Do you remember revolution?


Antonello Sotgia


Dopo aver avviato in «scatola nera» una discussione, che crediamo continuerà, sul tema della crisi della militanza politica vogliamo tentare ora di avviarne un’altra sul tema connesso della bancarotta della progettualità rivoluzionaria. A mo’ di prologo a questa discussione proponiamo l’introduzione di Maurizio Lazzarato al suo libro Do you remember revolution?, di prossima pubblicazione per DeriveApprodi, che lo scorso anno aveva dato alle stampe del medesimo autore Il capitalismo odia tutti. Fascismo o rivoluzione.


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«Non possiamo negare che la società borghese ha vissuto, per la seconda volta il suo XVI secolo decimosesto, un secolo che spero suonerà a morto per lei così come il primo l'ha chiamata in vita. Il vero compito della borghesia è la costituzione di un mercato mondiale (…). Siccome il mondo è rotondo, sembra che questo compito sia stato portato a termine con la colonizzazione della California, dell'Australia e con l'inclusione della Cina e del Giappone. Ecco la questione difficile per noi: sul continente la rivoluzione è imminente e avrà sin da subito un carattere socialista. Ma non sarà essa necessariamente schiacciata in questo piccolo angolo di mondo, dato che il movimento della società borghese è, in regioni molto più vaste, ancora in ascesa?»


Karl Marx


Il libro nasce come commento a queste poche righe di una lettera di Marx a Engels, datata 8 ottobre 1858. Marx fissa il quadro della rivoluzione: il mercato mondiale. Lo spazio dove scoppierà: l’Europa. La forza soggettiva che la porta e l’incarna: la classe operaia.

Nel capitalismo però, tutto va a grande velocità, anche la rivoluzione. Appena cinquant’anni dopo questa lettera, la storia prende una piega molto diversa: la rivoluzione vittoriosa esplode dappertutto nel mondo e durante tutto il XX secolo, salvo in Europa (e nel resto del Nord). La classe operaia non è però il soggetto che la compie e l’attualizza. Il quadro resta immutato, ovvero il mercato mondiale, ma il pericolo per la rivoluzione viene adesso dall’Europa, da «quel piccolo angolo di mondo» che al solo fine di soffocarla, finanzia e alimenta tutte le contro-rivoluzioni e le guerre civili possibili.

Ben due cicli di rivoluzioni seguono rapidamente le rivoluzioni socialiste di cui parla Marx! Ai margini del capitalismo (Russia 1905 e Messico 1910), nelle colonie e nelle semi-colonie (Cina, Vietnam, Algeria, Cuba, etc.,) le rivolte dei «popoli oppressi», degli schiavi, dei colonizzati, prendono il potere proprio mentre la classe operaia fallisce! Queste rivoluzioni «contro il capitale di Marx» (Gramsci), prodottesi lì dove non dovevano, condotte da soggetti «sottosviluppati» rispetto alla classe operaia del centro, hanno generato, nel bene e nel male, delle formidabili macchine politiche: quella sovietica ha segnato il destino dell’umanità nel XX secolo, quella cinese segnerà invece il destino del XXI, mentre le rivoluzioni anticoloniali hanno lanciato il primo vero e serio attacco all’organizzazione del mercato mondiale.

Benché i partiti comunisti sostenessero che contadini, proletari, poveri, donne e colonizzati, agivano sotto la direzione della classe operaia, l’egemonia politica di quest’ultima cominciava già a incrinarsi. Con il terzo ciclo di rivoluzioni, quello del secondo dopoguerra, le modalità delle rotture e i soggetti politici si modificano ancora. Tra questi ultimi se ne impone uno nuovo, il movimento femminista, che mette fine, una volta per tutte, alla centralità della classe operaia nel processo rivoluzionario e afferma una nuova molteplicità. Soltanto cinquant’anni dopo la rottura sovietica, le condizioni della rivoluzione dunque sono ancora cambiate, senza trovare però le forze soggettive capaci di attualizzarla.

Perché dunque riattualizzare il concetto di rivoluzione?

