Forma dello Stato e sottosviluppo nel Mezzogiorno italiano





Per continuare a riflettere sulla frattura interna che segna la storia del paese e interrogare le ragioni storiche e politiche del «sottosviluppo» e della razzializzazione del Mezzogiorno italiano, il testo di Luciano Ferrari Bravo che qui proponiamo è un classico irrinunciabile. Nell’introdurre Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, scritto nel 1972 insieme ad Alessandro Serafini (ripubblicato da ombre corte nel 2007)[1], guarda all’intervento dello Stato nelle regioni del Sud tra gli anni Cinquanta e Sessanta e propone il «governo del sottosviluppo», o meglio del rapporto tra sviluppo e sottosviluppo, come chiave interpretativa del divario tra il Nord e i molti e diversi Sud d’Italia.

Lo scritto, che pone in termini nuovi la «questione meridionale», offre un punto di vista irriducibilmente antagonista che spiazza l’ideologia «riformistico-repressiva» del meridionalismo classico e dell’integrazione del Mezzogiorno affidata «alla forza dei rapporti di produzione “moderni”». Per questa sua natura, ha fornito un’importante fonte di ispirazione alle lotte per il cambiamento sociale negli anni Settanta, al Nord come al Sud (si veda in proposito il Primo Volume sull’Autonomia meridionale, in uscita per Derive Approdi), e continua a offrire importanti spunti critici per leggere il presente; per decifrare ad esempio il governo del sottosviluppo nel Piano nazionale di rinascita e resilienza (Pnrr).


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Poniamo immediatamente, in sede preliminare, alcune questioni generali di impostazione. In primo luogo se esista oggi, alle soglie degli anni Settanta, una realtà del Mezzogiorno – un «oggetto», se si vuole, della questione meridionale[2]– che sia omogeneo a quello sotteso non soltanto al dibattito (alle molteplici linee interpretative della dinamica del Sud concresciute ormai da un secolo) ma soprattutto a quell’iniziativa statuale che si sviluppa a partire dagli anni Cinquanta – e che costituisce il termine a quo del nostro discorso. In secondo luogo e in caso di risposta negativa, se sia corretto «imputare» il nuovo assetto meridionale a quell’iniziativa, se sia legittimo assumere, come elemento acquisito a grandi linee, un generale rapporto di «causalità» tra quella e questo. Infine, in caso positivo, quali siano le qualificazioni specifiche che, quanto meno in prima approssimazione, vanno attribuite alle «scelte» del ’50, e dunque al rapporto attivo e reale tra quelle scelte e lo sviluppo successivo.

«Dopo vent’anni di sviluppo economico nazionale, di intervento straordinario e di emigrazione, il Mezzogiorno è profondamente diverso da quello che era all’indomani della seconda guerra mondiale». Così, se è vero che sulla gravità del problema meridionale esiste oggi «concordanza di giudizi, finalmente raggiunta dopo oltre un secolo di vita unitaria del paese»[3] – come sostiene uno dei massimi meridionalisti italiani – è vero anche, paradossalmente, che questa concordanza formale (ma in questo senso essa è probabilmente sempre esistita) sopraggiunge quando tutti i termini tradizionali, secolari appunto, del problema sono divenuti qualitativamente diversi.

Cos’è dunque mutato nel Sud? Proprio le scadenze che maturano nel passaggio agli anni Settanta (in particolare, l’apprestamento del nuovo piano economico nazionale, l’approvazione della nuova legge di rifinanziamento dell’intervento straordinario) vengono fornendo la necessaria base analitica per uno sguardo d’insieme[4]. Ma, per quello che ora ci interessa, il quadro è già sufficientemente delineato, e un’elementare operazione di «sovrapposizione» a quello di vent’anni or sono ci può consentire un inizio di risposta al primo quesito che ci si è posti. Diamo dapprima uno sguardo ai dati «strutturali» più rilevanti: una espansione del reddito che lo ha condotto quasi a triplicarsi in vent’anni, con un aumento annuo medio del 5 per cento; una struttura dell’occupazione per settori che ha visto quella extra agricola aumentare del 60 per cento (da 2,5 a 4 milioni); un incremento della produzione agricola del 2,8 per cento annuo che, calcolata per addetto, raggiunge, a causa dell’esodo, il 5 per cento; l’esistenza ormai consolidata di alcune aree variamente industrializzate su tutto il territorio meridionale e di un sistema di «incentivi» e di strumenti istituzionali per guidarne l’ulteriore espansione; l’acquisizione di un’ampia rete infrastrutturale – acquedotti, strade, bonifiche e irrigazioni, servizi civili – che per alcuni aspetti, in particolare per effetto della viabilità stradale, ha effettivamente «rivoluzionato» il paesaggio sociale meridionale[5]. A cosa si potrebbe arrivare, continuando questo schizzo? All’apologetica di una presunta fine della questione meridionale per estinzione pura e semplice dell’arretratezza, del sottosviluppo che l’ha determinata?[6] No certamente. Non soltanto è vero che a ognuna delle serie di dati all’attivo corrispondono serie di dati al passivo, che alle «luci» corrispondono le «ombre»: tra quelli ricordati è sufficiente annotare che l’aumento dell’occupazione extra agricola nel ventennio si compone per la metà di occupazione nei servizi (di cui il 14 per cento per la P.A.), ben il 31 per cento nell’edilizia e il 13 per cento soltanto in attività industriali manifatturiere; ma soprattutto che, qualsiasi riduzione si operi dei tradizionali orientamenti in tema di questione meridionale – vuoi a un’impostazione perequativa in termini di indici di reddito (consumi privati e pubblici, vita civile, modernizzazione di strutture sociali ecc.) vuoi, più modernamente, alla necessità di dar luogo nel Sud a un autonomo meccanismo di sviluppo (uno sviluppo self-sustaining) – essa sembra mantenere tutte le proprie ragioni. Il divario tra Nord e Sud è cresciuto anziché diminuire: l’arretratezza relativa si è perciò approfondita; mentre nessun autonomo processo di sviluppo sembra a tutt’oggi concretamente individuabile[7].

