Hobsbawm e la parabola del «nuovo sindacalismo» di classe


Winston Smith, Dove stai andando?, 1993


Fra i molteplici argomenti affrontati durante la sua lunghissima attività di storico, Hobsbawm si dimostrò interessato anche – e forse soprattutto – al lavoro di analisi della composizione sociale della classe operaia, allo studio delle sue condizioni materiali, delle sue mentalità e tradizioni, anche in questo senso ispirato sia dai lavori pionieristici di Sidney e Beatrice Webb, in particolare dal loro volume Industrial Democracy [1], sia dall’esperienza francese de Les Annales. Hobsbawm – come ha scritto Robert Foster – analizzò l’azione storica anche nei termini di ciò che significava per coloro che erano coinvolti in quel periodo, e non solo dal punto di vista dei processi oggettivi [2]. Questo ampliamento degli orizzonti della storia del lavoro fu presentato nella sua prima raccolta di saggi, Primitive Rebels, ma trovò maggiore espressione in quella successiva, Labouring Men [3]. In realtà, già nel saggio The Labour’s Turning Point: 1880-1900, attraverso le diverse fonti dell’epoca (dagli atti congressuali agli opuscoli, dai giornali alle inchieste parlamentari ufficiali, fino alla memorialistica e alla saggistica del tempo) Hobsbawm dipinge un affresco del periodo storico in cui prese forma il movimento operaio organizzato in Gran Bretagna [4]. In questo testo, in particolare, viene evidenziato come l’aristocrazia operaia del tempo lottasse aspramente contro quelle correnti che alla collaborazione con i datori di lavoro volevano sostituire la lotta di classe: politicamente legati ai liberali e in particolare al primo ministro Gladstone, i dirigenti sindacali «aristocratici» costituirono una corrente politica denominata lib-lab (miscela delle parole liberalism e labour), che si oppose ferocemente al «nuovo sindacalismo» degli operai generici (egemonizzato dai socialisti e dall’Indipendent Labour Party), tanto da escludere questi ultimi (anche se solo per pochi anni) dal Trade Union Congress. Hobsbawm ritiene, quindi, il passaggio dal sindacato «di mestiere» a quello generale e «di classe», simboleggiato dalla nascita dei Trades Councils (omologhi delle nostre Camere del Lavoro) e – fra il 1888 ed il 1893 – del cosiddetto «nuovo sindacalismo» (New Unionism), un evento centrale nella storia del movimento operaio in Gran Bretagna [5].


Lo storico britannico fissa l’inizio di questo nuovo movimento sindacale nel 1888, con lo sciopero delle operaie della fabbrica di fiammiferi Bryant and May a Bow, nella periferia est di Londra [6]. Fra il 1888 e il 1891 furono create associazioni sindacali non più di mestiere, ma generali, come la Gasworkers and General Labourer’s Union (1889), la Miners’ Federation of Great Britain e la Dock, Wharf, Riverside and General Labourers Union of Great Britain, Ireland and the Netherlands (1890) e nacquero anche le prime organizzazioni di lavoratrici, come la Liverpool Tailoresses and Coatmakers Union (1890) [7]. Al nuovo sindacalismo Hobsbawm dedica nel 1964 diversi saggi,ponendosi un duplice obiettivo: da una parte analizzare la nascita e lo sviluppo delle General Labour Unions alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, fino alla loro «evoluzione» nel cosiddetto «sindacalismo industriale»; dall’altra utilizzare le vicende di alcune organizzazioni sindacali di nuovo tipo, come quelle dei gasworkers e dei dockers, per illustrare le caratteristiche essenziali del New Unionism. Tutto ciò senza mai perdere di vista il contesto economico-sociale in cui questo fenomeno prese vita, e che fu caratterizzato dal passaggio dall’epoca liberista del capitalismo britannico (e mondiale) a quella della concentrazione industriale e dell’imperialismo [8].

