Intellettuali, subalternità e nuove forme di universalità
- Chiara De Cosmo
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Note su L’egemonia della superficie di Marco Gatto

Una delle ragioni del blocco dell’agire politico rivoluzionario è da ricondurre all’incapacità della teoria di fare presa sul reale. L’egemonia della superficie: per una critica del postmoderno avanzato (Castelvecchi editore, 2024), l’ultimo libro di Marco Gatto, scava a fondo di questa «autoreferenzialità priva di sbocchi» - come la definisce Chiara De Cosmo in questa recensione - della teoria e dell’immateriale e quindi della figura dell’intellettuale e del loro nesso con i meccanismi profondi di riproduzione della società capitalistica nella sua fase «post-moderna avanzata».
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Nel contesto delle società occidentali a capitalismo avanzato si mostra, con sempre maggiore evidenza, uno scollamento netto tra le forze collettive e le posizioni intellettuali, che di esse pretendono di farsi interpreti. Le recenti mobilitazioni per la Palestina, che hanno visto un’inedita partecipazione allargata, con forme organizzative e di presa di coscienza veramente sorprendenti se paragonate alla situazione degli ultimi decenni, hanno reso questa frattura ancor più manifesta. La polarizzazione del dibattito intellettuale pubblico, i tentativi di sussumere queste energie comuni in etichette dicotomiche che non hanno una reale presa su quanto accade mostrano come l’universo culturale appaia sempre più svuotato e incapace di assolvere a quello che tradizionalmente era il suo compito: cogliere il proprio presente in concetti, in forme in grado di restituirne una leggibilità oggettiva. Si ha l’impressione che le discussioni politiche siano diventate espressione di un arrovellarsi puramente linguistico, che vede le parole diventare referenti vuoti da adattare alla posizione che via via si assume. Ma anche l’universo teorico, in senso più stretto, sconta le conseguenze di questo fenomeno più globale di assottigliamento del nesso tra categorie e mondo materiale. Nei circoli accademici (anche quelli che si vogliono eredi di una tradizione di pensiero che faceva della critica dell’esistente il proprio baricentro) ci si rinchiude spesso in un’autoreferenzialità priva di sbocchi, in un dialogo tra esperti chiamati a esprimersi su quale sia il modo migliore per definire la barbarie del nostro tempo, come se la determinazione linguistica permettesse una neutralità e una superiorità di sguardo, che giustifica un effettiva ignoranza dei processi storici in atto.
L’interesse del libro di Marco Gatto – nato dalla raccolta e dalla sistematizzazione di saggi già editi su riviste scientifiche – L’egemonia della superficie. Per una critica del post-moderno avanzato (Castelvecchi, 2024) risiede proprio nella sua scelta di affrontare questo problema in chiave sistemica: non lamentando, cioè, l’inerzia intellettuale, ma scorgendo i nessi profondi che connettono il mondo culturale ai meccanismi strutturali di riproduzione della società. Il baricentro argomentativo del testo risiede nell’individuazione del dominio dell’astrazione come motore determinato che consente di riprodurre l’attuale mondo sociale come orizzonte privo di alternative. Se il modo di produzione capitalistico funziona costitutivamente sulla base di una riduzione all’astratto dei rapporti materiali concreti, in questa fase storica tale riduzione assume dei tratti specifici. Con la formula di «post-moderno avanzato», Gatto indica l’imporsi, nelle società occidentali, di una duplice tendenza al «sistematizzarsi del perdurante compromesso tra un’ipermodernità intesa quale valorizzazione e accelerazione di istanze capitalistiche […] e una postmodernità estenuata, vale a dire colta in una permanente attività di sovrastrutturalizzazione della struttura» (p.7).
È precisamente questa «estenuazione culturalistica», questo movimento che riduce l’individuazione dei nessi materiali della società alla superficie di una griglia concettuale e linguistica priva di reale presa su di essi, che secondo l’autore non solo si impone come esito delle leggi di funzionamento del capitale, ma contribuisce al contempo a convalidarne la pretesa di naturalità. L’indagine di questo libro, dunque, si concentra sulle tendenze profonde del mondo culturale come un fenomeno complessivo e come parte di un più ampio sistema di riproduzione sociale, al fine però di mostrare anche dove questo sistema cela le proprie fratture e di proporre possibili orientamenti che restituiscano alla cultura un ruolo cosciente all’interno di questi stessi rapporti.
