Dipingere il nazionalismo di verde? (Parte I)


Antonio Bottan, s.t., s.d.



Nell’epilogo di un recente episodio del podcast The Daily del «New York Times», Doug Hurley, uno dei tre astronauti statunitensi attualmente in orbita a 250 miglia sopra la terra a bordo della stazione spaziale internazionale, ha suggerito che i viaggi spaziali civili potrebbero rivelarsi la cura per mali globali come «la pandemia e i conflitti nelle città» avvenuti in seguito all'uccisione di George Floyd da parte della polizia:

«Quando si guarda fuori dal finestrino, quando si vede il pianeta sottostante, non si vedono confini. Non si vede il conflitto. Vedi questo bellissimo pianeta di cui dobbiamo occuparci. E si spera che, con l'avanzare della tecnologia e con l'avanzare di questo viaggio spaziale commerciale, più persone avranno questa opportunità. Perché penso che se si avesse la possibilità di guardare fuori dal finestrino dallo spazio e di guardare il nostro pianeta... ci si renderebbe conto che questo è un unico grande mondo, e non invece un insieme di tutti questi diversi piccoli paesi o città o fazioni che abbiamo sul pianeta. E penso che questo lo renderebbe un posto migliore». [1]

Se da un lato questa sorprendente pubblicità a sostegno dell’utopica promessa del turismo spaziale – la cui esperienza mercificata sarebbe in grado di produrre sublimi epifanie sull'artificio delle divisioni territoriali e di attivare un’ecocoscienza latente, salvando così il pianeta un turista cosmico alla volta – rappresenta una versione estrema di un certo tipo di ambientalismo, che prevede la trascendenza dei confini nazionali attraverso un riconoscimento illuminato del nostro radicamento collettivo nell'ecosfera, dall’altro lato Anatol Lieven porta una visione diametralmente opposta. Il suo ultimo libro Climate Change and the Nation State sostiene che l'interesse degli Stati-nazione nella ricerca di soluzioni globali al cambiamento climatico antropogenico non dovrebbe essere ridotto, ma piuttosto raddoppiato. [2]

La rivendicazione centrale del libro di Lieven non sta tanto nell’individuazione degli Stati-nazione – anziché gli organismi intergovernativi o qualche emergente sovrano sovranazionale – come avanguardia della risposta alla crisi climatica; la loro continua centralità come unità politiche e attori globali viene data per assodata e non argomentata approfonditamente. La questione che anima il contributo di Lieven sulla strategia ecologica è centrata, invece, su cosa costringerà gli Stati ad agire e cosa spingerà i loro elettori – sempre più polarizzati – a sostenere una qualche versione di un Green New Deal (Gnd), di cui Lieven è un fervente sostenitore [3]. Il modo in cui Lieven formula la sua versione di questa questione centrale – che fare? – è condizionato dalla sua diagnosi dell’attuale impasse. La negligenza degli Stati-nazione – così sostiene Lieven – non deriva da una mancanza di capacità, finanziaria o tecnologica – una affermazione indiscutibile, date le immense risorse messe a disposizione dai governi in risposta alla pandemia – ma dalla «assenza di mobilitazione delle élite di tutto il mondo e degli elettori in Occidente».

Climate Change and the Nation State è quindi un appello ai «politici sensibili e patriottici» di tutto il mondo, ma è «rivolto principalmente al pubblico delle democrazie occidentali» e agli Stati Uniti in particolare, che sono, prima di tutto, lo Stato a cui Lieven è principalmente interessato. Questo limite è per certi versi giustificato – oltre al suo statusegemonico e la sua grande influenza sugli affari globali, gli Stati Uniti emettono più carbonio pro-capite di qualsiasi altro paese del mondo – ma sembra anche un effetto contingente della sua collocazione temporale: il libro è, infatti, palpabilmente influenzato dalle imminenti elezioni presidenziali americane. Secondo Lieven, una delle ragioni per cui il cambiamento climatico è rimasto letalmente in basso nell'agenda politica ufficiale degli Stati Uniti e di altri Stati è che l'ambientalismo è stato eccessivamente associato al «liberalismo culturale», alienando gli elettori conservatori che sono invece quelli che più devono essere conquistati alla causa planetaria [4]. In particolare negli Stati Uniti, la crisi climatica è diventata una questione identitaria, che preclude il suo emergere come questione bipartisan. Secondo il Pew Research Center, negli Stati Uniti «la partigianeria influisce sulle credenze della gente rispetto al cambiamento climatico più che il loro livello di conoscenza e comprensione della scienza»; un'indagine Pew del 2018 ha rilevato che l’83% dei Democratici considera il cambiamento climatico come una delle principali minacce rispetto a solo il 27% dei Repubblicani, dunque una differenza di 56 punti [5]. Come dice Lieven, l'incredulità o il disinteresse per le conseguenze devastanti della combustione di combustibili fossili è diventata una questione di «cultura comune conservatrice; come il possesso di armi o la frequentazione della chiesa». La destra eco-scettica afferma «non è che non siamo convinti dalle prove del cambiamento climatico, ma non siamo il tipo di persone che credono nel cambiamento climatico». Questa parzialità è un grosso ostacolo alla creazione di «una politica nazionale simile al New Deal originale», che secondo Lieven sarà invece necessario ai partiti «verdi» per ottenere «maggioranze radicali» in più tornate elettorali. [6]