Nella prima metà dell’Ottocento, secondo Hobsbawm, la protesta operaia assumeva ancora i contorni di un «movimento» composito ed eterogeneo, più che quelli di un’organizzazione solida e disciplinata:

Ciò che dava compattezza persino alla più massiccia ed eclettica delle loro manifestazioni politiche – il Cartismo (1838-1848) – erano poco più di una manciata di slogan tradizionali e radicali, un pugno di valenti oratori e giornalisti, […] qualche giornale come il «Northern Star». […] Mancavano quasi una guida e una coordinazione [9].

La seconda rivoluzione industriale, la graduale, ma costante meccanizzazione delle attività produttive e il passaggio dalle manifatture locali alla grande industria determinarono un progressivo aumento quantitativo della forza-lavoro semi-specializzata o generica. Alla fine dell’Ottocento, il potere contrattuale dei «manovali» era praticamente inesistente: l’alta ricattabilità della loro condizione (potevano essere tranquillamente rimpiazzati nelle loro mansioni) impediva loro di adottare gli stessi schemi di lotta usati dal sindacalismo professionale. Quindi, per difendere al meglio i propri interessi, per gli operai non specializzati

la sola possibilità […] era […] di raccogliere in un solo sindacato tutti coloro che potevano diventare crumiri nei loro confronti, cioè in ultima analisi tutti i lavoratori non specializzati del paese, uomini, donne e ragazzi, creando così un enorme closed shop [10].

Non solo: la condizione di debolezza di questi lavoratori

portava ad attribuire maggiore importanza […] all’azione politica e legislativa. Si formò così un’alleanza naturale tra uomini politicamente immaturi che cercavano di organizzare certi gruppi «deboli» di lavoratori […] e i socialisti rivoluzionari del decennio 1880-90 [11].

Il rapporto con la politica diventava poi particolarmente importante in attività industriali come quella del gas, che «essendo un servizio pubblico, era la più strettamente connessa con la proprietà pubblica, il controllo e l’opinione pubblica. La forza contrattuale dei suoi dipendenti derivava certo in gran parte da questo» [12].

Per Hobsbawm nel periodo fra la prima Grande Depressione (negli anni 1873-1895) e la Prima guerra mondiale le nuove confederazioni generali (ne vengono elencate sette fra quelle principali) svolsero in Gran Bretagna tre funzioni: prima, quella di «sindacati di classe», cioè unioni di tutti i lavoratori su basi socialiste o rivoluzionarie (egli scrive che «tra i sindacati di non-specializzati più importanti, il solo che non fosse in mano dei socialisti era quello che dominava nei cantieri navali della zona nordorientale [13]); seconda, quella di «sindacati dei manovali» per quei lavoratori impossibilitati a costituire sindacati professionali tradizionali; terza, quella di «sindacati dei lavoratori marginali», che raccoglievano tutti i lavoratori che non appartenevano a nessun sindacato.

Tradotto in termini organizzativi, la chiave del successo di questo nuovo sindacalismo nella sua fase iniziale (che Hobsbawm periodizza fra il 1889 e il 1892), fu da una parte l’attività politica svolta dai militanti socialisti nelle General Labour Unions, dall’altra il massiccio reclutamento di lavoratori a 360 gradi, indipendentemente dalle categorie. Questi «manovali» venivano organizzati in sezioni locali (come nel caso dei Dockers), ma non mancarono casi di suddivisione per mestieri, sede di lavoro, ecc. (come nel caso dei Gas-workers, che però adottavano anche il primo modello). Entrambe le forme di organizzazione avevano i loro punti di forza: infatti, un sindacato di operai non-specializzati su un determinato territorio rafforzava il sistema dei closed-shop e quindi la capacità di pressione sui datori di lavoro e di difesa contro i licenziamenti, mentre la particolare forza acquisita in un’azienda (il che significava quasi sempre il riconoscimento del sindacato da parte della direzione aziendale), oppure di un sezione o di un reparto (come per esempio fra i fuochisti nell'industria del gas) faceva da traino per tutti gli altri.