Una volta perduta quest’arma strategica, le lotte non possono che essere difensive; esse tentano di salvaguardare ciò di cui la macchina a doppio motore, Capitale / Stato, s’impossessa metodicamente, senza incontrare effettive resistenze. Scomparsa la rivoluzione, il contenuto della lotta, il suo terreno, persino i tempi dello scontro, sono nelle mani del nemico. Anche riformismo e socialdemocrazia dipendono dall’attualità della rivoluzione. La continuità che il processo rivoluzionario aveva mantenuto dai tempi della Rivoluzione francese, sembra interrotto. Questo libro non pretende di rivelare quale forma avrà la rivoluzione del XXI secolo, o se essa sarà ancora possibile. Tenta più modestamente di stilare un bilancio delle rotture rivoluzionarie del XX secolo, rispetto alle quali manca ancora un’elaborazione adeguata, e cerca di definire le condizioni a partire da cui cominciare a parlare di nuovo di rivoluzione.

Come render conto della sconfitta?

Malgrado l’estensione e l’intensità delle lotte che straripano la relazione capitale-lavoro, investendo l’insieme delle relazioni di potere (i rapporti tra uomo e donna, i rapporti coloniali, ogni forma di gerarchia e di subordinazione, comprese quelle tra umano e non umano), la rivoluzione degli anni Sessanta e Settanta subisce una sconfitta che farà scomparire dal paesaggio politico tanto il concetto quanto la sua possibile realizzazione. Le lotte dei colonizzati, delle donne, degli studenti e delle nuove generazioni di operai, rendono inefficaci le modalità d’azione, le forme d’organizzazione e gli obiettivi del movimento operaio, senza però produrre niente di comparabile in efficacia e determinazione alle rotture praticate nell’Est e nel Sud del mondo.

Le ipotesi avanzate per tentare di spiegare il declino della rivoluzione chiariranno ugualmente le condizioni per cominciare a ripensarla.


L’ipotesi delle due rivoluzioni: il ciclo di rivoluzioni avviato dal ’17 sovietico si esaurisce a causa, fondamentalmente, della separazione tra rivoluzione politica e rivoluzione sociale. Il giovane Marx faceva della loro articolazione la chiave della rivoluzione. Se quest’ultima si fissa esclusivamente nei limiti della rivoluzione politica (come si verificherà in Russia, Cina, Vietnam, Algeria, Cuba etc.) molto rapidamente, si trasforma in un rinnovamento dei dispositivi della forma Stato. Il ciclo della rivoluzione mondiale del secondo dopoguerra termina negli anni Settanta con il dissolversi tanto della «rivoluzione» quanto del «divenire rivoluzionario», concetti che traducono nel linguaggio dell’epoca, le categorie del giovane Marx. Il processo non è stato interrotto dalla rivoluzione politica, bensì dall’implosione dei termini stessi che dovevano articolarsi tra loro. Il rapporto tra le due modalità della rivoluzione, cambiare il mondo e cambiare la vita, non è ancora stato trovato!


L’ipotesi della rivoluzione mondiale: Marx afferma molto chiaramente che la riuscita della rivoluzione dipende dai rapporti di forza su scala mondiale. La rivoluzione sarà mondiale o non sarà. Oggigiorno l’internazionalismo è ancora più necessario che all’epoca di Marx. Il mercato mondiale è il luogo in cui si è formato un divario: sebbene la strategia capitalista sia mondializzata dal 1492, le forze rivoluzionarie, non considereranno il problema se non a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Ciò su cui insiste Marx quando parla di mercato mondiale, è la forza «rivoluzionaria» del Capitale, mentre i rivoluzionari del Sud e dei margini leggono lo stesso processo dal punto di vista degli oppressi. La rottura con l’imperialismo deve aver luogo «qui e ora», senza passare per lo sviluppo di forze produttive, il recupero dei «ritardi» tecnologici, la crescita della classe operaia, mettendo così in discussione lo storicismo del movimento operaio e la sua filosofia della storia.