Tuttavia, il permanere di tale situazione di «dipendenza», in presenza però, questa volta, di un insieme di fatti istituzionali e di processi economici strutturali di grande rilievo accumulatisi proprio in questo ventennio, consente alla riflessione più avvertita di cogliere, magari da opposti punti di vista, alcuni elementi qualitativamente nuovi, tali da spostare l’intera trama della questione meridionale.

Il primo è il passaggio dell’economia e dell’intera società meridionale da un rapporto di «separazione» a uno di «integrazione» rispetto al complesso dell’economia nazionale (ed internazionale). Integrazione non significa costituirsi nel Sud di una struttura economica identica o simile a quella settentrionale; al contrario, come essa si è venuta realizzando, nella prima fase del processo, principalmente sul fondamento materiale più «subordinato» possibile, cioè mediante il contributo delle migrazioni interne all’approvvigionamento di forza-lavoro per lo sviluppo, così, nella vicenda successiva e, prevedibilmente, in quella futura, essa procede continuando a riferirsi alle risorse economiche e politiche del Sud in quanto area sottosviluppata – all’arretratezza come risorsa dello sviluppo. Su questa base, allora, integrazione significa, in primo luogo, il progressivo trascorrere del rapporto tra Nord e Sud, tra sviluppo e sottosviluppo, da rapporto esterno – per il quale, magari scorrettamente, ma significativamente è stato tanto spesso evocato il fantasma della rapina coloniale – a rapporto interno allo sviluppo: in questo senso, al di là dell’unificazione politico-amministrativa ormai secolare, al di là dell’unificazione del «mercato», l’interiorizzazione della funzione del Sud nello sviluppo realizzatasi in maniera sempre più definitiva in questi vent’anni vuole rappresentare l’avvenuta unificazione «capitalistica» del paese nel suo senso più proprio di dominio totalizzante di uno specifico rapporto sociale e politico; e, in secondo luogo, significa la sempre maggior irrilevanza, sia in termini di interpretazione del fenomeno che di intervento su di esso, del rapporto «dualistico» in quanto tale, tra le due parti del paese, rispetto alla crescente internazionalizzazione della vita economica (e non solo economica) per aree più vaste, nei confronti delle quali una depressione come quella meridionale si rappresenta non come «lato» di un rapporto duale ma semmai come «angolo» attardato, accanto ad altri, di un sistema economico più largo e, appunto, integrato. Elementi sociologici, e in definitiva politici, si intrecciano necessariamente, entro il punto di vista illustrato, con quelli strettamente economici: ecco così, da un lato, l’accentuazione dei fenomeni di rottura di vecchie barriere, a livello della società civile, tra le due parti del paese – circolazione di modelli di «consumo» con relativi effetti di dimostrazione e via dicendo –; e la rilevazione, dall’altro – che è costitutiva in questo tipo di giudizio, – del formarsi, all’interno dell’area meridionale, delle condizioni concrete per una fuoriuscita definitiva dallo stato di arretratezza stagnante – il processo di take-off è effettivamente iniziato nel Mezzogiorno, a partire dal 1950 (e basti per ora accennare al doppio rapporto che lega proprio l’alleggerimento della «sovrappopolazione» meridionale alla ristrutturazione dell’agricoltura e all’assorbimento di forza-lavoro nei settori extra agricoli in loco)[8].

In secondo luogo, dunque, proprio in concomitanza di questo processo di integrazione – processo, si badi, che è avvenuto sì grazie al funzionamento complessivo del Sud come sacca di riserva di manodopera, ma si è prodotto per mezzo di una serie di interventi materiali, in primo luogo, come vedremo, attraverso l’intervento dello Stato a dotare il Sud di infrastrutture, a incidere sull’assetto dei rapporti agrari, a delineare in maniera ormai irreversibile i punti d’attacco dell’industrializzazione meridionale –, il «dualismo», anzi la vera e propria contrapposizione frontale tra aree sviluppate e aree del sottosviluppo si sono fatti interni al Sud – si sono piantati come caratteristica oggi dominante dell’intera situazione meridionale. Il Mezzogiorno come area complessivamente omogenea nella sua arretratezza (salvo ridottissime zone senza rilievo generale) non esiste veramente più[9].

