Il Circolo Panzieri di Modena e l’enigma dell’organizzazione

L’operaismo emiliano dalla fabbrica al territorio



La recente scomparsa di Marcello Pergola, protagonista insieme a Paolo Pompei e Guido Bianchini della vicenda dell’operaismo emiliano, può essere l’occasione per ricordare un patrimonio di esperienze per molto tempo relegato ai margini della ricostruzione e della memoria sugli anni Sessanta e Settanta, che solo da poco tempo, grazie all’interesse crescente di giovani ricercatori e iniziative editoriali, comincia a essere riscoperto. Al centro di questo scritto si Matteo Montaguti è infatti il Circolo Panzieri, qui considerato non come luogo fisico ma come percorso politico di una collettività militante, tra le esperienze più significative del «lungo Sessantotto» di Modena. Animato da figure intellettuali dallo spessore di Pompei e Pergola, ha saputo esprimere tratti di originalità politica non solo a livello locale: è stato infatti protagonista, fin dalla seconda metà degli anni Sessanta, di traiettorie di respiro nazionale nell’ambito della costellazione operaista poi cristallizzatasi in Potere operaio, contribuendo a forgiare e sperimentare quel «pensiero del conflitto» ancora oggi preziosamente inattuale.


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A Paolo Pompei (1937-2003)

e Marcello Pergola (1933-2021)


Operaismo sotto la Ghirlandina: breve storia del Circolo Panzieri [1]

Il primo nucleo di operaisti modenesi, essenzialmente costituito da intellettuali-militanti per la gran parte insegnanti e provenienti dalle file del Psiup, comincia a muovere i primi passi a partire dal 1965, nel tentativo – ancora sotto le rispettive sigle partitiche – di stabilire un approccio diretto con gli operai di alcune fabbriche attraverso l’attività della conricerca, elaborata negli anni precedenti intorno alla rivista «Quaderni rossi». È intorno a Paolo Pompei e Marcello Pergola che il gruppo si mobilita in un’attività di analisi e inchiesta durante il ciclo di scioperi per il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici del 1966. La rottura definitiva con i tradizionali partiti di provenienza non tarda ad arrivare: casus belli, nell’agosto 1966, la diffusione in alcune fabbriche di Modena e provincia di un volantino firmato, per la prima volta, come «redazione emiliana di Classe operaia», in cui si metteva in evidenza l’inadeguatezza della strategia riformistica del sindacato e l’assenza di direzione politica delle lotte da parte dei partiti della sinistra. È la prima volta, a Modena, che un intervento politico e militante nelle fabbriche, a stretto contatto con i lavoratori, viene condotto dall’esterno delle organizzazioni del movimento operaio. Lo scarto di prospettiva è rilevante: la classe operaia è considerata nei suoi movimenti come forza dotata di autonomia e autodeterminazione rispetto alle proprie strutture «ufficiali».

La scelta, dall’alto, di staccare la spina all’esperienza di «Classe operaia» comporta, nel 1967, l’utilizzo del nome «Potere operaio» nell’intervento sistematico degli operaisti geminiani davanti agli stabilimenti industriali – in particolare la Fiat Trattori, la Corni e le Acciaierie, ma anche nella distesa di fabbrichette, officine e botteghe del Villaggio artigiano. Da questo momento, infatti, la formazione di Paolo Pompei e Marcello Pergola diventa un nodo di primo piano del Potere operaio veneto-emiliano, un’embrionale rete di organismi di base – coordinati dall’omonimo foglio di lotta – nata con lo scopo di mettere in comunicazione tutte le varie situazioni e vertenze locali disseminate nel Nord-est rimaste orfane dalla chiusura della rivista. La testata sarà registrata a Modena il primo aprile 1967 da Marcello Pergola, responsabile della «redazione emiliana». La cooptazione di potenziali quadri o avanguardie operaie all’interno degli stabilimenti, tuttavia, non dà i risultati sperati in termini strettamente numerici, eventualità ostacolata dall’«efficienza del controllo istituzionale» condotto da Cgil e Pci; più tardi, però, sarebbero stati visibili gli effetti e i contraccolpi della diffusione e circolazione dei contenuti operaisti.