In alcuni casi, come quello del gas, le industrie cominciarono «il processo di modernizzazione quasi esclusivamente in seguito alla pressione dei lavoratori»: questo è un elemento sottolineato con forza da Hobsbawm, perché rappresenta «un caso di risultato positivo, dal punto di vista tecnologico, dell’attività operaia» [14].

Alle soglie della Prima guerra mondiale, i processi di concentrazione e centralizzazione della produzione capitalistica, giunti a piena maturazione, fecero da base (e il conflitto bellico fece da acceleratore) per una nuova trasformazione dell’organizzazione sindacale, col passaggio dal sindacalismo generale al cosiddetto «sindacalismo industriale» su base nazionale (che è quello che conosciamo ancora oggi). In questo caso vari fattori permisero tale trasformazione:

1. la necessità di un coordinamento dei datori di lavoro per fare fronte alle rivendicazioni sempre più generali e sempre più conflittuali dei lavoratori;

2. gli interventi sempre più frequenti da parte del governo per regolare le vertenze, per timore dei rischi – economici e politici – che un’ondata massiccia di scioperi avrebbe fatto correre al «sistema» britannico;

3. la maggiore consapevolezza dei lavoratori che la lotta non era più contro i singoli «padroni», bensì contro il sistema industriale nel suo complesso; di fatto la concentrazione industriale aveva prodotto il compattamento del fronte datoriale, per questo diventava necessario coordinare le varie forze sindacali;

4. l’ascesa del movimento socialista, in Gran Bretagna e a livello internazionale, fornì sia molti dirigenti sindacali intelligenti e attivi, sia i necessari strumenti analitici e interpretativi per inquadrare gli specifici conflitti rivendicativi dentro un contesto politico più generale [15].

Pertanto, a partire dal decennio 1910-20 importanti categorie come gli edili, i portuali e i ferrovieri (nel 1910, per esempio, prese vita la Federazione nazionale dei lavoratori dei trasporti) avviarono e portarono a conclusione trattative nazionali sui minimi salariali, anche attraverso esperienze come i trade boards, comitati di settore composti da imprenditori e lavoratori. Man mano tutti i sindacati generali, sistematicamente o no, si muovevano nella stessa direzione, che era quella dell'introduzione dell'autonomia professionale e, nel periodo delle grandi fusioni, dopo la prima guerra mondiale, erano volti a diventare federazioni di sezioni professionali e industriali e non più, come in passato, gruppi di contrattazione locale [16].

In questo processo di transizione dal sindacalismo generale a quello industriale Hobsbawm evidenzia anche la contraddizione fra la tendenza moderata e quella socialista all’interno del movimento sindacale stesso. Il rafforzamento del sistema dei closed shop e il riconoscimento dei sindacati da parte dei datori di lavoro avvicinarono una buona parte del «nuovo sindacalismo» a quel «vecchio sindacalismo» che aveva combattuto in precedenza: attraverso il monopolio locale del lavoro, infatti, vennero tagliati fuori dalle tutele tutti gli operai migranti (il fenomeno si era attenuato, ma non era sparito), visti sempre come potenziali crumiri, mentre il carattere semi-specializzato di alcuni gruppi di lavoratori tendeva a privilegiare la difesa dei propri interessi professionali, evitando di organizzare gli altri settori più deboli, come le donne (è il caso del sindacato dei gasisti, nel quale su 32.000 iscritti solo 800 erano donne). Questo atteggiamento rafforzò il carattere collaborativo e moderato di molte organizzazioni sindacali e avvicinò queste ultime al riformismo, tanto che proprio fra i Dockers e i Gas-workers molti dirigenti di estrazione politica marxista vennero pian piano sostituiti da socialisti moderati.

La profonda crisi economica che intercorse fra le due guerre mondiali, però, provocò una ripresa non solo dei conflitti industriali e sociali in Gran Bretagna, ma anche di una spinta «rivoluzionaria» all’unione sindacale e a un sindacalismo industriale non corporativo e basato su un’organizzazione centralizzata e articolata (federazione) che includesse tutti i lavoratori non specializzati, come per esempio la Transport Workers’ Federation.