Processo di integrazione capitalistica; «nuova geografia» del Mezzogiorno: l’acquisizione di questi soli elementi consente già una risposta alla prima domanda. Si tratta infatti dei dati costitutivi ultimi del «problema» meridionale – le «due Italie»; la depressione complessiva del Sud in uno stadio anteriore le possibilità stesse del decollo. Mutati questi, il «senso» stesso della riproposizione della questione, nella sua fisionomia tradizionale, storicamente consolidata, deve mutare – ammesso che essa possa ancora essere legittimamente riproposta. Ma se questo è vero, se le grandi linee generali che definiscono, eventualmente, i «nuovi termini» della questione meridionale sono quelle indicate, anche il secondo quesito può già ricevere, liminarmente, una risposta positiva. Una «imputazione» allo stato di questo tipo di risultati è possibile, ed è del resto pacifica, per la semplice ragione che tutti i principali passaggi materiali e storici che conducono a quelle trasformazioni e le caratterizzano – dislocazione del ruolo dell’agricoltura meridionale e nuovo paesaggio agricolo; struttura polarizzata dell’industrializzazione meridionale e via dicendo – hanno costituito via via oggetto specifico dell’intervento. Il ’50 è termine a quo del «decollo» capitalistico del Mezzogiorno e lo è di una nuova fase storica d’intervento da parte dello Stato – è pacifico che questa non è una mera coincidenza cronologica. Certo, ciò non significa assolutamente che sia possibile proiettare all’indietro chissà quale perfetta consapevolezza degli esiti storicamente accertabili del processo, né che sia possibile assumere, a priori, una perfetta coincidenza tra questi esiti e i «progetti» politici che quell’intervento hanno via via sostenuto[10]. E non è neppure necessario: il grado di rispondenza tra gli uni e gli altri è appunto il problema della ricerca, che va assunto in tutta la sua apertura (e in tutta la sua dialetticità: poiché anche il non-intervento, e ogni forma negativa o inefficace di esso, configura un’ipotesi di «imputazione» all’interno di una forma di Stato che si definisce complessivamente come Stato «responsabile»)[11].

Come qualificare, infine (è il nostro ultimo quesito) questa «svolta» del ’50, ed in particolare il ruolo centrale dello Stato che in essa si evidenzia? Questo ulteriore avvicinamento al nucleo tematico fondamentale della ricerca deve servire non tanto a un’inutile anticipazione dei suoi eventuali risultati, quanto a definire i termini generali, anche metodologici, d’impostazione.

Ruolo dello Stato, s’è detto. Esso si presenta senz’altro, a partire dal ’50 per la prima volta, come soggetto di definizione della globalità del problema meridionale, di determinazione di un progetto generale di sviluppo, di costruzione e gestione del relativo processo. Si presenta, in una parola, come Stato-piano. Pianificazione e sottosviluppo: la complementarietà di questi due termini appare intuitiva, e suffragata empiricamente e storicamente dal «trattamento» dell’arretratezza a livello mondiale[12]. Tanta è la «ovvietà» del rapporto che esso si rappresenta dapprima come esclusivo, biunivoco: lo sviluppo è qui l’orizzonte e lo scopo stesso del processo; esso è presente dapprima solo negativamente, come assenza non più sopportabile – al limite, la sua conquista sopprime il rapporto: l’«uscita» dal sottosviluppo può rendere inutile il piano[13]. Questa ideologia iniziale, così importante praticamente sul piano mondiale, sebbene dura a morire, oggi non regge più. La «forma» dello Stato-piano è man mano divenuta – entro «istituzioni politiche« e costellazioni di valori diverse, è appena il caso di dirlo – la forma generale dello Stato contemporaneo, anche e soprattutto laddove lo sviluppo «c’è». L’interesse del «caso italiano» è proprio questo[14], pur con tutte le cautele ed i limiti a ogni disinvolta generalizzazione che derivano appunto dalla sua particolarità di cumulare, entro un rapporto che si vuole «dualistico», la dinamica dello sviluppo e quella dell’arretratezza: che in un’area relativamente ristretta e in un arco di tempo limitato è possibile seguire il passaggio dello Stato, come Stato-piano, da un rapporto «esclusivo» col sottosviluppo a una dimensione complessiva: dal sottosviluppo allo sviluppo, o meglio, come vedremo, al governo del loro rapporto. E all’interno di questa vicenda ogni ideologia che immagini ancora lo sviluppo come spontaneità del processo deve necessariamente venir meno, come, corrispettivamente, deve cadere ogni nostalgia di un’«economia» separata dallo Stato.

