Industrializzazione del quotidiano e trasformazioni del lavoro



Pubblichiamo oggi la trascrizione dell’intervento di Salvatore Cominu nell’ambito del corso di formazione «L’industrializzazione del quotidiano. Dal lavoro flessibile allo smart working», organizzato dal Punto Input di Bologna sul finire del 2021. Negli incontri che si sono succeduti con studiosi di varie discipline, si sono analizzate le trasformazioni del lavoro, in particolar modo le dinamiche di precarizzazione e flessibilizzazione e i processi di automazione e di macchinizzazione delle nuove forme di organizzazione del lavoro. Crediamo che la pubblicazione di questo intervento e degli altri interventi possa essere utile per analizzare e contestualizzare i cambiamenti del lavoro a cui stiamo assistendo da anni. Ringraziamo il Punto Input di Bologna per averci concesso la possibilità di pubblicare questi preziosi interventi.


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Mi interessa, più che entrare nel merito specifico o nella genealogia di quello che per velocità chiamiamo smart working e che nell’esperienza di questi due anni sarebbe più corretto definire lavoro in remoto, soffermarmi sui rapporti tra «digitalizzazione» e lavoro, entrando nel merito di quella espressione un po’ criptica che è industrializzazione del quotidiano e dunque collocando la remotizzazione del lavoro in questo frame. A maggior ragione se pensiamo che non tutto il lavoro per cui è tecnicamente possibile sarà remotizzato (si vedano i ruvidi appelli al ritorno in ufficio di Elon Musk o la preferenza generalmente accordata dai manager HR verso il full-time in sede, almeno per i professional e le figure «core»), mentre larga parte del lavoro che non richiede la compresenza di partner cooperanti o dell’erogatore e del beneficiario della prestazione (ossia, la parte crescente) sarà distanziato, sia che il termine indichi il lavorare da casa o in sedi remote, sia che si vada in ufficio. Distanziato, dunque intermediato da dispositivi digitali.

Partiamo da alcune questioni di postura. Anticipo l’assunto alla base della riflessione: l’insieme delle tecnologie, delle infrastrutture, delle funzionalità, degli algoritmi automatici che danno forma all’universo digitale e che sono quindi, per velocità, «la digitalizzazione», costituisce il framework che abilita l’estensione dei metodi e della maniera organizzativa industriale oltre i confini organizzativi delle fabbriche e degli uffici (che ne erano stati i luoghi di incubazione) e dunque nello stesso spazio della vita quotidiana, della socialità, dei consumi, della comunicazione e della riproduzione. Questo era, tradotto in modo parecchio banalizzato e divulgativo che non restituisce la ricchezza e problematicità delle ipotesi proposte da questo autore, un concetto caro a Romano Alquati. Aggiungo che, poiché viviamo in una società strutturata dagli imperativi sistemici del capitalismo, questa industrialità, questi modi organizzativi, servono anzitutto tali fini. La chiamiamo iperindustria (come Alquati, ma non solo lui) per riferirci a questo suo esondare dai luoghi in cui è nata, per divenire metodo applicato a tante situazioni in cui precedentemente, anche per precisi vincoli tecnici, non poteva essere applicato e significa, per l’appunto, un’estensione della razionalità economica applicata ad una varietà di processi sociali allo scopo di incrementare il sovrappiù, accumulare plusvalore e, in ultima istanza, riprodurre i rapporti sociali esistenti. Questo non significa che il digitale, quindi le tecnologie oggi specifiche dell’iperindustria (ma non sono le uniche, e non è detto che siano le più importanti ai fini del discorso), non possano servire scopi diversi. Ma stiamo parlando della società di oggi e non di osterie dell’avvenire.

