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L’ammortamento del corpo-macchina (seconda parte)



Nella riflessione che abbiamo avviato sui «decenni scomparsi» e sui concetti con cui si è tentato di leggere la transizione capitalistica e la sua crisi, ha un ruolo importante l’ipotesi dell’emergenza di un «modello antropogenetico», un modello cioè di «produzione dell’uomo attraverso l’uomo». Tale ipotesi è affrontata e discussa da Christian Marazzi in questo potente saggio, pubblicato nel volume collettaneo «Reinventare il lavoro» (Sapere 2000, 2005). Qui pubblichiamo la seconda parte del saggio.


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Le derive della finanziarizzazione

Non si può certo dire che nel nuovo capitalismo il valore della forza-lavoro sia considerato in modo tale da includere i costi d’ammortamento impliciti nell’uso produttivo del «cervello sociale». Di fatto, solo il salario (V), oltretutto come variabile d’aggiustamento, è preso in considerazione, sia come remunerazione puntuale dell’attività lavorativa (senza includere, quindi, i costi riproduttivi della forza-lavoro da sostenere nei periodi di inattività forzata), sia come variabile dipendente dalle oscillazioni del mercato, e del mercato finanziario in particolare. Ad esempio, l’investimento nella formazione sull’arco dell’intera vita attiva della forza-lavoro, l’investimento che assicura la riproduzione del capitale fisso umano, è addirittura ridotto in conseguenza dello smantellamento dello Stato sociale e dell’aumento dei costi dell’educazione. Il risultato paradossale di questo disinvestimento pubblico è l’aumento d’importanza strategica del lavoro cognitivo sociale (e quindi della formazione) e il concomitante peggioramento delle condizioni di vita degli stessi knowledge workers.

La formazione della forza-lavoro come investimento si pone quale questione centrale per almeno due ragioni. In primo luogo, nel modello antropogenetico del nuovo capitalismo, lavoro e formazione costituiscono un tutt’uno lungo tutto il periodo della vita attiva. Non si tratta solo di un investimento una tantum, coincidente con gli anni della formazione scolastica, ma di investimento ricorrente negli anni della vita attiva che deve quindi prevedere l’ammortamento, esattamente come quando si investe in una macchina per avviare un processo di produzione prevedendo che, alla fine del suo utilizzo, andrà sostituita con una nuova macchina. In secondo luogo, se si parla della formazione come investimento è anche per evidenziare il fatto che, dal punto di vista della contabilità nazionale, la formazione è a tutt’oggi una spesa di gestione corrente, un’uscita cioè che dipende dall’andamento annuale del reddito fiscale, a sua volta fortemente condizionato dall’ammortamento degli investimenti nel genio civile (come le «grandi opere»). Si crea in tal modo uno squilibrio tra politiche d’investimento ereditate dal fordismo, in cui le spese in infrastrutture (nell’hardware pubblico) giocavano un ruolo strategico di primaria importanza, e politiche di spesa per la formazione. La privatizzazione dei cicli formativi sono il tentativo di risolvere questo squilibrio, ma il loro effetto è solo quello di aggravare l’altro squilibrio, altrettanto fondamentale, quello tra la natura sociale del capitale umano e l’esclusione di una parte crescente di forza-lavoro dai processi di formazione continua.

Per le imprese che prendono il capitale fisico di cui hanno bisogno attraverso forme diverse di contratti di noleggio, i costi relativi all’uso di tali beni capitali figurano come spese d’esercizio, fiscalmente deducibili, alla stessa stregua di un costo dell’attività. Secondo le imprese, la ragione prevalente del ricorso alla locazione finanziaria in alternativa all’acquisto è la garanzia di una maggiore flessibilità in presenza di repentini cambiamenti di mercato e di rapida obsolescenza tecnologica delle attrezzature. Non solo le imprese si liberano dei costi di ammortamento derivanti dall’investimento in macchinari, ma in tal modo aumentano la liquidità a loro disposizione, riducono i rischi di credito per i loro finanziatori e, non da ultimo, si mettono nella posizione di mantenere il controllo della società.