Il centro gravitazionale dei saggi contenuti in questo libro è il riconoscimento del fatto che, nelle nostre società, il nesso tra dimensione economica e dimensione culturale si è fatto tanto più stringente quanto difficilmente individuabile. I due piani, infatti, risultano confusi e sussunti all’interno di un’apparente signoria totalizzante dell’aspetto simbolico, che finisce per rendere invisibili, e per erodere, le relazioni concrete che di esso sono parti costitutive. Questa dimensione, di cui come si diceva non è difficile fare esperienza se semplicemente ascoltiamo una discussione teorica o un dibattito politico, trova ne L’egemonia della superficie, una mappa genetica – una cartografia della sua origine, del suo rapporto con i rapporti di produzione materiali – e anche, su questa base, una possibile via d’uscita.
Per dare conto di questa torsione, di questo dominio dell’immateriale come uno degli aspetti principali del modo in cui le relazioni capitalistiche si riproducono all’interno delle nostre società, Marco Gatto individua una cornice teorica ben precisa: il paradigma dell’astrazione. Questo modello teorico, le cui linee categoriali sono esposte in molti dei lavori di Roberto Finelli – con cui l’autore de L’egemonia della superficie ha scritto un libro a quattro mani, Il dominio dell’esteriore, che già dal titolo mostra la sua complementarietà al primo – sarebbe in grado proprio di portare a visibilità il modo in cui questa signoria del simbolico, questa ostensione e «superficializzazione» del sapere e della cultura, siano in realtà una determinazione specifica del meccanismo di totalizzazione del capitale. Se, come sostiene Gatto, pensare la realtà sociale nei termini delle sue contraddizioni comporta immaginare che vi sia la possibilità che una soggettività, resasi cosciente della frizione dei rapporti in cui è inserita, sia capace di rovesciarli, il modello dell’astrazione mette a tema proprio il blocco che impedisce questa frattura rivoluzionaria. Il fatto, cioè, che il capitale si comporta come un soggetto autonomo, dispiegando il suo scopo di una continua valorizzazione dell’esistente attraverso la colonizzazione di tutti gli ambiti di quest’ultimo, comprese le più intime pieghe della soggettività.
Di questo paradigma si possono in realtà riconoscere alcuni limiti. In prima istanza, forse, il rischio di dimenticare che questo decorso in apparenza autonomo del capitale sia, in verità, appunto un’apparenza, sebbene con effetti indiscutibilmente concreti. La teoria della contraddizione – che di certo non si può liquidare, nella sua complessità, a posizione che si riferisce solo alla potenzialità di un soggetto rivoluzionario – mette a fuoco precisamente questa frattura appunto contraddittoria: il capitale è soggetto perché noi, con il nostro lavoro vivo, lo subiamo e ne assumiamo le dinamiche. Se la teoria si è estroflessa nella superficie, se i concetti paiono muoversi a una distanza fantasmatica dai fenomeni concreti, è anche perché il pensiero si scontra con la contraddizione di un lavoro precario che rende impossibile avere accesso ai tempi lunghi della ricerca; con la definanziarizzazione dell’università pubblica e dell’istruzione. E si potrebbero fare altri esempi. Tutti questi meccanismi convivono, al contempo, con l’assicurazione della necessità del lavoro intellettuale per garantire forme democratiche e inclusive di partecipazione alla vita pubblica o con la necessità del sistema capitalistico di avere forze ideologiche che ne garantiscono l’egemonia. Muovere da questa contraddizione è, in effetti, un modo effettuale per agire nel senso di un suo possibile rovesciamento: il marxismo della contraddizione ricorda che questo mondo sociale non realizza ciò che promette e lo fa creando spazi di antagonismo determinati, che rendono ragione sia delle modalità della sussunzione del capitale, sia dei luoghi concreti in cui quest’ultima non si realizza del tutto.
Al netto, tuttavia, di questo possibile limite, L’egemonia della superficie mostra di confrontarsi in maniera serrata, e produttiva, con il fenomeno di un’egemonia sempre più ferma – e sempre più occultata – dei rapporti capitalistici, rispetto alla quale la cultura sembra assumere una postura adattiva, incapace di svolgere una seria critica dell’esistente.
