Insubordinarsi al lavoro
- Luciano Mazziotta
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Georg Trakl nell’Europa in fiamme

Luciano Mazziotta attraversa gli ultimi anni di Georg Trakl per leggere, nella vicenda spezzata del poeta di Salisburgo, qualcosa di più di una biografia. Tra impieghi cercati e subito abbandonati, prestiti tra amici, Veronal, tentativi di suicidio e chiamate alle armi, il lavoro diventa uno dei luoghi in cui si manifesta la crisi di un’Europa ormai prossima alla catastrofe. Sullo sfondo, la Vienna di Kraus, Wittgenstein e Schönberg; al centro, una rete di amicizie e di mutuo soccorso che prova a tenere in vita chi non riesce a trovare posto nella macchina burocratica e produttiva. Un ritratto di Trakl, dunque, ma anche di una generazione che, alla vigilia della guerra, sembra oscillare continuamente tra subordinazione, fuga e silenzio.
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Gli anni ’10 del Novecento sono il penultimo tempo, il penultimo atto di un’Europa sul ciglio delle nuove guerre planetarie. Non che le condizioni di vita precedenti fossero floride o migliori, ma da questo momento in poi, fatta eccezione per qualche sparuto segno di luce, verranno tempi sempre più oscuri, i cui esiti si estendono fino a coprire, in un certo senso, anche il nuovo millennio. È in quei penultimi battiti dell’Europa pronta a precipitare nella spirale delle guerre mondiali che si inserisce la vicenda biografica e artistica di Georg Trakl, poeta nato a Salisburgo nel 1887 e morto suicida – o suicidato – in piena guerra nel 1914; in quell’Austria che, come avrà modo di scrivere Karl Kraus, costituisce il «terreno di prova per la distruzione del mondo»[1]. All’interno di questo «banco di prova», insieme a Trakl, si muovono Erhard Buschbeck, Ludwig von Ficker, Kurt Wolff, Karl Borromäus Heinrich, «uomini e donne della sua patria», secondo un’espressione di Ludwig Wittgenstein[2]. Scegliendo il poeta di Salisburgo e la sua Austria in qualità di epicentro di questo discorrere, leggendo gli scambi tra personalità che satellitano attorno alla sua figura, è possibile sezionare e analizzare i penultimi singhiozzi del cuore d’Europa, e di quel sentore di «stare vicini alla morte», a quella catastrofe imminente dopo la quale niente sarà uguale a prima.
Siamo in un clima di crisi economica e culturale, un clima in cui la disoccupazione di masse di alfabetizzati suscita agli Stati agitazione e preoccupazione. Queste masse di scioperati, che difficilmente sono imprigionabili in occupazioni tradizionali, «sono sconvolte dalla contraddizione»: è sotto gli occhi di tutti, ritiene Harrison, il conflitto tra vecchio e nuovo, tra nazionalismo e internazionalismo, tra borghesia e aristocrazia, nonché la tensione bellica dovuta al sistema di forze interno alla Triplice Intesa, all’annessione della Bosnia Erzegovina da parte dell’Austria, alla crisi del Marocco, senza contare quella che viene definita storicamente la polveriera balcanica[3]. Si può aggiungere che le Nazioni vorrebbero assorbire queste masse all’interno della macchina burocratica, ma gli intellettuali reagiscono in modo coerentemente ambivalente. Da una parte devono pur sostentarsi, dall’altra, caso emblematico quello di Trakl, percepiscono uno schiacciamento, un soffocamento, una nausea e un rifiuto consapevole o inconsapevole di occupare spazi asfittici. Immersi nello stato di agitazione prebellico o nella dissonanza con tutte quelle sovrastrutture paterne e patriarcali, artisti, poeti, filosofi cercano un lavoro, non lo trovano, lo rifiutano; oppure non lo trovano, ma se lo trovassero rifiuterebbero. Intanto scrivono, dando vita a una delle esperienze artistiche più alte del Novecento, e si suicidano, o meglio si lasciano suicidare dai governi locali e internazionali. La Prima Guerra Mondiale, da questo punto di vista, non è che un tentativo di subordinare gli scioperati, ponendoli al servizio dello Stato e allo stesso tempo inaugurando una delle più grandi istigazioni al suicidio della storia. Guerra, lavoro e suicidio, così, sembrano essere le stelle profetiche di quella che poi sarà la bandiera europea. L’unica tutela economica risiede nell'amicizia, nel patto implicito tra amici che si sostengono a vicenda sotto il profilo artistico e finanziario. Per questo, guardare rapidamente al carteggio tra Trakl e Buschbeck, Ficker e Heinrich può costituire un assioma delle relazioni e dello scontento, del disagio psichico e sociale nell’Europa in fiamme. Il mutuo soccorso comunitario fornisce, qui, forse l’unico sollievo.