Tra il 1968 e il 1969, anche grazie al carisma e alla statura intellettuale di questi insegnanti, cominciano ad avvicinarsi alla formazione le prime avanguardie studentesche. Il coinvolgimento di diversi (ma ancora non numerosi) giovani nel giornaliero «lavoro di porta» di Potere operaio permette di potenziare l’intervento in fabbrica, che rimane il vero orizzonte strategico del gruppo nonostante il montante attivismo giovanile nelle università e nelle scuole. Nell’autunno 1968 il gruppo apre una propria prima sede pubblica in via Belle Arti 29, inaugurata con il nome di Circolo Panzieri. L’anno successivo il Circolo si sarebbe trasferito in via Rua Muro 98, per approdare poi nel 1971 alla terza e definitiva sede in via Castelmaraldo 12. L’area d’azione degli operaisti si espande in modo considerevole durante «l’anno degli studenti», andando a toccare stabilimenti nei quali il sindacato non riesce a incidere. Le parole d’ordine sono riassumibili nella formula «più soldi meno lavoro» per tutti, a cui si aggiungono l’attacco al cottimo e l’abolizione delle qualifiche. Gli interventi dei militanti operaisti in questa fase hanno come effetto inedito l’apertura di lotte aziendali autonome in diversi stabilimenti, in cui si rileva una certa circolazione delle proprie parole d’ordine.

Anche la Fiat Trattori, la più importante fabbrica di Modena, dopo anni di pacificazione comincia così a risvegliarsi: inizia a incrinarsi il mito dell’«azienda-modello» anche grazie all’agitazione dei militanti del gruppo, decisi a trasformare lo stabilimento dove più alta è la concentrazione di operai massa nella Mirafiori geminiana. La lotta dei duemila operai modenesi della Fiat esplode in tutta la sua intensità alla fine del giugno 1969 e si sarebbe conclusa solo nell’aprile 1970. L’impegno politico quotidiano di Potere operaio alle porte della fabbrica viene condotto, per tutta la durata della vertenza, a ritmi frenetici, riuscendo a coinvolgere temporaneamente un nucleo più o meno nutrito di operai. Il contrasto con Pci e sindacato diventa, a questo punto, insanabile, arrivando perfino a momenti di scontro fisico.

Nel frattempo, dopo il convegno nazionale delle avanguardie studentesche e di fabbrica tenutosi al Palazzetto dello sport di Torino il 26-27 luglio 1969, viene formalizzata la nascita del gruppo nazionale Potere operaio, nato dalle spoglie del giornale «La Classe» tramite l’incontro del network operaista veneto-emiliano con i movimenti studenteschi di Roma e Firenze. Anche il gruppo di Pompei e Pergola entra a far parte a pieno titolo della struttura nazionale, continuando a caratterizzarsi per l’omogeneità politica coltivata con il nucleo ferrarese di Guido Bianchini[2] e per la sintonia con le posizioni di Sergio Bologna.

Gli operaisti modenesi, complessivamente, attraverso le istanze riprese dai livelli più avanzati dello scontro (Marghera, Torino), sono determinanti nello sbocciare delle agitazioni, condizionando alcuni temi di apertura della vertenza aziendale in Fiat – su cui si sarebbero innestati gli scioperi per il contratto nazionale durante l’«autunno caldo»– e le iniziali modalità del conflitto (fermate improvvise, scioperi a gatto selvaggio, scioperi a singhiozzo, scioperi a scacchiera, autolimitazione del cottimo, cortei interni, sabotaggio della produzione ecc.), tuttavia senza raggiungere l’obiettivo di formare autonomi organismi di reparto e di fabbrica che costruissero unità «dal basso, tra gli operai, sulla base dei loro bisogni senza controlli ideologici e istituzionali».

La conclusione della vertenza Fiat, con il recupero della conflittualità operaia da parte dei sindacati, considerata dal Potere operaio modenese un’amara sconfitta, rappresenta uno spartiacque per il Circolo Panzieri per quanto riguarda l’intervento di fabbrica, che da questo momento in poi continuerà affaticato per tutto il 1970, per poi attenuarsi dal 1971 in modo lento e graduale, fino a diventare sempre più irregolare ed episodico.

