L’antefatto di Machina



Il progetto Machina ha il suo antefatto nell’ultimo periodo di vita di Nanni Balestrini, nella primavera del 2019. In uno degli intervalli dei sui ripetuti ricoveri ospedalieri meditava il da farsi davanti all’involgarirsi della situazione politico istituzionale del paese. Non tollerava più la fortuna d’opinione, e di fatto, che stavano riscontrando le destre e si era convinto che occorreva reagire almeno con un qualche strumento culturale. «Nel 2010, contro lo strapotere mediatico di Berlusconi abbiamo rifatto “alfabeta” – diceva – ora, davanti a questi fascisti e razzisti di merda dobbiamo rifare una cosa più dura, più determinata, basta con le buone maniere, non è più il tempo». E così gli venne in mente la bizzarria di rieditare la testata «compagni,», una rivista di ampio formato con rigoroso progetto grafico in bianco e nero di Giovanni Anceschi da lui editata in due soli numeri della primavera del 1970, grazie anche al solido sostegno di Giangiacomo Feltrinelli. Si mise a telefonare ai suoi vecchi compagni di Potere operaio avvisandoli di tenersi ben pronti per l’avvio dell’impresa e nel contempo richiese a DeriveApprodi di realizzare al più presto i preventivi di costo del progetto grafico e della stampa, di apprestare gli accordi per la distribuzione nelle edicole e nelle librerie, di costruire un sito internet per la versione on line e i relativi social. Incredibilmente, ci ha pensato davvero fino all’ultimo, rassicurando tutti i suoi interlocutori che il progetto c’era, lo avrebbe diretto personalmente lui, e sarebbe arrivato a buon fine.

Poi, una sera di metà maggio, senza chiasso come era nel suo stile, lievitò via. Rimasero i ricordi dei tanti discorsi fatti su quell’ultimo suo progetto, forse anche perché lo si vedeva così entusiasta e felice, nel pieno di una sofferenza che gli concedeva ormai poche soste. E rimasero le riflessioni maturate a riguardo a posteriori, infarcite di dubbi, di perplessità, di incertezze.

E poi arrivò la pandemia, con la conseguenza di una forzata clausura. E dentro quella clausura la memoria dell’esercizio di una disciplina mentale e, perché no?, spirituale, di resistenza ai malesseri indotti da un’obbligata solitudine. È così che – immaginando, sperimentando, combinando e ricombinando, camminando e domandando, in sostanza giocando, e combattendo, così come è sempre stato nello spirito inventivo di Nanni – «Machina» è venuta fuori, come per magia, da sola. E così, ci piace pensare che la parola «machina», in fondo, ben si adatti come sottotitolo a quella di «compagni,».

Wish you were here… Nanni.



Immagine: Winston Smith, Satan is my co-pilot, 1998