In particolare il rapporto tra Buschbeck e Trakl assume i contorni di un legame più che fraterno, di un sodalizio che, ad esempio, Pizzingrilli nello studio sull’epistolario di Trakl, ha definito secondo i termini delle eterie teorizzate da Aristotele nell’Etica Nicomachea. Sulla base di questa definizione, infatti, si può parlare di rapporto di mutuo sostegno, di una relazione «che non agisce benefici, né prevede beneficati» ma procede seguendo «il desiderio deliberante»[4]. Gli amici, in pratica, sostengono e aiutano, senza esigere nessun contraccambio, mentre lo Stato manda in guerra e toglie la vita ai suoi sottoposti; gli amici desiderano la sopravvivenza degli altri, lo Stato delibera l’annichilimento degli uni e degli altri.
Pubblicazione, prestiti e penuria
Nel penultimo anno di Georg Trakl e dell’Europa tremante, l’editore Kurt Wolff, probabilmente per intercessione di Karl Kraus, propone al poeta la pubblicazione del suo primo e penultimo libro, Gedichte, frattanto che l’autore procede alla scrittura di Sebastian im Traum, che uscirà postumo nel 1915 a cura di Ludwig von Ficker. Si tratta di un anno particolare, e, nello specifico, la proposta arriva il primo aprile, mentre Trakl, senza un soldo come tanti suoi coetanei e conterranei, cerca un lavoro, un aiuto, e del Veronal, lo psicofarmaco che inaugura il secolo e invade le anime degli insubordinati. Kurt Wolff, personaggio illuminato che tra il 1913 e il 1930 diverrà l’editore di riferimento dell’espressionismo di lingua tedesca, ha letto, infatti, alcuni testi di Trakl nel Brenner, rivista del ricco mecenate Ludwig von Ficker[5]. La proposta non può che allettare il poeta, nonostante si trovi, forse come sempre, forse più di prima, in uno stato di sfacelo individuale e in questo sfacelo individuale siano impressi i segni di una generazione che avverte incessantemente la dissipazione. L’interesse di Wolff, del resto, suscita non pochi problemi materiali per Trakl, che è a corto di denaro e non possiede il manoscritto delle poesie, allora tra le mani di Erhard Buschbeck. Trakl prega l’amico di spedirgli il manoscritto quanto più celermente, aggiungendo la richiesta, diretta e senza orpelli, di un prestito di 50 corone. Le richieste di denaro in quei cinque giorni non sono così sporadiche e nel giro di poco Trakl ne invia almeno due: la prima, giunta a destinazione il 2 aprile, è spedita a Buschbeck il giorno precedente alla proposta di pubblicazione; mentre la seconda, del 4 aprile, si rintraccia en passant nell’epistola in cui Trakl comunica all’amico stesso le intenzioni editoriali di Wolff. Nella lettera giunta il 2 aprile, in più, Trakl specifica che «avrebbe potuto chiedere a Ludwig von Ficker, ma [gli] riesce davvero difficile»[6]. Di certo Ficker avrebbe potuto fornire a Trakl un sostegno economico molto più cospicuo di Buschbeck che, allora, si trova in mezzo allo scandalo del primo quarto del secolo, la rissa scatenatasi durante il concerto di Arnold Schönberg[7]. Buschbeck accoglie con entusiasmo la notizia della pubblicazione delle Gedichte, spedisce rapidamente indietro il manoscritto, ma per le corone l’amico deve pazientare almeno ventiquattro ore. I soldi verranno spediti senza nessuna esitazione, ma Buschbeck ha dovuto chiederli a «qualcun altro perché lo facesse temporaneamente in sua vece». Anche lui, del resto, «si trov[a] molto male a quattrini»[8].