Ciò che però importa, ora, non è tanto seguire la direzione della vicenda, che è sufficientemente chiara, in tutta l’articolazione dei suoi passaggi. Al di là di una ricostruzione conchiusa, inadeguata oltretutto a un processo come quello dello sviluppo meridionale che si presenta oggi di nuovo palesemente in una fase di passaggio, ciò che qui interessa è fissare il senso e la funzione rispettiva dei termini generali dell’analisi, sul terreno, se si vuole, della «scienza politica» – per quel che ci riguarda, sul terreno di una definizione politica di sviluppo e sottosviluppo e di una definizione politica di piano. Tale è il punto di vista che assumiamo: definiamo, allora, lo sviluppo come nient’altro che un processo di conquista e ridefinizione continue di un rapporto di forza politico tra le classi, il piano come forma necessaria di questo processo a certi livelli di maturità della produzione capitalistica e, d’altra parte, il sottosviluppo, l’arretratezza sì come «disgregazione», ma come disgregazione delle stesse possibilità materiali di un attacco politico proletario al rapporto di classe fondamentale.

Quanto questo approccio – che appunto perciò andava dichiarato preliminarmente – diverga da quello assolutamente dominante nella letteratura dello sviluppo è fin troppo ovvio. «Definiamo lo sviluppo economico come l’incremento nel tempo del prodotto pro capite dei beni materiali»[15]: questa citazione che traiamo a bella posta da un libro, ormai «classico», di Paul Baran, è un tipico punto di partenza che accomuna e costringe sullo stesso terreno scienza «borghese» e scienza «marxista». Questa è costretta a recuperare nella figura di «ragione oggettiva» un criterio di orientamento e di giudizio nello scarto tra sviluppo reale e sviluppo «possibile» (o potenziale), a fondare apertamente sull’ideologia – e su quella più disincarnata dalla reale vicenda della lotta tra le classi – l’intero ragionamento[16]. Quella è condotta a svolgere la sua normale funzione di sostegno teorico-pratico al processo che dovrebbe indagare, onde la vigenza esplicita presso di essa del punto di vista capitalistico per cui l’arretratezza è soltanto la fase «preliminare» dello sviluppo non le impedisce di accuratamente registrare – come mostrano le sue oscillazioni tra livelli di squilibrio «nocivi» e forme di squilibrio «utili» – il complesso e contraddittorio movimento per cui il sottosviluppo è un limite allo sviluppo e per ragioni interne a esso va conquistato all’area dei rapporti direttamente capitalistici, ma insieme costituisce una condizione di rilancio, politica ed economica, che va mantenuta e continuamente ricostituita. Da questo stesso punto di vista, perciò – espressione ideologica, non perciò meno praticamente efficace; «oggetto» da ricostruire con cura «scientifica» per poterlo praticamente rovesciare – il sottosviluppo non è soltanto il «non-ancora» sviluppo, così come voleva già l’«ottimismo» dei classici dell’economia politica che si prolunga, enorme concrescenza mistificata, ben addentro ai nostri giorni; ma non è neppure solo il «prodotto» dello sviluppo, secondo un modo statico, «strutturalista», di leggerne la fisionomia, a torto ritenuto l’ultima parola del marxismo teorico su questo tema[17]. Esso è una funzione dello sviluppo capitalistico: una sua funzione materiale e politica. Ciò che, determinandosi, significa: funzione del processo di socializzazione capitalistica, della progressiva costituzione del «socialismo» del capitale. Sviluppo è infatti quello del potere capitalistico sulla società nel suo insieme, del suo «governo» della società – del suo Stato.

Di qui discende, in maniera lineare, l’ipotesi complessiva sulla scorta della quale intendiamo «leggere» le vicende del Mezzogiorno e del trattamento statale della depressione meridionale a partire dal ’50. Potremmo formularla, in estrema sintesi, così: il «ruolo« del Sud è stato da una parte, negli anni Cinquanta, quello di sede di invenzione, di sperimentazione e di verifica di strumenti istituzionali di piano (di una specifica politica di piano per il sottosviluppo); da un’altra parte, a partire dagli anni Sessanta, quello della definizione di un orizzonte generale di pianificazione, valido per lo sviluppo italiano nel suo insieme, nella determinatezza della sua natura e dei suoi problemi – una funzione di rilancio riformistico e pianificatorio, che diviene permanente in ragione diretta dell’«interiorizzarsi» dell’arretratezza, come tale, entro un modello di sviluppo «integrato».

A un ultimo tema sembra necessario accennare, per concludere questa parte introduttiva. Si tratta dell’ovvia considerazione che ben poco sarebbe comprensibile, delle vicende che intendiamo studiare, fuori del riferimento a quella complessa e attiva ideologia politica costituita dal pensiero «meridionalistico»[18]. Ci toccherà, infatti, più volte di rifarci alle sue varie formulazioni in relazione a singoli passaggi e a specifiche soluzioni, anche istituzionali, che man mano verremo incontrando. Qui sembra però utile tentare, preliminarmente, una definizione complessiva di esso onde fissarlo nella sua specifica veste di ideologia politica dello sviluppo – e nella funzione, che è propria di ogni ideologia di questo tipo, intrinsecamente e necessariamente riformistico-repressiva. È necessario, a questo scopo, e a costo di fare violenza all’effettiva ricchezza e complessità di temi che lo compongono, riferirsi a quelle che appaiono le due sole grandi linee di orientamento meridionalistico presenti dal dopoguerra, a partire dal rinnovamento che questa tradizione di pensiero sperimenta in conseguenza di un «quadro» politico e sociale profondamente mutato.