Una delle conseguenze del disinvestimento nel capitale fisico è la finanziarizzazione dell’economia, ossia l’uso della liquidità liberata dai processi produttivi per aumentare il valore borsistico del capitale. Luciano Gallino non manca di osservare come il ricorso ai mercati finanziari da parte delle maggiori imprese per recuperare i saggi di profitto, caduti ai minimi storici con la crisi del fordismo, ha ben poco a che fare col finanziamento degli investimenti, per la semplice ragione che le imprese si sono abbondantemente autofinanziate. «Le imprese Usa, il paese più “azionario” del mondo, hanno usato il finanziamento mediante l’emissione di azioni soltanto nella misura dell’1% del fabbisogno; quelle tedesche nella misura del 2%» (2005, p. 115). Se all’aumento della liquidità, conseguente alla riduzione degli investimenti in capitale fisso, si aggiunge l’aumento dell’indebitamento delle imprese verso il sistema bancario, si capisce come la finanziarizzazione dell’economia (pagamento di dividendi, interessi, Fusioni&Acquisizioni, buyback di azioni già emesse) sia stato uno straordinario trasferimento di ricchezza alla classe degli investitori azionisti, nonché ai manager che hanno gestito i processi di finanziarizzazione. Da oltre vent’anni, anche dopo la crisi borsistica del 2000, si assiste a un aumento regolare dei dividendi completamente separato dai movimenti che minano i profitti.

Nel capitalismo manageriale azionario, la fissazione di soglie elevate di rendimento dei titoli finanziari per ridurre il rischio degli azionisti (per garantirne la liquidità, oltre che l’aumento) va di pari passo con l’aumento del rischio sopportato dai salariati. Lo sviluppo dell’individualizzazione delle remunerazioni per i quadri e per i salariati (le stock options), l’aumento della flessibilità del lavoro, il ricorso al lavoro atipico e l’outsourcing, permettono di far fluttuare la massa salariale secondo i bisogni industriali. Di fatto, la logica azionaria del nuovo capitalismo rovescia i ruoli tradizionali: i salariati sopportano una parte crescente dei rischi, mentre gli azionisti vedono parzialmente garantito il loro reddito (Aglietta – Rebérioux 2004, pp. 57-56).

Il trasferimento del rischio dagli azionisti ai salariati dimostra come nei processi di finanziarizzazione il capitale intangibile, quello che funge da capitale fisso immateriale, sia contabilizzato esclusivamente come capitale variabile. Il che, naturalmente, rappresenta un risparmio per il capitale, dato che permette di utilizzare gratuitamente le competenze, i saperi e le conoscenze depositate nel corpo della forza-lavoro. Si tratta però di un falso risparmio, perlomeno nel medio e lungo periodo, perché per fissare il capitale cognitivo della forza-lavoro, per trattenere il corpo del lavoratore e farlo funzionare da capitale fisso cognitivo, il capitale è costretto, in virtù della stessa logica salariale, a portare la finanziarizzazione fin oltre i suoi stessi limiti, cioè fino alla crisi. Perciò, se per trattenere i lavoratori cognitivi occorre agganciare una parte importante del loro salario all’andamento dei titoli azionari dell’impresa (è il caso delle stock options, ma anche di tutti i sistemi remunerativi meritocratici introdotti in questi anni), ne consegue che la distorsione tra valorizzazione del capitale e finanziarizzazione viene tirata oltre la capacità di governo del processo stesso. Si entra cioè in un processo autoreferenziale in cui il valore borsistico dell’impresa quotata prende il sopravvento sul valore effettivamente prodotto [1].

La crisi è certamente la modalità specifica con la quale gli eccessi finanziari della fase espansiva del ciclo vengono eliminati, ma la stessa crisi è anche il momento in cui una parte importante del capitale umano viene dissipata, rottamata, come accade alle macchine portate al macero, e come indirettamente dimostrano gli aumenti dei costi della salute psico-fisica dei lavoratori. Peter Druker, in Il management della società prossima ventura (2002) ricorda che «le aziende che si sono spinte maggiormente in questa direzione hanno avuto il turnover più elevato. È incredibile quanto sono numerosi gli ex dipendenti Microsoft che mi è capitato di incontrare […] Gli ex dipendenti della Microsoft odiano l’azienda, perché si rendono conto che essa offrì loro solo del denaro. Inoltre si rendono conto che il sistema di valori aziendale è unicamente finanziario, mentre essi si considerano professionisti, con un sistema di valori diverso». La finanziarizzazione maschera l’esistenza di un eccesso, uno scarto tra «sistema di valori», sentimenti, pensieri ed esperienze sedimentati nel corpo della forza-lavoro, e uso capitalistico delle capacità lavorative [2].

