«Ghost of Amistad». Il tempo lungo della lotta contro la schiavitù



Marcus Rediker presenta alle lettrici e ai lettori di «Machina» Ghost of Amistad. In the Footsteps of the Rebels (2014), il film documentario che ha realizzato, insieme al regista indipendente Tony Buba, come sequel – se così si può dire – di La ribellione dell’Amistad (M. Rediker, Feltrinelli 2013), il romanzo storico che ripercorre le vicende dell’ammutinamento sulla goletta negriera La Amistad, nel mar dei Caraibi, nell’estate del 1839. Sullo sfondo della lotta abolizionista che nella prima metà del Diciannovesimo secolo attraversa e spacca gli Stati Uniti, il romanzo segue le vicende che si sviluppano a partire dalla ribellione dell’Amistad: il tentativo dei ribelli di far ritorno in Africa, l’arresto, la detenzione e il lungo processo prima della vittoria giudiziaria e poi il ritorno in Sierra Leone. Una delle più significative esperienze di lotta contro la schiavitù di cui sia arrivata l’eco ai nostri giorni e insieme uno straordinario esempio di composizione conflittuale, trasversale e contro le gerarchie della razza.

Nel film, Rediker e Buba tornano in Sierra Leone sulle tracce degli schiavi ribelli, alla ricerca del «lato africano nascosto della storia». Ripercorrono a ritroso le rotte negriere, per condurci in un viaggio tra presente e passato alle origini della schiavitù e della questione razziale. Nei luoghi, nei volti e negli sguardi che scorrono nel film, Ghost of Amistad mostra i segni indelebili della schiavitù e della tratta atlantica. Restituisce materialità a una storia altrimenti negletta, sfuggente che rischia di assumere contorni mitologici. Rivela una realtà attualissima che gronda ancora il sangue della violenza razziale e coloniale e segna il presente africano, l’esperienza afroamericana e l’intera storia della modernità. Una storia che passa da Lomboko, la tristemente nota fabbrica di schiavi che ha ospitato anche i ribelli dell’Amistad prima della traversata atlantica. Un luogo rimasto per secoli sepolto nella foresta di mangrovia alla foce del fiume Galinas, che la spedizione di Rediker e Buba, guidata dagli anziani del posto, riporta alla luce. Un esempio emerito di history from below.

Il film è disponibile online (con sottotitoli in italiano su https://vimeo.com/477157622) sul sito Ghost of Amistad. In the Footsteps of the Rebels (https://www.ghostsofamistad.com/) insieme a commenti, recensioni, materiali didattico e un archivio foto-video. Rediker nell’introduzione, insiste sulla temporalità lunga della schiavitù e della lotta alla schiavitù. Soprattutto, ci invita ad aprire una discussione sul presente: sull’eredità della violenza schiavista nell’organizzazione delle società capitalistiche contemporanee e sull’attualità della ribellione dell’Amistad nelle esplosioni conflittuali che combattono oggi il razzismo strutturale e le gerarchie della razza. «Machina» ha raccolto l’invito. Giovedì 25 marzo, Marcus Rediker e Tony Buba incontreranno online i lettori e le lettrici «Machina» per discutere Ghost of Amistad e la storia lunga e irrisolta della schiavitù [A. C.].


Marcus Rediker è professore straordinario di storia atlantica all’Università di Pittsburgh. I suoi libri hanno vinto numerosi premi e sono stati tradotti in sedici lingue; sei libri sono apparsi in italiano. Il suo lavoro più recente è Il Piantagrane: Storia di Benjamin Lay (Elèuthera Editrice 2019). Sta anche scrivendo un’opera teatrale, una graphic novel e un libro per bambini su Benjamin Lay.


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Nel 1839 cinquantatré africani ridotti in schiavitù, stipati nella stiva della goletta negriera Amistad, insorgono, prendono possesso dell’imbarcazione e navigano liberi dalla costa nord dell’isola di Cuba fino alla punta settentrionale di Long Island, New York. Lì vengono catturati dalla marina degli Stati Uniti, accusati di «pirateria e omicidio» e incarcerati in Connecticut. Gli abolizionisti, che rapidamente prendono ad affollare la prigione, stringono alleanza con gli insorti. Insieme danno vita a una campagna di difesa legale davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti che, con sorpresa di tutti, nel 1841 rimetterà in libertà gli africani incarcerati. Nel 1842, i ribelli fanno trionfale ritorno nella loro terra nativa, la Sierra Leone, nell'Africa occidentale. La loro vittoria amplierà e radicalizzerà il movimento abolizionista, approfondendo al contempo lo scontro sulla schiavitù e accelerando l’arrivo della guerra civile nel 1861. L’azione coraggiosa di un piccolo gruppo di africani dell'Africa occidentale stava risuonando in tutti gli Stati Uniti e nel mondo.