La prima è quella del meridionalismo comunista[19]. La sua grande stagione pratica è stata quella degli anni dell’immediato dopoguerra, gli anni della prima massiccia costituzione di un’organizzazione, sindacale e politica, di «sinistra» nel Mezzogiorno attorno ai grandi temi della riforma agraria e della rinascita del Sud. Ebbene, è stato appunto in questa grande stagione delle lotte che è venuto fissandosi in maniera irreversibile il ruolo del meridionalismo nella definizione della linea generale della sinistra: è spettato proprio a quest’ultima, in una situazione a prospettive oscure, incerte, di possibilità di rilancio dell’economia italiana (prima della reimmissione nel circuito internazionale e della restaurazione capitalistica degli anni Cinquanta) di prospettare per prima, proprio in quanto posizione meridionalistica, una proposta generale di sviluppo «programmato» – una proposta che legava le prospettive dello sviluppo all’espansione del mercato interno e questo, a sua volta, secondo una impostazione che si vuole chiamare, non importa qui quanto correttamente, «gramsciana» alla riforma agraria e alla rinascita del Mezzogiorno[20]. Ma al di là della formulazione ricevuta in quegli anni, del resto scarsamente modificata in seguito, il senso complessivo di questa linea, e il nesso che si crea al suo interno fra tematica meridionalistica e rivendicazione di un «piano», è del tutto esplicito: il Mezzogiorno è la sintesi degli squilibri, della inefficienza dell’intero sistema; per converso la soluzione della questione meridionale, che solo una democratica programmazione può garantire, è il massimo problema dello sviluppo nazionale, la condizione stessa di una sua dinamica quantitativamente e qualitativamente soddisfacente. Secondo un duro ma, piaccia o meno, realistico giudizio di un avversario, il ruolo pratico di questa posizione non è andato oltre (dopo l’espansione iniziale) quello, del tutto subordinato, di «additare limiti, pericoli, abusi»[21].

Ben altro è stato il rilievo pratico – non del tutto proporzionato alle dimensioni dell’approfondimento «teorico», che si presenta poi, nelle sue formulazioni generalissime, non troppo dissimile da quello appena ricordato, pur vivendo ovviamente secondo intenzioni politiche affatto diverse – dell’altra posizione che chiameremo «democratica» (secondo la discutibile terminologia corrente, usata dall’autore appena citato). È una posizione che si sviluppa, pur nella grande articolazione interna, in due fasi omogenee: dapprima come teorizzazione tecnico-politica, in varie direzioni, dell’intervento straordinario come tale – dagli studi promossi attorno alla Svimez, alle analisi di un Rossi Doria fino a quella Nota aggiuntiva (La Malfa) che costituisce la prima formulazione politica (non meramente analitica o teorica) di una definizione del piano «a componente meridionalistica»[22]; poi, dopo una crisi profonda che questo tipo di progetto subisce nei primissimi anni Sessanta, come riproposta e riqualificazione di una teoria del piano a dimensione meridionalistica che campeggia a tutt’oggi tra le grandi alternative degli anni Settanta.

Questo schema a due fasi, se esatto, è per noi interessante perché risulta in sintonia con la grande periodizzazione su cui è costruita la nostra ipotesi: essa viene dunque, per questa via, a esserne corroborata. Alla sua verifica deve ora aprirsi la ricerca.