Nei saggi del 1964, Hobsbawm dedica attenzione esclusivamente agli aspetti politici e organizzativi del «nuovo sindacalismo». Ciò non significa che egli non avesse già colto la necessità di dedicare «molta più attenzione ai cambiamenti qualitativi nella vita della classe operaia britannica, che furono particolarmente evidenti negli anni ’80 e ’90 – l’emergere del calcio e delle vacanze estive al mare come fenomeni di massa, per esempio», così come «a ciò che non è documentato e che non è politico: non solo alle donne della classe operaia, ma ai non organizzati, agli a-politici, ai lavoratori non qualificati» [17]. Questi fenomeni, così come il cambiamento di atteggiamento da parte dei governi e delle istituzioni nei confronti del lavoro non sono secondo lo storico britannico, gli unici aspetti da approfondire:

Forse bisognerebbe prestare più attenzione a ciò che si potrebbe chiamare la sociologia del militante e dell’attivista, anche se questo tema non viene ancora molto studiato sistematicamente. [...] Labour’s Turning Point [...] probabilmente sottovalutava ancora la forza dell’ideologia radicale del movimento, in particolare nel campo della lettura e dell’auto-formazione dei lavoratori coscienti e militanti [18].

Ai temi dello stile di vita «tradizionale» della classe operaia in Gran Bretagna Hobsbawm dedicherà, negli anni Ottanta, diverse lezioni e saggi che in questa tesi non vengono approfonditi [19]. In essi, lo storico britannico ricostruisce il processo di formazione di una coscienza di classe del proletariato britannico nella seconda metà del XIX secolo, anche attraverso la nascita e lo sviluppo di un’identità di classe basata su particolari costumi, modi di vestire e comportamenti, dal classico «fish & chips» al calcio, dal berretto con visiera alle ferie trascorse nelle località di mare.


Note [1] S. e B. Webb, Industrial Democracy, Longmans, Green & Co., 1902. Per l'edizione italiana, Id., Democrazia industriale, Ediesse, Roma 1994. [2] R. Foster, Eric Hobsbawm, in «Past & Present», 2/2013, p. 8. [3] Cfr.: E. J. Hobsbawm, Primitive Rebels, Studies in Archaic Forms of Social Movements in the 19th and 20th Centuries, Manchester, University Press, 1959 (per l’edizione italiana cfr. Id., I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Traduzione di Betty Foà, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 1966); Id., Labouring Men. Studies in the History of Labour, Weidenfeld & Nicolson, London 1964 (per l’edizione italiana cfr. Id. Studi di storia del movimento operaio, traduzione di Luisella Passerini, Einaudi, Torino 1972). [4] E. J. Hobsbawm, Labour’s Turning Point 1880-1900, Lawrence & Wishart, London 1948. [5] Ivi, p. XVIII. [6] Ivi, p. 78. [7] Ivi, pp. 76-90. [8] Cfr. i saggi Le confederazioni generali in Gran Bretagna, I lavoratori del gas in Gran Bretagna e I sindacati nazionali dei portuali, in E. J. Hobsbawm, Studi di storia del movimento operaio, op. cit. pp. 184-268. [9] E. J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi: 1789-1848, traduzione di Orazio Nicotra, Il Saggiatore, Milano 1971, pp. 297-298. [10] E. J. Hobsbawm, Studi di storia del movimento operaio, op. cit., p. 211. [11] Ibidem. [12] Ivi, p. 202. [13] Ivi, p. 167. [14] Ivi, p. 201. [15] Ivi, pp. 253-258. [16] Ivi, op. cit., p. 226. [17] E. J Hobsbawm, Labour's Turning Point, op. cit., pp. I-II. La traduzione è dell’autore. [18] Ivi, pp. II-III. [19] Cfr.: E. J. Hobsbawm, La produzione della classe operaia, 1870-1914 e Valori vittoriani, in Gente non comune, traduzione di Stefano Galli e Sergio Mancini, Rizzoli, Milano, 2000, pp. 82-129.

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