L’ipotesi della forza politica del lavoro gratuito: i marxisti definiscono il lavoro «non libero», gratuito o a buon mercato dei colonizzati, delle donne, degli schiavi come «improduttivo», a differenza del lavoro industriale. Questo lavoro, che sarebbe ugualmente improduttivo dal punto di vista rivoluzionario, è invece ancora più importantepoliticamente che economicamente. Lungo tutto il XX secolo il «lavoro gratuito» porterà a termine le sue rivoluzioni, mentre le innovazioni teoriche più significative saranno sviluppate dai differenti movimenti femministi.


L’ipotesi della rifondazione del concetto di classe: la dissoluzione della rivoluzione politica e sociale si accompagna dell’abbandono della lotta di classe. Al contrario, a partire dal femminismo materialista francese, consideriamo le donne come una classe, assoggettata a quella degli uomini e sottomessa al loro potere. Sarà altrettanto necessario prendere in considerazione i rapporti tra bianchi e non bianchi (razzializzati) come rapporti tra classi. L’affermazione della molteplicità delle classi è correlata alla perdita della loro omogeneità. Esse sono composite, attraversate, divise da minoranze. La classe operaia è, da sempre, costituita da «minoranze» razziali e sessuali. La classe delle donne manifesta delle importanti differenze interne (donne bianche borghesi, proletarie, del terzo mondo, nere, lesbiche) che possono trasformarsi in opposizioni. Anche la classe dei soggetti razzializzati è formata da uomini e donne i cui rapporti interni si costituiscono su due assi: subordinazione delle donne e autorità degli uomini. Se a partire dal dopoguerra le minoranze si affermano, non bisognerà per questo abbandonare il concetto di classe. Invece di scomparire, i dualismi si intensificano. Le classi non sono omogenee, ma è sempre a partire dai loro dualismi che si attivano le lotte. L’articolazione delle classi tra di loro, delle minoranze con le classi, nonché il rapporto di questo insieme composito con la macchina del capitale, è un rompicapo sul quale la rivoluzione mondiale fallirà. Essa sarà incapace di operare il passaggio dalla lotta di classe (capitale-lavoro) alle lotte di classe al plurale.


L’ipotesi dei differenti modi di produzione: il modo di produzione domestico, patriarcale, eterosessuale e il modo di produzione schiavistico - servile non vengono progressivamente “sussunti” dal modo di produzione capitalista. Tutti i rapporti sociali precapitalistici sono destinati a dissolversi dice Marx, ma la razza e il sesso sembrano smentire questa profezia. La macchina capitalista è un ibrido di lavoro astratto e di lavori “arcaici” che non diventano capitalistici in senso proprio. L’assoggettamento «donna» come l’assoggettamento «schiavo», colonizzato, razzializzato, non sono riducibili all’assoggettamento operaio. I loro modi d’organizzazione e di soggettivazione nemmeno.


L’ipotesi della violenza che fonda, della violenza che conserva e della forza che minaccia: ciò che queste classi hanno in comune è il modo in cui si sono formate. Esse sono il risultato di una guerra di appropriazione in cui la violenza ha separato coloro che comandano da coloro che obbediscono, coloro che lavorano da coloro che beneficiano del lavoro altrui. Le classi non esistono prima dell’atto di appropriazione. Solo una volta che la forza ha diviso i vincitori dai vinti, si costituisce l’organizzazione del lavoro, i dispositivi di assoggettamento, le norme, le istituzioni capaci di trasformare i vinti in governati (operai, donne, schiavi, colonizzati). L’ordine normativo è orientato dalla forza. La conversione e la reversibilità tra violenza che fonda (appropriazione) e violenza che conserva (legge, norma) è il funzionamento normale del potere. La costruzione di una forza che minaccia queste violenze è l’obiettivo della rivoluzione. Abbiamo bisogno di una prassi strategica del conflitto tra classi, di una prassi della costruzione del “soggetto” tramite questi conflitti capace di abolire le classi.