Trakl, al momento, è inoccupato. Fino a qualche giorno prima aveva tuttavia lavorato come farmacista a Innsbruck: nessuna migliore occupazione per chi era dipendente da Veronal. Nessuna migliore occupazione gli avrebbe, del resto, permesso di rifornirsi di droghe e farmaci con più facilità e a un prezzo più conveniente[9]. Sappiamo che da questo lavoro giornaliero trarrà 30 corone, ma che non saranno abbastanza per spostarsi a Vienna, in vista di una lettura in suo onore organizzata da Buschbeck e dalla Akademischer Verband der Musik und Literatur in Wien[10]. Di queste trenta corone, infatti, cinque sono andate via per incombenze di salute – possiamo immaginare per l’acquisto di Veronal – e il resto, dice Trakl, verrà utilizzato, probabilmente, per la stessa ragione[11]. Per fortuna Buschbeck, come suo solito, litigherà con uno dei responsabili dell'Accademia, e la lettura non si terrà. I problemi economici, però, restano e con loro la ricerca di un lavoro che sia più duraturo: lo slancio di inserirsi all’interno del meccanismo di produzione che con moto uguale e contrario sarà controbilanciato dallo slancio di fuggire da esso. La rete di sostegno si infittisce in quello stesso anno grazie all’incontro con l’architetto Alfred Loos. A lui, da poco conosciuto, Trakl chiede se dovessero esserci dei posti di lavoro presso il Museo del commercio[12]. Nonostante la benevolenza di Loos e le sue relazioni, ad ogni modo, non sembra esserci alcun posto vacante. Buschbeck, d’altra parte, insiste a favore dell’amico, e, dopo essere stato pressato perché spedisca tutta la documentazione necessaria[13], gli trova una posizione come contabile presso il Ministero della Guerra[14]. Trakl, allora, si sposta a Vienna, trovando alloggio in una camera nelle proprietà di Franz Zeis, addetto della rivista Brenner. L’autore di Sebastiano in sogno non è ovviamente soddisfatto di questo lavoro. «Qui – scrive a Ludwig von Ficker – ricopro un impiego volontario, alquanto ripugnante, e ogni giorno mi meraviglio che per fare delle somme, che torno a imparare con notevole lentezza, non mi si richieda alcuna garanzia»[15]. Il signor Loos non è però sparito e forse riuscirà a spostare il poeta come «referendario ai medicinali a Innsbruck»[16]. Il 14 agosto, dopo poco più di un mese di assunzione, Trakl «smette carica e grado»[17]. Franz Zeis, allora, riesce a fare una telefonata al Ministero del lavoro, con l’intenzione di sapere se almeno lì sia disponibile un qualche incarico per quello scioperato. Il posto c’è, sì, ma con lui insorge un altro problema. Il ministro è interessato ad avere qualche informazione sul futuro burocrate da assumere, e, una volta sentito il nome di Georg Trakl, «si è rammentato del tale che bisognò aspettare due mesi e che poi se ne andò dopo due ore»[18]. Zeis rassicura il Ministero: Trakl allora era malato, ma adesso sta benissimo. Sembrerebbe tutto risolto e Trakl può iniziare a lavorare. Si potrebbe commentare questa guarigione con le parole che concludono Arancia meccanica, in cui Alex, il protagonista, mentre immagina un’orgia con lo stesso sottofondo musicale con il quale aveva perpetrato i suoi massacri, ironicamente dice: «Ero guarito, eccome». Forse Trakl era guarito – eccome! - rispetto a quando aveva già ottenuto lo stesso posto di lavoro, presso la stessa istituzione sulla soglia del suo penultimo anno, il 31 dicembre 1912. Qualche ora dopo l’assunzione, allora, il poeta era fuggito via, mandando, repentinamente, un telegramma di aiuto a Buschbeck. Lo incontriamo nei giorni seguenti, il 4 gennaio 1913, girovagare verso la notte per Hall «come un morto, [per] una città nera che [lo] ha pervaso come un inferno pervade un maledetto»[19]. Grazie però al Veronal è riuscito a prendere quel po’ di sonno necessario per sopravvivere male e in uno stato confusionale.
