Gennaio 1979: Magazzino




Chicco Funaro, militante di Rosso, è stato direttore responsabile dei due numeri di «Magazzino». Arrestato il 21 dicembre 1979 ha scontato sette anni di carcere. Questo testo è tratto da: Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita, Avete pagato caro non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» (1973-1979), DeriveApprodi, Roma 2008.

I pdf dei due numeri della rivista «Magazzino» sono qui scaricabili in fondo alla pagina. * * *


«Perché questa rivista? Per contribuire alla formazione del quadro medio di movimento. Essa risponde a un’esigenza di quel mercato di valori d’uso che il movimento produce per se stesso».

Gennaio 1979.

In Iran, la legge marziale, che ha già causato a Teheran centinaia di morti, soprattutto tra gli studenti dell’Università, non riesce a contenere la marea montante della rivoluzione degli ayatollah. Dal suo esilio parigino, Ruhollah Khomeini ha dichiarato: «Se la dinastia non lascia il governo, sarà inevitabile la guerra civile». Lo Scià si appresta a lasciare il paese.

In Cambogia, le truppe nordvietnamite sono entrate a Phnom Penh, abbattendo il regime di Pol Pot e degli Khmer Rossi.

A Beirut, il Mossad uccide Ali Hassam Salameh, il capo del commando che aveva sequestrato gli atleti israeliani a Monaco nel 1972.

In Italia, i Vescovi della Cei hanno lanciato una vasta campagna contro «l’orrendo crimine» dell’aborto.

Il prefetto Rinaldo Coronas è il nuovo capo della polizia.

A Catanzaro, il processo per la strage di piazza Fontana è alle ultime battute, e Giovanni Ventura si è sottratto al domicilio obbligato fuggendo con l’aiuto dei Servizi.

A Roma: i Nar fanno irruzione nei locali di Radio Città Futura, ferendo a raffiche di mitra alle gambe le redattrici di Radio donna; in uno scontro con la polizia, viene ucciso con un colpo di pistola alle spalle il militante di destra Alberto Giaquinto, di 18 anni; nel quartiere Talenti, ignoti uccidono il missino Stefano Cecchetti.

Infuriano le polemiche sul caso Moro e dalle colonne di «OP», la rivista diretta da Mino Pecorelli, vengono sparsi a piene mani i veleni dei suoi supposti retroscena.

A Milano, il commercialista ed esperto finanziario Giorgio Ambrosoli, che lavora a dipanare l’intricatissima matassa politico giudiziaria dell’affare Sindona, riceve sempre più aperte e pressanti minacce dal finanziere siciliano.

È insediato, a Torino, il nuovo vertice Fiat: Gianni Agnelli, presidente; Umberto Agnelli, vice presidente e amministratore delegato; amministratori delegati sono Cesare Romiti e Nicola Tufarelli.

Nella stessa città, Prima linea uccide in un agguato l’agente di custodia Giuseppe Lo Russo e, a Milano, il giudice Emilio Alessandrini. L’Italia entra nel Sistema Monetario Europeo.

Il Pci decide di uscire dalla maggioranza che sostiene il governo Andreotti.

Le Brigate rosse uccidono a Genova Guido Rossa.

Esce nello stesso mese il primo numero della nostra nuova rivista: «Magazzino».

Le ragioni dell’intrapresa sono esposte nel pezzo che inizia a pagina 98 e termina orgogliosamente in quarta di copertina. E che si intitola Alcune ipotesi di lavoro in forma di editoriale. L’incipit è quello all’inizio riportato. Nel testo si legge anche:

«Di qui anche la forma della rivista: un magazzino di materiali, un insieme di differenze, da cui si tentano degli approcci a categorie più generali sempre nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza del movimento. Quello che a noi interessa è contribuire a sviluppare i percorsi della soggettività collettiva, della sua immediatezza che si è consolidata nel corso degli anni ’70 fino ai problemi organizzativi e strategici che stanno maturando. È una rivista dell’autonomia, nell’autonomia, per l’autonomia».


