nazioni europee del Nord ai cosiddetti «Pigs» del Sud. Nel contesto della guerra al brigantaggio, la razzializzazione serviva a giustificare l’uso della «terapia della forza contro la malattia meridionale», mentre nei discorsi contemporanei si rivela con chiarezza la sua funzione di supporto all’applicazione di politiche neoliberali e alla segmentazione della forza lavoro [10].

Nun ce ne fotte d’o re Burbone

Il principale fondamento teorico dell’analisi postcoloniale della storia del Mezzogiorno proposta da Conelli è fornito dalle riflessioni di Antonio Gramsci riguardanti il Risorgimento, i rapporti di classe dell’Italia pre- e postunitaria e la storia dei gruppi sociali subalterni del Sud:


Gramsci adotta costantemente un’immaginazione anticoloniale, che caratterizza il suo tentativo di risituare il sud, l’Italia e il terreno della lotta politica nella cornice più ampia dello sfruttamento e della resistenza su scala globale.


Il primo capitolo del volume ripercorre l’evoluzione del pensiero del giovane Gramsci dall’indipendentismo sardo al Marxismo, seguendo quindi il passaggio cruciale dall’adesione al discorso nazionalista – «A mare i continentali! » – all’analisi dei rapporti di sfruttamento economico presenti in Sardegna, di cui profittavano anche le stesse élite dell’isola. La dialettica fra questioni territoriali e rapporti di classe sarebbe stata poi al centro del ragionamento di Gramsci sul Mezzogiorno, ed è a partire da questo che Conelli sviluppa le principali tesi del libro: «l’altro indesiderato», il nemico interno della borghesia italiana moderna non è mai stato individuato genericamente in tuttə ə meridionali, ma specificamente nelle classi popolari del Sud.

La centralità attribuita alla questione di classe fa sì che uno dei principali bersagli polemici del volume sia in realtà un fenomeno culturale tutto interno al Sud, ovvero il pensiero neoborbonico, che con la sua fascinazione per il Regno delle Due Sicilie e i suoi richiami a una «nazione meridionale» impedisce di «mettere a fuoco il terreno su cui la questione da sempre si gioca: le disuguaglianze sociali». Conelli rifiuta la visione riduttiva e parziale del Risorgimento come un processo di colonizzazione del Mezzogiorno da parte del Regno di Savoia, e ancor di più discorda con l’idea che si possano «addebitare tutti i mali attuali del Mezzogiorno alla rapacità coloniale piemontese, ammorbidendo così le responsabilità della classe dirigente meridionale». Quest’ultima ha infatti contribuito per secoli al processo di inferiorizzazione delle classi popolari del Sud e ha sempre giovato delle relazioni di potere e sfruttamento instaurate grazie ad essa.

Già prima dell’unificazione, «la lingua della colonialità si prestava a definire l’identità delle élite meridionali», per le quali era comune paragonare gli abitanti delle aree interne del regno a popolazioni africane, arabe o asiatiche. E il piano simbolico fa da specchio a quello materiale: Conelli sottolinea che i primi responsabili della miseria storicamente sofferta dalle classi popolari del Sud sono evidentemente i suoi ceti possidenti, i latifondisti che decenni prima dell’unità si erano impossessati delle terre demaniali sempre negate ai braccianti senza terra, e che dopo la nascita del Regno d’Italia appoggiarono i nuovi governanti, ricevendo immediato profitto dalla repressione delle lotte contadine e dalle politiche fiscali del nuovo stato. Nel corso della storia d’Italia la subalternità del Sud rispondeva certamente alle esigenze dell’economia nazionale a trazione nordica – e in questa parte di analisi è interessante osservare il modo in cui Conelli riarticola il materialismo geografico gramsciano con la critica operaista alle politiche di sviluppo industriale, riproponendo dibattiti importanti nella letteratura postcoloniale sul Mezzogiorno – ma le élite meridionali hanno sempre ricevuto la loro fetta di guadagno, a partire dai grandi proprietari che mantennero saldi i loro privilegi nell’Italia postunitaria, per arrivare ai blocchi di potere clientelari cementati nei partiti di governo a Sud. Mostrando con chiarezza il male che le nostre classi dominanti hanno fatto al Mezzogiorno, Conelli riesce a cancellare qualsiasi idea di appartenenza unitaria e indifferenziata a una «nazione meridionale» sottomessa esclusivamente all’invasore venuto da nord.