La ribellione dell’Amistad fa parte di una massiccia ondata di resistenza atlantica alla schiavitù, nel corso degli anni Trenta del Diciannovesimo secolo. Nel 1829, l’Appello di David Walker (Appeal to the Coloured Citizens of the World), aveva largamente insistito sull’importanza di Toussaint L’Ouverture e della Rivoluzione di Haiti nelle lotte globali per la libertà. I marinai, neri, brown e bianchi, avevano diffuso la parola rivoluzionaria contrabbandando l’opuscolo incendiario di Walker nelle società schiaviste. Nel frattempo Nat Turner guidava una sanguinosa rivolta contro la schiavitù nella contea di Southampton, in Virginia, era il 1831, e Sam Sharpe lo seguiva con la «guerra Battista» in Giamaica nel 1831-1832. Gli africani fatti schiavi nel sud della Sierra Leone condussero in quegli anni una prolungata rivolta contro i mercanti di schiavi spagnoli e africani, chiamata «guerra Zawo». Sullo sfondo di un crescente movimento abolizionista, altre rivolte scoppiarono in Brasile e a Cuba. A Boston, nel 1831, William Lloyd Garrison fondò il primo giornale abolizionista d’America: The Liberator. In due fasi successive, tra il 1834 e il 1838, la Gran Bretagna abolì la schiavitù nelle colonie dell’India occidentale. In questo potente ciclo di lotte, momenti apicali sono state le rivolte a bordo dell’Amistad e del Creolo nel 1839 e nel 1841.

Ho raccontato questa storia nel mio libro La ribellione dell'Amistad. Un’odissea atlantica di schiavitù e libertà (Feltrinelli nel 2013). Quando ho iniziato la ricerca storica, sapevo che non erano rare le rivolte sulle navi negriere, che nei tre secoli e mezzo del macabro commercio di corpi umani, si verificavano un viaggio ogni dieci, anche se le navi negriere erano progettate per rendere le rivolte difficili, se non impossibili, e i capitani delle navi possedevano un collaudato bagaglio di conoscenze e pratiche su come prevenire le rivolte, che andava dall’uso del conflitto etnico all'applicazione della tortura e del terrore. Le rivolte che avevano successo, tuttavia, erano estremamente rare, il che solleva la domanda: come hanno fatto gli africani dell’Amistad? Nel libro la mia risposta è che la chiave del loro successo risiede nel lato africano della storia: nell’addestramento come guerrieri che i ribelli dell’Amistad avevano ricevuto nelle loro società di origine. Altre storie sulla ribellione dell’Amistad, scritte «dall’alto» e incentrate sul caso giudiziario che coinvolgeva élite politiche, giudici e abolizionisti, avevano ridipinto di bianco la vera storia «dal basso» dell’ammutinamento, privando gli africani ribelli del posto centrale nella storia della loro libertà.

Le proteste mondiali contro l’assassinio di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio 2020 hanno sollevato con urgenza la questione della giustizia razziale e, implicitamente, la lunga storia della schiavitù e il razzismo che si cela dietro. Se gli anni Trenta del Diciannovesimo secolo hanno visto un'ondata di lotta contro la schiavitù, il nostro tempo è testimone di una nuova recrudescenza contro le sue numerose eredità distruttive negli Stati Uniti e nel mondo discriminazione, povertà persistente, profonda disuguaglianza strutturale, violenza della polizia e del sistema carcerario, morte prematura. Questi sono alcuni dei frutti velenosi della schiavitù. Ritengo che questi problemi non possano essere superati senza fare i conti con la storia della schiavitù e del capitalismo in Europa e nelle Americhe, poiché è sempre più chiaro che i profitti della schiavitù e della tratta degli schiavi hanno segnato l'ascesa dell'Occidente.

Nel tentativo di favorire la discussione su queste pressanti questioni morali e politiche, ho lavorato con il regista Tony Buba e un team di storici e registi americani e della Sierra Leone per produrre un documentario intitolato Ghosts of Amistad: In the Footsteps of the Rebels. Il film racconta un viaggio in Sierra Leone nel maggio 2013 per visitare i villaggi nativi dei ribelli che si impossessarono dell’Amistad. Per intervistare gli anziani sulla memoria locale del caso e per cercare le rovine a lungo perdute di Lomboko, la fabbrica del commercio di schiavi dove era iniziato il loro feroce viaggio transatlantico. Ci siamo affidati alle conoscenze degli abitanti dei villaggi, dei pescatori e dei camionisti per recuperare dal basso la storia perduta della lotta contro la schiavitù; per esplorare le origini africane degli eroi dell’Amistad e ricostruire la figura di coloro che furono catturati e fatti schiavi nel sud della Sierra Leone e che si sarebbero ritrovati sull’Amistad, all'inizio di quella che si sarebbe rivelata un’odissea di proporzioni epiche.

Sia il film che il libro su cui si basa cercano di mostrare che le persone comuni non solo vivono la storia, la fanno, la modellano. Sono dotati di iniziativa soggettiva autonoma. Questa è «storia dal basso», un tipo di storia militante che non esplora le vicende di re, filosofi e altri «grandi uomini bianchi» sempre privilegiati nei libri di storia, ma quella dei poveri, spesso oppressi, lavoratori, donne e bambini che hanno costruito il mondo in cui viviamo. Ghost of Amistad è «storia dal basso» in azione. E anche un film su come ricordiamo e obliteriamo la storia, su dove possiamo trovarla, come possiamo ricostruirla e come possiamo trarne ispirazione. Spero di poter discutere il film con i lettori di «Machina», soprattutto perché le navi di migranti e il traffico di esseri umani sono questioni centrali per l’attivismo politico oggi in Italia.