Il libro imperdonabile
Operai e capitale sessant’anni dopo

Sessant’anni fa usciva Operai e capitale di Mario Tronti, libro cardine dell’operaismo italiano che ha rappresentato un fondamentale momento di rottura rispetto al marxismo occidentale e alla tradizione marxista-leninista. Damiano Palano torna su quel testo sottolineandone una radicalità spesso attenuata dalle letture successive: non soltanto il rovesciamento del rapporto tra capitale e classe operaia, la centralità della fabbrica come luogo dell’autonomia operaia e il rifiuto del lavoro, ma anche la critica della neutralità della tecnica, della pianificazione socialista e della stessa idea tradizionale di rivoluzione. Un libro che, come scrive Palano, «rimane davvero una delle opere più originali del marxismo della seconda metà del Novecento, oltre che uno dei libri che più hanno inciso sulla cultura italiana dell’ultimo secolo. Un libro che, nel mondo ancora più che in Italia, non cessa di conquistare nuovi lettori e che, a dispetto del passare del tempo, può essere riletto ogni volta con occhi nuovi».
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Negli ultimi anni della sua vita, Mario Tronti ricordò in varie occasioni una regola che aveva imparato a sue spese:
Non scrivete un libro di successo da giovani: non ve lo perdoneranno mai
si rimane per sempre imprigionati in una sola casella.
Si riferiva naturalmente al travolgente successo registrato da Operai e capitale, pubblicato proprio sessant’anni fa, quando Tronti aveva trentacinque anni e faceva il correttore di bozze dell’Enciclopedia universale dell’arte, edita da Sansoni.
Il libro venne stampato dalla tipografia della casa editrice Einaudi il 27 settembre 1966 e qualche settimana dopo arrivò in libreria. L’uscita del volume fu salutata da critiche feroci, in alcuni casi persino astiose, che rivolgevano al libro l’accusa di essere al tempo stesso irrazionalista e idealista. Il critico del settimanale «l’Espresso», Vittorio Saltini, scrisse che Tronti aveva immaginato un «operaio metafisico» che nulla aveva a che vedere con la realtà della classe operaia. Adalberto Minucci, il giornalista del Partito comunista che si occupava della Fiat, scrisse che il libro ricordava in parte l’irrazionalismo di Georges Sorel e del giovane Mussolini, mentre per il resto forniva una visione hegeliana dello sviluppo capitalistico e del ruolo della classe operaia. Le riviste dei giovani intellettuali marxisti che si collocavano alla sinistra del Pci – come «Nuovo impegno» e «Classe e Stato» – rivolsero al libro di Tronti critiche severe, in alcuni casi persino sprezzanti.
A dispetto del fuoco di fila di attacchi che gli venne riservato, il libro divenne immediatamente un punto di riferimento non solo per il piccolo gruppo di intellettuali militanti che si era inizialmente formato attorno ai «Quaderni rossi» e che poi aveva dato vita a «Classe operaia», ma anche per molti di quei giovani che, dopo la contestazione studentesca e l’autunno caldo, sarebbero andati a popolare la galassia politica e culturale della nuova sinistra.
Una rottura fraintesa
Nonostante nel corso dell’ultimo ventennio l’importanza di Operai e capitale sia stata ampiamente riconosciuta, non sempre è stata sottolineata la radicale novità di quel libro. La stessa «rivoluzione copernicana» – la specifica rilettura «soggettivista» del marxismo avanzata nel libro – è stata anzi frequentemente fraintesa, così come spesso è stata ridimensionata la portata della sua rottura rispetto alle diverse componenti del marxismo occidentale, oltre che rispetto alla tradizione del marxismo-leninismo. Forse l’elemento più rilevante del libro giovanile di Tronti fu invece proprio la rottura che comportava rispetto a pressoché tutte le varianti consolidate del marxismo, anche a quelle cui nelle pagine del volume si rendeva omaggio o di cui venivano riprese idee o formule. Dal libro di Tronti uscivano a pezzi le concezioni della tecnologia, dello sviluppo, dell’ideologia, della lotta di classe che il marxismo-leninismo (anche nell’addomesticata versione togliattiana) aveva canonizzato. E, soprattutto, usciva a pezzi la visione della rivoluzione che il movimento socialista aveva ereditato dall’immaginario dell’Ottantanove. Per quanto possa forse apparire singolare, Operai e capitale fu in effetti soprattutto un tentativo radicale di fare i conti con il fallimento delle rivoluzioni socialiste, a partire da quella bolscevica. E rappresentò forse il primo tentativo novecentesco di pensare la rivoluzione operaia rompendo però con l’immaginario ottocentesco della rivoluzione e in un contesto segnato dall’avanzata del neocapitalismo.