E ancora:

«Noi crediamo che con il ’78, con la rivolta degli ospedalieri e della forza lavoro sociale contro il Piano Pandolfi e la linea Eur si apra (...) una nuova circolazione di lotte (...) attorno alla figura operaia vincente, l’operaio sociale.

Le differenze indotte dalla ristrutturazione capitalistica sono fortissime: eppure anche il movimento è fortissimo (...) nel suo insieme (...) non ha subito lungo un ventennio, una sconfitta decisiva.

È un movimento che, con le lotte in corso, mostra (contro tutti i corvi) la sua maturità attraverso la forza di autorganizzazione non di piccoli gruppi ma di interi strati sociali del proletariato.

Bene, questa rivista (...) si rapporta interamente a questi processi lotta (...). Noi vogliamo lavorare sulla figura dell’operaio sociale in quanto figura egemone della lotta di classe nell’epoca presente (...) riteniamo che solo l’operaio sociale possieda una dinamica di ricomposizione del processo che può unificare tutto il lavoro sfruttato».

Il ragionamento continua insistendo poi, contro ogni «autonomia del politico», e corrispondentemente, contro ogni «idealismo individualistico», sulla necessità di mediare la discontinuità del movimento attraverso la continuità collettiva dell’organizzazione. Il dibattito che la rivista intende aprire deve portare all’identificazione dei momenti teorici centrali e all’approssimazione della soluzione dei problemi materiali dell’organizzazione.

Regaliamoci un’ultima citazione testuale:

«L’autovalorizzazione del proletariato, nella lotta continua di questi decenni, ha raggiunto una qualità formidabile. Si tratta ora di capire le linee del passaggio all’autodeterminazione, la via attraverso la quale il processo di transizione è ricondotto alla dinamica concreta dei comportamenti di classe, all’esercizio generale di potere della classe, al farsi comunista del soggetto collettivo».

Si tratta dell’ultimo passaggio «politico» dell’editoriale, il pezzo prosegue poi come detto in quarta di copertina, mettendo in bella evidenza grafica un sommarione del numero e dei suoi contenuti.

Non c’è dubbio alcuno che anche nel gennaio del 1979, tali affermazioni suonino, se non forzate, come minimo forzanti.


A Milano, nel dopo Moro, e nella crisi generale che attanaglia ciò che resta del tessuto politico milanese, il movimento, ridotto al suo minimo, si limita a fare da spettatore al dilagare metropolitano delle formazioni combattenti e delle bande armate che ai gruppi più grandi fanno da satelliti. I nostri riferimenti organizzativi, per quanto hanno potuto valere sino a poco tempo prima, quelli rappresentati da «Rosso», la rivista e i collettivi di via Disciplini, hanno nell’autunno del 1978 cessato anche formalmente di esistere, e da noi non può certo nascere una nuova proposta di aggregazione. Possiamo al massimo cogliere, per vie più interne, gli echi delle vicende venete e delle campagne politico-militari che animano con frequenti ricorrenze i territori del nord est. Radio Black Out, nata tardivamente come iniziativa militante, si sta trasformando in una piccola, litigiosa impresa privata. Gianfranco Pancino è latitante da più di un anno, molti altri compagni hanno mollato e sono in giro per il mondo non si sa bene a fare cosa. A sostenere una possibile continuità di progetto, sono rimasti in pochissimi, forse il solo Franco Tommei, che ha creduto di poter intessere nuove alleanze «strategiche» con lo spezzone di sopravvissuti alla lunga diaspora di Lotta continua guidato da Cespuglio Brambilla Pisoni. Ma anche l’ultimo sogno di Francone è arrivato al momento del brusco risveglio: un’assemblea intitolata all’andare «Oltre il terrorismo» è stata impedita dall’azione di un gruppazzo armato che, nella notte precedente la data fissata, ha devastato la sala in cui l’incontro deve svolgersi, coprendone le pareti con scritte vili e infami.