Note [1] Il testo è tratto da L. Ferrari Bravo, Forma dello stato e sottosviluppo, in L. Ferrari Bravo - A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano (1975), ombre corte, Verona 2007, pp. 23-31. [2] Va fatto riferimento alle seguenti opere generali di storia della «questione meridionale», nelle sue dimensioni economico-sociali, politiche, istituzionali, S.F. Romano, Storia della questione meridionale, Palermo 1945; C. Barbagallo, La questione meridionale, Milano 1948; F. Vöchting, Die Italienische Sudfrage, Berlin 1951 (trad. it. La questione meridionale, Napoli 1955); F. Compagna, La questione meridionale, Milano 1963; G. Frisella Vela, Storia ed economia nella questione meridionale, Milano 1966. Sugli svariatissimi aspetti di cui si compone tale questione diamo per acquisite le ampie bibliografie contenute in «Prospettive Meridionali», mensile del Centro democratico di cultura e documentazione, 6-11, giug.-nov. 1962, Bibliografia sul Mezzogiorno (1944-1959), in due volumi e (per la parte che interessa) in A. Fiaccadori, Studi italiani dal 1944 al 1960 sul problema della programmazione economica, «Economia e Storia (Studi in memoria di Mazzei)», 3 (1960), pp. 291-381. [3] Le due citazioni rispettivamente da M. Rossi Doria, Relazione alla Fiera di Levante di Bari, «Mondo economico», 37, 1970, p. 57 e da P. Saraceno, La Programmazione negli anni ’70, Milano 1970, p. 81. Sul ruolo eminente di questo ultimo nell’ambito del meridionalismo del dopoguerra, sia sul piano «teorico» che «pratico», avremo modo di tornare spesso. La figura del Saraceno comincia a essere oggetto di indagine storica: vedi P. Barucci, Introduzione a P. Saraceno, Ricostruzione e pianificazione 1943-1948, Bari 1969, pp. 5-50. [4] La stesura del presente scritto, completata nella primavera scorsa, non ha consentito di tener conto in sede analitica degli atti e documenti ricordati nel testo. Si vedano, comunque, il Documento programmatico preliminare dal titolo Elementi per l’impostazione del Piano economico nazionale 1971-75, estratti del quale sono pubblicati in «Mondo economico», Supplemento al n. 33-34 del 1971 (la parte che interessa è contenuta alle pp. xxvii-xxxviii) e, soprattutto, la legge 6 ottobre 1971, n. 853 («G.U.» del 26-10-1971). Chi scrive intende produrre, a parte, un’analisi di entrambi, a conferma, che si presenta largamente possibile, delle ipotesi sviluppate in questa sede. [5] I dati citati sono tratti dalla Relazione di Saraceno alla Fiera del Levante, «Mondo economico», cit., pp. 51-55. Dello stesso autore vedi inoltre La programmazione, cit., seconda parte. [6] Un atteggiamento apologetico sembra escluso persino nelle prese di posizione ufficiali di chi ha avuto in questi vent’anni la responsabilità dell’intervento meridionale: significativa a questo proposito la discussione parlamentare su questi temi di svolta della primavera del 1969 e dominata dal tema del «fallimento». Sul significato generalmente strumentale di questa linea fallimentaristica vedi intanto le osservazioni di A. Collidà, L’intervento straordinario: una politica per il trasformismo, «Problemi del socialismo», 44, 1970, pp. 93-130 e Id., «Politica meridionalistica e strumenti d’intervento», in Aa.Vv., Nord-Sud.I nuovi termini di un problema nazionale (a cura del Club Turati e della Fondazione Olivetti), Milano 1970, pp. 3-30. [7] Vedi, per tutte, le sintetiche valutazioni di A. Campolongo, Mezzogiorno e obiettivi globali, «Moneta e Credito», dic. 1970, pp. 367-380; e, dello stesso autore, il successivo intervento, Il Piano ex post, nella stessa rivista (giugno 1971). [8] L’insistenza sull’«integrazione» come grande fatto nuovo della vicenda meridionale sta a esempio in A. Graziani, Il Mezzogiorno nell’economia italiana degli ultimi anni, in Aa.Vv., Nord e Sud nell’economia e nella società italiana di oggi (Atti a cura della Fondazione Einaudi), Torino 1968, pp. 23-27. Graziani precisa (a p. 25) che «il vero legame tra Nord e Mezzogiorno nasce nel secondo dopoguerra e appartiene agli anni che vanno dal ’50 a oggi». Tutto ciò non implica affatto la negazione degli elementi dualistici propri della società e dell’economia italiana: lo stesso autore, pur insistendo sull’idea che tali elementi sono in una certa misura ineliminabili in un processo dinamico di sviluppo e anzi in un certo senso identificabile con quello, ne ha tentato la ricostruzione in un modello esplicativo complessivo: Id., Lo sviluppo di un’economia aperta, Napoli 1969. Sulla base di un approccio del tutto diverso, la riproduzione del dualismo, nell’ambito però di un fondamentale processo di integrazione, è idea espressa fin nel titolo da L. Libertini, Integrazione capitalistica e sottosviluppo, Bari 1968. Sul ruolo dell’internazionalizzazione della vita economica come quadro entro cui vanno «letti» fenomeni di depressione interna come quello meridionale, vedi D. Tosi, Forme iniziali di sviluppo e lungo periodo: la formazione di un’economia dualistica, in A. Caracciolo (a cura di), La formazione dell’Italia industriale, Bari 