Potere operaio a Modena – in linea con il resto del paese – riesce ad avere un seguito davvero rilevante e a condurre momenti di incisiva conflittualità solo all’interno delle scuole superiori e della mobilitazione giovanile di massa scoppiata sull’onda lunga del Sessantotto. Nella primavera del 1970 costituisce la propria emanazione negli istituti modenesi, il Collettivo studenti medi, sigla complessiva che riunisce il Comitato di base dell’istituto tecnico e professionale Corni e i nuclei dei futuri Comitati politici del liceo scientifico Tassoni e del liceo classico Muratori, le tre scuole dove più forte è la presenza organizzata dei militanti. Attraverso i Comitati, negli anni scolastici 1970-71 e 1971-72, attraversati da un elevato grado di conflittualità studentesca, Potere operaio assume un ruolo di direzione alla testa delle mobilitazioni studentesche, egemonizzandole. Lo muove l’obiettivo di ricomporre la massa studentesca ‒ ritenuta forza-lavoro in formazione come gli apprendisti, ma senza salario ‒ saldandola alle lotte operaie ‒ il «costo della scuola come furto sul salario operaio» ‒ per mezzo di obiettivi su bisogni materiali come la gratuità di libri, trasporti e mensa per tutti gli studenti, da strappare e far pagare al capitalista collettivo con la lotta.

Il 1972, per tutta una serie di processi che giungono a maturazione a seguito di eventi determinanti, rappresenta un momento di svolta e rottura per il gruppo modenese, prefigurando una tendenza già in atto nell’organizzazione nazionale, che vedrà lo scioglimento dopo il convegno di Rosolina dell’anno successivo. Un forte strappo per le soggettività fin da principio legate a quel progetto comune si viene a dare con la nascita del nucleo modenese di Lotta femminista per impulso di diverse militanti di Potere operaio – come Giuliana Pincelli – che escono di fatto dal gruppo. Non da meno, è all’interno del dibattito nazionale sulla trasformazione di Potere operaio in «partito dell’insurrezione» e sulla progressiva «militarizzazione» dell’iniziativa politica che si manifestano pubblicamente crescenti avvisaglie di distacco dall’organizzazione politica di cui il nodo modenese è stato fin da principio parte costituente, seppur sempre in posizione autonoma rispetto alle parole d’ordine e alle direttive – sottoposte a un discriminante filtro locale – provenienti dal direttivo nazionale.

L’uscita ufficiale del Circolo Panzieri dall’organizzazione di Negri e Piperno avviene nel marzo 1972, dopo la morte di Giangiacomo Feltrinelli. La gestione dell’accaduto per i modenesi rappresenta l’inequivocabile conferma della strada senza uscita imboccata dall’organizzazione nazionale, e provoca la definitiva chiusura dei rapporti organizzativi. Il rifiuto senza mezzi termini di derive avanguardistiche sull’uso della violenza politica ‒ oltre al suo non effettivo esercizio, se non sporadico, a Modena durante gli anni Settanta ‒ è un elemento che probabilmente ha contribuito a lasciare estranei i modenesi dagli arresti del 7 aprile 1979; paradossalmente, tuttavia, lo stesso atteggiamento a Ferrara non eviterà a Guido Bianchini la persecuzione e l’arresto.

Il rigetto della rigidità del gruppo extraparlamentare ‒ che preannuncia un processo complessivo che esploderà a metà anni Settanta ‒ si intreccia con l’importante eredità dell’operaismo emiliano, che mantiene una sua traccia all’interno delle successive esperienze scaturite dal Circolo Panzieri. Fino alla fine dell’estate del 1973, infatti, si sviluppa un tentativo di intervento ‒ non senza contraddizioni e resistenze ‒ da parte degli studenti medi del Circolo dentro il processo costitutivo dei Consigli di zona a Modena, ovvero l’estensione territoriale dei Consigli di fabbrica, promosso dalla Flm (il sindacato, allora unitario, degli operai metalmeccanici). Il veloce esaurimento dell’esperienza, tuttavia, determina una spaccatura politica all’interno del corpo militante, che vede la fuoriuscita di gran parte degli studenti verso le strutture del Pdup-Manifesto. Il Circolo Panzieri, di fatto, perde quella significativa presenza nelle scuole di Modena che per diversi anni ne aveva fatto il principale protagonista delle mobilitazioni studentesche cittadine.

Questa emorragia, tra autunno e inverno del 1973, non può che completare la disgregazione del gruppo in quanto specifico attore politico locale. Da qui, il passaggio dei più anziani Pompei e Pergola a forme di militanza maggiormente improntate alla ricerca e alla formazione politica, nonché di organizzazione del corpo insegnante, rispetto alla dimensione che aveva caratterizzato la fase di Potere operaio. La presenza pubblica del Circolo Panzieri si rimodula come spazio autonomo di inchiesta ed elaborazione teorica, di discussione e di ritrovo di molteplici soggettività, di attraversamento di vari gruppi distinti, ognuno ormai indipendente l’uno dall’altro, impegnati su percorsi diversi (che talvolta, però, non disdegneranno di incrociarsi) ma uniti da una medesima matrice comune.