La finanziarizzazione è l’altra faccia della smaterializzazione del capitale fisso e dell’aumento di importanza del lavoro cognitivo che caratterizza il nuovo capitalismo. La liberazione di enormi quantità di capitale conseguente l’alleggerimento del capitale fisso macchinico (e la riduzione dei costi delle nuove tecnologie), permette al capitale di far fronte alla riduzione del saggio di profitto industriale col ricorso ai mercati finanziari, privilegiando in tal modo la logica azionaria rispetto alla logica produttiva o, meglio, utilizzando la finanziarizzazione come dispositivo per mobilitare l’anima stessa del lavoratore. Il fatto di riconoscere il capitale umano messo al lavoro solo per la sua parte variabile, al punto di agganciarlo alle oscillazioni dei titoli azionari, se da una parte permette di trattenere i lavoratori all’interno dei processi produttivi, dall’altra è all’origine delle bolle speculative.


L’ammortamento come contraddizione

Abbiamo detto che la teoria critica di Marx è utile perché in essa lavoro vivo e lavoro passato, capitale variabile e capitale costante, sono distinti, ciò che peraltro permette a Marx di definire il capitale, a differenza degli economisti classici e dei marginalisti, come rapporto sociale. Senonché, quando si voglia utilizzare la distinzione marxiana tra lavoro vivo e lavoro passato (o morto) per capire la logica che sottende l’ammortamento del capitale fisso, ci si imbatte in una vera e propria contraddizione: in Marx, l’ammortamento del capitale fisso non è spiegabile sulla base della teoria del valore-lavoro. Per certi versi, la contraddizione logica della teoria marxiana è simile all’altra e più famosa contraddizione, quella della trasformazione del valore nei prezzi di produzione [3]. Ma, come ebbe a dire Claudio Napoleoni a proposito della questione della trasformazione, «la vera rilevanza teorica della teoria del valore-lavoro sta proprio nella contraddizione a cui essa mena» (1974).

Ciò che rende contraddittoria la spiegazione marxiana dell’ammortamento è l’introduzione della variabile tempo, il fatto cioè che il processo di produzione (D – M – D’) non solo è circolare, caratteristica che accomuna l’analisi di Marx a quella dei fisiocratici e degli economisti classici, ma è anche determinato da una sequenza di atti successivi che definiscono in termini temporali la catena del valore. Il tempo complessivo di produzione che «tiene assieme» circolarmente produzione e consumo di merci, è il tempo all’interno del quale il valore del capitale fisso consumato durante il processo di valorizzazione non può essere trasferito, e quindi neanche recuperato monetariamente, sui prezzi di vendita delle merci prodotte.

Nelle Teorie del plusvalore (1954) Marx dimostra di essere perfettamente consapevole del problema: «Ma qui la questione è questa: chi lavora per ricostruire l’equivalente del capitale costante già impiegato nella produzione?». La questione è duplice. In primo luogo, il lavoro vivo produce salario e profitto che, assieme, confluiscono nel valore di scambio delle merci prodotte. Ma il lavoro passato, il lavoro necessario per produrre le macchine acquistate dal capitalista, non può essere riprodotto o ammortizzato dal lavoro vivo. «Tutti gli elementi della tela si risolvono così in una somma di quantità di lavoro che è uguale alla somma del nuovo lavoro aggiunto, ma non è uguale alla somma di tutto il lavoro contenuto nel capitale costante e perpetuato mediante la riproduzione» (ivi, I, p. 214). Basterebbe questo paradosso quantitativo per concludere che la differenza tra lavoro vivo e lavoro morto è un’aporia irrisolvibile. Il lavoro vivo non può in alcun modo creare quella parte di valore del capitale fisso che viene consumata nel processo di produzione (se fosse possibile si arriverebbe alla conclusione che il capitale costante viene prodotto due volte!). Il capitale costante, insomma, «È una parte del prodotto annuo del lavoro, ma non del prodotto del lavoro annuo (più esattamente: una parte del prodotto del lavoro annuo più una parte del prodotto del lavoro preesistente» (ivi, I, p. 220).

