Il suono dell’infanzia timorosa: tha Supreme


Serge Pey, La ving-cinquième heure, 1996


0. Due insolite statue

Durante la seconda settimana del novembre 2019 le stazioni centrali di Roma e Milano hanno ospitato una presenza inconsueta: due statue giganti, alte ben cinque metri, e raffiguranti uno strano bambino con le sembianze di un cartone animato. Il pendolare frettoloso le avrà probabilmente accolte con una scrollata di spalle, il viaggiatore occasionale con sguardo curioso, pronto a cercare informazioni sulla novità. Chi di sicuro ne è rimasto entusiasmato sono le migliaia di ragazzi e ragazze che hanno affollato le stazioni il 14 novembre accalcandosi attorno alle sculture. Qualche ora prima il produttore e cantante tha Supreme aveva annunciato sui social che quel pomeriggio i suoi fan avrebbero avuto la possibilità di ascoltare in anteprima alcuni brani del suo primo album ufficiale, in uscita il giorno successivo. Tutto gratuito, con l’unico obbligo di attenersi a un dress code specifico: vestirsi di viola, colore araldico che campeggia anche sulle due statue raffiguranti l’artista in una versione fumettistica o in stile cartone animato. A giudicare dai dati di ascolto del disco, le folle che si sono riversate nelle due stazioni per gustarsi l’anteprima sono state solo una minima parte di coloro i quali avrebbero avuto piacere a prender parte all’evento. 23 6451 (è questo il titolo [1]) ha conquistato il secondo posto assoluto tra gli album più streammati in Italia il giorno di uscita, con oltre 13 milioni di ascolti (il detentore del primato è il Machete Mixtape 4 uscito qualche mese prima, in cui è peraltro presente tha Supreme in veste sia di cantante che di produttore). Non male come debutto.

Ma chi è tha Supreme? E soprattutto, cosa ha la sua musica di così ipnotico da riscuotere tutto questo successo tra i giovanissimi fan? Il presente articolo muove dalla convinzione che la risposta a queste domande possa offrire una valida chiave di lettura filosofica dei nostri tempi. La peculiarità di alcuni tratti distintivi della produzione dell’artista, unita all’enorme riscontro di pubblico adolescente, rende quantomeno lecito il tentativo di capire se nell’opera di tha Supreme sia possibile rintracciare qualche tendenza emblematica delle nuove generazioni.


1. Esibizione dell’infanzia

tha Supreme si affaccia sul mondo della musica nel 2015, quando comincia a pubblicare su Youtube alcuni remix di canzoni rap italiane. Si è lentamente fatto un nome come produttore tra addetti ai lavori e ascoltatori particolarmente attenti, fino a che non è diventato virale tramite alcuni brani (5olo e 6itch) in cui non si limita a comporre la strumentale, ma canta anche. La definitiva ammissione nel gotha della musica avviene però grazie a Perdonami di Salmo, singolo di grande successo di cui ha prodotto la base. Da quel momento in poi, tha Supreme non è più solo un oggetto misterioso del web, ma diventa la grande promessa della scena italiana. Il giovane artista viene affiancato da un management molto accorto che lo aiuta a costruirsi un’immagine efficace, con scelte di marketing in controtendenza rispetto ai tempi. Non rilascia interviste – le poche reperibili online precedono la sua esplosione [2] – e si mostra solo eccezionalmente sui social, cosa abbastanza insolita in un’epoca in cui l’esposizione continua sulle grandi piattaforme – soprattutto su Instagram – è un ingrediente importante per costruire un prodotto di successo. Per questo, del nostro artista si sa poco. Le scarne informazioni le ricaviamo dalle rare e antiche uscite sulla stampa e da indizi che lascia qua e là nelle sue canzoni. Si chiama Davide Mattei e viene da Fiumicino, dove è nato nel 2001. Da adolescente lascia la scuola per dedicarsi a tempo pieno alla musica, passione che condivide con la sorella maggiore, anch’essa cantante (il suo nome d’arte è Mara Sattei). Questo, in sostanza, è quanto ci è dato sapere sul ragazzo.

Se la persona è avvolta da una caligine misteriosa, il personaggio di tha Supreme è – come vedremo – molto eloquente, ma ancora di più lo è la sua opera. Narrazione, poetica, stile e immaginario sono coesi e formano un amalgama sapientemente equilibrato il cui tratto distintivo è la massiccia presenza di elementi infantili. Il lessico, la musica, i videoclip, i temi trattati convergono tutti su questo punto, tanto che l’intera arte di tha Supreme sembra essere una vera e propria esibizione dell’infanzia.

