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I fumetti di Mao



Chi è che mette sotto accusa i fumetti occidentali (indipendentemente dalla ideologia specifica che veicolano)? Di solito è l'intellettuale di tradizione umanistica che vi vede un depauperamento di quelle possibilità educative che dovrebbero essere realizzate dai libri, dalla scuola, dal teatro. E in un certo senso costui ha ragione: siccome formalmente ogni cittadino della società borghese ha diritto di andare a scuola, a leggere Stendhal o Goethe, ad ascoltare Bach, il vederlo leggere Superman o ascoltare le canzoni di San Remo rende evidente la truffa che la cultura di massa perpetra ai suoi danni, impedendogli, attraverso messaggi «facili», di adire a esperienze più nutritive. Che poi questo cittadino sia discriminato fin da piccolo in modo che non vada a scuola; che (se ci va) non possa arrivare a capire Goethe o Bach; e che (se arriva) non abbia più il tempo ed energia per frequentarli, questo è un altro problema: l'indignazione culturale non si cura di queste miserie e lavora sugli assoluti.

La pedagogia cinese rivoluzionaria ha dovuto però fare, evidentemente, un altro calcolo. Le enormi masse che aveva da educare arrivavano appena allora alle soglie dell'alfabetizzazione; e la cultura precedente si era sviluppata in modo tale da riuscire loro del tutto estranea. Quindi il tipo di cultura trasmesso e realizzato dai fumetti è, sia pure a livello più basso, la cultura vera, l'unica possibile e realizzabile. Che poi sia desiderabile e ovvio che un militante cosciente anziché leggere i fumetti legga i classici del marxismo-leninismo, mi pare fuori discussione, ma è chiaro che in questa fase la cultura dei fumetti non costituisce una perdita rispetto a qualcosa che c'era già, ma una fase di passaggio, una base indispensabile. E quindi la loro diffusione non appare più come da decisione puramente empirica e spregiudicata di usare ogni mezzo possibile, anche negativo, pur di veicolare un'ideologia. È invece la coscienza del fatto che, là dove è necessario, pensare a «fumetti» è una fase positiva per un popolo che non può più pensare da mandarino.

La storia a fumetti, allora, l'avvilimento di una Scrittura già assestata: è la fondazione elementare di un Alfabeto (Umberto Eco, 1971).


*L'editore resta a disposizione per gli eventuali aventi diritti














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