Il digitale è la tecnologia di riferimento del nostro tempo: magari è una forzatura, non si può negare l’esistenza di altre discipline e sistemi uomo-macchina altrettanto importanti. Mi sembra importante evidenziare due cose: parliamo di sistemi convergenti di macchine, non una singola tecnologia ma un insieme di tecnologie di impiego universale, generale, trasversale (non casualmente sono definite general purpose technologies), una varietà restituita da acronimi e neologismi quali IA, cloud, robotica evoluta, IoT, tecnologie che prese singolarmente esistono magari da decenni e che formano una sorta di esoscheletro che da una parte avvolge e dall’altro compenetra ogni forma sociale del presente. Sono oggetti che hanno in comune l’incorporamento di istruzioni digitali, altrimenti detti algoritmi, e punti di connessione che consentono il dialogo tra umani e il mondo fisico e inanimato, degli oggetti, delle macchine e degli impianti e forse più avanti anche dei replicanti umanoidi vari. In secondo luogo è corretto definire il digitale come l’infrastruttura portante della società, dell’economia e della politica di oggi: esso è potenza di calcolo, connettività, dorsali, server, ciò che serve a trasportare e trasferire, ovvero immagazzinare in grandi docks virtuali con accesso selettivo, enormi quantità di dati, informazioni, disposizioni, contenuti, conoscenze codificate, dunque tutto quanto costituisce materia prima della nuova economia (senza dimenticarsi delle vecchie materie prime che continuano a condizionare in maniera decisiva le nostre vite), ma anche dei rapporti di dominio nella sfera politica, amministrativa, delle attività variamente intese, incluse quelle riproduttive, che costituiscono peraltro un campo sempre più mercificato e colonizzato dagli imperativi dell’accumulazione.

Perché credo che sia importante sottolineare questo aspetto del digitale, come sistema di macchina e infrastrutture? Perché consente di sottrarre il discorso a quel misticismo utopico che talora ha pervaso la discussione sulla questione tecnologica nei nostri giorni. Questo è oggi evidente, poiché parlare di infrastruttura portante e strategica significa parlare di potere, e questo vale da sempre: dalle navi inglesi e olandesi del capitalismo mercantilista alle ferrovie dell’800, passando per le reti energetiche, le autostrade e le reti satellitari e telematiche dei giorni nostri. Potere nell’accezione forte, anche geopolitica e militare del termine. E macchina significa anche potenza, il parametro tecnico che ne definisce l’utilità. Per me è importante ragionare in questi termini, per quanto sia convinto che riferirsi alla digitalizzazione limitandosi alle categorie mutuate dall’industria novecentesca sia (è scontato, ma diciamolo) riduttivo. Però penso sia importante rimarcarli. Potenza che nel linguaggio grigio del conto economico potremmo tradurre come produttività, quindi capacità, forza, energia, lavoro in rapporto al tempo e, anticipando l’argomento di oggi, anche al tempo delle attività in genere. Potenza è risparmio, è incremento di prodotto (non parliamo di sole merci, anche la fruizione di un contenuto può essere letto da questo punto di vista). L’uso che viene fatto di questo incremento va prioritariamente letto come potenza accumulata nel sistema a discapito della ricchezza e della qualità dell’esistenza delle persone.

Quanto detto esprime una postura precisa sulla questione tecnologica, ma non vorrei stressare questo ragionamento. Le nuove tecnologie non sono certamente il traghetto verso la terra del latte e del miele, come sembrava agli albori della new economy alla fine del secolo scorso, una rappresentazione che era penetrata anche nel “nostro” campo. Allo stesso tempo, a differenza di quanto emerge da altre analisi, non sono neanche l’ascensore per l’inferno. Il mood è infatti cambiato negli ultimi anni: il principale best seller sulle imprese tecnologiche s’intitola «il capitalismo della sorveglianza» (Zuboff), che sarebbe da leggere parallelamente a «la ricchezza della rete» (Benkler) di 20 anni fa per capire quali mutamenti di percezione sociale sia intervenuta nel frattempo.

Siamo abituati, rispetto a queste rappresentazioni contrapposte, a leggere le potenzialità in termini di ambivalenza dei processi. Ho l’impressione che si usi questo termine in maniera impropria. Ambivalenza non significa equidistanza, significa semmai che resta aperta la possibilità, a date condizioni, di rovesciare quest’apparato per altri scopi. Quest ’ambivalenza non è mai data di per sé, non è iscritta nello sviluppo spontaneo dei mezzi, proprio perché di spontaneo in questo sviluppo non c’è mai niente. Questo ci conduce ad un’altra vexata quaestio: la neutralità del cambiamento tecnologico. A parole neanche i più indefessi sostenitori delle magnifiche sorti e progressive della società digitale si dichiarano deterministi. Anche loro dicono che niente è scritto. Se noi guardassimo alla grandissima parte di quelli che si esprimono sulla questione tecnologica, vedremmo fino in fondo il loro determinismo, quel «futuro che domina il presente», con l’intento liquidatorio circa le possibilità di aprire vie diverse. Sono i nuovi sacerdoti della tecnica, che si identificano nelle trasformazioni abilitate dal digitale (al netto di alcune circostanza frizionali, perché in ogni fase di transizione ci sono i vincenti e i perdenti) e che ci dicono che tutto sommato la terra del latte e del miele è vicina.