Ai lettori Operai e capitale si presentava articolato in tre sezioni, rispettivamente intitolate Prime ipotesi, Un esperimento politico di tipo nuovo e Prime tesi. Ad aprire il volume era inoltre un’introduzione dal titolo brechtiano La linea di condotta, in cui però non si poteva trovare alcuna informazione su come fossero nati quei testi e neppure su cosa fosse l’«esperimento politico di tipo nuovo» cui si riferiva la sezione centrale del volume. L’unica traccia si poteva trovare in una piccola nota collocata in apertura, dove si informava che una buona parte dei testi – ad eccezione dell’Introduzione e del lungo saggio Marx, forza-lavoro, classe operaia (che costituiva autonomamente l’intera terza sezione) – erano già usciti in precedenza sui «Quaderni rossi» e «Classe operaia», oltre che, in un caso, in «Mondo Nuovo». Il piano del discorso era d’altronde sempre tenuto da Tronti a un livello di astrazione estremamente elevato e lo stile, talvolta persino profetico, si sarebbe accordato ben poco al chiarimento delle divergenze intercorse con Panzieri e dei mutamenti di linea politica avvenuti nella breve avventura di «Classe operaia». Probabilmente alcune delle difficoltà di interpretazione del testo derivavano anche dal fatto che i testi risalivano a momenti differenti e che, per esempio, le posizioni di Tronti, alla fine del 1964, non erano più quelle che aveva sostenuto nel 1962 o nel 1963, specialmente in relazione al compito che spettava all’organizzazione politica.
L’anno indimenticabile
Il libro di Tronti era in effetti la conclusione provvisoria di un percorso iniziato dieci anni prima, nel 1956, ancora prima dell’incontro con Panzieri e con il gruppo dei futuri «Quaderni rossi». Quell’anno «indimenticabile», come lo definì Pietro Ingrao, rappresentò infatti anche per il giovane «politico pensante» un momento di cesura, l’occasione di una drastica rottura con il Pci, con Gramsci e con Togliatti, ossia con quelli che erano stati i pilastri della formazione politica di Tronti. Nato al Quartiere Ostiense, in una famiglia in cui quasi tutti lavoravano ai mercati generali, aveva infatti incontrato il Pci molto presto e la sezione del partito era stata per lui il luogo primario di una formazione pienamente allineata all’ortodossia togliattiana e staliniana. Ma nel 1956 quell’appartenenza fu bruscamente messa in discussione.
Tronti allora aveva venticinque anni ed era segretario della cellula universitaria del Partito comunista a Roma. Dopo la repressione della rivolta ungherese da parte dell’Unione Sovietica, partecipò attivamente alle manifestazioni di sostegno agli insorti e firmò, insieme a un centinaio di intellettuali, un documento di critica alla linea del Pci, che si era allineato alle posizioni sovietiche. Come lo stesso Tronti riconobbe, si trattò di un cruciale «transito strategico», che contribuì a determinare una vera e propria «rottura epistemologica». Non fu solo il punto di avvio di una profonda disillusione intorno alla realtà del socialismo realizzato, ma anche il primo di una serie di eventi che, nel breve arco di alcuni mesi, lo indussero ad abbattere tutti i pilastri su cui si era fondata la cultura politica del Partito comunista: lo storicismo, il razionalismo, il neo-illuminismo. Per molti versi – come scrisse – il 1956 segnò «il passaggio, il rovesciamento, da una verità di partito a una verità di classe».