1969, pp. 277 seg., e n. 26. Che il take-off dello sviluppo meridionale, comunque se ne definisca la nozione, prenda avvio effettivamente nel ’50 è giudizio corrente: vedi i recenti: F. Marzano, Un’interpretazione del processo di sviluppo economico dualistico in Italia, Milano 1969, pp. 8 sgg., 38 sgg., 241; L. Cuoco, Il processo di sviluppo di un’area sovrappopolata: il Mezzogiorno d’Italia, Roma 1971, pp. 5-52. [9] «[…] il processo di sviluppo che per la prima volta nella storia dell’Italia unita ha investito il Mezzogiorno, ha provocato un fenomeno di differenziazione al suo interno, tanto che oggi è impossibile parlare del Sud come di una vasta zona arretrata e omogenea»: Ministero del bilancio e della programmazione economica, Progetto 80 (ed. Libreria Feltrinelli), Milano 1969, p. 57, nota 1. [10] Un criterio di metodo va pertanto fissato: criterio di misurazione del processo non può essere né l’ideologia come tale – nel nostro caso l’ideologia dello sviluppo di volta in volta formulata a sostegno delle grandi scelte di intervento – né quel cattivo rovesciamento di questo errore metodologico che consiste nell’identificare i risultati del processo, come tali, con la «reale intenzione» di chi, fin dall’inizio, li ha perseguiti. Un esempio di questo secondo orientamento, che è alquanto raro in verità, nella citata Relazione di A. Collidà al Convegno di Venezia. [11] Una lucida definizione dello Stato «responsabile» (in contrapposizione a quello 1liberale») in G. Guarino, Efficienza e legittimità dell’azione dello Stato, in Saggi in onore del Centenario della Ragioneria Generale dello Stato, Roma 1969, pp. 27 sgg. Lo stesso fenomeno, sul terreno mistificato dell’odierna teoria generale dello Stato, è colto in altri modi, a esempio, come «forma dello Stato sociale»; vedi su ciò in particolare gli svolgimenti di E. Forsthoff, O. Bachof, Begriff und Wesen des sozialen Rechtsstaates, Berlin 1954, E. Forsthoff, Strukturwandlungen der modernen Demokratie, Berlin 1964. [12] La letteratura in proposito è sterminata. Vedi su ciò Censis, L’idea dello sviluppo nella letteratura degli ultimi 20 anni. Bibliografia ragionata, Roma 1966. Un’utile rassegna (corredata da una vasta bibliografia) dei principali nodi teorici di essa negli anni Cinquanta (grosso modo la fase in cui si riferisce l’ideologia richiamata) in V. Ajmone Marsan, Recenti contributi all’analisi economica delle aree arretrate, in De Maria (a cura di), Problemi sullo sviluppo delle aree arretrate, Bologna 1960, pp. 3-76. [13] Cfr. P. Saraceno, Iniziativa privata e azione pubblica nei piani di sviluppo economico, Roma 1959, p. 103 («[…] il piano è lo strumento attraverso il quale i paesi sottosviluppati si propongono di entrare nel mercato capitalistico»), ma già Id., Premesse culturali a una politica di sviluppo economico del Mezzogiorno (Relazione al Convegno Cepes su «Stato e iniziativa privata per lo sviluppo del Mezzogiorno», Palermo, nov. 1955), in Svimez, Il Mezzogiorno nelle ricerche della Svimez 1947-1967, Roma 1968 pp. 237-248. [14] Vasto è stato l’interesse di singoli studiosi e di istituzioni straniere per il «caso» italiano di sviluppo. Tra i primi, oltre a quello di Vöchting, basti ricordare i nomi di P. Rosenstein Rodan, G. Ackley, H. Chenery, V. Lutz, G. Hildebrand, E. Tosco, G. Schachter, A. Geschenkron, le cui opere saranno indicate via via. Cfr. intanto L. Iraci Fedeli, Gli economisti stranieri sul Mezzogiorno, in A. Parisi, G. Zappa (a cura), Mezzogiorno e politica di piano, Bari 1964, pp. 333-364. [15] P.A. Baran, Il «surplus» economico e la teoria marxista dello sviluppo, trad. it., Milano 1962, p. 30. Il fuggevole spunto critico del testo sul criterio del «reddito medio pro capite», che è in un certo senso un indice persino ovvio di un livello di sviluppo, non ha nulla a che fare (al contrario ha segno opposto) con impostazioni «pauperistiche»: ad es. U. Melotti, Per un concetto non etnocentrico dello sviluppo e del sottosviluppo, «Terzo Mondo, i, luglio-settembre 1968. Una critica vivace ma non molto approfondita di posizioni similari (in particolare: di posizioni come quelle di Franco Rodano e del «gruppo» della «Rivista Trimestrale»), in L. Iraci, Dall’opulenza al benessere, Torino 1970. [16] Ideologica è, a nostro avviso, la pretesa di misurare lo sviluppo (e il surplus) potenziale sulla base di una scala di valori alternativi. Cfr. P.A. Baran, Il «surplus» economico e la teoria marxista dello sviluppo, cit., pp. 40 sgg. La categoria di produzione potenziale, anche a livello di sistema, resta per converso centrale in tutta la elaborazione teorica moderna sullo sviluppo. Per un importante tentativo di calcolo, vedi. A.M. Okun, Il prodotto nazionale lordo potenziale: misura e significato, trad. it., in P. Onofri (a cura di), Reddito nazionale e politica economica, Bologna 1971, pp. 169-182. [17] Un’efficace sintesi di questi temi in J. Freyssinet, Le concept de sous-développement, Paris La Haye 1970 2 (con ampia bibliografia). Sull’«ottimismo» dei classici, A. Gambino, Lo