Per dare un’idea più chiara ecco un rapido elenco di questi aspetti infantili, su cui ritorneremo più estesamente. Partiamo dalla componente visiva. tha Supreme non si mostra in carne e ossa. A farne le veci è un avatar a metà strada tra il fumetto e il cartone animato, che ha le sembianze di un ragazzo di un’età imprecisata a cavallo tra tarda infanzia, pubertà e adolescenza. È lui ad essere riprodotto su larga scala nelle stazioni di Milano e Roma. Questa controparte virtuale è utilizzata nelle copertine di dischi e singoli digitali, nella comunicazione, ed è protagonista dei videoclip, veri e propri cartoni animati, che in certi casi si trasformano in videogiochi. Le tipiche sonorità dei videogames sono protagoniste anche delle produzioni, che hanno un tono leggero e scanzonato, oltre che un’originalità che le rende un vero unicum nel panorama musicale italiano. Anche il lessico ricorda l’infanzia: è molto limitato e ripetitivo, quasi un’eco dei balbettii propri di chi apprende una lingua per la prima volta, così come limitati sono i topoi affrontati. Si torna spesso sulla scuola, viene menzionata a più riprese la figura della madre, e il mondo è raffigurato quasi in ogni canzone come uno spazio estraneo a una nicchia protetta e familiare, ignoto e ricco di insidie. Proprio come potrebbe sembrare a un bambino ritroso ad abbandonare la sicurezza delle cure materne e impaurito di fronte alle novità.


2. Infanzia cronica

Negli studi biologici (Gould, 1977), per «neotenia» si intende la persistenza di tratti infantili anche durante la vita adulta. Prerogativa di specie appartenenti a regni molto lontani tra loro (dagli anfibi ai mammiferi), è presente nei viventi in misura differente: esistono specie più neoteniche di altre. L’homo sapiens è l’organismo più neotenico di tutti, quello che, paragonato agli altri, ha uno sviluppo più lento e mantiene il numero maggiore di caratteristiche morfologiche riconducibili all’infanzia. Ne sono un esempio la depigmentazione della cute, persistenza di suture craniche, l’assenza di rivestimento pilifero, la struttura delle mani e dei piedi, tratti tipici dei primati allo stadio fetale o neonatale. L’essere umano è un infante cronico, un animale che non abbandona mai del tutto la condizione infantile. D’altro canto, anche l’infanzia acuta del sapiens è particolarmente lunga e problematica, più di quella degli altri esseri viventi. Si è sostenuto (Portmann, 1960) che l’essere umano nasce prematuro: rispetto allo stadio di sviluppo degli altri mammiferi alla nascita, i piccoli della nostra specie sono in proporzione grandi un terzo. Una gravidanza completa dovrebbe durare 21 mesi. Per un periodo molto significativo i bambini versano in una condizione di totale dipendenzadagli altri per rimanere in vita, condizione che si affievolisce senza mai scomparire del tutto, dal momento che anche nella vita adulta il sapiens dipende dalla comunità a cui appartiene per organizzare il soddisfacimento dei bisogni. Contraltare di questa infanzia acuta prolungata è una plasticità – massimamente sviluppata nei primi anni di vita – che anche in questo caso non ha eguali nel mondo animale. Diversamente dagli appartenenti alle altre specie, che dopo un tempo relativamente breve acquisiscono tutto il repertorio di comportamenti necessari a mantenersi in vita, l’essere umano non smette letteralmente mai di imparare e sembra addirittura che non abbia un vero e proprio repertorio comportamentale predefinito geneticamente e sufficiente alla sopravvivenza (Gehlen, 1940, 1957; Plessner, 1928, 1941).

Il superamento della fase più acuta dell’infanzia non è scontato né tantomeno esente da pericoli e difficoltà. L’apertura e plasticità del sapiens implicano che il processo di sviluppo non avvenga in maniera quasi automatica e liscia come nel caso delle altre specie viventi, ma sia consegnato a un alto tasso di aleatorietà e contingenza. Non si diventa adulti perché è passato il tempo necessario allo sviluppo di certe caratteristiche fisiche e moduli comportamentali, o quantomeno non lo si diventa solo per quello. Il processo di crescita e di acquisizione di tratti adulti è portato avanti tramite prove empiriche (Winnicott, 1971; Mazzeo, 2013), tentativi contingenti fatti dagli infanti che si addestrano a padroneggiare un corpo molto malleabile e non adatto a nessun compito specifico (né alla fuga né alla caccia). Basti pensare che la postura eretta è figlia dei tentativi che il bambino fa di stare in piedi e che, se manca questa fondamentale fase di sperimentazione, il giovane è destinato a restare quadrupede. È mettendosi alla prova che un essere umano cresce e diventa adulto o, in altri termini, porta avanti un processo di individuazione. Così intesa, l’infanzia, più che uno stadio dello sviluppo, è un compito. Ferma restando l’impossibilità di una totale indipendenza e autonomia, il sapiens è chiamato, durante la crescita, a sottrarsi alla condizione di minorità e dipendenza a cui è costretto dalle sue prerogative biologiche. Individuarsi, cioè crescere, significa separarsi da figure e situazioni di accudimento e dipendenza. Ciò non è esente da traumi, rischi, paure. Non è scontato che il processo vada a buon fine e anzi, spesso capita che ciò non avvenga (secondo alcuni – per esempio Mahler, Pine, Bergman, 1975 – la psicosi è conseguenza proprio di qualche intoppo in questo travaglio).