La nuova classe operaia
Operai e capitale non sarebbe però mai stato scritto se Tronti non avesse incontrato – grazie a Panzieri e al gruppo di giovani che si era raccolto attorno a lui – la classe operaia torinese. Se negli anni Cinquanta le fabbriche erano rimaste per molti versi silenziose, passive e persino apatiche, alla fine del decennio alcune radicali mobilitazioni avevano iniziato a emergere nei settori avanzati della produzione industriale. In particolare, prima ancora dei metalmeccanici della Lancia di Torino, furono gli elettromeccanici milanesi a mostrare i caratteri di una «classe operaia di tipo nuovo, risultato dei processi di intensa massificazione e socializzazione del lavoro nelle grandi aziende degli anni Cinquanta», che «ricercava le proprie peculiari vie di espressione come soggetto politico autonomo». A Torino e a Milano, ricercatori militanti come Romano Alquati e Vittorio Rieser riconobbero il protagonismo di questa nuova figura operaia, mentre Panzieri – che dopo la svolta avviata dal Psi nel 1959, aveva lasciato la direzione di «Mondoperaio» per trasferirsi a Torino e lavorare alla Einaudi – divenne il punto di riferimento per chi cercava una strategia all’altezza della trasformazione in corso. Da quel milieu nacquero i «Quaderni rossi», il cui primo numero uscì nella tarda estate del 1961, dopo una lunga incubazione.
La rivista sviluppò una critica della tradizione marxista che si concentrava su due punti: la neutralità della tecnologia e l’identificazione tra socialismo e pianificazione. Il primo bersaglio fu proprio l’idea che la tecnologia fosse«neutrale» e che, dunque, la classe operaia potesse un giorno appropriarsene per farne un uso socialista. Panzieri, sul primo numero della rivista, sostenne invece – appoggiandosi a Marx – che la tecnologia era uno strumento plasmato dal capitale per annullare la resistenza operaia. Alquati, con le sue inchieste, mostrò inoltre come la struttura stessa del processo lavorativo fosse disegnata per spezzare l’autonomia della classe e come le «macchine» fossero modellate dall’esigenza di controllare la forza-lavoro.
In secondo luogo, i «Quaderni rossi» demolirono la convinzione che il socialismo consistesse nella pianificazione razionale della produzione e dello scambio, finalizzata a superare le crisi provocate dall’irrazionalità dei mercati. Ai loro occhi, la pianificazione – o, meglio, il piano – era solo un passo ulteriore verso la gestione capitalistica del processo produttivo. Il piano del capitale non investiva più soltanto la fabbrica, ma dominava l’intera società; e, come in fabbrica, rimaneva ugualmente dispotico. Lo sfruttamento della forza lavoro restava tale anche quando assumeva la forma della pianificazione razionale della produzione sociale. Non esisteva dunque alcuna contraddizione tra il piano e la logica del capitalismo. Allora il Psi preparava il suo ingresso nell’area di governo puntando quasi tutto sulla carta della programmazione dello sviluppo, presentata come possibile primo passo verso una pianificazione «socialista» della produzione. I «Qr» avrebbero così insistito sull’idea che il piano fosse pienamente capitalistico e che dunque la lotta per la pianificazione andasse intesa come una lotta per modernizzare il capitalismo, non per opporsi alla sua logica di sfruttamento.
La rivoluzione dentro il capitalismo
Se la ricerca collettiva dei «Quaderni rossi» si indirizzò verso questi bersagli, Tronti si spinse oltre, rompendo soprattutto con l’immaginario della rivoluzione che il marxismo, nelle sue diverse famiglie, aveva pressoché senza eccezioni conservato. Giunse infatti alla conclusione che non fosse sufficiente criticare il socialismo realizzato o il culto della personalità: per lui, divenne necessario abbandonare la stessa prospettiva della rivoluzione, almeno per come era stata concepita fino a quel momento. E questo fu davvero un aspetto centrale della sua riflessione, anche se spesso è passato inosservato ai suoi lettori.
Dopo il 1956, Tronti maturò infatti la convinzione che il modello della rivoluzione bolscevica – e, in generale, l’idea stessa della rivoluzione – fossero ormai inservibili. Iniziò così a pensare la rivoluzione come un processo «dentro» il capitalismo. La rivoluzione operaia non doveva cioè essere concepita come un «oltre» rispetto alla società capitalista, né come un «dopo» rispetto alla presa del potere: doveva essere invece concepita soltanto come un processo di sviluppo del potere operaio in fabbrica, come un processo di crescita della resistenza operaia contro l’estrazione di lavoro dentro il processo lavorativo, ma sempre all’interno della società capitalistica.