In secondo luogo, l’ammortamento presuppone la costituzione di una somma di denaro tale da permettere al capitalista di acquistare una nuova macchina dopo aver utilizzato ripetutamente il capitale investito. Questa somma di denaro si ottiene vendendo le merci prodotte a un prezzo tale da coprire la somma di salario e profitto e capitale costante consumato. «Ma ecco la difficoltà. A chi le vende? Nel denaro di chi lo converte?» (ivi, I, p. 182). Non solo il valore del capitale costante consumato nel corso della produzione non può essere trasferito nel valore di scambio finale delle merci prodotte, ma (anche se lo fosse) i redditi distribuiti nel corso della produzione (salario e profitto) non bastano a convertire il prodotto totale in denaro [4]. Il salario può solo riprodurre il valore della forza-lavoro, e se il capitalista volesse utilizzare il suo profitto per ammortizzare il capitale costante (cosa che, peraltro, presuppone la conversione del plusvalore delle merci in denaro, altro problema irrisolto della teoria marxiana), cesserebbe semplicemente la sua funzione di capitalista [5].

Insomma, all’interno del circuito economico D – M – D’, la distinzione marxiana tra lavoro vivo e lavoro morto (preesistente) si rivela un vero rompicapo per chi volesse interpretare logicamente la teoria del valore-lavoro. Tant’è vero che i teorici del circuito economico che, oltre a denunciare l’impossibilità dell’ammortamento in Marx, denunciano anche la non convertibilità del plusvalore in denaro sulla base dei soli salari distribuiti, propongono di abbandonare la distinzione tra le due forme del lavoro [6]. Propongono, in altre parole, di risolvere l’aporia marxiana in modo ricardiano, definendo cioè il lavoro vivo produttivo di salario e profitto come l’origine unica della ricchezza. Infatti, una volta eliminata la distinzione tra lavoro vivo e lavoro morto, sia il problema dell’ammortamento sia quello della conversione del plusvalore vengono eliminati in un sol colpo. In tal caso, il salario versato all’inizio del circuito D – M – D’ rappresenta la copertura monetaria della totalità del prodotto, e i profitti si realizzano nella sfera della distribuzione grazie alla differenza tra prezzi di vendita e costi salariali.

Perché, allora, mantenere la distinzione tra le due forme del lavoro? Per due ragioni: la prima è che, in virtù di questa distinzione, è possibile studiare le crisi del capitalismo storico, la seconda perché la distinzione tra lavoro vivo e lavoro passato permette di affrontare la questione della natura umana della forza-lavoro. «Dunque – scrive Marx nel primo Libro del Capitale (1970, p. 234) – conservare valore aggiungendo valore è una dote di natura della forza-lavoro in atto, del lavoro vivente; dote di natura che non costa niente all’operaio, ma frutta molto al capitalista: gli frutta la conservazione del valore capitale esistente. Finché gli affari vanno bene, il capitalista è troppo sprofondato nel far plusvalore per vedere questo dono gratuito del lavoro. Ma le interruzioni violente del processo lavorativo, le crisi, glielo fanno notare in maniera tangibile» (p. 240).

In questa citazione Marx dimostra di essere perfettamente in chiaro sull’impossibilità dell’ammortamento in termini di valore-lavoro, tant’è vero che subito dopo scrive: «Il valore dei mezzi di produzione torna quindi a presentarsi nel valore del prodotto, ma, parlando con esattezza, non viene riprodotto. Quel che viene riprodotto è il nuovo valore d’uso, nel quale si ripresenta il vecchio lavoro di scambio» (p. 241). In termini di valore e di somma di denaro come equivalente generale, la questione dell’ammortamento è teoricamente irrisolvibile, e lo è a tal punto che le soluzioni storiche date dal capitale, in particolare l’imperialismo e lo Stato sociale in quanto creazione di uno sbocco di mercato «esterno» (aggiuntivo) al circuito capitalistico D – M – D’, sono state soluzioni appunto storiche, in quanto tali transitorie e per nulla irreversibili (come dimostra lo stesso smantellamento del welfare state e dei diritti sociali che lo hanno sostanziato).

