Economia della dismisura


Galántai György


Le caratteristiche del nuovo corso

Per ragionare sulla contingenza, è giusto concentrarsi contemporaneamente tanto sulle continuità quanto sulle discontinuità rispetto al periodo precedente all’esplosione della crisi pandemica. Se partiamo dalla crisi del 2007/2008 ̶ o ancora da prima, poiché è a partire degli anni Ottanta del secolo scorso che gli assi del «capitalismo finanziario», del «postfordismo», della «globalizzazione»si sono consolidati e storicamente determinati ̶ gli elementi di continuità si ritrovano nel fatto che, allora come oggi, la crisi è governata prevalentemente dal punto di vista monetario delle banche centrali. Con una differenza, però, rispetto a quel periodo: negli anni seguenti al 2008 i governi hanno perseguito politiche di austerità volte a far pagare alle popolazioni la crisi finanziaria, che ha avuto come attori centrali le banche che hanno erogato una grossa quantità di crediti ̶ poi diventati inesigibili ̶ contribuendo in maniera importante alla creazione di quelle bolle che abbiamo visto dapprima negli Stati Uniti, con la crisi dei cosiddetti «mutui subprime», e poi in Europa con la crisi dei debiti sovrani. In virtù delle politiche di austerità, le banche centrali si sono attivate per evitare che la «stagnazione secolare» si trasformasse in vera e proprio depressione, iniettando attraverso i meccanismi di quantitative easing ingenti quantità di liquidità.


Il corso odierno, invece, si connota per due caratteristiche: alla politica attiva delle banche centrali, sempre più orientata in senso «stimolante», si associano le politiche fiscali di intervento pubblico, tese, nell’emergenza, a contenere gli effetti più immediati della crisi pandemica che ha colpito sia l’offerta sia la domanda, con l’adozione, ad esempio, della cassa integrazione (anche in deroga, come in Italia) o del kurzarbeit (il lavoro a breve termine) e di forme di sostegno delle imprese. Con queste politiche si è cercato da una parte di tenere in vita le imprese colpite dal drastico calo della domanda, utilizzando fideiussioni o crediti agevolati, dall’altra far fronte alle urgenze più impellenti con diverse forme di reddito volte a sostenere le popolazioni colpite dalla mancanza di salario o dall’impoverimento repentino. È proprio il connubio tra politiche monetarie e fiscali a rappresentare la discontinuità nella continuità. Qui si pone un grande interrogativo: questa discontinuità sta sedimentando degli elementi che in prospettiva o nel medio termine permettano di consolidare un nuovo stato sociale degno di questo nome? Uno stato sociale che non soltanto provveda alla ridistribuzione ̶ anche non necessariamente equa, ma almeno meno iniqua ̶ della ricchezza, ma che sia capace anche di intervenire sul ciclo economico e su quei settori che sono necessari per una crescita meno instabile della società. Penso che la partita che si gioca in questi mesi è molto importante, perché si capirà se gli interventi emergenziali sul versante dei redditi si stabilizzeranno o se verranno soppressi appena ci sarà un segnale di quiete un po’ più duratura. Ciò dipenderà soprattutto dalle condizioni sociali e politiche che si daranno, ovvero se ci sarà una spinta sociale che permetta di rendere durature nel panorama generale queste forme di reddito elaborate nell’emergenza. Anche gli interventi per il settore sanitario, nella formazione, nella socialità richiederanno di essere normalizzati e di rientrare in una strategia di uscita, che abbia respiro, durata, profondità. Dobbiamo capire se questi interventi rientreranno a far parte di uno stato sociale di tipo nuovo, differente da quello di keynesiana o rooseveltiana memoria ̶ impostosi dopo lo stato sociale bismarckiano basato sulle grandi assicurazioni sociali ̶ funzionale all’equilibrio tra le classi in termini di redistribuzione della ricchezza, ma anche di propulsione della crescita capitalistica con investimenti infrastrutturali classici (strade, ponti e via dicendo). Oggi lo stato sociale ha una ragione d’essere nella grande società della cura in cui, al lavoro immateriale che produce valore a mezzo di attività cognitive, s’affiancano in maniera prevalente le attività antropogenetiche, di produzione dell’uomo attraverso l’uomo, finalizzate non tante all’oggetto ma al soggetto. Ragionare su continuità e discontinuità significa dunque concentrarsi su tali questioni.


