Il gatto Filippo Neri


Corrado Costa, La gatta sul tetto che scotta, s.d., china e collage su carta con combustione


Oltre a me, in quel piccolo giardino prospiciente il Grande Ospedale, c’era solo un gatto. Era di un colore arancione come una ruggine e stava seduto sulle zampe posteriori, mentre quelle anteriori erano poggiate su di una panchina di pietra. Sedevo ai bordi di un emiciclo formato da tante panchine in ferro a formare un cerchio, dal quale partiva un piccolo sentiero in ghiaia che finiva in un boschetto. Lui era in quel sentiero e mi accorsi che mi guardava. Ci guardammo (almeno questa fu la mia impressione) per alcuni minuti, poi volse il muso da una’altra parte, forse annoiato dalla mia presenza.

Fu allora che mi chiesi quali potessero essere i suoi pensieri. Certamente riguardavano il tempo presente, non credo che i gatti pensino al proprio futuro e nemmeno che siano, come me in quel momento, in attesa di un verdetto che mi sarebbe stato svelato appena salito le scale di quell’edificio: Palazzina B, terzo piano, laboratorio di Emodinamica.

Nel frattempo, preso da questi pensieri, mi accorsi che lui era sceso dalla panchina; si stiracchiò allungando le zampe, attraversò pigramente il vialetto e sostò un poco ai piedi della panchina di pietra disposta di fronte. Poi con un balzo da vero felino, ci salì sopra e si accovacciò nuovamente.

Cosa gli aveva fatto cambiare opinione tanto da lasciare quella sua comoda posizione per andare ad occuparne un’altra?

Cercai di nuovo di immedesimarmi nei suoi pensieri; un gioco per distrarmi da quell’appuntamento che avrei avuto tra poco nella Palazzina B, terzo piano, laboratorio di Emodinamica.

Come passava il tempo quel gatto? Indubbiamente conosceva poco il mondo avendo probabilmente vissuto sempre in quello spazio limitato che circondava il Grande Ospedale. Si sarà mai annoiato? Avrà mai desiderato uscire nella grande città (quale città?) per osservare altri paesaggi che non fossero quel piccolo giardino? Avrà mai visto il mare? Certamente non avrà mai avuto un appuntamento, come me quel giorno, con un cardiologo.

Avrei voluto saperne di più su di lui; dov’era nato, quanti anni aveva e per quanto tempo ancora avrebbe soggiornato in quel posto. Sono certo che se anche avesse potuto rispondere alle mie domande le avrebbe trovate stravaganti, prive di senso. Piuttosto avrebbe preferito qualche carezza o del cibo, o magari giocare un po’; tutte cose che non avrei potuto dargli in quel momento.


Eravamo a pochi metri di distanza lui ed io, ma lui mi ignorava. In fondo doveva essere abituato a vedere gli ospiti dell’ospedale tanto da non destare più il suo interesse.

Forse, pensai, avrei potuto anch’io trasferirmi in quel piccolo mondo fatto di panchine e vialetti di ghiaia, vivere per sempre lì senza più pensare al domani: via la Grande Città, via gli affanni, via soprattutto quei tristi pensieri che si affollavano nella mia mente.

Ma cosa avrei fatto di tutto quel tempo a mia disposizione? Non certo saltare da una panchina all’altra, non certo osservare per qualche minuto quegli strani visitatori che portavano con sé misteriose cartelle cliniche da esporre al giudizio severo del Dottore della Palazzina A, terzo piano, laboratorio di Emodinamica.

E il cibo come me lo sarei procurato? E l’acqua per bere? Beh! Sarebbe bastato fare due passi, varcare la soglia dell’ospedale e mettere qualche moneta nella macchinetta. Ne sarebbe uscita una bottiglietta d’acqua e qualche merendina. In fondo questa era la differenza tra lui e me; non avrei dovuto darmi pena per cercarlo, il cibo.