Uno di questi è il Collettivo autonomo studenti, composto da un piccolo nucleo di universitari già militanti storici dei Comitati politici di Potere operaio, determinato a «cercare nuove strade» di militanza, linguaggi e sensibilità politiche portate dall’intreccio con una più giovane generazione di soggettività emergenti. Il collettivo esordisce pubblicamente nella primavera del 1974 ed entra in contatto con l’area dell’Autonomia in fase di costituzione, in particolare con la rivista «Rosso», caratterizzata dalla volontà di valorizzare la ricchezza di una prassi politica che investiva la complessità della condizione operaia, proletaria, studentesca, ma anche generazionale, sessuale e controculturale. Insieme al foglio milanese il collettivo autonomo distribuisce la propria fanzine autoprodotta, «Vogliamo tutto», che ne ricalca ‒ anche graficamente ‒ la ricchezza di contenuti e lo stile dissacrante verso gli ingessati canoni della militanza dei gruppi della sinistra extraparlamentare. Come suggeriscono memorie e documentazione disponibile, probabilmente già dalla prima metà del 1975 ‒ in concomitanza con le «giornate d’aprile» scaturite dopo l’uccisione di Claudio Varalli e Giovanni Zibecchi a Milano ‒ cominciano a venir meno i rapporti con l’area organizzata, sostanzialmente per motivi analoghi a quelli che avevano determinato la fuoriuscita del Circolo Panzieri da Potere operaio. Il nucleo fondatore del Collettivo autonomo avrebbe tuttavia continuato a essere parte della comunità politica del «movimento» modenese e a ritrovarsi nella sede di via Castelmaraldo, per poi partecipare, dalla fine del 1976, all’esperienza di Radio Arianna, la radio libera modenese ispirata a Radio Alice, e in forme organizzate al movimento del Settantasette.


Elementi di originalità dell’operaismo emiliano

Con largo anticipo rispetto ai dibattiti sulla ristrutturazione postfordista e sulle traiettorie dei movimenti autonomi di classe nella «fabbrica sociale» degli anni Settanta, il manipolo operaista modenese a partire dagli anni Sessanta intercetta i nodi, nella sua analisi, e prefigura le sfide, nella sua prassi, di quel particolare tipo di strutturazione delle forze produttive e organizzazione delle relazioni sociali caratteristico del territorio emiliano che, tra anni Settanta e Ottanta, avrebbe assunto una certa centralità politica ed economica a livello nazionale, parallelamente alla scorporazione della grande fabbrica fordista: stiamo parlando della «fabbrica diffusa» di medio-piccole dimensioni e della sua sussunzione nelle catene del valore internazionali, del decentramento produttivo e della sua specializzazione territoriale in aree omogenee (chiamate poi distretti), della dipendenza dai processi di subfornitura esternalizzati e della polverizzazione del ciclo industriale sul territorio – divenuto esso stesso fabbrica allargata – con evidenti ricadute sulla composizione tecnica e politica di classe.

Gli operaisti modenesi, già dal 1965-66, cominciano a porre il problema della specificità o meno di tale struttura produttiva locale, politicamente determinata ad ammortizzare e governare la conflittualità sociale, e della composizione tecnica e politica della classe operaia emiliana e della sua apparente passività, che era il problema della stratificazione, frammentazione e dispersione operaia e, di rimando, della sua ricomposizione. Precisamente, si chiedevano se in un «tessuto economico così diseguale, contraddittorio e frammentato come quello di Modena e dell’Emilia in genere, era verificata la validità di analisi che potevano sembrare adeguate soltanto ai settori e alle zone di più intenso sviluppo», quelle caratterizzate dalla grande fabbrica fordista e dalla concentrazione dell’operaio massa come Marghera, Milano o Mirafiori. Lo scopo era anche quello di demistificare, con dati concreti, quel «pasticcio politico-ideologico» che era la strategia comunista delle alleanze sociali con «tutti i ceti oppressi dai monopoli», quella specifica e più generale «ideologia emiliana»[3] egemone nel movimento operaio, considerata arretrata rispetto al reale sviluppo del capitale al punto da «raggiungere posizioni schiettamente reazionarie». Va sottolineata, all’interno della riflessione, l’importanza data alla trasformazione capitalistica in corso nelle campagne modenesi ed emiliane, che spazzava via ceti agricoli tradizionali come i mezzadri e figure proletarie nodali per l’identità di classe del territorio come i braccianti. Sempre meno si poteva parlare dell’agricoltura come un ramo differente dall’industria o guardare al comparto metalmeccanico e chimico (concentrati il primo nel modenese e il secondo nel ferrarese-ravennate) senza rilevare la compenetrazione con quello agricolo: veniva così coniata l’espressione «fabbrica verde».