L’ipotesi della colonizzazione interna: le rivoluzioni del XX secolo attaccano in primo luogo la divisione tra centro e periferia, nord e sud, lavoro astratto e lavoro gratuito (molto più importante che la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, poiché quest’ultima non riguarda che il lavoro «produttivo»), mentre i movimenti femministi si mobilitano contro un’altra forma del lavoro gratuito. Il capitale ha risposto rovesciando queste linee di rottura politica in una nuova divisione internazionale del lavoro, instaurando la doppia territorialità centro/periferia, lavoro astratto salariato e lavoro non salariato in ogni paese. La precarietà, la vulnerabilità, l’impoverimento, il lavoro gratuito o sottopagato delle donne, dei colonizzati e degli schiavi, sono imposti a una parte sempre più estesa della vecchia classe operaia e del nuovo proletariato (precari, migranti, cittadini originari delle ex colonie, poveri, etc.). Il capitalismo, una volta archiviata la colonizzazione esterna, avvia una «colonizzazione interna» come modello di governance, nella quale razzismo e sessismo costituiscono i dispositivi imprescindibili della messa al lavoro, dell’assoggettamento e del controllo politico.


L’ipotesi del «soggetto» imprevisto: la rivoluzione deve confrontarsi all’ostacolo della trasformazione della molteplicità di classi e di minoranze in soggetto rivoluzionario. Il soggetto politico è “imprevisto”, nel senso che, a differenza della classe operaia (che da classe in sé, deve diventare classe per sé), non è già dato. Il soggetto non preesiste alla sua azione (politica), è definibile solamente attraverso il «presente» del processo rivoluzionario in divenire. Il presente è il tempo dei movimenti politici perché le classi non si aspettano niente dal futuro della rivoluzione. La costruzione dei rapporti tra «soggetti» liberi (rivoluzione sociale) non può essere rinviata a dopo la rivoluzione politica. La rivoluzione deve svolgersi «qui e ora». In questo modo sarà contemporaneamente affermata la molteplicità delle classi (e delle minoranze che le compongono) e la negazione che dovrà abolirle (l’affermazione richiede una doppia negazione – Nietzsche), a condizione di articolare rivoluzione politica e rivoluzione sociale, rivoluzione e divenire rivoluzionario.


L’ipotesi della catastrofe: a partire dalla Prima guerra mondiale, il capitalismo è reversibilità di produzione e distruzione. Ogni atto di produzione (e di consumo) è, allo stesso tempo, atto di distruzione. Cosa inconcepibile per Marx e i marxisti che hanno la tendenza ad esaltare le funzioni progressive e rivoluzionarie del Capitale. La distruzione è insita in ogni crisi. Ogni nuova accumulazione implica la distruzione delle forze produttive precedentemente sviluppate. Questo processo non può ripetersi all’infinito. La Prima guerra mondiale manifesta il compimento del processo (crisi – distruzione – nuova crisi – distruzione ancora più ampia), nell’identità di produzione e distruzione. La macchina capitalista diventa auto – distruttiva (la Prima guerra mondiale ha segnato l’auto distruzione dell’Europa, ora assistiamo in diretta all’auto – distruzione degli USA e del suo sistema di potere interno e mondiale). Il capitalismo non produce quindi solamente crisi, ma anche catastrofi ecologiche, sanitarie, climatiche e politiche (i fascismi). Per cercare di uscire dal vicolo cieco della questione ecologica, assumiamo la teoria dell’«univocità dell’essere» (gli esseri, umani e non umani, sono radicalmente differenti e pertanto radicalmente uguali) che ci permette di pensare un altro concetto di natura al di della sua separazione con la cultura. La prassi prima d’essere dell’uomo (Marx) è prassi della natura. Essa è prassi dell’uomo proprio in quanto prassi della natura, operando così un superamento della centralità dell’uomo e della sua soggettività.