Però mi sarei certamente annoiato, non avrei avuto nulla da leggere o scrivere, non avrei saputo nulla del virus che circolava in Città e nel Paese, anzi nel mondo. In compenso non avrei dovuto temere di contrarlo non avendo alcun contatto con altri esseri della mia specie.

Una vita comoda insomma. Il mattino a prendere il sole sdraiato su una panchina. Poi un breve pranzo, poi di nuovo sulla panchina; al tramonto, infine, una passeggiata intorno all’ospedale; e la sera? Dove avrei potuto dormire la sera? Per questo avrei dovuto darmi da fare molto più di lui cui bastava uno spazio di pochi centimetri per accovacciarsi. Io ho delle ossa lunghe, il femore per esempio, e poi il torace, la testa. Sarebbe stato necessario preparare un giaciglio ma non all’aperto. Magari un po’ più vicino all’edificio, sotto qualche tettoia nascosta alla vista e magari in corrispondenza di uno sbuffo d’aria calda prodotta da qualche condizionatore tenuto acceso anche la notte.

Insomma penso che me la sarei cavata, con qualche disagio certo, ma ce l’avrei fatta a vivere quasi come viveva lui.

Certo, differenze rimanevano, Per esempio lui (o lei?) faceva certamente sesso con una lei (o lui) per fare tanti gattini. E io? Non avrei potuto imitarlo magari con qualche infermiera dell’ospedale, quanto meno le avrei dovuto chiedere il permesso e certamente me lo avrebbe negato, anzi avrebbe potuto chiamare qualche vigilante e farmi cacciare dall’ospedale. Troppo rischioso. Avrei dovuto accontentarmi di un regime di castità, se non volevo correre rischi.

In compenso se mi fossi ammalato avrei potuto risolvere facilmente la questione sdraiandomi lungo per terra davanti l’ingresso dell’ospedale. Sarebbero accorsi infermieri e medici che mi avrebbero preso in carico e curato amorevolmente. In fondo li incontravo ogni giorno seduto sulla panchina quando smettevano il turno di lavoro e scartavano quelle buste piene di cibo cotto.

Oddio, c’erano ancora molti problemi da risolvere: dove lavarsi, dove fare la doccia, dove mettere gli abiti nuovi, come tagliarmi i capelli o farmi le unghie.

Ma col tempo mi sarei organizzato magari impossessandomi di un ripostiglio non utilizzato dagli infermieri, quello, magari, dove mettevano i materiali rotti e dismessi.

Ce l’avrei fatta!

In attesa della decisione avrei dovuto presentarmi a lui, il gatto, e fargli capire, non so come, che sarei stato per lungo tempo il suo socio o amico del cuore, insomma se a lui non dava fastidio avremmo potuto frequentare gli stessi spazi e la stessa panchina. Mi avrebbe accettato? Beh, non aveva molte scelte, ma forse non gli sarebbe dispiaciuto avere un compagno di panchina, lui accovacciato, io seduto senza darci alcun fastidio e senza scambiare parola. E neppure avrei dovuto più indossare gli auricolari; la nostra conversazione si sarebbe limitata a gesti, al massimo qualche miagolio da parte sua e un movimento della testa in segno di approvazione, da parte mia.

La sua vita, c’era da scommetterci, non sarebbe cambiata di molto, anzi neppure di una virgola. In compenso la mia sì e che cambiamento! Sono sicuro che i miei colleghi universitari non avrebbero capito e anzi avrebbero detto: «ma che dici? Sei diventato matto?».

Forse mi avrebbero fatto sorgere qualche dubbio cui avrei potuto replicare: «vedete ora il cardiologo ce l’ho a portata di mano, niente auto, niente taxi e neppure appuntamenti, basta che varchi la porta della Palazzina A, terzo piano, laboratori di Emodinamica. Ci pensate che comodità?»

Il gatto è sceso dalla panchina, non prima di avermi rivolto un’occhiata pietosa, e con fare lento, come si conviene ai gatti, è scomparso nel boschetto. Non so se i miei pensieri lo abbiano turbato e se anche lui ha pensato: «questo qui è proprio matto».