Ma la «soluzione» del problema dell’ammortamento che Marx suggerisce, il fatto che il rompicapo dell’ammortamento è spiegabile sulla base della «dote di natura» della forza-lavoro, è l’aspetto più interessante di tutta la questione. La «dote di natura» di cui parla Marx a proposito della forza-lavoro, la sua capacità di «conservare valore aggiungendo valore», non è altro che l’eccedenza della natura umana rispetto ai modi di produzione storicamente determinati del capitale. Si tratta di una eccedenza di valore perché non è riducibile al rapporto materiale tra capitale e lavoro, e si tratta altresì di un’eccedenza come «dote di natura» perché è la parte naturale, per così dire invariabile, del vivente che attraversa la storia umana [7]. Diciamo «invariabile» nel senso che, mentre i modi di produzione variano nel tempo, e variano a ritmi sempre più serrati passando da una crisi all’altra, questa «dote di natura» dell’uomo è la forza vitale, soggettiva, che si conserva malgrado l’erosione, malgrado il consumo riproduttivo che è costretta a subire lavorando per il capitale.

Così come «Il macchinario non perde il suo valore d’uso appena cessa di essere capitale» (Grundrisse, pp. 710-711), nel modello antropogenetico il corpo della forza-lavoro come cervello sociale, come corporeità del sapere e delle abilità, non perde il suo valore d’uso anche quando cessa di lavorare per il capitale. Con una differenza non da poco, comunque, dato che quando la macchina è inoperosa è sì lavoro passato, ma è anche morto, mentre il corpo-macchina della forza-lavoro, anch’esso sedimentazione di lavoro passato, è sempre vivo. In questo senso preciso la forza-lavoro eccede la sua stessa messa al lavoro nel processo direttamente produttivo.


Un reddito per la vita

Su una cosa è lecito dissentire da Marx, ed è quando afferma che la dote di natura «non costa niente all’operaio». Costa eccome, come hanno dimostrato le lotte delle donne per il riconoscimento economico del lavoro riproduttivo. Il lavoro vivo riproduttivo, nella misura in cui permette di ridurre il costo della forza-lavoro, cioè il salario monetario necessario per vivere, permette di conseguenza di aumentare il profitto (monetario) del capitalista.

La lotta per il riconoscimento monetario del lavoro vivo riproduttivo delle donne è particolarmente interessante perché, se da una parte svela l’esistenza materiale di quella quantità di lavoro vivo che Marx cerca invano all’interno del circuito D – M – D’ per spiegare l’ammortamento del capitale fisso, dall’altra parte introduce la possibilità di un reddito d’esistenza indipendente dal circuito del capitale. Si tratta infatti di una quantità (e di una quantità notevole) di lavoro vivo che riproduce la forza-lavoro nella sua qualità di valore d’uso ma, a rigore, non in quanto valore di scambio. Infatti, se il lavoro riproduttivo fosse anche all’origine di quella quantità di valore di scambio necessaria all’ammortamento del capitale fisso, si arriverebbe alla conclusione che lavoro delle donne e lavoro morto del capitale sono la stessa cosa! Così ragionando, la parte più interessante della teoria del valore-lavoro di Marx, la contraddizione a cui essa conduce in virtù della distinzione tra lavoro vivo e lavoro morto, verrebbe a cadere (e Ricardo tornerebbe a trionfare).

