Via Montesanto a Roma

Sergio Bianchi, Automatique


Il testo di Luigi Anània, e quello di Nicola Boccianti che segue, fanno parte di un libro di narrativa a firma di questi due autori che sarà pubblicato da DeriveApprodi nella primavera del prossimo anno con il titolo Bestiario umano. Storie e riflessioni sugli esseri viventi.



Siamo un popolo che vive in un quartiere di palazzi ed alberi. Abbiamo balconi, caldaie e finestre tra distese di tegole marsigliesi. Abbiamo persiane spioventi su un viale percorso da lecci. Abbiamo terrazze dove c’incontriamo senza preavvisi e appuntamenti. Abbiamo un mercato che ci evoca l’origine di popolo agricolo e abbiamo una giostra che dà il tempo alla malinconia della domenica. Abbiamo aria e all’orizzonte abbiamo neve. La sera vediamo gli storni che segnano il cielo di forme: aquiloni, iperboli, leoni, donne e qualsiasi cosa che cambi nel momento di definirsi; ogni sera ci insegnano il cambiamento nel grande proscenio del cielo.

Quando passano sulle nostre terrazze sembra che si accorgano di noi e planano seguendo svolte seducenti; poi sentono l’avvento del buio e scendono sulle chiome degli alberi vociando come ragazze che non tengono a bada i sentimenti. Al tramonto i lecci hanno più uccelli che fronde e il fremito di ogni albero confonde chi ha appena riorganizzato il proprio assetto di spazi, paure ed esigenze. Il colore delle strade cambia dal grigio al nero e il guano distende ogni fiore sull’asfalto. Certi abitanti del quartiere si disorientano vedendo le forme degli uccelli che si allargano in cielo; l’equilibrio delle menti si incrina e qualcuno percorre i perimetri dei negozi riversando fuori gli espositori delle mercanzie. Allora una sera abbiamo cominciato a sparare alle luci del tramonto; i ristoratori sparavano a salve e i ragazzi spargevano micce sull’asfalto e sulle chiome degli alberi. Intanto sulle facciate delle nostre case comparivano volti di uomini anziani con grandi radio che risuonavano di cinguettii di specie nemiche degli storni. A volte gli uccelli lasciavano i lecci e si posavano sui fili dell’elettricità contemplando gli occhi dei vecchi e quelle radio immense che echeggiavano; poi tornavano sugli alberi diffondendo un cinguettio che sembrava il suono di un mercato. Quando qualcuno sparava si libravano in cielo e nel tempo dallo sparo al silenzio creavano forme simili alle immagini della nostra psiche nel dormiveglia; agli scoppi delle micce disegnavano delle volte che li riportavano sui lecci ancora più vocianti.