Un’infanzia aperta, cronica, dall’esito incerto e non necessariamente risolto presenta anche tendenze regressive: «Ogni bimbo del mondo attraversa fasi, mostra aspetti di regressione; il bambino è tale anche perché non vuole crescere. Il bambino umano è tale anche perché vuole rimanere bambino. Questo fattore non è un’anomalia compensativa dello sviluppo ma costituisce la struttura dell’infanzia umana» (Mazzeo, 2019, p. 53). Sono molti i momenti, nelle prime fasi di sviluppo in cui si abbandona la simbiosi con la madre, in cui i bambini mettono in pratica comportamenti regressivi, di chiusura rispetto al cambiamento e alla crescita che la separazione dalla madre porta con sé. Non è raro che tale chiusura porti allo sviluppo di psicosi infantili (e dunque a un rifiuto della realtà).

La tesi di questo articolo è che i cosiddetti millennials e, in modo particolare, i nati dopo il Duemila, siano una generazione segnata dalla presenza di molti tratti infantili regressivi e dunque da una grande ritrosia ad affrontare le paure e le difficoltà a cui chiama la vita adulta. Il successo della musica di tha Supreme è dovuto, oltre al talento dell’artista, alla sua capacità di intercettare questo dato generazionale. La sua arte è esibizione di un’infanzia fragile e timorosa, di una condizione in cui sono tanti a versare. Proprio per questo, essa parla quasi ed esclusivamente ai più giovani. Oltre ad essere un semisconosciuto per gli over trenta, il cantante e produttore di Fiumicino è difficilmente comprensibile a chi sia lontano dal punto di vista anagrafico, non soltanto per il linguaggio involuto pieno di espressioni tipiche di un sottogenere del rap, la trap, ma anche per certe paure e difficoltà che un adulto non sente più sue.


Intermezzo – Sintomi dell’infanzia

Cercherò di dimostrare questa tesi attraverso un’analisi dettagliata dell’opera di tha Supreme. Prima, però, un’avvertenza. L’incertezza e la paura nei confronti del futuro e delle insidie che il mondo propone non sono cantate soltanto nelle canzoni di questo prodigioso giovane artista. Se è vero che si tratta di ansie generazionali, esse devono disseminare tracce di sé in ciò che si può considerare espressione di quest’epoca. Restando al campo della musica, è facile trovare molti altri artisti che ne parlano. Tuttavia, ciò che caratterizza tha Supreme è da un lato (come vedremo) l’ubiquità di queste angosce, dall’altro la loro connessione con l’infanzia, una connessione che si mostra in una messe di elementi tale da non avere eguali. Se si aggiunge a questi due dati lo straordinario successo commerciale tra i giovanissimi, non sembra peregrino rintracciare nella musica di tha Supreme un sintomo storico, una spia che ci possa indicare una delle direzioni che pare avere imboccato il mondo presente.


3. Nicchia protetta versus ansia mondana

La quasi totalità dei testi di tha Supreme è incardinata su un’opposizione di fondo [3]. Da un lato c’è un mondo ostile e pericoloso, dall’altro una nicchia protetta, uno spazio semi-privato che si sottrae alle insidie della realtà e in cui si rifugia il protagonista in prima persona della narrazione.