È piuttosto singolare come questa operazione – davvero iconoclasta per l’immaginario marxista del tempo – fosse allora passata in gran parte inosservata ai severi recensori di Tronti. Proprio qui si trovava però la premessa della «rivoluzione copernicana» di Operai e capitale. Tronti espose d’altronde questa idea a Panzieri già nel giugno del 1961, prima ancora che fosse uscito il primo numero dei «Quaderni rossi»:
Più uno ci pensa e più uno si convince che il nodo da sciogliere oggi è tutto qui – in questo difficile matrimonio tra sviluppo capitalistico e rivoluzione operaia. In conseguenza del quale, la rivoluzione deve vivere attivamente nell’intimità del processo quotidiano di sviluppo del capitalismo e non limitarsi a contemplare passivamente le forme «belle» delle sue crisi periodiche.
La rivoluzione doveva pertanto essere intesa «come processo rivoluzionario, come autoorganizzazione della classe operaia in quanto classe rivoluzionaria dentro il sistema stesso del capitalismo».
L’abbandono della concezione classica della rivoluzione – ossia della rivoluzione come rottura, come cesura tra un «prima» e un «dopo», come avvio di una transizione «oltre» il capitalismo – era per Tronti il punto di avvio della rilettura di Marx compiuta nei saggi di Operai e capitale. Questa operazione era innanzitutto connessa alla centralità che, nel discorso trontiano, assumeva la dicotomia di fabbrica e società, enunciata nell’articolo fondativo dell’operaismo (La fabbrica e la società), apparso sul secondo numero dei «Qr». Tronti non si limitava a riconoscere che questa contrapposizione – la società come sfera dello scambio delle merci contrapposta alla fabbrica come sfera in cui le merci vengono prodotte – era un tratto distintivo del modo di produzione capitalistico. L’idea che scardinava il modo di guardare ai conflitti era la convinzione che tale contrapposizione non fosse superabile, e che cioè non si potesse più ritenere che la rivoluzione socialista potesse superare quel contrasto. E dato che la contrapposizione tra fabbrica e società non poteva essere superata, la rivoluzione doveva essere ripensata come processo dentro questa contrapposizione.
Tronti rileggeva a questo scopo il Primo libro del Capitale, richiamando l’attenzione sulla distinzione tra «processo lavorativo» e «processo di valorizzazione», intesi come «le due facce della produzione capitalistica» e come «i due punti di vista da cui si può considerare la forma capitalistica di produzione delle merci». Questa distinzione era la base di tutto il ragionamento: vedere i due processi come distinti significava infatti riconoscere l’autonomia della classe operaia dentro lo sviluppo capitalistico. Il capitale, in virtù della propria esigenza di comando, vedeva il processo come sostanzialmente unitario. Tronti al contrario scriveva:
si tratta […] di vederli distinti nella loro unità, fino al punto da contrapporli l’uno all’altro come processi contraddittori che si escludono a vicenda: leva materiale di dissoluzione del capitale piantata nel punto decisivo del suo sistema.
L’operazione poggiava dunque su una nuova lettura della contraddizione insita nel capitalismo. La contraddizione non risiedeva nella caduta tendenziale del saggio di profitto, né nell’innalzamento della composizione organica del capitale: risiedeva nel potenziale offensivo del nuovo «operaio collettivo». «La contraddizione fra livello delle forze produttive e rapporti di produzione», scriveva Tronti, «è solo l’espressione esterna di quell’altra contraddizione, che vive tutta all’interno del rapporto sociale di produzione». La classe operaia, in sostanza, è «l’unica contraddizione insolubile del capitalismo stesso».