Erano diventati padroni dell’aria e dell’asfalto e qualcuno di noi scivolando sulla melma diceva: allora non c’è niente da fare, allora viviamo in un un mondo color guano, un mondo dove si scivola e si cade, allora gli unici segni sono quelle forme cangianti in cielo”; e si ripetevano le stesse domande cadendo sotto il cinguettio serale. Ma un giorno ci siamo riuniti sotto la terrazza del palazzo più alto del quartiere e abbiamo deciso di scrivere al comune. La lettera compilata mentre gli uccelli evacuavano nel cielo chiedeva che venissero potati i lecci e che venisse portata via quella melma che rendeva il tutto eguale. Quella sera cadde la neve che adornò di silenzio i nostri discorsi e ricoprì la melma di bianco. Gli storni si acquietarono e noi andammo nel parco ad ascoltare un’orchestra sulla giostra che girava. Mentre brindavamo arrivò Tamiris, una ragazza che si muoveva con la grazia di un altro emisfero; aveva il viso pieno di efelidi e le gambe ambrate che si muovevano sulla neve come su una spiaggia di un lungoceano. Le nostre donne la guardarono ammirando le labbra curve come un giglio, il suo vestito a fiori e l’incedere ignaro del tempo. Io ballai cadendo sulla neve e sognando una notte di giochi e di baci. Il giorno dopo ancora ebbri di musica e di grazia ci salutò una squadra di operai del comune. I più giovani si disposero sulle chiome e cimarono gli alberi con lame, forbici ed accette; poi ognuno si sparse sulle strade e spalò la melma riportando l’asfalto alla struttura composita e ruvida; nella foga del lavoro lasciarono sedie ed automobili sparse lungo i marciapiedi. La vista delle nostre strade cambiò; le vie componevano un paesaggio di sogno con i lecci che esprimevano la molteplicità dei destini in miriadi di gemme silenti. Era un paesaggio diverso e abituarsi richiese del tempo. La sera quando migliaia di goccioline si addensavano fra i rami recisi il viale sembrava un altro luogo e mentre camminavamo ci chiedevamo se eravamo morti e passavamo a un’altra vita. Intanto gli storni volavano guardando la luce cambiata dalla mancanza di chiome e dagli spazi defraudati; volavano alti in gruppi di due o tre e seguivano parabole fuorviate dalla meraviglia e dal dubbio. Noi eravamo tranquilli e ci impegnavamo a piantare le aiuole che segnavano i percorsi con colori intensi e variegati. Ogni condomino si adoperò per rendere naturale il passaggio dagli interni alla strada e nel quartiere tornò un ordine che ridiede grazia ai movimenti. Ma quando fu tutto lindo e ogni colore si schiariva al sole vedemmo gli storni che passavano con una velocità mai vista; svoltavano sui nostri capi e mentre conversavamo davanti ai bar sembrava che volessero infierire sugli sguardi. D’improvviso vedevamo un arruffo di piume, ali e zampe sulle nostre fronti che scolorivano; poi un frego si rigirava nell’aria riacquistando le sembianze di uno storno nel cielo. Noi temevamo per i nostri occhi e perdevamo il piacere del passeggio ogni volta che rondoni, corvi e storni si svuotavano in volo creando macchie improvvise sui marciapiedi. Non vi era più la melma di una volta ma un sudicio occasionale che cadeva fra i passanti infrangendo l’armonia di movimenti conseguita in anni di terapia della disinvoltura. In pochi giorni le nostre passeggiate diventarono delle sequenze di balzi e le nuove andature impedirono un’adeguata disposizione delle mani e del viso per la conversazione di strada. Entrammo così in uno stato di confusione psichica e cominciammo a immaginare le nostre idee che si attraevano e respingevano come particelle di atomi. Anche la mia testa impazziva e in un raro momento di equilibrio mi stupii quando vidi altri cittadini che fotografavano parti del proprio corpo davanti la pasticceria del corso. Al tramonto passeggiavano lungo i palchi recisi degli alberi e intanto si prendevano un piede e cadevano davanti ai venditori ambulanti di macchine fotografiche. Io rimasi esitante sull’asfalto ma la sera seguente cercavo di fotografare una mia mascella adagiata sul collo; intorno a me si contorceva una folla provvista di macchina fotografica al polso mentre i vecchi alle finestre facevano cenno di voler essere fotografati. Tutti cercavano di fermare inquadrature e intanto gli uccelli passavano impedendo i movimenti e sporcando le immagini; arrivavano solitari e repentini rendendo vane le nostre fatiche. Allora ci trasferimmo vicino all’ufficio delle poste e appena riuscivamo a inquadrare un’immagine nitida correvamo e la spedivamo a parenti lontani; nelle cassette delle poste imbucammo fotografie di orecchie, gambe, narici, ciglia e piedi divaricati come fiori. Un giovane parrucchiere esperto di microfotografia spedì una serie di immagini del proprio seno che sfogliata in sequenza lasciava intendere il pulsare del cuore. Le fotografie ci tornarono ingrandite con ingiurie e complimenti sul retro. Quando le guardavamo ci riconoscevamo e copulavamo con le immagini come i nostri cani con le nostre gambe. Poi le ingrandimmo ancora e qualcuno le stese sui nostri splendidi condomini a schiera. Le nostre case diventarono un’esposizione di corpi che cambiavano con la luce del sole. Camminando sul viale riconoscevamo le nostre forme e assemblandole riacquistavamo percezione d’insieme ed equilibrio. Tornammo un popolo di cittadini che passeggiavano rasenti le aiuole e si fermavano a parlare dei cambiamenti portati dagli uccelli; ogni tanto ci ammiravamo nell’alto dei palazzi ed eravamo gratificati. Alcune macchie cadevano ancora dal cielo ma non ci spaventavano più. Io guardavo le donne che passavano sul lungofiume e a volte discutevo con chi rimpiangeva quella melma e quell’odore che ci avvolgeva tutti in un unico mondo.

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