Ma in che modo questa cornice inquadra il brigantaggio? Che ne è dell’idea per cui la «guerra al brigante» fu una «vera guerra, combattuta dall’esercito piemontese e contrabbandata come liberazione» [11]? Le pagine che Conelli dedica alle figure dei briganti e delle brigantesse hanno il grande merito di restituire la complessità del fenomeno e del dibattito sviluppatosi attorno ad esso, che racchiude in sé le differenti visioni del processo di unificazione e delle sue opposizioni interne alla società meridionale. Conelli riesce a riassumere efficacemente un dibattito ricchissimo, sviluppatosi nel corso di un secolo e mezzo di giornalismo, ricerca storica, inchiesta sociale, letteratura, musica e cultura popolare, ma rifiuta di assumere una posizione netta sul fenomeno poiché esso rimane in gran parte insondabile: «sono rarissime le fonti sul brigantaggio prodotte dagli stessi protagonisti della ribellione», e perciò si corre sempre il rischio di «proiettare a posteriori sulla coscienza dei briganti l’ideologia dellə storicə». Conelli riconosce che il brigantaggio, certamente in modi contraddittori, è stato in grado di parlare il linguaggio delle classi subalterne, mai entrate davvero nel dibattito politico se non con le lenti distorte della criminalizzazione, del classismo o della razzializzazione. Ed è su questo piano che si sviluppa quella che potremmo descrivere come la proposta politica del libro.



Costruire ponti, colmare fossati

Il sogno revanscista proposto dai neoborbonici nasconde le differenze di classe interne al meridione e si pone quindi a sostegno dello status quo. La prospettiva indicata da Conelli è piuttosto quella di una «trasformazione complessiva del modello di società in cui viviamo», attuabile solo rompendo l’isolamento politico in cui si muovono le lotte dei gruppi sociali subalterni. Il Rovescio della nazione mostra le tracce di una storia alternativa del Sud Italia, che attraversa il Risorgimento come le mobilitazioni degli anni Sessanta e Settanta, arrivando fino ai movimenti sociali di oggi. Questa storia riemerge nei tentativi di ricucire un tessuto sociale squarciato da secoli di violenze e disprezzo, una prassi politica che Conelli racconta in modo suggestivo, anche grazie alla propria esperienza militante.

L’ispirazione del ragionamento continua a venire dagli scritti di Gramsci sul Risorgimento e, in particolare, dalla critica da lui rivolta al Partito D’Azione, cioè alla parte democratica del movimento. Per Gramsci, se da un lato i gruppi monarchici e moderati rappresentavano adeguatamente gli interessi delle classi possidenti, riuscendo infine a imporre una chiara impronta elitaria e borghese al processo di unificazione, i gruppi democratici invece non riuscirono mai a sviluppare un programma politico davvero alternativo, che rispondesse alle aspirazioni della media borghesia e, soprattutto, dei contadini. In più, sebbene i democratici inizialmente avessero una profonda fascinazione per il meridione e i suoi moti popolari, finirono anche loro per riprodurre il discorso delle «due Italie», divise dalla frontiera fra civiltà e barbarie. Per Gramsci, la distanza fra movimento democratico e contadini condannò il Risorgimento a diventare una «rivoluzione passiva», priva di reale coinvolgimento popolare. Conelli mostra però che questo esito non era l’unico possibile, e riporta a galla le testimonianze di un «altro Risorgimento», e in generale di un’altra storia del meridione, scritta dall’alleanza fra movimenti politici radicali e gruppi sociali subalterni.

Ripercorrendo vicende di metà Ottocento, Conelli ricorda l’esperienza politica di Costabile Carducci, un figlio di ricchi proprietari poi avvicinatosi a idee carbonare, che nel 1848 contribuì a guidare i moti insurrezionali del Cilento, animati dalle occupazioni contadine del latifondo. Dopo la breve fase costituzionale del Regno delle Due Sicilie, Carducci venne fatto assassinare da un prete filoborbonico. Sulla sua morte indagò il magistrato calabrese di origini arbëreshë Pasquale Scura, che per questa ragione venne perseguitato dal regime borbonico e costretto all’esilio. «Le azioni di Carducci e di Scura – spiega Conelli – rappresentarono alcuni tra gli ultimi sussulti di quella corrente sotterranea del movimento di unificazione che mirava a coniugare il nazionalismo con l’ideale democratico e repubblicano e a non estromettere la classe contadina dalla lotta politica». E questi sussulti continuano a essere visibili fino al secondo dopoguerra, negli anni immediatamente precedenti alla riforma agraria e alle politiche di industrializzazione che avrebbero cancellato la civiltà contadina del Sud. Conelli riporta l’esempio di Rocco Scotellaro, scrittore e poeta lucano nonché militante politico e sindacale, vittima di repressione giudiziaria. L’eredità di Scotellaro viene dal suo ambizioso programma di inchiesta sociale rurale riguardante «la storia autonoma del mondo contadino», un progetto in seguito disconosciuto dallo stesso PCI. Questo esempio serve a Conelli a mostrare che il fondamento di una politica radicale al Sud avrebbe potuto essere trovato nel riconoscimento dell’autonomia delle classi subalterne, nella loro secolare esperienza di lotte e resistenza, piuttosto che negli intenti modernizzatori e nelle posture paternalistiche della sinistra istituzionale.