Non sapremo mai se Trakl, nell’agosto 1913, avrebbe lavorato più delle due ore di otto mesi prima: quel mese, infatti, non si recherà al lavoro. La prima volta aveva abbandonato il Ministero e si era ritrovato nell’inferno di Hall strafatto di barbiturici. La seconda volta, dopo essere fuggito dal Ministero della Guerra, da un lavoro «ripugnante», non c’è stato tempo per provare l’abbandono, la repulsione tipica dell’inincasellabile, né i barbiturici, né per essere pervaso dall’inferno. Il 3 novembre 1913 viene richiamato nell’esercito, per la mobilitazione delle truppe austriache al confine con la Serbia. Interverranno, allora, le grandi potenze a offrire il più grande barbiturico di sempre, la reseda nera, l’overdose farmacologica somministrata dagli stati sotto forma di chiamata alle armi.
Suicidatevi e partite (e tacete)
I primi anni del Novecento sono caratterizzati in effetti da una quantità iperbolica di suicidi. Harrison dedica un intero capitolo a questo fenomeno, corredando il tutto da una cospicua biografia e quasi lo stesso avevano fatto vent’anni prima Janik-Toulmin in La grande Vienna del 1974, stilando un elenco dei suicidi delle figure di primo piano in ambito artistico, letterario, politico e culturale dell’Austria di inizio secolo. Se il principio della dissonanza è il concetto che attraversa tutte le tematiche dell’opera di Harrison, Janik-Toulmin sostengono, d’altro canto, che vi fosse uno stretto rapporto tra le innumerevoli azioni suicidarie e la crisi di identità di Vienna. «La vera malattia di Vienna – scrivono gli autori - era il problema della identità e della comunicazione, ad ogni livello politico e sociale, individuale o internazionale. I problemi internazionali derivavano strettamente dall’esclusione del regno asburgico dal giovane e forte Reich tedesco»[20]. Per specificare meglio questa stretta relazione tra dissonanza e crisi identitaria da una parte e morte autoinflitta dall’altra, vale la pena inoltre riportare un saggio uscito precisamente cento anni dopo il periodo di cui ci si sta occupando. Il filosofo francese J.-P. Galibert in Suicidio e sacrificio. Il modo di distruzione ipercapitalistico del 2012 teorizza, sulla base di un' attenta analisi dei suicidi nella Francia dei primi anni 10 del Ventunesimo secolo, una necessità dell’istigazione al suicidio da parte della società ultraliberista, la quale «non si accontenta di accumulare negli individui le ragioni di uccidersi: occorre anche che tutte le vie d’uscita che essi intravedono si trasformino, a loro volta, in ragioni supplementari di smettere di vivere»[21]. Se adottiamo questa tesi - e sembra quella più consona al periodo storico di cui stiamo trattando e di quello in cui ci troviamo - possiamo notare come, indipendentemente dalle ragioni psichiche di Trakl e della sua cerchia, oltre alla dissonanza citata e alla crisi di identità teorizzata da Janik-Toulmin, sussistono degli atteggiamenti generali ed economici che rendono gli individui dei «merli imprigionati», soffocati, inquadrati, in cui ogni ulteriore posto nel mondo costituisce «un’ulteriore ragione supplementare di smettere di vivere»[22]. Sembra che i nazionalismi, il capitalismo primonovecentesco e l’ultraliberismo contemporaneo abbiano teso e tendano ad ingabbiare l’individuo, sollecitando in modo inconsapevole la dedizione all’annullamento di sé.