Doppelcharakter
Nel lungo saggio inedito al cuore di Operai e capitale – Marx, forza-lavoro, classe operaia – queste ipotesi venivano sviluppate compiutamente. Il punto di partenza era la scoperta marxiana del Doppelcharakter del lavoro. La forza lavoro – spiegava Tronti, leggendo Marx – produce il proprio effettivo valore d’uso solo nel momento del suo consumo, cioè solo quando è inserita nel processo lavorativo. Il momento dell’acquisto del valore di scambio da parte del capitalista è perciò temporalmente distinto dal momento in cui la forza lavoro mette a frutto il proprio valore d’uso. Il valore di scambio si determina nella società, nella sfera del mercato della forza lavoro. Il valore d’uso si determina invece dentro il processo lavorativo, nella fabbrica. E la forza lavoro, a differenza di ogni altro fattore di produzione, non ha un valore d’uso costante, predeterminato al momento dell’acquisto: il suo valore d’uso è una quantità variabile, che dipende dall’esito dello scontro quotidiano tra capitale e lavoro. Per produrre un valore eccedente, il detentore dei mezzi di produzione è costretto a mettere insieme un certo numero di lavoratori, a concentrarli in uno specifico luogo fisico e a coordinarne l’attività secondo un piano: ma in questo modo costruisce anche una forza collettiva potenzialmente antagonista. Il processo di produzione capitalistico si presenta così anche come creazione dell’operaio collettivo, in grado – almeno potenzialmente – di rivolgersi contro lo stesso rapporto di produzione.
Per Tronti l’unico luogo in cui la classe operaia poteva conquistare la propria autonomia rimaneva la fabbrica. Prima di entrarvi, al momento della vendita della forza lavoro, nella società, per quanto la classe esistesse già potenzialmente, gli operai non erano che singoli individui, semplici atomi privi di possibilità conflittuale. Una volta terminato il processo lavorativo, usciti nuovamente nella società, tornavano a essere individui singoli, consumatori di merci, privi di forza collettiva. Soltanto nella fabbrica, solo nel momento in cui si trovavano inseriti nella cooperazione produttiva del capitale, potevano mostrarsi e agire come soggetto collettivo, come classe. Il potere operaio nasceva solo in fabbrica e poteva rimanere circoscritto alla fabbrica: fuori, nella società, esistevano solo i singoli operai.
La fabbrica – quantomeno nella prima edizione di Operai e capitale, perché su questo punto avrebbe aggiustato il tiro nel Poscritto alla seconda edizione del 1971 – non era intesa in senso «empirico», bensì in senso «scientifico», secondo la lezione del giovane Lenin: anche là dove sembrava dissolversi nella società, la fabbrica continuava a esistere, seppur nelle forme della terziarizzazione. In ogni caso, la contrapposizione tra fabbrica e società non poteva essere superata. Le distinzioni tra valore di scambio e valore d’uso, tra processo di valorizzazione e processo lavorativo, tra società e fabbrica, restavano costitutive del capitalismo. E poiché, dal punto di vista operaio, i due momenti rimanevano necessariamente contraddittori, il conflitto non poteva avere termine: la crescita del potere operaio in fabbrica poteva perciò continuare, estendersi, ma anche la società capitalistica avrebbe continuato a esistere. Lo scontro fabbrica contro società, classe operaia contro società del capitale, era pertanto da intendere come uno scontro interminabile. E la rivoluzione andava dunque concepita come un processo tendenzialmente infinito (o, comunque, come un processo sulla cui conclusione era inutile interrogarsi).
La rude razza pagana
L’operazione avviata da Tronti doveva rompere rispetto alla tradizione anche da un altro punto di vista, perché l’idea della lotta di classe doveva presentarsi in modo ben diverso da come il canone marxista-leninista l’aveva raffigurata. Riconosciuta la strutturale dicotomia di fabbrica e società, e ridefinita la rivoluzione come processo rivoluzionario dentro il capitalismo, la lotta di classe diventava esclusivamente l’affermazione dell’autonomia operaia dentro la fabbrica. Conquistare l’autonomia significava sostanzialmente negarsi in quanto forza lavoro, interrompendo il ciclo produttivo. Non c’era dunque, per il Tronti operaista, alcuna distinzione tra lotte economiche e lotte politiche: la lotta economica in fabbrica era direttamente una lotta politica e una lotta rivoluzionaria. L’arma principale della classe operaia non era inoltre il partito, bensì il rifiuto del lavoro, ossia le diverse modalità mediante cui gli operai, rompendo la continuità del processo lavorativo, si rifiutavano di essere forza lavoro e resistevano all’estrazione di lavoro. Il rifiuto, ovviamente, poteva esercitarsi solo dentro il processo di produzione: prima di entrare in fabbrica, la classe operaia non poteva rifiutarsi di vendere la propria forza lavoro; solo dopo averla venduta poteva rifiutarsi di erogare il valore d’uso richiesto dal capitalista. Si leggeva in Operai e capitale:
Astensione dal lavoro – lo sciopero come forma classica di lotta operaia – è rifiuto del comando del capitale come organizzazione della produzione, è dire no in un punto determinato alla proposta del lavoro concreto, è blocco momentaneo del processo lavorativo come minaccia ricorrente che toglie contenuto al processo di valorizzazione.