In gua10 viene espressa con chiarezza la ritrosia verso l’esterno: «Mi sembrava che ’sto mondo fosse tipo culla/Ma è più giungla della giungla, quindi cosa vuoi da me?» Le bestie feroci che popolano questa Amazzonia contemporanea sono diverse. Le ragazze hanno un ruolo di primo piano. Chiamate per lo più con un epiteto inglese tipico della musica rap e trap, «bitch» – letteralmente «stronza», ma anche «puttana» – non sono chiarissime le ragioni della diffidenza nei loro confronti. Probabilmente è dovuta ai comportamenti «falsi» che mettono in atto, al mostrarsi in un modo, salvo poi pensare e agire altrimenti. «Falsità» che è condivisa anche da un secondo bersaglio polemico, gli amici «fake», solo di facciata, che in realtà parlano alle spalle. Abbiamo poi il biasimo nei confronti degli altri rapper. La componente autocelebrativa è molto spiccata in questo genere musicale e spesso passa per la contrapposizione agonistica ai colleghi. Si mostra il proprio talento attraverso la denigrazione di un ipotetico (o alle volte reale) avversario retorico, con uno slittamento per cui «io sono bravo» diventa sinonimo di «tu sei scarso». Infine, c’è un ultimo elemento oscuro e minaccioso del mondo di fuori: la scuola. Qui trapela parte del vissuto personale di Davide, a cui tha Supreme dà voce. A giudicare dalla frequenza con cui torna sull’argomento [4] e dal modo in cui ne parla, la parentesi scolastica, con il successivo abbandono, pare esser stata un vero e proprio trauma. Oltre a sentirsi «sprecato», a scuola ha probabilmente avuto modo di conoscere i lati più conformisti e formali della vita sociale: luogo pieno di «fake bitch» (8roski), ma anche in cui per essere accettati bisogna seguire le mode: «ma di cosa stai parlando?/ Per essere tuo amico devo vestirmi così?/ Ma proprio col cazzo, ehi/ Guarda, bro, piuttosto non mi vesto/Rido, ahah, non ti cago non ti penso/Grazie mamma che mi hai fatto un po’ diverso» (scuol4). Sembra che agli occhi di tha Supreme la scuola abbia perso la sua funzione educativa. Non più è l’istituzione che traghetta i giovani sapiens nella vita adulta, ma piuttosto un teatro di «incertezza» e «imbarazzo» (SUPREME – L’ego, feat. Marracash e Sfera Ebbasta), per affrontare i quali il cantante dice di aver fatto uso di droghe, anche pesanti. Nella canzone appena citata si tratta della lean, sostanza molto in voga nelle giovani generazioni per via della sua frequente presenza nella musica trap, in cui è stata sdoganata e resa famosa. Anche nota come purple drank per via del suo colore viola, è un mix di sciroppo per la tosse contenente codeina o prometazina e una bibita gassata. Il risultato è un drink dolciastro che produce un vasto spettro di effetti, tra cui calma, euforia, agitazione, aumento della fiducia in sé stessi, sintomi dissociativi, effetto sedativo, sonnolenza. In SUPREME – L’ego, essa è il rimedio all’ansia a cui tha Supreme afferma, con un po’ di vergogna, di essersi affidato nei tempi in cui ancora non aveva abbandonato il percorso scolastico.


Per fronteggiare questi elementi ostili del mondo reale, tha Supreme pare avere una risorsa prediletta, l’aggressività. I testi sono carichi di rabbia e risentimento, e non di rado si avvalgono di epiteti denigratori e insulti. Rispetto a ciò che non riesce a padroneggiare, l’artista reagisce spesso in modo frontale, irruento, come se si difendesse a sua volta da una violenza. Anche in questa reattività sembra possibile rintracciare un elemento infantile irrisolto. Come spiega Winnicott (1971), una delle modalità tramite cui i bambini accedono alla realtà è il tentativo di distruzione andato a vuoto. Il processo di accettazione di un mondo indipendente dai propri bisogni e desideri passa attraverso la resistenza di quel mondo a una movenza distruttiva: esiste perché resiste. Un esempio dello psicanalista inglese è il seno della madre, che spesso viene morso dai bambini ma resiste all’aggressione (l’assenza di denti è provvidenziale). Questa pulsione aggressiva che spinge allo scontro e all’assunzione della realtà emerge continuamente nei testi di tha Supreme, che vi si appoggia ogniqualvolta parla dell’ostile mondo di fuori. Tuttavia, se nel migliore dei casi il tentativo di distruzione si fa strumento della prova di realtà, il giovane cantante sembra invece continuare a proporre un’aggressività disorganizzata e ubiqua che, pur andando a vuoto, non porta al riconoscimento del reale ma al suo rifiuto. Sembra anzi quasi che ciò che proviene dall’esterno lo spinga a un’aggressività di secondo grado, più carica di risentimento, più livorosa, che non conduca a una presa d’atto ma a una negazione di ciò che non è in suo potere.

Di contro al mondo minaccioso sta uno spazio protetto in cui il cantante a ogni piè sospinto dice di rifugiarsi. Il modo di affrontare le frizioni con la realtà è di fatto un suo rifiuto. Questa nicchia riparata sembra da un lato essere un luogo fisico, la camera di Davide, una sorta di antro in cui ci si immagina che nulla possa accadere. Dall’altro pare invece uno spazio relazionale: sono protetto quando sto con le persone che mi vogliono bene. La madre, la sorella, la fidanzata, gli amici fidati e non «falsi». Un ruolo importante hanno la musica stessa e le sostanze stupefacenti. Quasi in ogni canzone l’artista dichiara di fare abbondante uso di droghe leggere (hashish e marjuana) e alle volte di ansiolitici (benzodiazepine). Esse contribuiscono alla creazione di un mondo parallelo, di una realtà immaginaria in cui tha Supreme si rifugia (De Carolis, 2008), non però in modo inerte ma compiendo un suo «viaggio». La marijuana in questo pare avere, insieme alla musica, un ruolo fondamentale: la combinazione tra «canne» e produzione musicale consente all’artista di isolarsi, facilitando, a suo dire, la costruzione e l’esplorazione di quello spazio d’invenzione che si sottrae al mondo reale e alle sue trappole.