Concentrandoci sulla sensazione di imprigionamento degli individui nell’era dei capitalismi e dei nazionalismi europei, è possibile notare che Il canto del merlo prigioniero è una poesia di Trakl, scritta nel maggio 1914, dedicata a Karl Borromäus Heinrich, l’amico conosciuto tramite Ludwig von Ficker, il cui tentato suicidio impegnerà molte riflessioni e lettere di Trakl nel marzo 1913. Questo tentativo, e le relative lettere di Trakl inerenti l’accaduto, si ergono come un’ennesima premonizione, un’ennesima vicenda che anticipa il destino di Trakl e dell’intera Europa in guerra. Il processo che conduce al tentato suicidio di Heinrich è caratterizzato da due fasi precedenti che si iscrivono nello stretto rapporto di cui si è parlato. Heinrich in una lettera di fine febbraio 1913 fissa un incontro con Trakl a Salisburgo, ma, nel frattempo, comunica il suo licenziamento da parte della casa editrice Langen, le cui condizioni economiche rendevano questa soluzione come l’unica percorribile. Il posto nel mondo, si è già detto, sfugge di continuo e nulla è afferrabile. Qualche giorno dopo il licenziamento, Heinrich è in crisi, o meglio, ancora più in crisi. Incontriamo allora Trakl nelle vesti di «spacciatore» di Veronal. A lui infatti viene chiesto di inviare una cospicua quantità di Veronal, la stessa quantità di una volta precedente. Dopo vengono momenti oscuri. Il tentato suicidio tanto atteso si verifica intorno al 9 marzo. Trakl, che parallelamente a Heinrich si trova «di nuovo in una sequenza di malattia e disperazione»[23], di fronte alla notizia, scrive a metà marzo due versioni della stessa epistola a Ludwig von Ficker dal quale era stato informato. E le varianti di questa epistola forniscono un importante documento per addentrarsi nelle zone oscure degli sconvolgimenti psichici e storici che tale accaduto ha dovuto smuovere in Trakl.
Le due versioni sembrano scritte in bella copia, non ci sono cancellature, segni diacritici, linee, sottolineature o spostamenti che caratterizzano tutti i manoscritti delle poesie. Entrambe sembrano fuoriuscite già compiute e con i pensieri in ordine, nonostante il caos che esse comunicano. L’interruzione della prima lettera è brusca a livello sintattico, dal momento che si conclude con una principale («Ma a me pare che…»), ma dal punto di vista grafico potrebbe benissimo rappresentare la conclusione in bella dell’epistola.