E se la rivoluzione era semplicemente il processo di affermazione dell’autonomia operaia, allora Tronti poteva considerare la classe operaia come la rivoluzione:
Soltanto la classe operaia, per quello che essa è, per il punto in cui si trova ad agire, per il modo in cui è costretta a lottare, – solo la classe operaia può essere processo rivoluzionario.
Per questa ragione, la concezione trontiana costituiva anche un tentativo di elaborare un marxismo post-leninista – a dispetto del legame sentimentale che sempre Tronti conservò con la figura di Lenin. Per il giovane Tronti di Operai e capitale, la classe operaia non aveva infatti alcun bisogno di una coscienza o di una teoria portate «dall’esterno», dal partito o dagli intellettuali: esprimeva autonomamente il proprio rifiuto del lavoro, e proprio per questo era già una forza antagonista. La lotta di classe per il Tronti operaista non consisteva pertanto nella conquista di una coscienza «più elevata», ma solo nell’affermazione della resistenza operaia dentro la fabbrica. La classe operaia era dunque un puro elemento di rifiuto dentro il sistema capitalistico. Una forza che non aveva bisogno di alcuna coscienza, né tantomeno di una coscienza socialista. Non esisteva alcuna distinzione fra lotte politiche ed economiche, né il partito doveva portare la coscienza alla classe. Ma non era neppure necessario che la classe operaia credesse nell’avvento del socialismo o conquistasse una concezione non mistificata della realtà sociale: il punto di vista operaio era anzi sempre parziale, e non esisteva neppure alcuna visione «generale» da conquistare. Era importante solo che, quotidianamente, dentro la fabbrica, l’operaio collettivo lottasse contro l’estrazione di pluslavoro e affermasse la propria autonomia.
Tronti intitolò Lenin in Inghilterra l’editoriale di apertura di «Classe operaia». Si riferiva al fatto che era necessario ripensare l’organizzazione nei termini adeguati al livello più avanzato dello sviluppo capitalistico. Ma un titolo altrettanto adeguato sarebbe stato forse Nietzsche a Mirafiori, proprio perché la classe operaia era una potenza negativa che rigettava l’oggettività della scienza e negava l’esistenza di qualsiasi valore «generale». La classe operaia era in effetti una forza puramente negativa, una potenza capace di esprimere un rifiuto totale del progresso e dei cosiddetti interessi «generali» della società.
In questo senso, la classe operaia cui pensava Tronti negli anni Sessanta era davvero una «rude razza pagana», «senza ideali, senza fede, senza morale». «Gli operai moderni», scrisse Tronti in un celebre passo, «vogliono soprattutto due cose: lavorare poco e guadagnare molto»:
Vogliono lavorare poco perché odiano il lavoro e odiano il lavoro più di tutto, più del padrone, perché il lavoro nei loro confronti è pesante due volte, una volta come sfruttamento capitalistico e una volta come ideologia socialista, una volta come profitto ingiusto del capitalismo singolo e una volta come profitto equo del capitale sociale: l’etica del lavoro è un’etica cristiano-borghese, quanto di più lontano e nemico per la coscienza operaia. Vogliono guadagnare molto perché amano il benessere; hanno imparato dal socialismo che si può eliminare la miseria e dal capitalismo che si può ben usare della ricchezza, e non hanno nessuna intenzione di rinunciare a queste promesse profane; amano la vita e non gliene importa niente delle consolazioni ascetiche dei prodotti intellettuali e sanno conoscere e riconoscere solo la felicità terrena di tutti i sensi umani.