Keynesianamente si può sostenere che il riconoscimento monetario del lavoro riproduttivo contribuisce non poco ad attenuare il rischio delle crisi da realizzo, cioè di vendita della totalità del prodotto (V + PV + C) sulla base della domanda effettiva. Le lotte per il welfare state che hanno attraversato l’affermazione storica del regime fordista sono una testimonianza del progressivo riconoscimento politico di questo costo biologico altrimenti occultato dietro la «dote di natura» della forza-lavoro. Con la creazione di una domanda aggiuntiva rispetto a quella creata dal capitale (attraverso, e non a caso, il meccanismo del deficit spending), il welfare state keynesiano ha di fatto risposto alla domanda che Marx si pone ragionando attorno alla questione dell’ammortamento del capitale fisso: «A chi le vende? Nel denaro di chi lo converte?». Le vende a una classe operaia di cui lo Stato è stato costretto a riconoscere la dimensione biologica oltre quella meramente produttiva.

Il welfare state è stato il primo esperimento storico di erogazione di un reddito d’esistenza sociale, o bioreddito che, riconoscendo la forza-lavoro non solo come costo per il capitale, ma anche come investimento sociale, ha di fatto assicurato la continuità del circuito D – M – D’. Sotto questo profilo, la divisione sessuale del lavoro tipica del regime fordista ha permesso al capitale di occultare la separazione, e quindi la contraddizione, tra lavoro vivo e lavoro morto. Nel regime fordista la divisione sessuale del lavoro ha assicurato il movimento espansivo del capitale perché ha permesso al reddito d’esistenza di fungere da variabile dipendente del capitale. In altre parole, il bioreddito, se da una parte ha assicurato l’ammortamento del capitale fisso, dall’altra ha riprodotto la separazione tra capitale e lavoro e, con essa, la divisione sessuale del lavoro. Non è certo un caso se la crisi del modello fordista coincide storicamente con la rivolta delle donne contro la divisione sessuale del lavoro.

Nel modello antropogenetico emergente, la «produzione dell’uomo attraverso l’uomo» ripropone la questione dell’ammortamento nei termini della conservazione del valore della forza-lavoro come dote di natura in sé e per sé. L’investimento nella formazione, nella salute, nella cultura, nell’ambiente, ossia nelle parti costitutive del capitale fisso umano, deve accompagnare la riproduzione della forza-lavoro lungo tutto l’arco della vita. Rispetto al bioreddito di tipo fordista-keynesiano, in cui l’investimento nel vivente ha svolto un ruolo determinante nella soluzione del problema dell’ammortamento del capitale fisso, nel modello antropogenetico il bioreddito è un investimento nella autonomia del vivente dal modo di produzione storicamente determinato.