[…] Il cielo non ha arrecato abbastanza infelicità a questo pover’uomo? E bisogna venire funestati di continuo solo per essere infine annientati [Und soll einer nur heimgesucht Werden um endlich vernichtet zu Werden.]? Il Suo racconto mi ha riempito di una disperazione così selvaggia e di un tale orrore riguardo a questa caotica esistenza (chaotische Dasein), ma a me pare che … (Prima stesura non inviata)
[…] Le notizie da Lei comunicatemi sul Dr. Heinrich mi hanno colpito più di quanto riesca a dire. Non resta, d’altronde, che una sensazione di selvaggia disperazione e di orrore riguardo a questa caotica esistenza; mi permetta di tacere di fronte a ciò (lassen Sie mich verstummen davor). (Seconda stesura)
Quello che resta tra la prima e la seconda stesura risiede, chiaramente, nella sensazione di «selvaggia disperazione», di «orrore» e di un Dasein che si manifesta in tutta la sua «caoticità». La prima versione, però, è percorsa da una dimensione più intima ed esplosiva, mentre la seconda si orienta verso una scrittura più formale e impersonale. La penultima proposizione di entrambe le lettere, in particolare, è caratterizzata dalla stessa terminologia, ma attraversata da un lieve mutamento di segno. Rimane immutata la «selvaggia disperazione», «l’orrore» e la «caotica esistenza», ma, se nella prima versione il poeta è riempito dai due stati d’animo in quanto individuo che entra a contatto con il caos, nella seconda orrore e disperazione sembrano gli unici sentimenti di cui dispone l’intera umanità una volta sbarrati gli occhi sull’eterno delirio dello «stare qui». La parte centrale della minuta, in più, viene del tutto rifiutata e non trova nessun esito nella versione definitiva. La responsabilità del male di Heinrich, nel primo impeto della scrittura, sembra attribuita ad un generico cielo, mentre il centro è occupato da una domanda dal sapore nietzschano: qual è il senso dello stare qui, chiede del resto Trakl, se starci significa essere funestati continuamente, con l’unico fine di essere annientati?
Le varianti più consistenti, però, stanno nei relativi incipit e, chiaramente, nella conclusione. La seconda versione è, infatti, la trasposizione a parole del pudore e della reticenza. Trakl esordisce puntualizzando di essere stato colpito dagli avvenimenti in un modo tanto sconvolgente da «restare senza parole». Le parole non sono all’altezza, dunque, dell’evento. Questa stesura, in pratica, è la testimonianza dell’indicibilità di quegli avvenimenti personali e storici, dinnanzi ai quali, dopo la retorica esplosiva del primo tentativo di scrittura, ci si raccoglie, ed al raccoglimento segue la consapevolezza di non essere in grado di esplicitare linguisticamente quello che accade. Ciò che sembra concesso, in definitiva, è l’urgenza di ammutolirsi, come rintracciabile nell’ultima riga della lettera. La specularità tra il tentato suicidio di Heinrich e la reazione di Trakl, tra il Veronal per Heinrich e il Veronal per e da Trakl, tra il licenziamento dell’uno e le fughe dal lavoro per l’altro, non è solo un’interpretazione vaga. Sussistono dei dati e dei parallelismi inconfutabili, tanto a livello esistenziale che a livello linguistico. L’incrocio tra le vite dei due è qui, certo, trattato a livello emblematico, ma, molto probabilmente, questo insieme micidiale di lavoro e suicidio, questa impossibilità di starci, se non in modo caotico, doveva riguardare una moltitudine più diffusa. L’emblematicità di questa relazione, inoltre, risiede nel fatto che Heinrich e Trakl si rispondono e corrispondono come specchi anche in modo inconsapevole. Basti a tale riguardo porre in relazione la versione definitiva della lettera che Trakl invia a Ludwig von Ficker e la lettera che invece riceverà da un Heinrich «salvato dalla provvidenza», come dirà lui stesso. Il 25 marzo, martedì dopo Pasqua che qui sembra colorarsi di timbro simbolico, Heinrich risorge anche tra le carte di Trakl. Finalmente, trascorsa qualche settimana dal tentato suicidio, ha le forze per tornare a scrivergli. Quest’ultimo avrebbe dovuto recarsi a Innsbruck nelle proprietà di Ludwig von Ficker, ma deve rinunciare, perché «molte cose gli riescono assai difficili». Heinrich, in quei giorni a Innsbruck, si rammarica della disdetta di Trakl, ma allo stesso tempo si scusa per non essersi recato a Salisburgo come avevano concordato circa un mese prima. Le ragioni, dice, sono da additare a questioni «in parte di salute, in parte allo stato finanziario». Salute e stato finanziario, in pratica, si mescolano ancora in un legame indissolubile. Le questioni di salute, scrive ancora Heinrich, sono di certo le conseguenze del tentato suicidio, quello che nell’epistola definisce «il fatto in sé» o «il resto», un giro di parole per nominare in modo implicito il suo atto con lo stesso pudore e la stessa reticenza di Trakl. Oltre alla visione salvifica di un’ipotetica provvidenza che gli avrebbe rivelato la vergogna del suo gesto, Heinrich specifica la freddezza con la quale ha agito: «Non è accaduto in uno stato di eccitazione, ma in assoluta tranquillità d’animo e con lucidità di mente»[24]. Il suicidio, dunque, non è stato un atto di follia, ma raggiunto a seguito di meditazione: quel tempo, questo tempo non concede molto altro. «Quanto al resto, mi permetta al momento di tacere».