Un classico
Piuttosto paradossalmente, la pubblicazione di Operai e capitale coincise per Tronti con la conclusione della sua stagione operaista. Già da tempo Tronti si era persuaso che l’esperienza di «Classe operaia», nata nel 1964 dopo la rottura con Panzieri, non potesse raggiungere gli obiettivi che si era posta. Nonostante il disaccordo di buona parte di coloro che avevano dato vita al «giornale politico degli operai in lotta», l’orientamento di Tronti prevalse e si decise dunque di chiudere. L’ultimo numero di «Classe operaia» fu pubblicato così pochi mesi dopo l’uscita di Operai e capitale, nel marzo 1967.
Da quel momento, Tronti andò alla ricerca di altre strade. Ritornò nel Pci, con cui non aveva mai rotto del tutto i rapporti, ma da cui era stato sospeso durante la fase di «Classe operaia», perché il rigido divieto di «frazionismo»non consentiva che i membri del partito scrivessero su testate di altri gruppi politici. Dal punto di vista teorico, iniziò invece l’esplorazione del territorio del politico, destinata a tenerlo impegnato per mezzo secolo.
Operai e capitale aveva ovviamente lasciato anche molti nodi irrisolti. Nodi che, per esempio, riguardavano l’assenza di qualsiasi interesse per i conflitti nella sfera della riproduzione, il ruolo delle culture subalterne nell’attivazione del conflitto in fabbrica, l’impatto dei processi di ristrutturazione sulla composizione di classe, l’azione dello Stato nel conflitto di classe. Molti di questi nodi erano anche una conseguenza delle forzature da cui erano nati i «Quaderni rossi», che – come scrisse Sergio Bologna – avevano gettato l’egemonia gramsciana «sotto le presse di Mirafiori», disinteressandosi cioè di tutto ciò che avveniva fuori dalla fabbrica. Tutti i diversi filoni dell’operaismo nati dopo la fine di «Classe operaia» avrebbero in effetti cercato di sbrogliare quei nodi, seppur in modi differenti: in alcuni casi, tornando a concepire il superamento del capitalismo in termini simili a quelli della tradizione; in altri casi – come quello di Tronti – finendo col riconoscere che la rude razza pagana aveva bisogno di qualcosa di simile a una religione per resistere alla presa del capitalismo.
Si può discutere oggi se l’operaismo italiano sia finito già negli anni Sessanta, con l’uscita di Operai e capitale e la chiusura di «Classe operaia», come sostenevano Tronti e Alquati, o se invece il suo percorso sia proseguito anche dopo, negli anni Settanta e Ottanta, o se non vi sia ancora oggi un neo-operaismo, del tutto coerente con le tesi iniziali, rinato negli anni Novanta e tuttora pienamente vitale. Quello che è certo è che, sessant’anni dopo, Operai e capitale rimane un classico.
Per la fortuna di quel libro, Tronti rimase d’altronde per sempre «il padre dell’operaismo italiano» e l’autore della «Bibbia operaista», come puntualmente i giornali lo definivano quando si occupavano delle sue posizioni, nonostante la stagione di Operai e capitale fosse durata per lui solo circa sei anni (facendola iniziare dalla nascita di «Quaderni rossi» e arrivando fino alla chiusura di «Classe operaia»). E proprio per questo, negli ultimi anni della sua vita, si rammaricava che il successo del suo libro giovanile fosse stato tanto prorompente da oscurare il suo lavoro successivo.
Il rammarico era senza dubbio giustificato, perché molti dei suoi scritti sul politico e sulla teologia politica meritano di essere ricordati e valorizzati più di quanto non sia sinora stato fatto. Ciò nondimeno, Operai e capitale rimane davvero una delle opere più originali del marxismo della seconda metà del Novecento, oltre che uno dei libri che più hanno inciso sulla cultura italiana dell’ultimo secolo. Un libro che, nel mondo ancora più che in Italia, non cessa di conquistare nuovi lettori e che, a dispetto del passare del tempo, può essere riletto ogni volta con occhi nuovi.
Probabilmente aveva allora proprio ragione Tronti quando diceva «Non scrivete un libro di successo da giovani: non ve lo perdoneranno mai». Perché davvero, neppure sessant’anni dopo, gli possiamo perdonare di avere scritto Operai e capitale.
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Damiano Palano insegna Filosofia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Tra i suoi libri, Nietzsche a Mirafiori. Per una storia critica dell’operaismo italiano, Scholé, Brescia, 2026.