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[1] Le variazioni cicliche del goodwill illustrano bene ciò che accade al valore dei beni intangibili delle imprese quotate in borsa. Il goodwill è per definizione il costo di avviamento di un’impresa, ossia l’insieme degli attivi intangibili (personale qualificato, qualità del management, ubicazione favorevole, esperienza organizzativa, rapporto con la clientela, capacità di credito ecc.). La valutazione dell’avviamento, del goodwill, viene effettuata in occasione di momenti particolari della vita di una azienda, come la cessione, il conferimento e la fusione con altre aziende. Il goodwill corrisponde alla differenza tra il valore economico attribuito all’azienda, che tiene conto delle prospettive di redditività, e il patrimonio netto contabile. Questa voce, iscritta a bilancio come «fondi propri», può rappresentare tra il 70 e il 100% dei capitali propri delle grandi aziende quotate, ciò che dimostra l’importanza del capitale immateriale relativamente al capitale fisico-tangibile immobilizzato. Più il goodwill è elevato, maggiore è la capacità di indebitamento (definita dal rapporto tra debiti e fondi propri) dell’impresa risultante dall’operazione di fusione. La riduzione di questo «scarto di avviamento», che con la crisi della new economy del 2000-01 è stata particolarmente forte, comporta quindi la riduzione della capacità di indebitamento delle imprese, per ristabilire la quale si avviano processi di razionalizzazione dei costi di gestione, in particolare di riduzione del lavoro. [2] «Tutte le grandi ditte – scrive Gorz – sanno tuttavia che è impossibile, nel quadro di un rapporto salariale, ottenere dai propri collaboratori un coinvolgimento totale, una identificazione senza riserve con la loro mansione. Per il solo fatto di essere contrattuale, il rapporto salariale riconosce la differenza, anzi la separazione delle parti contraenti e dei rispettivi interessi […] Alcune grandi ditte cercano, di conseguenza, di trasformare il rapporto salariale in un rapporto di associazione, offrendo ai collaboratori che sono loro indispensabili delle stock options, cioè una partecipazione al capitale e agli utili della ditta. Ma questa soluzione ha solo una efficacia limitata. Più il lavoro fa appello ai talenti, all’abilità, alla capacità di produzione di sé che “definisce ai propri occhi il valore” del collaboratore, più queste capacità tenderanno a eccedere la loro messa in opera limitata in un compito determinato» (cit., pp. 17-18). [3] Per una rivisitazione recente dei dilemmi della trasformazione dei valori in prezzi di produzione, vedi Carantini (2005, p. 122 e sgg.). [4] Negli schemi di riproduzione del secondo Libro del Capitale, Marx sembra mettersi nella condizione di poter spiegare l’arcano dell’ammortamento sotto il profilo della quantità di denaro necessaria alla riproduzione annua del capitale investito, introducendo «il produttore d’oro» nella sezione I, quella che produce i beni capitali. Si tratta comunque di una non soluzione, sia perché gli schemi di riproduzione sono costruiti sulla base della circolazione semplice (M – D – M), sono cioè schemi di scambio di quantità di valore prodotte nella stessa unità di tempo, sia perché il problema non riguarda la quantità di materiale monetario in quanto tale, bensì di redditi monetari necessari per la conversione del valore totale prodotto. [5] Il fatto che l’ammortamento del capitale investito rappresenti un problema logico sotto il duplice punto di vista del valore e del denaro, lo dimostra il modo in cui Keynes tenta di risolverlo nella Teoria generale (1996). Da una parte, la vera novità della critica keynesiana della teoria marginalista risiede nel principio della domanda effettiva, ossia il livello dei redditi necessario per assicurare l’uguaglianza tra risparmi e investimenti, una grandezza che è indipendente dal tasso di interesse e che, come noto, dipende dal livello della spesa pubblica. Dall’altra, comunque, quando Keynes tratta la questione della domanda di investimenti introduce, oltre alle aspettative delle imprese (variabile del tutto assente nell’analisi neoclassica), la nozione di efficienza marginale del capitale, che nella teoria neoclassica è una funzione del tasso di interesse. In altre parole, non tagliando del tutto il cordone ombelicale con la teoria marginalista, Keynes propone una soluzione del problema dell’ammortamento derivante dal livello degli investimenti del tutto circolare: da una parte, la domanda effettiva, necessaria per ammortizzare il capitale investito, è una grandezza che dipende dal tempo storico-politico della spesa pubblica, ma, dall’altra, l’efficienza marginale del capitale, basata come è sulla simultaneità degli scambi (e quindi in assenza della dimensione temporale), autorizza a escludere qualsiasi ruolo positivo della spesa pubblica nella creazione di quella domanda aggiuntiva senza la quale il capitale investito non sarebbe monetariamente ammortizzabile. [6] Per una critica serrata della teoria del valore in Marx dal punto di vista della coerenza logica della teoria del circuito economico, si veda Cencini e Schmitt (1976, 1977). [7] Sul rapporto tra dimensione umana e dimensione storica della forza-lavoro come «animale linguistico», vedi Virno (2003, pp. 143 e sgg.).



Immagine: Philippe Boisnard, phAUTOmaton, 2014.


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Christian Marazzi. Dopo aver insegnato all’Università di Padova, alla State University di New York e alle Università di Losanna e di Ginevra, è diventato docente presso la Scuola universitaria della Svizzera italiana.

È autore di numerose pubblicazioni in campo socio-economico e politico; in particolare di saggi sulle trasformazioni del modo di produzione postfordista e sui processi di finanziarizzazione, tra le quali segnaliamo: E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei mercati finanziari (Bollati Boringhieri, 1998), Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica (2° ed., Bollati Boringheri, 1999), Capitale e linguaggio. Dalla new economy all’economia di guerra (DeriveApprodi 2002), Finanza bruciata (Casagrande, 2009), Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e crisi globale (Ombre corte, 2010), Diario della crisi infinita (Ombre Corte, 2015) e Che cos’è il plusvalore? (Casagrande, 2016).

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