Il primo capitolo disegna il quadro delle lotte delle classi contemporanee, a partire dall’affermazione del femminismo materialista francese secondo la quale le donne rappresentano una classe così come i soggetti razzializzati (gli uomini e i bianchi in quanto classi, usufruiscono, insieme con il Capitale, di «privilegi» che derivano dallo sfruttamento e dal dominio). La lotta si sviluppa all’interno di una strategia messa in opera dalla macchina del Capitale / Stato come risposta alla rivoluzione mondiale. Monopolii (concentrazione di potere economico), centralizzazione del potere politico, finanziarizzazione e mondializzazione ne costituiscono gli assi principali. La «colonizzazione interna» che sviluppa dei Sud (lavoro gratuito – precario -sottopagato, povertà etc.) all’interno del Nord e dei Nord (delocalizzazione industriale) nei Sud, rimette al centro della strategia capitalista il razzismo e il sessismo, dispositivi storici di governance e di acquisizione del lavoro gratuito delle donne e degli schiavi.

Il secondo capitolo si concentra sull’organizzazione mondiale della produzione e del potere. La dialettica lavoro salariato/lavoro gratuito è completata dall’instaurazione dello Stato costituzionale nel Nord e da un potere arbitrario e senza limiti giuridici nel Sud. La guerra di conquista coloniale sviluppa una modalità di esercizio del potere, la «colonialità», fondata sulla razza, che si generalizza per integrarsi alle tecniche occidentali di governo della «colonizzazione interna». In questo senso, gli USA sono, sin dalla loro fondazione, il modello della costituzione materiale della società democratica fondato sulla divisione razziale (Trump è l’espressione contemporanea di questa lunga «tradizione»). L’Europa non aveva gli schiavi in casa, ma il suo sistema politico, e non solo la sua economia, emerge dalla relazione col colonialismo.

Il terzo capitolo affronta il primo grande rovesciamento del mercato mondiale operato dalle differenti modalità di «lavoro gratuito» (rivoluzione mondiale), critica in atto della riduzione del capitalismo alla relazione capitale/lavoro. Coesistono tra di loro diversi modi di produzione, differenti regimi di proprietà, varie modalità di lavoro. Nel Sud del mondo, i rivoluzionari svilupparono una precisa coscienza della divisione del proletariato mondiale operata dalla doppia territorializzazione, centro e periferie, che faticheremo a ritrovare con pari intensità nei rivoluzionari del Nord. Il confronto Gramsci / Ho Chi Min mostrerà tutti i limiti del marxismo occidentale. Hans Junger Krahl è uno dei rari marxisti europei a problematizzare la divisione nord/sud nel contesto di una strategia rivoluzionaria mondiale.

I due capitoli che seguono (IV e V) sviluppano l’apporto del femminismo, e nello specifico del femminismo materialista, alla teoria rivoluzionaria. Il quarto capitolo rende conto dell’affermazione, da parte dei movimenti delle donne e dei colonizzati, di una completa autonomia politica e teorica dal movimento operaio. Le critiche alla dialettica hegeliana portate avanti da Carla Lonzi e Frantz Fanon, non prendono soltanto di mira solo la sua traduzione nella lotta di classe operata dal marxismo, ma più in generale il sapere occidentale: la dialettica sarà «maschile» e «bianca». Il confronto con Tronti e la sua lettura della Fenomenologia dello Spirito farà emergere la sua fondamentale ortodossia e un inutile atteggiamento aristocratico (lo sprezzo delle rivoluzioni dei popoli oppressi, che avranno invece delle conseguenze enormi sullo spostamento dei centri di potere verso l’Asia). I concetti di «rapporti sociali di sesso» e di «eterosessualità come regime politico» ci aiuteranno a definire la classe delle donne che nello stesso tempo in cui affermano la sua realtà, ribadiscono anche la sua necessaria abolizione. Questi concetti, ormai abbandonati dalla maggior parte della terza ondata femminista in favore di politiche di riconoscimento, di diritti, di lotta alle discriminazioni, sono recuperati e problematizzati, in quanto definiscono la specificità di una lotta rivoluzionaria.