Su un piano più generale, Veneto a parte, la situazione è altrettanto poco incoraggiante. La stessa lotta degli ospedalieri a cui fa riferimento l’articolo, caratterizzata da una forte iniziativa autonoma in tema di nocività, di lotta alle baronie cliniche e ai livelli di mediazione dei partiti e dei sindacati, di riduzione dell’orario e di parità salariale, che ha raggiunto il suo apice tra l’agosto e l’ottobre, è ora in fase di esaurimento, come tutte le lotte contrattuali che si sono chiuse in precedenza. Nessun elemento concreto sembra dunque poter giustificare nell’area dell’autonomia un appello alla ripresa di un processo collettivo di organizzazione che abbia un minimo di attendibilità.

Ciò che però non è ancora venuto meno, e in qualche modo rende legittima la forzatura, la fa apparire agli occhi di chi la compie storicamente determinata, è la tensione del considerarsi ancora soggetti politici, del sentirsi ancora «nel ciclo» o «dentro la fase». Come se il recente passato sia ancora qualcosa che può avere a che fare col futuro: e dunque sia possibile (e abbia senso farlo) discutere e dibattere, produrre idee, progettare, condurre battaglie. Per astratta che possa essere, una tale convinzione è comunque rassicurante ed è soprattutto sentita come necessaria e ineludibile: l’ideologia e la prassi possono continuare a incarnare quella critica radicale nei confronti del mondo della vita che è fondamento della «militanza».

Un segno positivo in questo senso è venuto dall’ultima uscita di Negri: l’intervista sull’operaismo curata da Paolo Pozzi e Roberta Tomassini ha suscitato un notevole interesse, è parso subito chiaro ai lettori, tra le altre cose, che la puntuale e circostanziata rivendicazione delle origini politiche e culturali dell’esperienza di «Rosso», ha il merito non secondario di aver ridato identità a larga fetta dell’autonomia e al suo essere stata (o essere ancora, forse) progetto. E di far pensare, in conseguenza di ciò, che si possa riaprire uno scontro politico con le Brigate rosse e ciò che esse rappresentano in termini ideologici, soprattutto. Uno scontro in ogni caso, vista la disparità delle forze materiali in gioco e degli eventi in atto, condotto in astratto, sulla teoria e la «dottrina», e che costringe a notevoli forzature e sovradeterminazioni sul piano linguistico e concettuale; ma che sempre scontro è, o almeno vorrebbe essere.


Da sempre, una rivista è la forma canonica per dare voce alla crisi, alla riflessione e al dibattito, alla possibile ripresa. Nell’operaismo, la rivista è l’incarnazione materiale dell’inchiesta e delle ricognizioni, delle prime incursioni verso i territori poco esplorati delle nuove condizioni strutturali del lavoro, della produzione e della riproduzione, della nuova composizione, tecnica e politica, di classe.

E dunque: «Magazzino». Un progetto abbozzato alla fine dell’estate e subito sottoscritto, insieme a Negri e a Luciano Ferrari Bravo, da un buon numero di compagni: alcuni di «Rosso»; altri provenienti dalla Facoltà di Padova o dagli ambienti accademici che hanno in Toni un riferimento centrale; altri ancora qui giunti dalla controcultura o da esperienze sino ad allora lontane, come il gruppo marxista-leninista di Francesco Leonetti.