Le ragioni di tale tendenza si possono ravvisare, in prima istanza, in una torsione interna alla teoria stessa che è, al contempo, «rispecchiamento» – per utilizzare un termine di György Lukács – della torsione neoliberale dei rapporti capitalistici. Nel suo saggio degli anni ’80, in cui le tendenze del cosiddetto post-moderno venivano strettamente legate alle dinamiche del tardo capitalismo (Postmodernismo o la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi 2007), Fredric Jameson aveva messo a fuoco la progressiva erosione della capacità della teoria di confrontarsi con i nessi profondi della riflessione. Un tale fenomeno di spostamento verso la superficie si legava, nella sua lettura, a una rinuncia cosciente alle forme di universalità che avevano caratterizzato il pensiero moderno: leggere i particolari come rimando a un complesso totalizzante appariva una forma di violenza della teoria sulla natura di questi particolari stessi. Dinanzi alla pluralità delle espressioni vitali, dei mondi possibili ogni verticalità, gerarchia e strutturazione in un intero sembrava miope e incapace di accettare questa stessa ricchezza di potenzialità. Il rapporto stesso tra i concetti e gli oggetti sembrava esercitare un’identificazione arbitraria, che metteva a repentaglio l’effettiva poliedricità delle cose e appariva incapace di accettare lo scarto che esiste tra queste ultime e il pensiero.
Ne L’egemonia della superficie questa tensione viene riconosciuta come propria di quei pensatori, i cosiddetti autori della French Theory, che hanno esercitato un’influenza preminente all’interno dei paradigmi teorici contemporanei. Le analisi critiche di Foucault, Deleuze e Derrida, pur nelle loro indubbie differenziazioni interne, possono dirsi accomunante da una tendenza comune a voler dismettere le strutture totalizzanti e dialettiche che, nella loro prospettiva, avevano caratterizzato la riflessione moderna. L’enfasi sulle possibilità di resistenza soggettive rispetto a un potere onnipervasivo, l’apertura al dispiegamento di una pluralità di istanze desiderative, la rinuncia alla stabilità interpretativa dei testi a favore di costruzioni di carattere più libero e analogico sono tutti aspetti del pensiero di questi autori che vengono letti nella loro inconsapevole adesione a un paradigma neoliberale che, quantomeno, è in grado di sussumerle al proprio interno come possibile veicolo ideologico di legittimazione. Ciò che diviene difficilmente visibile, infatti, se si accettano questi presupposti teorici, sono proprio quei concreti meccanismi di coazione esercitati dal capitale che rendono solo apparente l’autonomia delle pulsioni e decisioni individuali. Le istanze critiche divengono, in questo modo, ineffettuali, nella misura in cui muovono dalla premessa che il concetto non sia mai in grado, fino in fondo, di cogliere il reale.
Una direzione, questa, che si può individuare su un piano diverso anche in quei paradigmi che si vogliono eredi del marxismo e si appropriano di questo orientamento al riconoscimento della poliedricità delle dimensioni simboliche proprio come contraltare di un’analisi presuntamente troppo economicista. Nel solco inaugurato dall’opera del 1985 di Laclau e Mouffe (Egemonia e strategia socialista, Il Melangolo 2011) – pensatori che sono stati fortemente influenti nelle recenti tendenze populiste che hanno coinvolto diversi paesi europei, e non solo – l’indagine sugli antagonismi politici e sui conflitti egemonici viene spostata sul piano degli orizzonti simbolici e discorsivi che contribuiscono ad alimentare i meccanismi di subalternità. La giusta enfasi sul lato, per così dire, culturale, che pure è fondamentale nella riproduzione dei rapporti di sfruttamento capitalistici, ha però comportato un depotenziamento evidente del piano effettuale del conflitto: se i soggetti possono, acquisendo consapevolezza del modo in cui la propria identità viene simbolizzata, manifestare immediatamente le proprie forze contrastive rispetto alla struttura sociale, allora si allargano sia i potenziali soggetti sia gli orizzonti antagonistici. In questo caso, tuttavia, il rischio è duplice: da un lato, quello di spostare l’antagonismo sul piano di una ridefinizione solo linguistica dei rapporti di forza; dall’altro, quello di saldare in un solo nesso piano identitario e sfruttamento, finendo per naturalizzare i vettori antagonistici stessi. Finendo, dunque, per dimenticare che il capitale è in grado di valorizzare all’interno del proprio meccanismo queste differenziazioni egemoniche, occultando attraverso di esse i rapporti materiali che le rendono possibili. Se la conflittualità è esercitata non a partire dalla collocazione di classe – cioè, in una precisa posizione all’interno dei rapporti capitalistici – ma a partire dall’identità di volta in volta oppressa, gli antagonismi si dislocano dal piano materiale e diviene arduo individuare il nocciolo concreto dell’appropriazione capitalistica di questi stessi antagonismi.