Che cosa propone Lieven per superare il monopolio ideologico liberale sull'ecologia? La sua prima proposta concreta per trasformare la crisi climatica in una solida priorità nazionale per gli Stati Uniti e per le altre democrazie occidentali è quella di reinquadrare discorsivamente la questione del riscaldamento globale come una minaccia imminente per la sicurezza nazionale: «L'esercito statunitense deve sostenere con tutto il suo peso il New Deal verde». La «securizzazione» del riscaldamento globale depoliticizzerebbe al tempo stesso la questione – «rimuovendola dalla sfera naturale della politica» – e la renderebbe più consona alle culture politiche conservatrici, poiché l'arruolamento di figure militari nella disintossicazione retorica dell'argomento avrebbe, spera Lieven, un'influenza particolare sui Repubblicani, essendo i funzionari militari tra i pochi esperti che godono di rispetto in tutto lo spettro politico [7].

Lieven ha lavorato per il «Financial Times» e «The Times» a metà degli anni Ottanta e Novanta, come corrispondente prima per l'Afghanistan e poi per il Pakistan – da qui il suo libro Pakistan: A Hard Country (2011) – e poi per l'ex Unione Sovietica. All'inizio degli anni Duemila ha iniziato a scrivere di relazioni internazionali e sicurezza per i centri di ricerca statunitensi; dal 2006 ha insegnato nel campus Qatar di Georgetown. L'idea di «securizzazione» di Lieven trova le sue origini in una piccola crisi professionale, narrata nell'introduzione, che conferisce al libro un’aria di sincerità. La riflessione sul significato profondo della crisi climatica lo ha spinto a rendersi contro dell’«irrilevanza, in termini comparativi, della maggior parte delle questioni su cui ho lavorato finora nei settori delle relazioni internazionali e degli studi sulla sicurezza». Studiando le crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina sugli atolli del Mar Cinese Meridionale, ha realizzato come, sul lungo periodo, «questi luoghi saranno privi di significato per entrambe le parti», poiché «l'innalzamento del livello del mare e l'intensificarsi dei tifoni avranno ributtato in mare le fonti di queste tensioni». Prendendo atto dell'assurdità di tali dispute territoriali e delle rivalità geopolitiche, nonché dei loro «effetti distruttivi» sulla «cooperazione internazionale contro il cambiamento climatico», per non parlare del caos ambientale provocato dalla militarizzazione più in generale, Lieven fa appello alle élite politiche affinché si rendano conto che «gli interessi a lungo termine delle grandi potenze mondiali sono molto più minacciati dal cambiamento climatico di quanto non lo siano gli uni dagli altri». Potrebbe sembrare un semplice cambiamento di politica indotto da una sobria considerazione sulle terribili conseguenze delle emissioni incontrollate di carbonio, ma in realtà comporterebbe un radicale riassetto delle priorità nazionali. Una delle tecniche principali per proteggere la sicurezza nazionale, così come è attualmente concepita, è quella di perseguire l'autosufficienza energetica o «indipendenza dalle risorse», utilizzando tecnologie sempre più invasive per dissotterrare le riserve nazionali di combustibili fossili.

Impatti asimmetrici

In che senso il cambiamento climatico minaccia immediatamente la sicurezza nazionale degli Stati occidentali? A differenza dell'India, del Pakistan e del Bangladesh, ad esempio, rispettivamente al primo, secondo e quarto posto nel rapporto dell’Hsbc del 2018 che classifica la vulnerabilità dei paesi rispetto al cambiamento climatico, e nonostante gli incendi in California e la vulnerabilità delle città costiere orientali all'innalzamento del livello del mare e al peggioramento degli uragani, gli Stati Uniti non sono minacciati dalle conseguenze fisiche di un pianeta che si sta riscaldando. L'argomentazione di Lieven per ridefinire il cambiamento climatico come una pressante preoccupazione di sicurezza nazionale si basa quindi sull'anticipazione delle sue ricadute socio-politiche, piuttosto che sui suoi effetti materiali immediati, e sull’elaborazione dell’idea per cui, anche se i cambiamenti disastrosi dell'ambiente naturale sono relativamente localizzati, le loro conseguenze umane e politiche non lo sono. Il mondo in via di estinzione a cui Climate Change and the Nation State è maggiormente interessato non è quindi quello naturale delle foreste e dei fiumi e della fauna insostituibile, ma l'ordine politico degli Stati e delle società; l'orizzonte su cui si fissa lo sguardo di Lieven non è una qualche apocalisse ecologica o un evento di estinzione di massa, ma la caduta delle democrazie e il collasso sociale: senza qualcosa come un Green New Deal, «le democrazie liberali occidentali non dureranno abbastanza a lungo per essere sopraffatte dagli effetti diretti del cambiamento climatico» [9].