Dalla discussione sul piano redazionale scaturisce una tripartizione della rivista. Una prima sezione raccoglie rubriche e interventi: articoli di vario contenuto e di taglio, spesso riferiti all’attualità e alle principali emergenze politiche e culturali del momento. Una sezione centrale deve invece proporre un dossier, volto a illustrare, e soprattutto documentare, l’emergenza di nuovi fenomeni sociali, di nuove tendenze politiche esemplari o di largo periodo. Una terza sezione deve invece raccogliere contributi più strutturati, quasi sempre di tipo teorico, legati alla ricerca e alla produzione scientifica e culturale d’area. Per sua fortuna, «Magazzino» nasce dunque con una scansione ampia e articolata, con una notevole capacità di documentare e di aprire nuove prospettive; e capace veramente di fare da contenitore a temi e argomenti di buon respiro e di interesse più generale. Il primo numero, quello appunto uscito nel gennaio del 1979, incarna assai bene questa formula. Nella prima sezione, fa spicco innanzitutto un pezzo di Paolo Pozzi sul tema dell’emittenza privata, di scottante attualità, soprattutto in funzione del primo progetto di legge di regolamentazione del settore, in quel momento in itinere. Dopo aver elencato alcuni dati sulla misura del fenomeno (di rilievo soprattutto quelli relativi al formarsi di un grande mercato «privato» della pubblicità), Pozzi descrive con precisione i mutamenti strutturali in atto nell’industria dell’informazione, soprattutto quelli derivati dall’introduzione delle nuove tecnologie e dell’informatizzazione dei sistemi, e dalla diffusione planetaria delle emittenze via satellite; un panorama sulla trasformazione dei mass media i cui effetti non possono che apparire di lunga durata. La parte finale dell’intervento è infine dedicata all’analisi del progetto di legge (poi scomparso nel nulla) e al ruolo giocato dal Pci, attento solo a mantenere a ogni costo la sua «proprietà» sulla terza rete Rai, e da quello del Psi, apertamente schierato per il mix pubblico/privato che arriverà poi ai nostri giorni. Di sincero interesse un articolo di Dinni Cesoni sull’eroina come «trasgressione ma anche consumismo, qualunquismo (...) [che] (...) si diffonde sull’intollerabilità della vita (...) ma ti riconduce a un unico bisogno coatto, il buco quotidiano, costringendoti a servirla». Seguono poi pezzi sulla riforma della scuola, sul cinema, sul blues. Alisa Del Re analizza con puntualità «la fase» del movimento femminista. Un articolo ripreso da «Le monde diplomatique» tratta del dissenso nell’Unione Sovietica. Due le presenze letterarie: le Maledizioni di Francesco Leonetti, versi e poemetti in forma di Foglietti volanti; e un racconto di Nanni Balestrini, sugellato nel suo rigido sperimentalismo linguistico. Inconsueto nella forma ma anche nella verve critica, più distesa e meno incalzante del solito, un lungo pastone di Negri dedicato a recensire libri e pubblicazioni di recente uscita: Cacciari, sullo Stato in Hegel e contro l’autonomia del politico; Simon Nora e Alain Mine (L’informatisation de la société); Regis Debray e Guido Viale, entrambi con due scritti sul decennale del ’68; il Gino Benzoni del bellissimo Gli affanni della cultura, dedicato agli intellettuali e alle accademie del Seicento e del Settecento; Feyerabend. Poderoso il dossier centrale dal titolo Black out Usa – l’altro movimento operaio. Nella presentazione del curatore, Tino Costa, si può leggere all’inizio: «Parlare degli Usa significa per noi cercare di capire quella faccia nascosta del pianeta operaio che è stata anche qui per troppo tempo la situazione di classe americana».

Hanno parte nel dossier articoli di Luciano Ferrari Bravo (Usa, la contraddizione in movimento); di Christian Marazzi (Lo stato nella Classe, già apparso sull’ultimo numero di «Rosso»); di ricercatori americani come Frances Fox Piven e Richard A. Cloward (La crisi urbana come terreno di mobilitazione popolare); di Martin Glaberman (Lo sciopero dei minatori); di Dario De Battoli (Soggettività operaia e ristrutturazione nei porti statunitensi).

Spicca al centro della sezione una straordinaria cronaca di Paolo Bertella Farneti e Giuliano Buselli sul black out elettrico di New York del luglio del ’77, che dà il via a un’ondata di disordini spontanei, di assalti disordinati a negozi e supermercati e di saccheggi con pochi paragoni nella storia delle metropoli moderne.