In particolare, nel terzo e nel quinto capitolo del libro, in cui gli esiti dei paradigmi appena descritti vengono analizzati più nello specifico, Gatto delinea anche, come possibile direzione di risposta, la possibilità di una riconquista della dimensione storicizzata e totalizzante della critica. Nel privilegiare la nozione sartriana di totalizzazione – a quella strutturalista di Althusser, che finisce secondo l’autore per legittimare di fatto un orizzonte di non trasformabilità – l’autore pone l’accento sulle possibilità di riguadagnare una diversa postura critica. Se i mondi e i prodotti culturali vengono letti come esiti di un processo di totalizzazione, operato all’interno di rapporti capitalistici che ne fa particolari della propria dinamica complessiva, allora in essi di può scorgere un depositum historiae, la sedimentazione concreta di linee che a questa logica non sono del tutto sovrapponibili. Facendo nuovamente propria la capacità di osservare i fenomeni nella loro integralità, la teoria diviene così capace di interpretare i propri oggetti come «allegorie della totalità», per utilizzare ancora un’espressione di Jameson, che sono, al contempo, risultato delle dinamiche in cui sono inserite, ma anche stratificazione concreta di lotte, aspirazioni e tensioni in grado di rimettere in moto, in senso emancipativo, questo meccanismo di totalizzazione.
Nel porre al centro concetti che la teoria considerava ormai anacronistici, come quello di dialettica e di mediazione, Gatto mette a fuoco con grande forza teorica un diverso compito che gli intellettuali possono assumere per riacquisire una reale capacità di presa sul reale, e di conseguenza anche uno sguardo critico e potenzialmente trasformativo su di esso. In un saggio del 1972, Franco Fortini (Intellettuali e nuova sinistra, in Questioni di frontiera: scritti di politica e letteratura 1965-1977, Einaudi 1977) – che rappresenta un altro dei riferimenti teorici cardine di questo libro insieme a Jameson – sottolineava come «la lotta per i contenuti del proprio lavoro, vale a dire per la qualità profonda di esso (una lotta che di fatto è inseparabile da quella per l’organizzazione del sapere e per la sua destinazione), non solo non è inutile ma è la condizione per conferire serio significato politico alle buone intenzioni degli intellettuali e per connetterlo quindi al generale movimento di massa». A questa finalità, e a questo compito, il testo di Gatto offre pagine che inducono a una profonda meditazione.
La messa in discussione dello svuotamento culturale inteso, come viene inteso in questo testo, come uno dei veicoli di riproduzione capitalistica, non avviene nel vuoto, ma a partire da quelle istanze che, effettivamente presenti nei solchi e nelle fratture dei mondi culturali e dei prodotti estetici, finiscono per essere silenziate. Riprendendo alcuni passaggi del Quaderno §11 di Gramsci, Gatto osserva come uno dei modi per mantenere e riprodurre la subalternità sia proprio quello di preservare il carattere disseminato e molteplice del senso comune, in cui convivono insieme stratificazioni che richiamano a temporalità e logiche diverse. Il mondo ideologico delle masse è attraversato da richiami a strutture regressive e sopravvivenze di credenze e miti pre-moderni che convivono insieme al rapporto con le innovazioni più progressive e avanzate. Alla stigmatizzazione normativa a cui gli intellettuali hanno da sempre – e in tempi recenti nella forma di una fattuale accettazione della propria impotenza – sottoposto queste istanze si è associata, a partire dal periodo precedente alla Seconda guerra mondiale, la capacità della destra radicale di egemonizzare e far proprie queste tensioni. Questa appropriazione si configura associando un addomesticamento di queste istanze su un piano mobile e orizzontale al mantenimento effettivo della loro a-sistematicità, che si fa garanzia proprio della preservazione dei rapporti subalterni. Una dimensione caotica che, come l’«intermezzo freudiano» del libro (capitolo quarto) mostra con grande chiarezza, in tempi recenti si traduce in frantumazione della stessa costituzione psichica dell’io, incapace di farsi individualità autonoma e preda, dunque, di feticci esterni e di proiezioni desiderative dirette verso un’autorità esteriore.