Trakl e Heinrich, dunque, concludono attraverso la medesima formula le loro osservazioni sul suicidio. Se Trakl scriveva a Ludwig von Ficker «mi conceda di ammutolirmi (verstummen)», Heinrich, che molto probabilmente non aveva letto l’epistola di Trakl, risponde, facendo eco inconsapevole al poeta, con un’espressione simile, lievemente rimodulata: dalla richiesta di Trakl di permettergli di «ammutolirsi», ci si specchia nella richiesta di Heinrich di permettergli di «tacere». In entrambe le azioni o non-azioni c’è una patina che rimane incomunicabile fino in fondo, quello stesso problema di comunicazione che Janik-Toulmin indicavano come la malattia per eccellenza dell’Impero Asburgico, ma che è anche la malattia di chi viene escluso dal mondo, perché il mondo imprigiona. Eppure tutto questo non basta: subentra anche il mutismo di chi è colto da un fatto oscuro, quell’annichilimento dell’umano agito dal cielo nero. Edvino Porcar, in una delle prime traduzioni italiane dell’opera di Trakl, commentando la poesia Elis, si sofferma sulle ricorrenze dell’aggettivo o dell’avverbio «indicibile», Unsäglich, in Sebastian in Traum. E Unsäglich nella raccolta del 1914 è soprattutto «il volo degli uccelli»[25], tanto nella loro traiettoria inafferrabile, quanto nel loro senso. Traiettoria e significato di questo volo, come il tentato suicidio di Heinrich, premoniscono, in ultima istanza, qualcosa di terribile: quell’agire del cielo nero dinnanzi al quale ci si può solo tappare la bocca all’istante o continuare a tacere.
Note
[1] K. Kraus, in Die Fackel, n. 400, estate 1914, p. 2.
[2] L. Wittgenstein, Pensieri diversi (1977), Milano, Adelphi, 1980, p. 24: «Se dico che il mio libro è destinato solo ad una piccola cerchia di persone (se così la si può chiamare), non voglio dire, con questo, che per me tale cerchia sia l’élite dell’umanità; sono però le persone alle quali mi rivolgo, e non perché migliori o peggiori delle altre, ma perché esse costituiscono la mia cerchia culturale, in certo modo sono gli uomini della mia patria, a differenza degli altri che mi sono stranieri» (1931).
[3] Th. Harrison, 1910: L’emancipazione della dissonanza (1996), Roma, Castelvecchi, 2017, pp. 30-31.
[4] Clio Pizzingrilli, Idea di biografia, in G. Trakl, Gli ammutoliti. Lettere 1900-1914, Macerata, Quodlibet, 2006, p. 205.
[5] Kurt Wolff Verlag a Georg Trakl, Innsbruck, 1° aprile 1913. Ove non specificato, tutte le citazioni e le traduzioni delle lettere sono tratte da G. Trakl, Gli ammutoliti. Lettere 1900-1914, a cura di C. Pizzingrilli, Macerata, Quodlibet, 2006.