Per i modenesi c’era la coscienza dell’inapplicabilità di quel modello di intervento sviluppato a Porto Marghera, elemento che va a rafforzare l’ipotesi di una specificità emiliana all’interno dell’esperienza operaista. Il gruppo individuava il piano politico ed economico del «ciclo Fiat» la controparte da aggredire: esso si fondava sullo scorporo territoriale della produzione della Fiat Trattori – la «fabbrica pilota», «il vero padrone a Modena» –, un’isola di montaggio delle componenti fornite dalle innumerevoli boite, officine e botteghe artigiane (spesso cooperative) disseminate nelle campagne e nei villaggi artigiani, su cui aveva potere di comando come fossero suoi «reparti distaccati».

Queste piccole unità produttive non erano considerate situazioni arretrate dello sviluppo capitalistico – come valutato da Pci e sindacato – ma elemento usato per la sua riproduzione avanzata; inoltre molto spesso erano gestite da una composizione di operai professionali, spesso ex avanguardie di lotta e comunisti, espulsi durante i precedenti cicli di lotta, soprattutto negli anni Cinquanta. La casa madre infatti utilizzava i rapporti di subappalto e subfornitura con queste unità come strumento antiagitazione e di incremento di profitto, poiché attraverso di esse evitava ulteriori assunzioni nei periodi stagionali di maggior produzione, funzionava anche nei giorni di sciopero e poteva imporre unilateralmente alle unità subordinate contratti capestro, pena la loro sostituzione. In questo modo, gli operai delle piccole fabbriche si ritrovavano ad avere due padroni, il proprio e quello Fiat, e quindi a essere doppiamente sfruttati. Il sistema, secondo l’analisi degli operaisti, si poggiava sulla gestione sociale che di questa disseminazione e frammentazione operaia riuscivano a garantire il sindacato – attraverso una contrattazione separata con la piccola e media industria: l’accordo Confapi –, il Pci – con la sua politica di promozione dell’imprenditorialità operaia e di alleanza con il piccolo ceto medio produttivo – e l’amministrazione locale – con l’insieme della sua programmazione territoriale, articolata su welfare e villaggi artigiani.

Il gruppo di Marcello Pergola e Paolo Pompei riconosceva quindi nel «blocco di potere democratico» Pci-Fiat-artigiani l’autentico nodo da attaccare nella situazione particolare di Modena, ponendosi in scontro frontale con quel peculiare governo delle relazioni politiche, economiche e sociali locali – presentato dai comunisti come alternativo a quello nazionale – che successivamente verrà indicato come «modello emiliano», costruito sull’«egemonia di un partito che ha avuto la funzione di dividere, il cui disegno politico è stato complementare al disegno politico del capitale […]. L’operaio Fiat può incontrare in sezione il piccolo imprenditore o l’artigiano, che gli viene fatto passare come uno sfruttato dal monopolio, mentre è colui che gli fa fallire lo sciopero in fabbrica».

L’indicazione politica era di «considerare le centinaia di capannoni che si snocciolano lungo la via Emilia e che riempiono i due villaggi artigiani» come «un’unica fabbrica», e i loro operai come dipendenti di un unico padrone complessivo, a monte del ciclo-Fiat: l’intervento di Potere operaio a Modena avrebbe tentato quindi di organizzare la diffusione del conflitto, tessere relazioni connettive e creare momenti unificanti in grado di ricomporre una classe operaia stratificata, frammentata e dispersa – dal decentramento produttivo, dalle politiche contrattuali del sindacato e dalla gestione comunista del territorio e delle relazioni sociali – attraverso un’unica e autonoma direzione politica delle lotte: era questa la necessità che la costruzione dell’organizzazione rivoluzionaria doveva assumersi.