Il richiamo all’oggettività delle crisi economiche e alla durezza delle contraddizioni strutturali si è rivelato storicamente, e si rivela tutt’oggi, insufficiente per contrastare questo orizzonte e per orientare queste forze verso una direzione emancipativa. Molto spesso esso si è tradotto, anzi, in un’ulteriore dicotomia tra intellettuali e masse, poiché ha comportato il fatto che i primi finissero per arroccarsi in posizioni tecnocratiche che, sulla base di una convalidazione a priori e non politica dell’opinione degli esperti, depotenziavano come irrazionale qualsiasi esigenza di una condivisione o discussione pubblica delle posizioni assunte. In questo senso, L’egemonia della superficie invita proprio a un ripensamento del ruolo della teoria in una rinnovata messa a tema delle istanze in apparenza irrelate di quella che Gramsci definiva «cultura popolare». Portare a sistema queste istanze, leggerle nella loro mediazione interna e nel loro rapporto con le relazioni materiali, comporta al contempo sollecitare un’emancipazione dalla subalternità culturale e focalizzare nuovamente i nessi profondi che contraddistinguono gli oggetti del pensiero. In questo modo, i contenuti trasformativi che esse possiedono sono posti in grado di germinare, evitando il rischio di una reificazione o di un auto-posizionamento all’interno di queste stesse strutture subalterne. Nelle pagine del testo che Gatto dedica a Said questo problema viene affrontato collegando in un nesso d’insieme lo sguardo di «superiorità orientalistica», che riserviamo alle culture considerate come estranee alla nostra, e quello che la «cultura alta» assume nei confronti del folklore e delle forme di razionalizzazione differenti dalla propria. Come aveva notato Ernesto De Martino, in un saggio uscito nel 1949 per la rivista Società Intorno a una storia del mondo popolare subalterno), la cultura borghese è attraversata da una profonda tendenza a trattare il mondo naturale-subalterno come se quest’ultimo fosse un mondo di cose, un mondo «naturale», destinato ad essere analizzato e sfruttato con la stessa logica funzionale allo sfruttamento dell’universo materiale. Il rischio che corre questo mondo è quello di accettare questa identificazione, enfatizzando elementi riconosciuti come propri nel loro valore contrastivo rispetto alle leggi della modernità capitalistica e alle sue configurazioni razionali. I ristretti confini dell’umanesimo borghese, tuttavia, come mostra bene Gatto, possono essere superati ridefinendo lo stesso orientamento di quest’ultimo: assumendosi, cioè, il compito non di lasciare pura espressività alle dimensioni incastonate nella cultura subalterna, ma leggendo in esse l’espressione di antagonismi strutturali e l’esigenza di una convergenza universalistica che indica l’orientamento verso un nuovo umanesimo, ancora da costruire. In questo senso, l’esigenza di un rinnovamento intellettuale e culturale si lega strettamente a un orizzonte di possibilità concrete, e silenziate, che possono essere mediatamente portate alla luce.
Queste osservazioni mi sembra lascino spazio a una direzione di ripensamento della teoria, che si mostra come estremamente urgente oggi, per evitare che le energie spontanee e la presa di coscienza collettiva a cui abbiamo assistito nelle recenti mobilitazioni non vadano disperse. Un ripensamento che diviene tanto più necessario se si vuole far propria l’aspirazione a una cultura che riguadagni la propria autonomia, eserciti la propria pressione ideologica e cessi di essere inconsapevolmente parte delle dinamiche di riproduzione dei rapporti vigenti. Nello stesso saggio che si menzionava di Fortini, il grande critico letterario italiano osservava come agli intellettuali spettasse il compito di «agire come hanno tradizionalmente agito i lavoratori: che solo in specifiche e determinate condizioni hanno ricorso al luddismo. Come la classe operaia testimonia del proprio diritto e della propria volontà alla gestione sociale della produzione non solo spezzando le macchine, ma soprattutto decidendo di fermarle e di rimetterle in moto a proprio criterio, così l’intellettuale che si rifiuta come mandarino non afferma la propria appartenenza alla classe lavoratrice cessando dalla propria attività […] ma la afferma invece continuamente sottoponendo a critica o a trasformazione le forme e gli spazi (istituzioni e linguaggi) che la società capitalistica offre al suo operare». Tutto questo non si può fare se non agendo, al contempo, per contrastare tutte quelle tendenze che rendono precario, che vogliono marginalizzare come inutile, che vogliono schiacciare sulle logiche di mercato il lavoro teorico: ma è un processo che può unire insieme lotta per la trasformazione dei rapporti materiali e lotta per una nuova, emancipativa, cultura egemonica.
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Chiara De Cosmo ha studiato filosofia ed è attualmente borsista presso l’università Parthenope di Napoli. I suoi interessi di ricerca vertono attorno al pensiero filosofico, politico ed estetico di Bloch e Adorno, con particolare attenzione a problemi di filosofia della storia e all’intreccio fra momenti più strettamente speculativi e analisi delle forme di espressione artistiche, musicali e letterarie e attorno al pensiero filosofico ed economico di Marx e del marxismo della prima metà del Novecento.








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