Chiarissimo l’intento del dossier quello di descrivere e analizzare sempre più numerosi fenomeni di insorgenza e di sovversione sociale non mediabili da alcun livello di riformismo, anzi, direttamente antagonisti e del sindacato e delle istituzioni del welfare. E contemporaneamente non assoggettabili ad alcuna forma di «progetto di partito» e di «idealismo individualistico», e dunque eventi tellurici e devastatori nella loro irrefrenabile magnitudo «naturale» più forte ed esemplare di ogni possibile azione «d’avanguardia». Un proposito ben sostenuto e documentato, ineccepibile dal punto di vista scientifico ma anche carico, come si voleva, di implicazioni politiche.

Nella terza sezione, due i contributi di maggior rilievo. Nel primo, Roberto Lauricella tenta, con una lunga e dettagliata analisi, la via del decrittare il disegno strategico di contenimento delle lotte e delle dinamiche salariali contenuto nel Piano Pandolfì, documento di programmazione economica e finanziaria presentato in Parlamento nell’estate, in contemporanea alla discussione sull’ingresso dell’Italia nello Sme. Il Piano, di contro all’invasione della società e di ogni sua piega da parte del produttore sociale, si pone come un tentativo di controllo del costo della forza-lavoro sociale e come rivalutazione del ruolo dell’impresa. Il salario diventa dunque oggetto di una politica dei redditi gestita dal nuovo patto sociale, che deve tentare la strada del contenimento delle nuove forme dell’occupazione, all’interno delle quali si va profilando invece e sempre più decisamente la realtà dirompente dei processi di autovalorizzazione. Il contributo di Lauricella è seguito da un intervento di profilo tecnico dell’economista Roberto Convenevole.

Il secondo viene da Roberta Tomassini, con un pezzo che parte dal movimento del ’77 come liquidazione dell’ideologia dell’«autonomia del politico» per descrivere i nuovi apologeti di tale ideologia e demistificarne il linguaggio. Per poi approdare a una precisa identificazione sia del passaggio che dà centralità strutturale ai processi di autovalorizzazione, sia della necessità che tali processi sappiano immediatamente approdare all’autodeterminazione politica. Quello della Tomassini si pone come un articolo di grande impegno e spessore. Una pagina chiave per tutta la rivista è quella in cui, sotto alla voce Neologismi, si dà conto semantico e politico dei tre lemmi principali che cominciano ad apparire come i capisaldi di un nuovo lessico del rilancio e della ripresa: valorizzazione, autovalorizzazione, autodeterminazione.


Mentre iniziano ad arrivare per la prima uscita segnali di gradimento da parte di un certo numero di ambienti di movimento, inizia e viene portato avanti il lavoro redazionale per la preparazione del secondo numero.

Anche in questo caso il compito di segnare politicamente la rivista viene affidato a un editoriale in cui risuonano, più esplicitamente che in quello precedente, e in nome di un maggior approfondimento critico e polemico, giudizi «forti», che cercano a loro modo di essere trancianti e liquidatori:

«In questo numero di “Magazzino” ci sembra di verificare all’interno del movimento di classe la consapevolezza che l’attuale crisi politica significhi la sconfitta del riformismo operaio e apra i tempi della lotta di classe per il comunismo (...).

Al di là di ogni ideologia delle due società (...) di ogni mitica nostalgia dell’operaio massa emerge dai processi di ristrutturazione una nuova composizione di classe che deve riconquistare la centralità operaia in forme di lotta che siano in grado di legare la rigidità in fabbrica alle lotte sociali (...)».