In questa dialettica tra dentro e fuori, paura e rifugio, tha Supreme ricorda gli infanti che muovono i primi passi nel mondo. Non è un caso che le parole d’esordio della prima canzone in cui, oltre a comporre la musica, l’artista canta evochino con tono nostalgico un’immagine tipicamente infantile: «La mamma che mi chiama/ e lei sta preoccupata/ fumo e sto nella culla/ la luna vuole calma/ ma sono tutte bitch» (6itch). Svanita l’illusione che il mondo nel suo complesso sia una «culla», tha Supreme ricrea artificialmente un nido in cui rifugiarsi, quasi nel tentativo di ripristinare l’unità simbiotica madre-figlio tipica dei primi mesi di vita. Anche durante l’infanzia acuta individuarsi significa separarsi dalle figure di protezione e attaccamento attraverso delle prove, misurandosi così con una realtà che non si acconcia a bisogni e desideri, come invece avveniva quando la madre sopperiva a tutte le necessità del bambino. La natura cronica dell’infanzia umana è tale che questo compito di individuazione non sia mai adempiuto una volta per tutte ma debba essere continuamente rinnovato. tha Supreme guarda con ritrosia a questa operazione di separazione e allontanamento dal nido, come se della contingenza e imprevedibilità del reale percepisse soltanto il volto minaccioso, il pericolo, e non le possibilità di individuarsi creativamente (cosa che peraltro Davide riesce a fare grazie proprio alla rappresentazione musicale delle sue ansie). Da questo punto di vista non sembra essere casuale che le sostanze stupefacenti a cui si fa riferimento siano, oltre alla marijuana, le benzodiazepine e la lean. Se la prima ha potenti effetti dissociativi, contribuendo, anche quando non dovesse portare a esiti psicotici, all’isolamento e alla chiusura in sé stessi, le benzodiazepine sono ansiolitici che vengono sempre più spesso utilizzate a scopi ricreativi (Mendia, Tragni, 2017; Center for Behavioral Health Statistics and Quality, 2018). tha Supreme non è un’eccezione, ma la piena regola: anche lui, così come molti adolescenti italiani e non, ha fatto uso di xanax, di cui serba un ricordo traumatico. Come canta in fuck 3x e 8rosk1 più che risolvere i suoi problemi, questo farmaco non fa che riproporre le ansie che spingono al suo utilizzo.

Quest’ambivalenza nei confronti delle sostanze stupefacenti non è un caso sporadico [5]. L’opera di tha Supreme è preziosa anche perché l’autore riesce a intravedere i rischi di una condotta che porta all’isolamento e al rifiuto della realtà. Il dentro in cui si rifugia è pur sempre parte del mondo e dunque non può magicamente respingere al di fuori tutti gli elementi da cui si cerca di sfuggire. Se il ritrarsi in una nicchia protetta può calmierare l’ansia, non per questo la condizione di smarrimento e «incertezza» di fronte a ciò che non si padroneggia, in una parola, la realtà, è cancellata. 23 6421 è pervaso da questa sotterranea consapevolezza e di tanto in tanto anche «la culla» si rivela permeabile. Oltre ad ansie e paranoie e agli effetti collaterali delle sostanze stupefacenti, anche gli oggetti presenti nella cameretta possono essere spia di difficoltà e dolori sperimentati di fuori. In m12ano tha Supreme e sua sorella (Mara Sattei) raccontano di storie d’amore andate a male, con il primo che si sofferma sul lascito materiale della relazione finita: la sua stanza è piena di oggetti emotivamente carichi perché legati alla memoria della persona che vuole dimenticare. Per questo «qua è un casino/ Non so più dove mettere quel comodino/ E quelle cose che metterei nel tavolino/ E quel cuscino che mi ha fatto lei/ Quasi quasi brucio tutto/ Non fotte se sembra brutto/ Voglio spazio in questa stanza/ Quindi me ne fotto/ Prendo un pezzo e brucio tutto/ Prendo un pezzo e brucio tutto/ Frate è questo, non c’è il trucco/ Nella mente è tutto». Ritorna il tema di un’aggressività distruttrice nei confronti di ciò che si fa fatica ad accettare. La rabbia iconoclasta di tha Supreme è la reazione disorganizzata con cui si cerca di rimuovere e cancellare ciò che dà dolore, una movenza infantile regressiva rispetto a eventi che non si possono controllare. Come disorganizzata pare essere l’emotività del ragazzo, che a più riprese afferma di aver difficoltà a mettere a fuoco il suo sentire. Spesso e volentieri non sa come sta, se bene o male (fuck 3x, m8nstar), come se non avesse ricevuto gli strumenti adeguati per comprendere come si sente.