Il paradosso è che in un certo senso potrebbero avere ragione, ma per motivi ben diversi dalla pretesa inesorabilità dello sviluppo tecnologico: potrebbero averla perché sono dalla parte di chi detiene le leve per orientare lo sviluppo tecnologico. Da Marx in poi, passando per la critica dell’uso capitalistico delle macchine di Panzieri, la non neutralità dello sviluppo tecnologico e scientifico è il necessario punto di partenza per una critica (che preferiremmo non oscurantista) della scienza e della tecnica. Alquati considerava la realizzazione di più potenti sistemi uomo-macchina, come l’anello finale di una concatenazione di mezzi che a monte includeva la scienza, la tecnica, la tecnologia, l’organizzazione, la standardizzazione dei processi attivi e lavorativi: in ultima istanza, arrivava la macchinizzazione. Ma non credo ci sia bisogno di sfogliare l’album di famiglia del marxismo eterodosso per trovare riferimenti teorico-concettuali che affermano più o meno i medesimi principi. Anche per Weber era la ricerca del profitto il motore dell’innovazione tecnologica. Più prosaicamente, potrebbe confermarlo in modo molto più efficace qualsiasi commissione di valutazione dei progetti di ricerca scientifica che si candidano ad ottenere un finanziamento o, se preferite, qualsiasi venture capitalist che si appresta a valutare il potenziale di una start up. Non voglio dire che tutta la ricerca sia direttamente asservita al profitto, sarebbe una semplificazione fuorviante. Vorrei chiudere però questa parte del discorso richiamando il punto di vista di uno storico eretico, David Noble, che diceva che l'idea che le macchine facciano la storia al posto delle persone è mistificante. Quegli stessi cambiamenti che sembrano obbligati non seguono una logica tecnologica disincarnata, ma una logica sociale. Ed è questo il punto: guardare cosa e chi orienta lo sviluppo delle tecnologie.

Quando parliamo di uso del digitale applicato ai processi di lavoro ma anche alla vita quotidiana, dobbiamo sempre partire dal presupposto che lo sviluppo tecnologico presuppone anzitutto che vi sia qualcuno che concepisce questi mezzi; qualcun altro, magari lo stesso, che li progetta; qualcun altro (di norma sono organizzazioni economiche, ma anche famiglie, ovvero unità organizzative molecolari di produzione e riproduzione) che le applicano e adattano ai propri scopi; solo in fondo c’è l’uso. Allora, noi guardiamo a quest’ultimo livello per vedere il rapporto che materialmente si dà tra uomo e macchina, donna e macchina. Credo che qui sia anche possibile e auspicabile progettare forme di uso alternativo, pratiche meno alienanti e spersonalizzanti. E del resto l’utilizzatore modifica la tecnologia, rinnovandola e esplorandone altri scopi. Però non possiamo mai dimenticare che l'input sistemico di quella tecnologia parte a monte.

Torniamo al discorso di prima: sono quegli imperativi sistemici di incremento della potenza e della produttività applicata al lavoro, all'attività, a svariati ambiti della vita sociale, progressivamente sussunti nella logica della valorizzazione e della mercificazione, a dare gli input per la progettazione e la concezione delle nuove tecnologie. Questo non significa che non vi siano ambivalenze o che non ci siano progettisti, scienziati, ricercatori disallineati e finanche dei disertori. Credo che un progetto di trasformazione, se esistesse, non potrebbe prescindere dal dialogo strutturato e dall'alleanza con questi disertori e disallineati. Però, allo stesso tempo, sono abbastanza convinto che se non si cambia la committenza dello sviluppo scientifico e tecnologico, sarà difficile progettare macchine che non servono prioritariamente quegli scopi. Per chiudere questo lungo preambolo, il digitale senza questi scopi, senza rapporti sociali che ne sono sottostanti e che tendenzialmente concorre a riprodurre, è nient'altro che un assemblaggio inerte di materiali semiconduttori, di plastica, di bit, di cavi. Sono i fini sistemici a dargli vita. Ciò non significa che tali fini sistemici non contengano aspetti positivi anche per le nostre vite, né che non possano, a determinate condizioni, fornirci strumenti usabili per scopi alternativi; soprattutto non vuol dire sminuire l'apporto degli artigiani non allineati o dei cooperatori digitali. Vuol dire però riconoscere questa matrice originaria.

