Gianni Sassi e le Terre di Mezzo


Poesia Ballerina, azioni danzate di Valeria Magli su un testo di Nanni Balestrini. Foto: Fabrizio Garghetti 1980


È stato il teatro a raccontare Gianni Sassi con voci roche o squillanti, con gli echi dei protagonisti, i suoni live, immagini e azioni che si sono succedute per tre sere di seguito dal 12 al 14 novembre al Teatro Out Off di Milano per la regia di Mino Bertoldo e Stefano Sgarella.

Sassi – figura capitale degli anni Settanta Ottanta del Novecento non sufficientemente studiata – è il primo personaggio della rassegna «Milanesi illustri. Incontriamoli» programmata per questa stagione teatrale così anomala e mondialmente afflitta.

Il cartellone ha previsto un ricco avvicendarsi di incontri, concerti, performance con artisti, musicisti, teorici, poeti di diverse generazioni e linguaggi, per narrare Sassi ed evocare lo zeitgeist del tempo. Sebbene la platea fosse vuota e la città blindata, i partecipanti erano lì sul palco a esibirsi in streaming per i canali Facebook e YouTube dell’Out Off.

È stato un viaggio intertemporale che raccorda il passato al presente, i sogni, gli incubi, i casini di allora e i nodi irrisolti che furoreggiano in quest’epoca atroce.

Sassi ha lavorato con un nutrito gruppo di complici: Gino Di Maggio, Demetrio Stratos, Sergio Albergoni, Mario Giusti, Nanni Balestrini, Gianni Emilio Simonetti, Edoardo Sanguineti, Franco Mamone, Umberto Eco, Walter Marchetti… con loro (e tanti altri) ha sabotato i codici linguistici sul piano della comunicazione a tutti i livelli, rompendo le maglie delle convenzioni. Ma ha ampiamente dialogato con le istituzioni e le imprese perché «l’arte non esiste se non si realizza e bisogna essere concreti». Ha attratto a Milano John Cage, Yoko Ono, Patti Smith, Nam June Paik, portandoli al Lucky Bar dopo le loro performance. Intanto Fabrizio Garghetti e Emilio Fabio Simion fotografavano ogni azione, ogni opera, ogni attimo, ogni faccia, di quell’irripetibile flusso poetico che il mondo produceva allora. Come promoter, grafico e intellettuale, Sassi ha ibridato le discipline facendo sconfinare la poesia nel corpo e nell’immagine. Ha creato gli Area e più tardi gli Skiantos, ha navigato nelle sottoculture, nella cibernetica nascente e nel liquido demenziale, aprendosi al postmoderno. Straordinarie creature sono apparse nei festival e negli incontri internazionali: Valeria Magli, la ballerina dei poeti, traduceva le parole in azione, visione e bellezza. Ha interpretato la Pissoise di Rembrandt con Jean-Jacques Lebel e Le ballate della signorina Richmond di Nanni Balestrini, creando, dalla ballata letteraria, un’opera di danza teatrante. Era musa, artista ed erotico corpo della poesia. Gli anni del charleston e del surrealismo vivevano con lei sgomentando Frankenstein. Patrizia Vicinelli, poetessa eversiva morta troppo giovane, si aggirava, affilata come una gatta randagia con le sue cicatrici esistenziali, tra gli altri poeti. Era la più incazzata di tutte e pietrificò, come una giovanissima Medusa, i partecipanti di un’affollata riunione del Gruppo 63.

Un mondo nuovo nasceva allora e aveva l’aspetto fluido, multicolore, di forme in continuo mutamento.


Milano Suono, Milano Poesia, 24 Ore?Satie, Alfabeta, La Gola, Cramps, Grattacielo, Bit: sono i titoli – anzi le formule magiche – di festival, etichette discografiche, riviste, concerti fatti da Sassi & Co.

Sassi, che non era un cultore delle discipline e dopo un quarto d’ora si annoiava ai suoi stessi concerti, coglieva immediatamente l’energia delle controculture e l’adoperava per veicolare il suo messaggio rivoluzionario. Gli piaceva rovistare tra le produzioni un po’ sporche di artisti e musicisti non tirati a lucido che spuntavano dalle periferie. E verso gli anni Novanta, creò gruppi che contaminassero le avanguardie e post-avanguardie, che contaminassero cioè i loro stessi corpi di padri spingendosi oltre. Nacquero il Gruppo 93 e Fluxshot aprendo la strada al rap e alle pratiche virali e di hackeraggio artistico.

Complicità, amicizia, intelligenza, scazzi, sbavature, idee, olive e Martini cocktail, hanno creato un tessuto mai più replicato, che si rivela (ancora oggi) un vero arsenale per armare poeticamente le coscienze. È un tessuto di cui – in quest’epoca di narcisismo esasperato – abbiamo un disperato bisogno. Sassi è morto per un tumore nel 1993, poco dopo il crollo del Muro di Berlino e il fallimento del socialismo reale.

Tuttavia, il filone aureo – come ha mostrato la polifonia generazionale dell’Out Off – non si è mai estinto. Scorre sotto i nostri piedi. Si è trasformato, è diminuito, è sprofondato, ma è ancora al mondo.

La mostra che accompagna l’evento – curata da Faycal Zaouali il grafico che ha ereditato la sua visione concettuale – ci porta subito di fronte a una delle sue creature più importanti: «Milano Poesia». Il manifesto è composito. La parola milanopoesia, in Times bold, cammina in quattro differenti poster assemblati e conquista uno spazio largo. Esce, deborda, si frammenta. Questa è la filosofia della decostruzione iniziata con il Novecento. Sassi & Co. erano tutti debitori di Dada, della Patafisica, del Futurismo, del Situazionismo e delle allucinazioni lettriste di Isidore Isou. Oltre alla grafica, alle copertine delle riviste e dei dischi della Cramps, la mostra – che durerà sino a metà febbraio in attesa della riapertura – si conclude con le foto in bianco e nero di Fabrizio Garghetti e Emilio Fabio Simion che raccontano la quotidianità di un gruppo umano degli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso.


*La figura di Gianni Sassi è stata ricordata su «Machina» anche da Gino Di Maggio con un suo testo nella sezione «Ritratti», disponibile qui.

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