La critica del concetto marxiano di sfruttamento viene sviluppata nel V capitolo poiché, nella sua formulazione marxiana, esso è valido unicamente per il lavoro astratto. Le donne e gli schiavi (il lavoro gratuito), pur costituendo la maggioranza dei lavoratori, non sono una forza di lavoro in senso marxiano. Una teoria generale dello sfruttamento non può essere fondata sul concetto di «forza lavoro». La sua vendita sul mercato non caratterizza né le donne, né gli schiavi. Lo sfruttamento del lavoro gratuito e il suo prodotto principale, la proprietà, hanno un fondamento direttamente politico. La seconda parte del capitolo affronta la critica di un topos centrale del pensiero del dopo-guerra: la «produzione» di soggettività. La sua costruzione non può essere pensata unicamente a partire dalla norma (Foucault), poiché quest’ultima, per esistere e poter funzionare, presuppone una soggettività vinta, risultato della guerra di conquista di una classe su un’altra classe.

Il capitolo VI è dedicato a un rapido resoconto di come il pensiero del ’68 e la teoria critica contemporanea (Foucault, Deleuze-Guattari, Hardt-Negri, Bruno Latour) rappresentino un passo in avanti teorico e due passi indietro politici. Negli anni Settanta, il pensiero del ’68 concepisce la molteplicità delle lotte che investono l’insieme delle relazioni di potere come un superamento della lotta di classe. Questo progetto (le minoranze, le contro condotte, la moltitudine, il popolo, etc.) fallirà molto rapidamente davanti allo scatenarsi della strategia capitalista incentrata sulla guerra contro le classi che la rivoluzione mondiale aveva prodotto, lasciandoci concettualmente disarmati.

Il settimo capitolo è incentrato sul tempo della rivoluzione, che non è più il futuro, come nella tradizione del movimento operaio, ma il presente. Non bisogna pensare la rivoluzione come compimento della storia, ma come sua interruzione. La rottura rivoluzionaria del tempo vuoto e omogeneo dell’accumulazione, afferma la molteplicità delle lotte di classe. Negli anni Sessanta la teoria dell’evento tenterà di render conto del «presente» che caratterizza le rivoluzioni del XX secolo. L’incapacità di pensare il passaggio dalla lotta di classe alle lotte di classe e di riorganizzare un processo rivoluzionario al di là dell’esperienza leninista, condurrà a un fallimento della rivoluzione, irrimediabilmente divisa tra rivoluzione politica (la cui militarizzazione è il segno evidente di un vicolo cieco) e rivoluzione sociale (in cui il sogno di un esodo, di una fuga, di forme di vita alternative senza distruzione della relazione di capitale, razziale e sessuale, sono segni di una impotenza politica).

L’ultimo capitolo si apre con una critica all’intersezionalità. L’affermazione della molteplicità cambia la natura del conflitto, poiché le classi non sono omogenee e i rapporti di dominio e di subordinazione si esercitano anche tra oppressi. Tra le classi, come tra le minoranze all’interno di ogni classe, s’instaurano privilegi e subordinazioni (le donne e i soggetti razzializzati lesi dai «privilegi» degli operai, le donne bianche e borghesi che beneficiano dei loro privilegi di classe e di razza all’interno della classe delle donne, etc.). Al nemico esterno di sovrappone un «nemico interno» da combattere e al quale dare un nome. Per parlare come i cinesi, le «contraddizioni in seno al popolo» esistono, ma sono nuove e non possono più essere gerarchizzate in principali e secondarie. L’articolazione delle lotte di classe e delle minoranze proposta dalle femministe nere lesbiche del Combahee River Collective occuperà così la prima parte del capitolo. Essa definisce un’alternativa radicale a tutte le teorie dei processi di soggettivazione degli anni Settanta, ma arriva quando la contro – rivoluzione, soprattutto in America, imperversa da anni. Il capitolo continua problematizzando la differenza tra crisi e catastrofe e termina con un’analisi sulla ripresa delle lotte di classi a livello mondiale a partire dal 2011. Nei cicli delle lotte e delle insurrezioni avvenuti tra 2011 e 2019/20, le differenze tra Nord e Sud che avevano caratterizzato le rivoluzioni del XX secolo si riproducono, anche se in maniera molto diversa. La questione della rivoluzione mondiale resta, si ripropone come un’ultima alternativa dell’umanità.


Traduzione dal Francese di Caterina Ciarleglio

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