Anche la noia si fa largo di tanto in tanto nella stanzetta di Davide: «che fate oggi? Io mi annoio/ Io mi finisco tutta una serie, oppure dormo» (no14). In alcuni giorni la voglia di fare scarseggia e allora il cantante occupa il tempo in un modo o nell’altro, per esempio incontrando qualche amico e fumando l’immancabile «canna». Tuttavia la noia non è un sentimento solo negativo. Nell’omonima canzone che procede con un andamento compassato e quasi soffuso, tha Supreme confessa che, pur non sopportando questa tonalità emotiva, non ne è avvinto e immobilizzato. La noia sembra ricordargli un pensiero a metà tra la constatazione e l’auspicio: non sono solo, nel mondo di fuori sono sicuro che, nonostante tutto, ci sia qualcuno come me:


Non sopporto la noia, stavo sempre in mezzo ai guai

So che non sono solo

Qualcuno la fuori capisce bene quello che intendo

Sennò non ci siamo

Dici di no, allora vorrei sapere tu che fai

Non sopporto la gente che si dice sempre mai

So che non sono solo

Qualcuno là fuori capisce bene quello che intendo

Sennò non ci siamo

Dici di no, allora vorrei sapere tu che fai


4. Immaginario visivo

Molti dei temi che abbiamo appena trattato sono letteralmente visibili. Nella musica contemporanea in generale e in quella di tha Supreme in particolare, non è solo il suono a farla da padrone ma anche la componente visiva. Due gli elementi su cui concentrare l’attenzione. In primo luogo l’avatar. Davide non si mostra quasi mai in prima persona, lascia che sia la sua controparte a farlo per lui. Come abbiamo accennato, tha Supreme è un fumetto/cartone animato con le sembianze di un giovane dall’età imprecisata (tra l’infanzia e l’adolescenza). Oltre a campeggiare su tutti i social e nei videoclip, è proprio questo alter ego ad essere stato riprodotto sulle statue delle stazioni di Roma e Milano. Non ha segni particolari, se non il fatto che ha sia delle piccole corna da diavolo sia un’aureola da santo, e che indossa sempre una felpa col cappuccio color viola (che in alcuni casi riproduce il design di un brand a fini pubblicitari, l’infanzia non è impermeabile al marketing). La scelta cromatica non riguarda soltanto il personaggio, ma anche l’estetica del disco nel complesso. È il colore dello sfondo della copertina, è presente nelle foto profilo dell’artista sulle piattaforme streaming e anche nei video. Forse il viola allude alle sostanze stupefacenti. Una possibilità è la purple drank, anche se nei testi tha Supreme non sembra entusiasta di questa droga. Più probabile che si tratti di una varietà di marijuana, la purple haze, come lascia supporre un brano intitolato occh1 purpl3, in cui l’occhio è arrossato in virtù dell’effetto delle «canne» d’erba che l’artista dice di fumare.

Il secondo aspetto su cui soffermarci sono i videoclip. Sebbene non siano realizzati da tha Supreme in prima persona, c’è comunque la sua mano, dal momento che nei crediti si specifica sempre che nascono da un’idea del cantante. Sono il frutto di precise scelte estetiche che hanno contribuito alla creazione di un immaginario facilmente riconoscibile. Come già anticipato, siamo di fronte a veri e propri cartoni animati il cui protagonista è l’avatar. Non si tratta di episodi irrelati ma di momenti successivi che si legano l’uno all’altro: la scena finale di scuol4 è quella iniziale di m8nstar, che si conclude con l’episodio di apertura di Blun7 a Swishland. Partiamo proprio da quest’ultimo, che probabilmente è il pezzo più famoso dell’artista. La canzone racconta, con un gergo ai limiti dell’idioletto, del consueto viaggio reso possibile dal consumo di marijuana. tha Supreme si reca in un luogo immaginario chiamato Swishland, a cui è potuto giungere grazie al fatto di aver «swish[ato] un blunt», cioè preparato e fumato uno spinello di erba. Nel video, Swishland è un parco divertimenti, un luna park a tema cannabis dove il nostro eroe può divertirsi assieme ai suoi amici. La dimensione altra a cui si allude in continuazione è dunque una sorta di paese dei balocchi, uno spazio sospeso di gioco e svago. In m8nstar invece si tratta della luna, come suggerisce il titolo. L’artista rappresenta sé stesso non come una rockstar, ma come una moonstar, una stella che si rifugia sulla luna, nuovo paradigma di successo e segregazione di cui è la massima espressione. tha Supreme pedala su una bicicletta nei pressi della scuola e poi, fumando uno spinello spicca il volo e si dirige verso corpi celesti lontani. Se la luna già di per sé un luogo remoto, nel videoclip essa è teatro di un isolamento potenziato. Sulla superficie il cantante ha la sua propria casetta, in cui si rifugia dedicandosi alle attività che più lo aggradano, protetto non solo dai rischi del mondo, ma addirittura dai pericoli terrestri e lunari. Lo vediamo intento a «stare giorni con le mani in mano», ma anche a produrre e ascoltare musica, giocare alla playstation e, ovviamente, a fumare «canne». La scuola da cui era fuggito è invece al centro del videoclip dell’omonima canzone. In realtà l’avatar decide di non entrare in classe («io che non andavo a scuola, uh/ mia madre mi diceva “che fai?” “entro in seconda ora” yah/ ma poi non entravo, tra mille pensieri, quindi sbuffo marijuana») e insieme ai suoi amici va in giro per la città in bicicletta. Viene inseguito da un professore, che si trasforma in un mostro, con la narrazione che evolve in un videogame in cui il cattivo cerca di incenerire col laser i fuggitivi (nemmeno a farlo apposta: riescono a scappare perché spiccano il volo fumando «canne» magiche).