La concezione dell’organizzazione e i compiti della militanza non venivano ridotti, tuttavia, alla riproposizione di una forma-partito sul modello della scolastica terzinternazionalista ‒ scimmiottata dai nascenti «gruppi estremisti» – ma traevano significato dal loro porsi al servizio e in funzione della complessiva ricomposizione di classe: anziché un orizzonte di accrescimento geometrico ma minoritario del numero dei propri militanti, la formazione modenese si poneva a sostegno dello sviluppo e del dispiegamento in avanti dell’autonomia operaia, di quella «spontaneità organizzata» delle lotte che andava esprimendosi sempre più radicalmente, in contrapposizione all’influenza dei partiti e sindacati, ritenuti sostanzialmente passati a cogestire lo sviluppo del «piano del capitale» e controllare la conflittualità operaia per incanalarla su programmi di riforma, essi stessi promossi dai settori padronali più avanzati. La necessità era di arrivare a possedere un disegno strategico «che [fosse] insieme contrapposizione avanzata al piano [del capitale] e un cuneo violentemente inserito nel tessuto organizzativo del Partito comunista emiliano»: «e diciamo subito», chiarivano perentoriamente, «che non può essere l’una cosa senza essere contemporaneamente anche l’altra».


Il filo rosso: l’organizzazione territoriale

I contorni più precisi di quello che può essere definito il profilo di un peculiare «operaismo emiliano» sono esposti in un documento intitolato Materiale di analisi sulla situazione emiliana e proposte politico-organizzative di Potere operaio, poi pubblicato senza specificazione d’autore sul numero 13 di «Potere operaio» (28 febbraio-7 marzo 1970) con il titolo La classe operaia emiliana di fronte al problema dell’organizzazione. Analisi della struttura produttiva in Emilia. Il testo, elaborato dai nuclei di Ferrara e Modena, rappresenta di fatto la linea uscita sconfitta dal primo convegno nazionale del gruppo, tenutosi tra il 9 e l’11 gennaio 1970 a Firenze. L’incontro si era misurato con il nodo dell’organizzazione rivoluzionaria dell’autonomia operaia e proletaria, enigma – mai risolto – che accompagna la vicenda che va dall’operaismo all’Autonomia[4], e filo rosso che sostanzia limiti e originalità di un’esperienza come quella del Circolo Panzieri.

Il documento degli emiliani identificava quella che, in sede di ricostruzione storiografica, è stata chiamata per semplicità d’esposizione la «destra» interna (composta, oltre che dalle realtà emiliane, anche da Sergio Bologna e dal Comitato operaio di Porto Marghera), contraria a qualsiasi ipotesi leninista di partito ma decisa a proseguire nella radicalizzazione dello scontro di massa attraverso il sostegno ai movimenti autonomi della classe nella società-fabbrica; la «sinistra», riunita intorno al nucleo romano di Piperno e Scalzone, era favorevole invece a un salto organizzativo di avanguardie capaci di porsi alla testa del movimento e misurarsi con gli apparati repressivi dello Stato, dentro uno scontro armato considerato ormai alle porte. La linea che prevalse fu tuttavia quella del gruppo di «centro», rappresentato da Toni Negri, che intendeva fare sintesi della «forzatura romana verso l’organizzazione centralizzata di partito (con l’organizzazione, anche, del livello illegale) e la teoria veneto-emiliana dell’autonomia operaia, quale elemento caratterizzante politicamente». Linea sostanzialmente mai accettata dal Circolo Panzieri, il cui approfondimento determinerà la fuoriuscita ufficiale dei modenesi.

Nel testo si dimostrava come esistesse una «via emiliana allo sviluppo» e alla sua «gestione politica» – incentrato sul rapporto tra fabbrica e agricoltura, città e campagna, concentrazione e territorio – e come tale gestione anticipasse tendenze generali attraverso il fondamentale ruolo economico della «cooperazione rossa» e del ruolo politico strategico del Pci. Non era tanto il pericolo di «fascistizzazione dello Stato» a dare forma alla reazione padronale, ma il riformismo e le stesse organizzazioni «ufficiali» dei lavoratori sarebbero stati usati per operare un serrato controllo politico sui movimenti della classe, recuperando le lotte all’interno di un quadro di compatibilità, rilancio e innovazione del sistema. Il vero nemico era una potenziale nuova gestione riformista e «progressista» del potere che facesse ripartire i processi di accumulazione e valorizzazione capitalistici, temporaneamente interrotti dall’autunno caldo e dall’insubordinazione operaia permanente.

La fibra del modello emiliano basato sulla piccola fabbrica diffusa, la «gestione socializzata e contemporaneamente deconcentrata» della «borghesia rossa» e la pace sociale garantita dal partito-istituzione comunista veniva quindi indicata come modello della futura strategia nazionale di sviluppo capitalistico e contenimento del conflitto sociale, ma anche come vettore della stessa trasformazione della società italiana.