Veniamo a quel termine criptico, industrializzazione del quotidiano. Con industrialità (ribadiamo) non parliamo di un settore economico ma, citando testualmente Romano Alquati, “una maniera organizzativa, un metodo organizzativo trasversale, che consiste nel lavorare in reti sia distribuite sia sotto forma di piramidi di comando centrale”. Come si può vedere qui abbiamo già il lavoro remotizzato e distanziato (Alquati non svolgeva una riflessione spaziale, beninteso), in queste reti distribuite al punto che sono terminali di esse le nostre stesse abitazioni. Con i device mobili qualsiasi terminale umano diventa un terminale uomo-macchina di questa rete distribuita. Nella citazione s’aggiunge però anche l’espressione “a forme di piramidi di comando centrale” e questa non è una visione pregiudiziale derivante dalla fuorviante idea per la quale il capitalista abbia sempre bisogno di centralizzare il comando, ma perché lo vediamo concretamente.

Continua Alquati “di rapporti psichici neo-artigianiali, in cui questo lavoro cooperante è pre-scomposto e distribuito mediante un piano informatizzato e digitalizzato che lo pre-integra con una flessibilità scientifica rivolta al risparmio di capacità umana vivente, tempo e capitale e tesa all’innovazione risparmatrice, quindi procede verso nuovi e più potenti sistemi uomo-macchina”.

Ritroviamo in questa definizione alcune invarianti del metodo industriale: la standardizzazione, le alte intensità di scala, ma anche cose nuove come la compresenza di lavoro intellettuale e neo-artigianale, il controllo centrale la il distribuzione a rete, un’organizzazione scientifica peculiare e flessibile volta al risparmio ma anche capace di autocorreggersi in tempo reale. Queste definizioni hanno 20-30 anni ma anticipavano alcune tendenze oggi più semplici da vedere.

L’economista Enzo Rullani, che si potrebbe definire un tecno-ottimista, su questo punto dice una cosa simile: “la digitalizzazione ha incrinato l’assetto dualistico che si basava sulla separazione tra l’industria, che si basava sulla riduzione della varietà a standard, e l’ambiente sociale: i consumi, la riproduzione e i servizi che non erano riducibili a standard” perché i problemi non erano misurabili, non erano prevedibili, non si poteva programmare secondo le alte intensità di scala e secondo la razionalità specifica dell’industria. Il digitale consente di gestire la varietà e superare questa dicotomia. Il digitale consente di estendere oltre i confini dell’impresa i criteri e la razionalità (metriche, calcolabilità) che ieri erano esclusivi dell’industria.

Questa è l’industrializzazione del quotidiano. Diventa molto meno ostica questa affermazione se pensiamo alle modalità con cui vengono ridefiniti i concetti stessi di produzione e creazione di valore, attraverso la previsione dei funzionamenti uomo-macchina, dei comportamenti o la possibilità di fare dei gesti, delle azioni, delle conversazioni che ciascuno di noi compie tutti i giorni, delle informazioni trattabili con metriche e misurazioni tipiche dell’industrialità. Poi, sono lontanissimo dal dire che non è cambiato nulla: il metodo industriale applicato alle fabbriche è differente dall’approccio applicato ai consumi.