Da tenere in forte considerazione è quanto si sta determinando con le azioni e le contro-azioni delle banche centrali, quadro vasto e complesso. Non c’è alcun dubbio che le banche centrali si sono poste l’obiettivo di frenare la disoccupazione che ha conosciuto un’impennata ovunque, in particolare negli Stati Uniti. Infatti la Fed ha rinunciato alla tipica politica monetaria della Fed negli ultimi decenni, ovvero stringere i rubinetti non appena l’inflazione si avvicina o sorpassa un determinato livello, per quanto basso. La svolta di Powell ha due ragioni: da un lato fare di tutto per diminuire la disoccupazione, dall’altro far decollare l’inflazione stessa. È vero che al momento siamo ancora nell’ambito del dire, del linguaggio performativo, un «whatever it takes» rinnovato per eliminare le pericolose sacche di disoccupazione pandemica, ma potrebbe concretizzarsi a breve. Dunque se l’inflazione dovesse crescere, la Fed non seguirà i dettami della teoria monetarista alzando i tassi d’interesse, ma lascerà che queste oscillazioni si assestino in più anni intorno al 2%. Cambiano le prospettive: non più dunque una politica monetaria restrittiva, al contrario si cerca di promuovere l’inflazione per contenere il debito pubblico senza promuovere un aumento delle tasse ̶ difficilmente accettabile dopo decenni di politiche liberiste di riduzione della pressione fiscale sui profitti ̶ o un taglio della spesa pubblica nei settori destinatari degli investimenti durante la pandemia. Non c’è dubbio che i liberisti più cocciuti puntino in questa direzione, ma non credo abbiano molte chance politicamente, anche se potrei sbagliarmi perché in fondo occupano molte posizioni di potere. Il debito sta aumentando ovunque in maniera esponenziale: all’orizzonte vedo una japanization del debito pubblico. Il grosso problema, come lo è stato nel paese del Sol Levante, è la mancanza di una crescita inflazionistica che ne ridurrebbe il peso reale (del debito pubblico). Negli ultimi dieci anni non abbiamo avuto inflazione nonostante le politiche di quantitative easing; oggi, nonostante le poderose iniezioni di liquidità, siamo addirittura in deflazione. O meglio, l’inflazione c’è stata solo sui mercati finanziari, segno della perversione di una politica monetaria che punta all’inflazione ma che non riesce a creare reddito nell’economia reale, lasciando che la liquidità fluisca in maniera impressionante sui mercati finanziari. Questi ultimi hanno conosciuto una forte crescita non solo per operazioni speculative ̶ come nel caso della giapponese SoftBank, la cosiddetta «balena bianca» che ha comprato una miriade di opzioni su titoli tecnologici, della Tesla in particolare ̶ ma anche grazie alla presenza di milioni di retail trader, piccoli investitori che usano determinate piattaforme per tentare di guadagnare una rendita finanziaria e contrastare l’incertezza salariale e reddituale. È la logica di finanziarizzazione spinta all’eccesso: creare redditi aggiuntivi necessari attraverso l’indebitamento privato o investendo quel poco di risparmio rimasto, gioco molto pericoloso perché se i mercati saltano tutti i piccoli investitori potrebbero incorrere in problemi drammatici. Ci muoviamo su un ghiaccio molto sottile.


Uno dei motivi della bassa inflazione, è da sottolineare, è l’estensione dell’area del lavoro gratuito, ossia il fatto che un insieme di attività che facciamo nella vita quotidiana, molte delle quali un tempo svolte da gente stipendiata, non sono riconosciute monetariamente, cosa che fa aumentare a dismisura il plusvalore sociale, che permette di realizzare profitti elevatissimi e, allo stesso tempo, di contenere i prezzi delle merci e dei servizi materiali e immateriali: quando compriamo qualcosa solo una parte del valore è saldata in maniera monetaria, una parte sostanziale è pagata con l’attività che svolgiamo durante il suo consumo. È una sorte di bio-inflazione, dovuta alle attività vitali non monetariamente conosciute che non lascia tracce nel calcolo della produttività. Il Pil, infatti, è diventato un indicatore molto fragile poiché non include tutte le attività (produttive) ma non remunerate, quindi la sua misura è inferiore alla ricchezza sociale effettivamente creata. Possiamo dire che, in un certo senso, ci confrontiamo con la «dismisura» del Pil, che ha una conseguenza non da poco perché i salari sono spesso indicizzati alla produttività del lavoro, calcolata come rapporto tra Pil e ore lavorate.


All’interno del nuovo capitalismo digitale, le maglie della gratuità sono enormi e si allargano sempre più. La dismisura prevale sempre più sulla misura, condizione che contribuisce a determinare comportamenti sconfinati, difficilmente contenibili in logiche razionali. Probabilmente non è un caso che nascano delle esplosioni di rabbia smisurate rispetto alla possibilità di costruire dei percorsi più duraturi: ad esempio, negli Stati Uniti, alla violenza smisurata della società corrispondono reazioni smisurate. Potremmo definirla come «guerra civile della misura», al cui centro c’è la possibilità di ridefinire dei parametri, dei criteri per una misura che abbia una valenza più sociale, più trasversale, più equa.


Per spostare l’inflazione dal finanziario al reale è necessario far conoscere il nostro contributo a questa economia, va riconosciuto il «plus» economico-sociale legato alla gratuità. Qui si ritorna al tema del reddito garantito, è inevitabile, non vedo molti altri modi se non quello di resistere sul piano salariale. Da anni portiamo avanti l’istanza del reddito incondizionato, ma dobbiamo concentrarci non solo sulla sua definizione ma anche, se non soprattutto, sulla sua politica, che vuol dire ragionare su come far partire delle situazioni esemplari. Sono rimasto colpito dal fatto che ad Hong Kong, all’inizio della pandemia, sia stato erogato un reddito incondizionato di 1200 dollari a tutta la popolazione maggiore di 18 anni, forma sicuramente emergenziale ma che dà un segnale forte. Anche negli Usa, checché se ne dica, sono presenti questi interventi una tantum, ad esempio l’erogazione del sussidio di disoccupazione di 600 dollari che per tanta gente che svolge dei «bullshit job», per citare il compianto David Graeber, non sono pochi. Siamo in una situazione in cui il capitale si muove: non si tratta di dargli riconoscimento ma di capire che alcune misure sul fronte del reddito si stanno rivelando nell’ordine del possibile. Naturalmente, al momento, sono funzionali al contenimento della crisi e delle rivolte sociali, però dovremmo cercare di dare futuro a queste misure conflittuali, dare una durata a quello che oggi si rivela come un tempo-ora, un istante. Facciamo in modo che gli istanti durino.

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