«Il piano del capitale in Italia si chiama uso del salario come volano per gli investimenti, si chiama integrazione dei sindacati in fabbrica, in funzione della autogestione operaia dello sfruttamento, si chiama socializzazione dello sviluppo attraverso la partecipazione, si chiama integrazione degli sfruttati attraverso l’idea di progresso. Ma partecipazione, progresso, equità (del profitto come del canone di affitto) sono appunto interamente ideologia del Pci. Il partito diviene un interlocutore valido del piano del capitale in grado di gestire fino in fondo gli strumenti di controllo politico sui quali il piano è basato: sindacati, enti locali, cooperative, forme di partecipazione di massa. Il discorso della nuova maggioranza nato nella pratica reale dell’Emilia rossa, tende a oltrepassare i confini e a proporsi come modello di gestione sociale dello sviluppo capitalistico a livello nazionale».


Il contrattacco capitalistico imponeva una risposta altrettanto complessiva che rifiutasse l’isolamento della conflittualità di classe nei luoghi della produzione, per portarla anche all’esterno delle fabbriche e imporre così alla gestione riformista degli interessi capitalistici la rottura portata dagli irriducibili interessi operai, che dispiegandosi nella società si arricchivano di nuovi bisogni, come quello di non pagare più la formazione e riproduzione della propria forza-lavoro sfruttata poi dal capitale. Questa risposta era sintetizzata nell’obiettivo del «salario politico», che includeva non solo un salario minimo e garantito sganciato dal lavoro, ma anche la lotta al costo della vita fuori dalla fabbrica: «abolizione delle trattenute sulla busta paga, non pagamento dei servizi sociali (mense, alloggi, trasporti ecc.), lotta al costo della scuola (libri, tasse scolastiche ecc.); […] lotta all’uso politico della disoccupazione: il salario deve essere garantito a tutti e uguale per tutti, occupati e disoccupati, quindi anche salario agli studenti, nella loro duplice funzione di forza lavoro in formazione e di disoccupati di riserva».

Secondo gli estensori del documento la necessità era «costruire un’organizzazione che permetta di dare risposte adeguate a livello sociale alla grande forza che ha il padrone di riprendersi quello che gli strappiamo con la lotta dentro le fabbriche», un’«organizzazione operaia autonoma complessiva» entro cui far vivere la parola d’ordine del salario politico.

I militanti del Circolo Panzieri cercheranno di tradurre questa indicazione non nella strutturazione di un «partito dell’insurrezione», ma nella costruzione di un’organizzazione territoriale, radicata capillarmente a partire dai gangli della «produzione socializzata» (dalla piccola fabbrica diffusa alla scuola, fino all’ambiente domestico per le femministe del salario), vettore di ricomposizione di una classe tanto polverizzata, disseminata e stratificata quanto era concentrato, massificato e tendenzialmente omogeneizzato l’operaio della grande fabbrica fordista di Torino, Milano e Marghera, attraverso obiettivi comuni come il salario sganciato dal lavoro e tutte le sue articolazioni (trasporti gratis, scuola gratis, salario al lavoro domestico, e successivamente anche autoriduzione dell’affitto e delle bollette, riappropriazione delle case, riduzione del tempo di lavoro).

La lotta per i trasporti e le mense gratuiti, ad esempio, condotta a Modena dai collettivi studenteschi del Panzieri fin dal 1970, aveva il significato ultimo di funzionare come vettore e catalizzatore organizzativo che dalla città si dispiegasse sul territorio, stimolando la produzione di forme di organizzazione autonoma. Durante l’occupazione del Corni, «il comitato politico [aveva] organizzato i “collettivi di paese”», di quartiere e di linea, ovvero «invece di riunirsi per classi, o per sezioni, o secondo le specializzazioni (metalmeccanici, elettrotecnici, programmatori, ecc.) ci si riuniva in base al luogo di provenienza» o alla corriera quotidianamente presa. Questo tipo di iniziativa, innovativa per il contesto cittadino ed emiliano, contribuì alla politicizzazione di numerosi studenti non solo residenti di Modena e anche alla nascita di diversi nuclei attivi in provincia: «organizzare i collettivi di paese significa costruire i nuclei territoriali di una organizzazione che sia in grado di ricomporre l’unità della classe operaia, dispersa in migliaia di fabbriche diverse (ma tutte con lo stesso padrone), in centinaia di quartieri residenziali spesso lontani tra loro (ma tutti con gli stessi problemi). Significa avere la forza per imporre concretamente la gratuità dei trasporti, per imporre che il tempo di trasporto sia pagato come tempo di lavoro. […] Questi sono i nostri obiettivi: obiettivi di attacco, non obiettivi di attesa». Come intuito ‒ e riallacciandosi indirettamente a esperienze storiche del proletariato emiliano-romagnolo[5] ‒ il vettore ricompositivo della classe operaia emiliana poteva avvenire nello spazio territoriale, in cui raccogliere forza soggettiva in embrioni organizzativi da reincanalare sui luoghi dello sfruttamento e per un salario politico sganciato dall’attività lavorativa. Elementi, questi, che successivamente vedranno una propria assunzione nell’area dell’Autonomia operaia attraverso la figura dell’«operaio sociale» a partire dalla metà degli anni Settanta e una propria sperimentazione soprattutto nelle esperienze dei Collettivi politici veneti[6].


