Il prossimo giubileo e i danni del passato


Daniel Daligand, Basi abbandonate


Tra i grandi terreni di sfida e potenzialmente di conflitto con cui si dovrà misurare la prossima amministrazione democratica americana vi è certamente quello del debito universitario, con le sue gigantesche dimensioni a svariati zeri che incatenano diverse generazioni di studenti, lavoratori, precari. Per ironia della sorte, proprio Joe Biden è stata una delle figure politiche che ha maggiormente contribuito a rafforzare questa catena di ricatto. La sfida per la cancellazione del debito, ci dice in questo articolo Andrew Ross, non può però essere disgiunta dalla rivendicazione decoloniale di risarcimento da parte delle istituzioni universitarie per la loro complicità con il razzismo strutturale e colonialista degli Stati Uniti.

Ross, docente della New York University, non si è occupato della questione del debito solo in uno dei suoi preziosi libri, Creditocrazia e rifiuto del debito illegittimo (trad. it. ombre corte, Verona 2015); da sempre attivamente impegnato nei movimenti americani, è tra i fondatori della campagna Occupy Student Debt, di Strike Deb e del Debt Collective.




Per una delle grandi ironie dei nostri tempi, Joe Biden, che più di ogni altro politico americano ha fatto di tutto per rendere ardua la possibilità di sfuggire ai debiti delle carte di credito e dei prestiti studenteschi, probabilmente estinguerà una parte significativa del debito legato alla formazione negli Stati Uniti una volta entrato in carica a gennaio. La norma «compromise and settlement» della legge sull’istruzione superiore autorizza il presidente a intraprendere questa azione senza l’approvazione del Congresso. Non sarà un vero e proprio giubileo del debito, in grado di coprire l’intero ammontare dei prestiti federali degli Stati Uniti; inoltre, se i falchi del deficit si faranno strada, potrebbe essere limitato alla misera somma di 10.000 dollari inclusa nella legge «Heroes» approvata dalla Camera controllata dai democratici. Questo non basterà a scalfire il divario di ricchezza razziale di cui il debito studentesco è una ben documentata lente di ingrandimento. Né i 10.000 dollari forniranno granché in termini di stimolo economico generale, questione emersa nella classe politica come ragione principale per la riduzione del debito. Questa misura è presa seriamente in considerazione solo perché libererà una parte dei bilanci delle famiglie duramente colpite dalla recessione dovuta al coronavirus, ma la cancellazione completa del debito è la cosa giusta da fare, per valide ragioni etiche.

Anche se il giubileo è limitato, non possiamo permettere al tema dell’alleggerimento del debito di restare da solo. Il giorno dopo l’entrata in vigore del provvedimento, i numeri ricominceranno a crescere. Senza l’approvazione di una versione forte della legislazione «College for All», volta a creare un’istruzione senza tasse scolastiche, non riusciremo a modificare lo status quo.

Il «College for All» dovrà affrontare un’epica battaglia congressuale, ma la questione è diventata di dominio pubblico nel relativamente breve periodo dal tempo di Occupy Wall Street, quando è emersa come una giusta richiesta promossa dalla campagna Occupy Student Debt, seguita dallo Strike Debt e dal Debt Collective: organizzando uno sciopero del debito, si è garantito più di un miliardo di dollari di sgravio per gli studenti depredati dai college for-profit. Il fatto che tale questione sia ora in primo piano nelle politiche pubbliche dimostra che l’attivismo di base può conquistare delle vittorie, ma solo se i tempi sono giusti e se i temi sono veramente popolari (quale genitore non vorrebbe che il proprio figlio frequentasse un buon college senza tasse, come accade in altre parti del mondo industrializzato?).


Siamo in un momento spartiacque, stabilire l’istruzione come diritto può eliminare la visione utilitaristica del college come veicolo per generare profitti o rendite per gli investimenti. Ma se l’obiettivo è quello di convertire l’istruzione del college americano da un’attività commerciale sporca in un vero e proprio bene pubblico, può il «College for All» accettare la richiesta di risarcimento (proposta da gruppi come Scholars for Social Justice) per il furto di terra, libertà e lavoro? Le recenti conferenze della Duke University e della Ucla(University of California, Los Angeles) hanno ospitato ambiziose agende per affrontare i danni del passato, come l’esclusione razziale o il furto di terre indigene allo scopo di costruire college.

I progetti per il rifinanziamento dell’istruzione superiore sono adeguati se non includono i crediti non risarciti derivanti dall’espropriazione della terra o dal retaggio della schiavitù, dalle leggi Jim Crow e dall’incarcerazione di massa? L’istruzione non è l’unico settore in cui si dovrebbe chiedere allo Stato e ai contribuenti di soddisfare questi obblighi non assolti (l’edilizia abitativa è ovviamente in cima alla lista), ma gli accademici, con il loro interesse per la governance universitaria e la loro capacità di influenzare la politica, sono ben posizionati per garantire che questi problemi siano accuratamente trattati e che siano prese misure adeguate per affrontarli. Alcuni college hanno iniziato a riconoscere le rivendicazioni relative alla loro storia, facendo risarcimenti per il loro passato coinvolgimento nella schiavitù, però un’azione federale, con il marchio dello Stato colonizzatore, sarebbe più significativa e conseguente.

Il «College for All» è visto da molti come un’opportunità per ripristinare il periodo di massimo splendore con il basso costo delle università pubbliche prima che i governi statali e federali iniziassero a non rispettare i loro impegni di finanziamento. È un’aspirazione lodevole, ma solo se riconosciamo che i beneficiari dell’istruzione pubblica di qualità durante quei giorni di gloria sono stati, in modo schiacciante, i cittadini bianchi di un’America estremamente normativa. C’è la volontà di compensare coloro che sono stati esclusi, per le opportunità perdute? E in quale forma potrebbe essere effettivamente realizzata la proposta?

Sia il movimento Black Lives Matter (come primo asse della sua piattaforma per le riparazioni) che la Red Nation (come parte del Red Deal) hanno scelto come principi centrali la cancellazione completa del debito e il college senza tasse. Tuttavia, la significativa realizzazione di queste richieste dipende, come è giusto che sia, dal fatto che le università riparino i danni del passato coloniale, tagliando i loro legami e gli investimenti nell’incarcerazione di massa, nella detenzione sulle terre di confine, nell’ingiustizia climatica e nell’occupazione militare.

Il diritto di accesso all’istruzione universitaria – centrale nell’agenda dei diritti civili – si è trasformato nel corso dei decenni in un diritto di accesso ai prestiti per l’istruzione. Il risultato è un costo radicalmente iniquo per le famiglie nere, latinos e indigene, perché detengono solo una frazione della ricchezza delle famiglie bianche. Quattro anni dopo la laurea, il saldo medio dei prestiti degli studenti debitori neri è più del doppio di quello dei loro colleghi bianchi, a causa del retaggio della discriminazione occupazionale e dei differenziali di ricchezza intergenerazionale.

La cancellazione del debito esistente e il college senza tasse potrebbero ridurre tale divario, ma per colmarlo sarà necessaria un’attenzione correttiva alle cause storiche che stanno alla radice. Gli accademici possono aiutare, pensando a come l’istruzione può funzionare in quanto bene pubblico riparatore? Se il «College for All» può essere spinto in questa direzione decoloniale, trasformerà la società americana più di quanto abbia fatto il GI Bill durante la Seconda guerra mondiale.

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