Nel complesso, insomma, anche i videoclip mostrano alcuni dei tratti che abbiamo evidenziato in precedenza a partire dall’analisi dei testi. Oltre alle già citate «canne», che assurgono a veicolo di superpoteri come gli spinaci di Braccio di ferro, abbiamo le pillole, presenti quasi sempre, probabile rimando agli ansiolitici di cui di tanto in tanto si parla, e, in generale, la contrapposizione tra una dimensione immaginaria felice, o comunque acconcia ai desideri di tha Supreme, e un mondo reale ostile e da tenere alla larga.


5. Infanzia, lingua e linguaggio

Vorrei mettere alla prova una seconda tesi: l’uso della lingua da parte di tha Supreme non solo incarna l’esperienza di un’infanzia cronica e regressiva, ma sembra anche un tentativo di conservare ed esibire le potenzialità inarticolate della facoltà di linguaggio tipiche dei primi anni di vita, cioè la capacità specie specifica di articolare suoni significanti. La lingua, al contrario, è un repertorio limitato di fonemi e regole di combinazione (Virno, 2003). Diversamente dalla facoltà di linguaggio, essa è storica, varia nello spazio e nel tempo (Saussure, 1916). Il fatto di possedere la facoltà non implica di per sé la capacità di formare enunciati dotati di senso: è necessario un lungo apprendimento affinché una pura virtualità diventi una competenza concreta – evento che può anche non verificarsi.

L’acquisizione della lingua avviene al prezzo di una rinuncia originaria (Jakobson, 1941; Heller-Roazen, 2005). Di solito è facile constatare una fase della prima infanzia, tra i 6 e gli 8 mesi, in cui i bambini cominciano a esplorare la loro facoltà di linguaggio, balbettando una messe di suoni insignificanti (Guasti, 2002). È la cosiddetta lallazione (babbling). Per una finestra temporale ristretta, i giovanissimi sapiens sono in grado di realizzare tutti i suoni che l’apparato fonatorio umano consente loro e dunque possono potenzialmente imparare tutte le lingue. È l’acme – per così dire – dell’onnipotenza articolatoria della facoltà di linguaggio, ancora in uno stadio prelinguistico (i suoni non hanno senso). Tuttavia, attorno agli 8-10 mesi, questa capacità viene perduta e i bambini cominciano a selezionare il loro repertorio fonetico in funzione della lingua madre. C’è un vero e proprio collasso dell’articolazione linguistica e l’inizio di un faticoso e lungo periodo di apprendimento, una perdita funzionale a un acquisto. Le lingue possiedono la traccia di questa onnipotenza originaria. Le esclamazioni e le onomatopee sono infatti espressioni che spesso non rispettano le regole di combinazione fonetica proprie di una lingua. Ecco degli esempi: «l’interiezione hm, i suoni avulsivi usati per incitare i cavalli, la r labiale usata per fermare i cavalli o come interiezione che esprime il brivido (brrr!)» (Trubeckoj, 1971, p. 255). Qui e in molte altre enunciazioni analoghe si produce senso attraverso una sospensione delle regole ordinarie, con un uso della voce che rimanda a una capacità che non si ha più.

La lingua di tha Supreme è un viaggio nel tempo, un tentativo di recuperare un paradiso articolatorio perduto che produce un effetto straniante. Chi per la prima volta ascolta una canzone dell’artista fa una grande fatica a seguire il senso degli enunciati perché il cantante articola i suoni in un modo del tutto originale e idiosincratico, al punto che è egli stesso a dare un nome a questo uso: «swingare», italianizzazione dell’inglese «to swing», «oscillare, dondolare». Nell’omonimo brano (Sw1n6o), tha Supreme «swing[a] le parole»: allunga le vocali pronunciandole quasi in una litania, sposta gli accenti, canta in falsetto, fa pause spezzando i vocaboli, oppure accorpa fonemi appartenenti a due termini distinti. Sembra di assistere a una sorta di lallazione, come se stesse saggiando le potenzialità articolatorie del suo apparato fonatorio, in modo non dissimile dai bambini che si esibiscono nei primi balbettii.