Per concludere

La parabola del Circolo Panzieri è stata sicuramente contraddistinta dallo scarto esistente tra la sofisticatezza degli strumenti di analisi e dei contenuti politici posseduti e la limitata capacità di intervento ‒ soggettivo e oggettivo ‒ in grado di condizionare il particolare contesto in cui veniva a operare. Malgrado ciò, ha saputo incidere sulla conflittualità di classe a Modena – prima nelle fabbriche, poi sul territorio – per vie dirette e indirette, producendo nel medio-lungo periodo un’influenza nel tessuto politico, studentesco, sindacale e culturale cittadino non trascurabile, soprattutto per tutte quelle soggettività, giovani e meno giovani, che hanno avuto la fortuna di «andare a scuola» e formarsi attraverso figure intellettuali come quelle di Paolo Pompei e Marcello Pergola. La vicenda più complessiva dell’operaismo emiliano – testimoniata tanto dai modenesi quanto dal sodale ferrarese Guido Bianchini – è, inoltre, rilevante per la piena comprensione della genealogia, degli sviluppi e della complessità di un pensiero e di un metodo del conflitto che ha influenzato profondamente il decennio di «anomalia italiana» identificato con la stagione dei movimenti degli anni Settanta, la cui ricostruzione è tuttavia spesso schiacciata tra il «peso» avuto dalle componenti venete e romane e il focus su metropoli e grandi conurbazioni industriali. Assumere un punto di vista «periferico» e «provinciale», oltre a esaltarne la ricchezza e la poliedricità, consente di apprezzare la profondità e l’ampiezza dei nodi, mai sciolti, che l’esperienza operaista prima e di Potere operaio poi ha posto sul piano della sperimentazione, organizzazione e rottura rivoluzionaria. Un laboratorio irrisolto, come definisce quest’ultimo Marco Scavino, per i suoi caratteri di anticipazione di «una storia molto più grande», le cui ricostruzioni storiografiche o memorialistiche ne hanno spesso ridotto, deformandone i contorni e i contenuti sovente alla luce delle inchieste e degli epiloghi giudiziari, il patrimonio, la complessità e l’importanza delle domande ancora inattuali che ha saputo esprimere, ancora oggi capaci di interrogarci.


Note [1] Per una sua trattazione approfondita si rimanda alla tesi di Laurea magistrale dell’autore: Matteo Montaguti, Il lavoro della talpa. Il Circolo Panzieri, operaismo e «stagione dei movimenti» a Modena (1966-1978), Università di Bologna, Scuola di Lettere e Beni culturali 2014/2015. [2] Si veda dello stesso autore: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-potenza-dell-anticipazione [3] Si veda il discorso tenuto da Palmiro Togliatti a Reggio Emilia il 24 settembre 1946, Ceto medio e Emilia rossa, contenuto in P. Togliatti, Politica nazionale e Emilia rossa, Editori Riuniti, Roma, 1974. [4] Si veda dello stesso autore: http://archivio.commonware.org/index.php/gallery/869-l-enigma-dell-organizzazione [5] V. Evangelisti – S. Sechi, Il Galletto Rosso. Precariato e conflitto di classe in Emilia Romagna 1880 – 1980, Marsilio, Venezia 1982. [6] G. Despali – P. Despali, a cura di Mimmo Sersante, Gli autonomi. Storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio (VI volume), Derive Approdi, Roma 2020.


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Matteo Montaguti, classe 1991. Laureato in Scienze storiche all’Università di Bologna con una tesi su Potere operaio e «stagione dei movimenti» a Modena, si è occupato di operaismo, autonomia e forme della militanza negli anni Sessanta e Settanta. Ha collaborato con l’Istituto storico di Modena, anche in pubblicazioni collettive, e dal 2016 lavora nell’editoria.