Mi sembra infine importante sottolineare un aspetto. Qualcuno potrebbe dire: non si sta esagerando? Non si sta descrivendo un grande fratello, un panopticon immateriale? Sarebbe un’obiezione legittima, ma non possiamo vedere di questi processi solo questa componente, che tutto sommato è la stessa con cui l’industria funziona da più di un secolo. Qui di nuovo Alquati ci dà una mano: nell’industrialità interagiscono, qualche volta si scontrano, due grandi componenti dinamiche (sono, beninteso, due astrazioni): la prima è l’uniformazione, la seconda la definiva sinergia nelle differenze, che richiede una logica diversa, presuppone nuovi spazi non ancora sussunti alla logica del valore e della merce. Qui proprio l’innovazione, la creazione di nuove funzionalità, ha una funzione decisiva: di aprire la strada a nuovi canali di valorizzazione, dove ieri non era possibile. Pensiamo al dibattito sull’innovazione sociale. Si è sempre creato valore in questi settori (welfare, servizi riproduttivi variamente intesi, la formazione), ma non è mai stato industrializzabile. Forse non la sarà mai fino in fondo, ma grazie all’operato sinergico tra grandi big player della rete e una riorganizzazione anche delle modalità, degli scopi stessi dell’insegnamento che vediamo in corso da anni, è possibile introdurre quei criteri di valutazione, al momento solo analogici, basati su criteri presuntamente oggettivi e che si presentano come tali (l’uso del digitale incorpora l’utopia neo-manageriale dell’oggettività; vi sono manager di multinazionali che valutano i propri sottoposti in base al tempo di risposta alle chat, e sostengono in assoluta buona fede il valore dell’impersonalità oggettiva di questo «rating»). E’ facile prevedere una ulteriore diffusione di questi strumenti: con la remotizzazione del lavoro e la diffusione di nuovi modelli organizzativi si andrà verso un rafforzamento degli investimenti nei pacchetti valutativi e altri sistemi di nuovo management algoritmico.

Torno al tema digitale e lavoro. Un buon modo per analizzare il rapporto tra tecnologia e lavoro è domandarsi cosa fanno le macchine: per quali scopi sono progettati? Cosa consentono di risparmiare (se costassero più di quanto rendono non sarebbero introdotte)? Quali relazioni e ruoli «abilitano»? Teniamo conto che in molti settori non c’è macchinizzazione, o perché sono richieste conoscenze pregiate e poco riproducibili (non tutto è sostituibile) oppure perché il lavoro è talmente mal retribuito che non conviene passare alle macchine (ad esempio per intere fasi delle catene logistico-distributive e nel lavoro agricolo).

Abbiamo alle spalle una storia ormai lunga di tecnologie IT applicate per l’automazione delle fabbriche (questo avveniva già negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso). Quindi le IT sono dapprima servite a contenere i costi della produzione materiale e, qualche decennio dopo, anche nel lavoro di trasmissione e gestione delle informazioni, quindi negli uffici. Sono quindi state usate per comprimere i costi di circolazione delle merci (logistica integrata digitale) e per ridislocare in nuove coordinate spaziali la produzione a livello mondiale (catene globali, outsourcing, ecc.); inoltre, per ridurre il costo e accelerare il tempo di produzione e circolazione delle informazioni e dei contenuti digitali. E infine, in tempi più vicini, per ridurre i costi della distribuzione, i costi informativi e d’intermediazione delle merci, materiali e immateriali. Quali sfide si prospettano davanti (ragiono qui ponendomi dal punto di vista del management d’impresa)? Senza pretesa di esaustività:


· il contenimento dei costi del lavoro professionale, intellettuale e scientifico. Non penso solo al famoso software IA che scrive l’articolo al posto del giornalista, ma all’armatura tecnologica che rende più produttivo il lavoro scientifico, in parte sostituendolo in parte integrandolo.

· i costi di monitoraggio del lavoro

· i costi di allineamento rispetto ai comportamenti del mercato, ovvero la prevedibilità, la calcolabilità, la misurabilità ex ante. L’utopia venduta dai sacerdoti del digitale è azzerare l’imprevedibilità, formattare, immaginare un umano calcolabile come lo è il funzionamento delle macchine (la cd. manutenzione preventiva).