sviluppo economico nella concezione dei classici, in G.U. Papi (a cura di), Teoria e politica dello sviluppo economico, Milano 1954. Una recente famosa variante della teoria dell’arretratezza come presviluppo è quella di W.W. Rostow, Gli stadi dello sviluppo economico, trad. it., Torino 1962. Una linea di marxismo «statico» è ancora, malgrado tutto, quella di A. Gunder Frank, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, trad. it., Torino 1969, di cui vedi comunque l’aspra polemica con le dominanti teorie sociologiche dello sviluppo in Id., Sociologia dello sviluppo e sottosviluppo della sociologia, trad. it., Milano 1970. [18] La «questione meridionale», come corpus ideologico-politico, nasce in Italia come riflessione sul brigantaggio. L’estraneità, il rifiuto armato dello Stato da parte degli strati «profondi» del proletariato meridionale producono nel cervello politico borghese un riflesso che, mentre assevera la repressione armata in atto, vuole nel lungo periodo andare alle «cause» del fenomeno – vuole la repressione come momento «interno» del processo. L’arretratezza del Mezzogiorno, in questa visione, sta alla base della ribellione – in atto o potenziale – in quanto insufficienza capitalistica della società civile meridionale: sopravvivenza di rapporti «feudali», grande proprietà assenteista, struttura parassitaria della città e via dicendo. Questa origine va tenuta presente non come curiosità storica, ma in quanto definisce la struttura e il ruolo politici permanenti dell’ideologia meridionalistica, in quanto progetto di una immissione o integrazione del «popolo» nello Stato, affidata alla forza dei rapporti di produzione «moderni». Una limpida rassegna dei temi fondamentali del meridionalismo classico in B. Caiazzi, Introduzione a Nuova Antologia della questione meridionale, Milano 1962, pp. 3-76. Più ricca e meglio impostata l’antologia curata da R. Villari, Il Sud nella storia d’Italia, Bari 1961. Sulla figura centrale del meridionalismo classico – il Salvemini – centrale non perché espressiva di tutte le componenti di questa tradizione ma al contrario perché espressiva del passaggio e della crisi di essa a una fase moderna, pur dentro una continuità che è effettiva e sostanziale, vi è ora il lavoro, fondamentale per il punto di vista qui accolto, di G. De Caro, Gaetano Salvemini, Torino 1970. [19] Per una visione d’insieme è sufficiente il rinvio a G. Amendola, La democrazia nel Mezzogiorno, Roma 1957. Lo svolgimento di questa linea nelle sue varie articolazioni è documentata nella collezione della rivista «Cronache meridionali» (in particolare nei numeri scritti di Chiaromonte, Napolitano, Reichlin, ecc.). [20] Nell’ambito di un certo tipo di recente revival gauchiste sul problema meridionale, si è spesso insistito sulla tesi di una vera e propria contraddizione tra l’«originaria» impostazione gramsciana – che risale in effetti al periodo «consiliare», cfr. A. Gramsci, L’ordine nuovo 1919-1920, Torino 1955, pp. 22 sgg, e spec. 316-319; il più noto Alcuni temi sulla questione meridionale, apparso in «Stato operaio», gennaio 1930, poi in «Rinascita», febbraio 1945, fu scritto nel ’26, poco prima dell’arresto e del carcere: cfr. R. Villari, Il Sud nella storia d’Italia, cit., pp. 535 – e la linea del meridionalismo comunista, come poi viene formulata e praticata nel secondo dopoguerra: Togliatti, insomma, che «tradisce» Gramsci. Tra le due posizioni passa, in realtà, la stessa differenza che esiste, in generale, tra il senso complessivo dell’ondata rivoluzionaria internazionale che prolunga il ’17 fin dentro gli anni Venti, e la tematica terzinternazionalista, che si realizza, in occidente, sul terreno dei fronti popolari. Si tratta di un passaggio che non toglie la sostanziale continuità di un movimento il cui dato ultimo unificante è precisamente l’idea di una rivendicazione di «potere» per la classe operaia fondata e resa matura dalla sua capacità (e dal suo «diritto») a risolvere le contraddizioni, i limiti, le insufficienze dello sviluppo capitalistico. [21] G. Galasso, Vecchi e nuovi orientamenti del pensiero meridionalistico, in Aa.Vv., Nord e Sud nella società, cit., p. 69. Da questo perspicuo saggio di Galasso traiamo lo «schema» accennato nel testo. [22] La Svimez ha raccolto nel volume Il Mezzogiorno nelle ricerche della Svimez, cit., le espressioni più significative del lavoro teorico da essa suscitato. In appendice vi sono contenute notizie sulla storia dell’istituto e l’elenco completo degli studi e delle pubblicazioni prodotte. Ovvia poi la menzione di M. Rossi Doria, Riforma agraria e azione meridionalistica, Bologna 1956 e Id., Dieci anni di politica agraria nel Mezzogiorno, Bari 1958.


Immagine: Foto di Mario Bocci, particolare


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Luciano Ferrari Bravo (1940-2000) è stato uno dei protagonisti dell'operaismo a partire dai primi anni Sessanta e professore di Storia delle Istituzioni Politiche e di Istituzioni politiche comparate all'Università degli Studi di Padova.