[6] Georg Trakl a Erhard Buschbeck, Vienna, Innsbruck, 2 aprile 1913.
[7] Durante il concerto di musica dodecafonica, organizzato proprio da Erhard Buschbeck il 31 marzo 1913 a Vienna, il pubblico conservatore rimase scandalizzato e disgustato dallo sperimentalismo dell’orchestra. Ebbe luogo una rissa, durante la quale l’organizzatore e amico di Trakl diede un pugno in faccia a uno spettatore – probabilmente anch’egli un musicista – che fischiava e mostrava disapprovazione nei confronti di Schönberg. cfr. J. H. Calico, Noise and Arnold Schoenberg’s 1913 Scandal Concert, in «Journal of Austrian Studies 50», nr. 3–4, 2017, pp. 29–56. https://www.jstor.org/stable/26534267.
[8] Erhard Buschbeck a Georg Trakl, Innsbruck, Vienna, 5 aprile 1913.
[9] Ida Porena, La verità dell’immagine, Roma, Donzelli, 1998, p.69-70.
[10] Erhard Buschbeck a Georg Trakl, Innsbruck, Vienna, 1-2 aprile 1913.
[11] Georg Trakl a Erhard Buschbeck, Vienna, Salisburgo, seconda metà di marzo 1913.
[12] cfr. Alfred Loos a Georg Trakl, Innsbruck, Vienna, 22 maggio 1913.
[13] cfr. Georg Trakl a Erhard Buschbeck, Salisburgo, Innsbruck, fine maggio/ primi di giugno 1913 e Georg Trakl a Erhard Buschbeck, Salisburgo, Igls, 6 giugno 1913.
[14] Erhard Buschbeck a Georg Trakl, Innsbruck, Salisburgo 7 giugno 1913.
[15] Georg Trakl a Ludwig von Ficker, Innsbruck, Vienna, circa 16-18 luglio 1913.
[16] ibid.
[17] Georg Trakl a Franz Zeis, Jajce (Bosnia), Vienna, 14 aprile 1913.
[18] Franz Zeis a Georg Trakl, Innsbruck, Vienna, 26 ottobre 1913.
[19] Georg Trakl a Erhard Buschbeck, Salisburgo, Innsbruck, 4 gennaio 1913.
[20] A. Janik - St. Toulmin, La grande Vienna. La città di Wittgenstein e Freud, Mahler e Schönberg, Musil e Schnitzler, Kokoschka e Kraus (1974), Milano, Garzanti, 1984, p. 67.
[21] J.-P. Galibert, Suicidio e sacrificio. Il modo di distruzione ipercapitalistico (2012), 2014, p. 27.
[22] A. Janik - St. Toulmin, La grande Vienna, ibid.
[23] Georg Trakl a Erhard Buschbeck, Vienna, Salisburgo, 28 febbraio 1913.
[24] Karl Borromäus Heinrich a Georg Trakl, Salisburgo, Hohenburg, 25 marzo 1913.
[25] E. Porcar (a cura di), Georg Trakl, Poesie, Milano, Rizzoli, 1974, p. 177.
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Luciano Mazziotta (Palermo, 1984) vive a Bologna e insegna Lingua e letteratura italiana e latina.
Ha pubblicato tre libri di poesie: Previsioni e lapsus (Zona, 2014), Posti a sedere (Valigie Rosse, 2019) e Sonetti e specchi a Orfeo da R.M. Rilke (Valigie Rosse, 2023). Suoi testi sono stati pubblicati su lit-blog e riviste cartacee; organizza da anni la rassegna di poesia Dialoghi, insieme a Lorenzo Mari e Sergio Rotino; con Lorenzo Mari e la casa editrice DeriveApprodi ha curato il ciclo di incontri di «Poesia e Filosofia».