Una risorsa espressiva a cui tha Supreme fa sovente ricorso sono le interiezioni e le onomatopee, parole che conservano una tangibile memoria dell’onnipotenza infantile. L’efficacia dei suoi versi pare spesso dovuta proprio alla rinuncia a espressioni complesse e ricercate in favore di un’eloquenza più basilare, quasi prelinguistica. Alcuni esempi: «chi sta con il timore (Chi sta con il timore)/ fa “boom” proprio come un jet» (Sw1n6o), «perché non spacchi? Dici: “Boh”/ se parli non ti ascolto/ Oh, no, no, no, no, no, no» (2ollipop), «swisho un blunt a Swishland/ bling blao come i Beatles/ […] Ex fanno tip-tap sulle frasi del tipo/ Bla-bla-bla-bla-bla-bla nemmeno ascolto, e sto zitto» (Blun7 a Swishland), «sono una moonstar, vengo dal cielo, sì, faccio “kaboom”, yah!/tu che fai “puff” yah! […]/giorni in cui vorrei solo stare in casa fare “bla bla”/[…] amici e cari fanno “boh”!» (M8nstar).

Come si vede da questi esempi, tha Supreme passa indifferentemente dall’italiano all’inglese, proprio come un bambino che non fa distinzioni tra una lingua e un’altra, avendo la potenzialità di apprendere qualsiasi idioma. Assenza di distinzione che riguarda anche la trascrizione dei titoli dei brani. Viene infatti utilizzato il cosiddetto alfabeto leet, in cui alcuni numeri fanno le veci di lettere: è come se l’artista giocasse a tornare a una fase anteriore alla scolarizzazione, in cui ancora non si padroneggia l’uso dei simboli alfanumerici. Così come, in generale, non si padroneggia più di tanto il lessico della lingua. Il ricorso a parole straniere ne è testimonianza, ma lo è anche la ripetizione degli stessi vocaboli e temi in molti brani, che quasi ingabbia l’ascoltatore, provocando alle volte una sensazione simile allo stordimento.

Insomma, siamo di fronte a un tentativo paradossale. Attraverso un gergo ristretto e scarnificato, una lingua impoverita e non padroneggiata fino in fondo, tha Supreme tenta il ritorno agli albori della facoltà di linguaggio, che a un tempo egli mostra tramite una serie di usi linguistici infantili. Viene fatto un impiego – per così dire – nostalgico della voce e della lingua. Per quanto espressivo, il tentativo è volto allo scacco, perché condizione di possibilità dell’apprendimento di un idioma è proprio la rinuncia alla plasticità fonatoria propria dei primi mesi di vita. La potenza illimitata della facoltà del linguaggio si converte in impotenza se mancano atti linguistici determinati (Virno, in pubblicazione): chi, indugiando nella duttilità prelinguistica, non apprende una lingua entro lo sviluppo sessuale, è destinato a rimanere muto per sempre. Così tha Supreme, con uno slang che riduce all’osso il repertorio di strumenti espressivi, mostra una potenza non pienamente sviluppata che a tratti sembra avere il volto dell’impotenza. L’uso delle parole in questo artista così originale può essere un’efficace metafora della condizione esistenziale di cui egli stesso parla nei suoi testi: ansia e paura per il nuovo che si esprimono in tendenze regressive e di chiusura, con la permanenza in una zona liminale che spesso rimane incompiuta. E se tha Supreme è un’eccezione nel riuscire a fare un uso creativo e individuante dell’impotenza pervasiva dei nostri giorni, non può dirsi lo stesso per molti dei suoi coetanei e ascoltatori che, sprovvisti della sua fortuna e del suo scintillante talento, si ritrovano nelle stazioni di Roma e Milano per ascoltare una qualche voce dei loro dolori.



Bibliografia

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Note [1] tha Supreme utilizza parzialmente l’alfabeto cosiddetto «leet», una forma di scrittura in cui le lettere vengono sostituite da numeri o da altri simboli non alfabetici (cfr. § 5). 23 6451 va dunque letto come ‘le basi’, titolo che probabilmente allude sia all’esordio discografico, sia al fatto che tha Supreme, oltre che rapper, è anche produttore, dunque compositore delle basi su cui canta. [2] Cfr. https://www.djmagitalia.com/thasupreme-16anni-produttore-salmo/; https://www.vice.com/it/article/d35wpk/tha-supreme-intervista/. [3] Questo articolo è stato scritto nell’estate 2020. [4] È presente in molte canzoni, per esempio scuol4, come fa1, 8rosk1, 0ffline, SUPREME – L’ego. [5] L’avatar stesso è una figura ambivalente, che possiede sia un’aureola da santo che le corna da diavolo, come a voler conservare una potenzialità etico-politica tipica dell’infanzia: «Ehi, angelo o diavolo, sono due in uno cara /Pensa bene prima di dirmi che sono troppo stro’/ Fuoco con acqua, questo sono» (m8nstar).