· i costi di produzione, gestione e circolazione della moneta

· i costi di conversione di informazioni in dati sul lavoro delle macchine e degli oggetti, ciò che banalmente chiamiamo industria 4.0

· oggi i costi della compresenza, delle relazioni vis-à-vis, della cooperazione basata sulla prossimità fisica


Queste sono alcune grandi questioni che contengono un’utopia perversa, che a mio modo di vedere resta un’utopia. Stiamo parlando come se questi obiettivi fossero tutti semplici da realizzare. Ad esempio, come se il lavoro fosse effettivamente remotizzabile, tutto decentrabile in case governate da un panopticon centrale. Ma non funziona così e i primi a saperlo sono gli imprenditori. Dal loro punto di vista la riduzione dei costi della compresenza è una sfida, che produrrà probabilmente una segmentazione (che non vale per tutti i tipi di imprese) tra una élite manageriale-professionale che presidia le funzioni strategiche delle aziende e che non sarà lasciata lavorare in remoto (il comando non si esercita ancora a distanza), quindi strati di lavoratori molto qualificati per cui varrà l’espressione «lavoro ibrido» (potranno scegliere dove lavorare, ma avranno comunque livelli di socializzazione e di scambio rilevanti), un terzo gruppo che lavorerà prevalentemente in remoto, il cui lavoro può essere monitorato attraverso strumenti a distanza. Ma è solo uno degli scenari (stiamo tuttavia descrivendo situazioni reali).

Qui si apre una grande questione: nella continuità dei metodi industriali, non cambia proprio niente? Se vedessimo soltanto il risparmio, il taglio dei costi (e la maggioranza delle imprese ragiona così) vedremmo solo un aspetto, seppur importante, dell’industrializzazione e della digitalizzazione, ma non vedremmo quali nuovi e differenti rapporti si creano tra imprese, manager e lavoratori, i mutamenti che si producono nella soggettività delle persone nei loro differenti ruoli. Se l’industrializzazione «abilita» l’estrazione di plusvalore da ciò che sta fuori dalle mura dell’impresa, tante attività che eccedono le prestazioni in cambio di salario diventano lavoro. Questo è un argomento che accetto a patto di non produrre una visione indifferenziata: il lavorare in cambio di un salario mantiene una rilevanza distintiva per le persone che lavorano. Posso produrre valore anche quando scarico un video su YT, ma nella mia esperienza ciò non avrà mai la rilevanza (anche in termini di status, di soggettività e di percezione che ho di me stesso), di quella che passa attraverso il lavoro scambiato con salario. Comunque abbiamo una lavorizzazione di attività non organizzate direttamente dalle imprese, quindi una estensione del lavoro gratuito, se si vuole. Su questo il digitale aiuta: dai nostri device svolgiamo tante attività che un tempo erano svolte da salariati, pensate alle banche, alle assicurazioni, alle agenzie di viaggio, agli uffici delle reti distributive. E facendole generiamo dati che possono essere trattati e convertiti in informazioni contenenti valore, o che promettono di contenerlo.

È importante inoltre guardare a come cambiano le relazioni tra le figure sociali della produzione. Il capitalismo nella fase industriale classica aveva il centro la relazione tra management e classe operaia, rapporto conflittuale che nei momenti alti della lotta di classe ha messo in discussione il rapporto sociale medesimo, ma che era anche un rapporto coalizionale, la relazione centrale del capitalismo industriale classico. Il cosiddetto capitalismo delle piattaforme (termine che personalmente non amo molto, ma usiamolo per velocità) si basa su un gioco asimmetrico e coalizionale tra management dell’impresa che possiede l’infrastruttura e l’utente-cliente-consumatore: è questo il gioco strategico abilitato dalla digitalizzazione, a discapito del lavoro stesso (pensiamo alla funzioni di controllo del lavoro riversate sugli utilizzatori dei servizi di piattaforma quando esprimono una valutazione del servizio con un rating). Quindi si creano nuove forme che combinano il vecchio controllo gerarchico, la distribuzione di attività e informazioni, la cooptazione: un aspetto fondamentale di questa nuova industrialità digitale è la capacità di cooptare dentro i meccanismi riproduttivi di valore e rapporto sociale, una molteplicità di di pratiche della vita quotidiana.

Tutto ciò è così lineare? Stiamo descrivendo un processo senza attriti? Decisamente, risponderei di no. Questo è uno dei modi in cui questa transizione viene rappresentata. Nella realtà ci rendiamo conto che non è così semplice neanche per i padroni della rete e per i capitalisti dell’algoritmo mezzificare le persone, l’umano, i comportamenti. Ci sono molto più fallimenti che successi. Inoltre, spesso tendiamo a pensare che queste forme di economia sostituiscano le precedenti: penso che la logica del nuovo capitalismo non sia la sostituzione, piuttosto la sussunzione e subordinazione delle economie manifatturiere e di servizi e l’allargamento del proprio dominio a spazi in cui prima non si producevano profitti, che erano naturalmente funzionali alla riproduzione del sistema, ma anche parzialmente sottratti alla sfera della merce (la formazione e la salute sono campi in questo senso fondamentali).