Il tema dell’autonomia delle classi subalterne del Sud [12], altra questione centrale negli studi postcoloniali sul Mezzogiorno, sviluppato nel dialogo con gli studi subalterni indiani, ritorna nell’analisi delle lotte urbane contemporanee. Concentrandosi sul caso napoletano, Conelli ripercorre la storia delle lotte nate a partire dagli anni Sessanta nei quartieri popolari della città, in cui vennero sperimentate modalità innovative di organizzazione e mobilitazione, tali da rivendicare il diritto alla casa, al lavoro e al reddito al di fuori delle gerarchie politiche e sindacali, nonché da opporsi alle logiche clientelari che dominavano la gestione delle politiche sociali e occupazionali. Quella lunga stagione di lotte, la cui eco risuona ancora nei movimenti sociali di Napoli, era animata da una composizione di classe eterogenea, in cui il proletariato di fabbrica si combinava con la grande massa del «sottoproletariato» urbano, a sua volta contaminatosi con «militanti di gruppi e partiti alla sinistra del Pci, educatori, intellettuali che animavano il movimento studentesco e attivisti provenienti dal mondo del cattolicesimo sociale e della nonviolenza» [13]. Il carattere radicale e trasformativo dei movimenti ricordati da Conelli sta nella reale centralità che i gruppi sociali subalterni avevano al loro interno, nonché nella loro capacità di connettersi con altre soggettività politiche, due elementi che aprivano una strada opposta a quella tracciata da secoli di inferiorizzazione e disgregazione sociale.

Numerosi temi del libro si ritrovano riassunti in uno degli ultimi paragrafi, Una questione dentro la questione meridionale, dedicato alla storia di Ugo Russo, un ragazzo napoletano di 15 anni, ucciso la notte del 1° marzo 2020 da un carabiniere fuori servizio. Ugo aveva provato maldestramente a rapinarlo con un’arma giocattolo ma venne raggiunto dai tre, veri, colpi di pistola esplosi dall’agente, di cui almeno uno, quello mortale, lo colpì mentre era già in fuga. La famiglia di Ugo, che da subito iniziò a battersi per conoscere le circostanze della morte del ragazzo, si è dovuta scontrare con tutto il portato di violenza simbolica e istituzionale rivolta verso le classi subalterne del Sud, che si è concretizzata in ritardi giudiziari, obbligo di cancellazione del murale dipinto in memoria di Ugo, attacchi ai genitori diffusi dai quotidiani, fiumi d’odio vomitati sui social da utenti evidentemente soddisfatti della morte di un quindicenne colpevole di appartenere a una classe e un territorio considerati irrimediabilmente criminali, perciò privi di diritti e possibilità di riscatto. Il rovescio della nazione è dedicato anche ai due genitori e al Comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo, di cui Conelli stesso fa parte.





Note [1] E. C. Banfield (1958), Le basi morai di una società arretrata, Il Mulino, Bologna 1976. [2] R. D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Roma 1993. [3] E. Said, Orientalismo (1978), Bollati Boringhieri, Torino 1991. [4] C. Giuliani, Mediterraneità e bianchezza. Il razzismo italiano tra fascismo e articolazioni contemporanee (1861-2015), in «Iperstoria –Testi Letterature Linguaggi», n. 6 2015. [5] Si vedano F. Festa, Questione meridionale, legislazione speciale e dibattito storiografico, in «Akiris», n. 4-5, 2006, e A. Petrillo, Il destino “federale” del Mezzogiorno nella sociologia, in «Cartografie Sociali», n. 1 2016. [6] M. Petrusewicz, Come il Meridione divenne una questione. Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto, Rubbettino, Soveria Mannelli 1998. [7] Sull’interpretazione decoloniale di Gramsci in Italia si veda anche S. Ghisu e A. Mongili, a cura di, Filosofia de logu, Meltemi, Milano 2021. [8] La citazione è presa da E. De Martino, La terra del rimorso, Il saggiatore, Milano 1961. [9] I. Chambers, Sulla soglia del mondo. L’altrove dell’Occidente, Meltemi, Roma, 2003 [2001]. [10] Discorso sviluppato a partire da A. Curcio, Sud, razzializzazione e ordine sociale nell’Europa della crisi, in Orizzonti Meridiani, Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni, ombre corte, Verona, 2014. [11] F. Festa, Oltre l’emergenza. Pratiche ed esperienze di “comune” nel Sud d’Italia, in Orizzonti Meridiani, Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni, ombre corte, Verona 2014. [12] Per una trattazione completa dell’argomento si veda anche C. Panico, L’autonomia dei subalterni. La Questione meridionale da Gramsci agli studi postcoloniali, Tesi di laurea magistrale in Storia e civiltà, Università di Pisa 2017. [13] Conelli dialoga qui con L. Rossomando, Le fragili alleanze. Militanti politici e classi popolari a Napoli (1962-1976), Monitor, Napoli 2022.


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Thomas Berra


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Roberto Sciarelli è uno studente di dottorato dell'università di Coimbra e attivista del movimento napoletano dei beni comuni. Membro del collettivo di Ecologie Politiche del Presente, ha partecipato alla scrittura di Trame. Pratiche e saperi per un'ecologia politica situata (Tamu 2021).

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