Più avanti:

«La farsa contrattuale (...) dimostra che non vi è più possibilità di sviluppo della lotta operaia se non nella ricomposizione fra proletariato di fabbrica e proletariato diffuso, nell’apertura della vertenza comunista contro lo Stato. La lotta immediatamente comunista come rifiuto del lavoro e autovalorizzazione è infatti la sola condizione disviluppo della lotta operaia. È avventuristico e impensabile, oggi, concepire in termini di avanguardia minoritaria il passaggio alla lotta diretta per il comunismo che non può darsi se non in termini di massa. Ancora più scorretta ci sembra in questo senso qualsiasi ideologia dei possibili usi di sinistra del terrorismo (...)». E infine: «Non è più sufficiente (...) una teoria volgare dei bisogni operai e proletari come espressione immediata dell’autonomia di classe: la capacità operaia e proletaria di direzione e di governo sui modi della socializzazione implica in sé un progetto di autodeterminazione politica che costruisca il comunismo come alternativa storica matura». La scaletta del numero prevede per la prima sezione, tra gli altri articoli, una nuova analisi del fenomeno eroina ancora da parte di Dinni Cesoni; la trascrizione di un intervento di Mario Tronti a un convegno dell’Istituto Feltrinelli, liquidatorio nei confronti di ogni tentativo di recupero della politica del Pci; un lungo, appassionante racconto di Karl-Heinz Roth sulla sua esperienza di detenuto nelle prigioni e nei centri clinici carcerari della Rft; un contributo di Paolo Pozzi sulle nuove tecnologie informatiche che stanno rivoluzionando il mondo dei giornali e della carta stampata; un’intervista di Franco Tommei ai compagni di Lotta continua per il comunismo; un pezzo sullo Sme di Luciano Ferrari Bravo. Il fotografo Tonino Conti presenta un servizio sui bassi e gli scantinati adibiti a fabbriche domestiche e laboratori artigiani nel cuore dei quartieri storici di Napoli.

Il dossier sulla Fabbrica difforme curato da Toni Negri, raccoglie materiali documentari di ottima approssimazione ai grandi temi della ristrutturazione dei processi produttivi nella grande fabbrica. Da quelli come nell’Ansaldo di Genova, in cui il Pci partecipa direttamente, attraverso i suoi quadri, alla progettazione delle linee di controllo e di comando; a quelli, come in Fiat, in cui la nuova struttura tecnologica informatizzata e robotizzata incide direttamente sulla composizione di classe operaia riorganizzandola e controllandola in maniera nuova. È proprio la contemporaneità dei modelli difformi, sia di comando che di produzione, che diventa la caratteristica fondamentale del modello industriale ristrutturato e della fabbrica sociale.

Nella terza sezione, spiccano articoli di Roberta Tomassini, di Christian Marazzi, di Ivo Galimberti. Roberto Lauricella apre la discussione sull’organizzazione con un pezzo sulla composizione tecnica e la composizione politica di classe.

Alla fine di marzo, la rivista è quasi pronta. Mancano soltanto un pezzo di Luciano Ferrari Bravo sulla crisi istituzionale e le prossime elezioni, e un intervento di Toni Negri che deve ampliare il dibattito aperto da Roberto Lauricella. Gli arresti del 7 aprile ci colgono con il numero già in bozze. Decidiamo di andare avanti con poche modifiche. Franco Tommei prepara una copertina con un Frankenstein che incarna il mostro della repressione. Io scrivo, con molta fatica e angoscia, una pagina di saluto ai compagni in carcere, nella quale mi sforzo di promettere che il lavoro comune rappresentato da «Magazzino» in qualche modo dovrà continuare, per reagire, contro ogni logica dell’emergenza, alla mostruosità delle accuse loro rivolte. Ai primi di maggio, la rivista raggiunge in qualche modo le librerie e qualche sparuto compagno. Non sappiamo ancora se e quando i compagni chiusi negli Speciali potranno leggerla.

Non occorre troppo, a noi che siamo rimasti fuori, per renderci conto che il castello delle accuse verso il 7 aprile non è che l’inizio di un processo repressivo di portata imprevedibile. Di lì a qualche tempo, nessuno di noi avrà più tempo o modo di occuparsi di una rivista.


Qui è possibile scaricare i due numeri della rivista «Magazzino» in Pdf:

Magazzino-1
.pdf
PDF • 38.95MB
Magazzino-2
.pdf
PDF • 53.66MB