Comunque, anche la piattaforma digitale necessita di lavoro materiale sottostante. Questo rimanda ad un’ultima questione: che fine fa il lavoro dentro questi processi? Dal punto di vista della parte «proletaria», il processo di digitalizzazione è coinciso con un lungo periodo di indebolimento. Vi sono però retoriche da cui dovremmo liberarci: la prima è la «grande sostituzione», l’idea che le nuove tecnologie sostituiscano il lavoro (su questo non mi dilungo, consiglierei gli scritti di Antonio Casilli, l’autore di Schiavi del clic). A me sembra che viviamo nell’epoca del lavoro infinito, più che della fine del lavoro. Oltre che di tutta la materialità dei processi produttivi, il digitale richiede lavoro vivo che lo faccia funzionare. Mi sembra molto più utile capire le forme concrete dei lavori che si danno nei nuovi processi: tutti parlano di un nuovo lavoro di concezione, di progettazione, di lavoro alto e molto qualificato, ma i lavori poco qualificati e mal pagati si sono moltiplicati (è la tesi della cosiddetta job polarization, abbastanza riconosciuta anche nelle scienze sociali mainstream); è cresciuto il lavoro fuori dalle mura e nelle case, nei termini di cui dicevamo prima; esistono lavori di connessione che permettono al digitale di funzionare e che non sono svolti da grandissimi tecnici ma è il grosso del lavoro fatto dalle nuove figure operaie impiegatizie che si trovano nelle fabbriche e negli uffici. La grande sostituzione secondo me è un’ideologia molto pericolosa. Le statistiche ci dicono che essa si vede dappertutto fuorché sul mercato del lavoro, come dice Casilli parafrasando il vecchio paradosso di Solow.

Una seconda ideologia di cui liberarsi è quella della «grande qualificazione»: si è pensato a lungo ad una correlazione tra espansione delle nuove tecnologie e crescita dei lavori qualificati e creativi. Effettivamente i cambiamenti in corso richiedono alte specializzazioni anche a carattere scientifico-tecnologico, a me sembra però che per la maggioranza in termini qualitativi il lavoro non sia granché migliorato, anche perché complessivamente si è ridotta la forza collettiva e il potere contrattuale dei lavoratori. Per molti aspetti il lavoro esposto al digitale, e ciò vale a maggior ragione per le attività svolte a distanza e in remoto, contiene nuovi livelli di nocività esplicita. Un ricercatore, Dario Fontana, ha scritto un libro sul rapporto tra nuova organizzazione del lavoro e salute dei lavoratori, arrivando a conclusioni che potrebbero anche essere intuitive, ossia che nelle forme organizzative abilitate dal digitale (lui guarda dentro le mura dell’impresa, nelle fabbriche e negli uffici), crescono le nuove patologie (stress lavoro correlato, disturbi muscolo-scheletrici); le inchieste sul lavoro in remoto hanno tutte tematizzato l’intensificazione del tempo e la compenetrazione tra lavoro e altre sfere della vita. Non cresce neanche, come dicevo, la ricchezza delle conoscenze e delle capacità delle persone (che è cosa ben diversa dalle credenziali educative), spesso ciò che ci viene chiesto è piuttosto banale e impoverito, anche se pervaso (ma forse in parte anche a causa di ciò) da strumenti digitali, software sempre più potenti e friendly, calcoli, processi per i quali erroneamente si ritiene che servano grandi conoscenze. Le attività che richiedono effettivamente capacità sviluppate sono meno diffuse di quanto si legge, e peraltro quelle sono effettivamente ben remunerate. L’idea che le capacità importanti risiedano nel far funzionare e applicare i processi digitali è secondo me mistificante; semmai, ma questo valeva anche per i vecchi addetti macchina dell’industria e persino per gli operai apparentemente dequalificati delle linee di assemblaggio, c’è tutta una capacità informale e attuativa non riconosciuta, un lavoro «cognitivo» non pagato, che è quello che effettivamente fa funzionare i processi di produzione e più in generale quelli riproduttivi della società e delle persone, che poco ha a che fare con i bit.