L'appello di Lieven a «securizzare» la crisi climatica tocca l’aspetto del problema che può farlo sembrare così disperatamente insolubile. Mentre alcuni Paesi hanno mobilitato risorse e volontà politica impressionanti in risposta alla pandemia, le differenze tra il virus e il cambiamento climatico sono suggestive. A differenza del Covid-19, che si è diffuso rapidamente praticamente in ogni angolo del pianeta, l’esatta interazione tra il riscaldamento globale e i cicli meteorologici, come quella tra le emissioni di carbonio e i loro effetti visibili a lungo termine, è complessa e controversa, mentre gli impatti sono disomogenei a livello spaziale e di classe. Come è stato ampiamente notato, i luoghi più a rischio a causa dell'innalzamento del livello del mare, delle inondazioni, delle tempeste, della siccità e di altri eventi e processi naturali catastrofici, e meno in grado di prepararsi e di riprendersi da essi, si trovano perlopiù in paesi in via di sviluppo con scarso peso geopolitico e il cui contributo nazionale alle emissioni globali è trascurabile rispetto a molti dei paesi meno vulnerabili ad alta emissione [10]. A parte la sua evidente ingiustizia, questa asimmetria di causa ed effetto è anche un serio ostacolo alla mobilitazione delle élite del Nord globale: mentre il Covid-19 ha infettato prima di tutto i ricchi globetrotter benestanti, compresi i capi di Stato e i loro ministri, prima di diffondersi nelle comunità a basso reddito e nelle minoranze, sovrarappresentate nei settori dei servizi e dell'assistenza e sproporzionatamente uccise dal virus, gli ultimi a essere colpiti dal cambiamento climatico saranno probabilmente quelli che hanno più capacità ma meno interesse immediato a mitigarlo.

Lieven non riconosce questa dinamica, che è però implicitamente ammessa nella sua presa di posizione, che si basa sulla quadratura di interessi nazionali e globali, mostrando che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia «indiretta» ma immediata per l’Occidente. Il perno della riconciliazione di Lieven tra interesse occidentale e benessere planetario – o meglio, l'influenza del mondo in via di sviluppo sul calcolo politico occidentale – è la migrazione di massa: «la minaccia più importante rappresentata dal cambiamento climatico per la sicurezza degli Stati occidentali e della Russia è probabilmente indiretta: un ulteriore aumento delle migrazioni» [11]. Ci sono prove che suggeriscono che la previsione di Lieven sulle migrazioni di massa delle popolazioni non sia poi mero allarmismo. Secondo un recente rapporto, con la desertificazione delle regioni semiaride, «centinaia di milioni di persone dall'America centrale al Sudan, fino al delta del Mekong», tradite dalla loro terra, «saranno costrette a scegliere tra la fuga e la morte. Il risultato sarà quasi certamente la più grande ondata di migrazione globale che il mondo abbia mai visto». Entro il 2070, le zone estremamente calde che oggi rappresentano meno dell’1% della superficie terrestre potrebbero coprire quasi un quinto di essa, «collocando potenzialmente una persona su tre al di fuori della nicchia climatica in cui gli esseri umani hanno prosperato per migliaia di anni» [12]. La migrazione interna sarà inizialmente prevalente rispetto alla migrazione intercontinentale – spesso insidiosa e richiedente una capacità finanziaria che la maggior parte della popolazione non ha – poiché le comunità rurali, private della loro vita agricola, si sposteranno verso le città in cerca di un lavoro sempre più scarso [13]. Ma l’entità della crisi – «a ogni aumento di un grado di temperatura, circa un miliardo di persone» saranno espulse dalla «nicchia climatica» e, secondo le Nazioni Unite, le temperature globali sono in procinto di aumentare di 3,9 gradi entro il 2100 – suggerisce che le migrazioni non si limiteranno alle zone adiacenti le regioni colpite [14].

Lieven prevede che l'ampiezza e la rapidità senza precedenti di queste migrazioni, unitamente alla scarsità di risorse, aggraverà le tensioni esistenti, compresi i conflitti etnici, destabilizzando intere regioni, con molte degenerazioni in guerra, e potenzialmente accelerando il collasso degli Stati. «Il cambiamento climatico alimenterà altri fattori di degrado ambientale e di tensione sociale, producendo altri conflitti come la guerra civile siriana» – un conflitto che Lieven fa risalire alla siccità degli anni precedenti nei paesi produttori di grano: egli individua nel cospicuo aumento dei prezzi del pane e il conseguente malcontento economico in Medio Oriente un elemento determinante per la Primavera Araba [15]. La migrazione di massa, in altre parole, è la risposta di Lieven alla domanda su come, per dirla con Mike Davis, mettere in atto «la trasmutazione dell'interesse personale dei paesi e delle classi ricche in una “solidarietà” illuminata» con i paesi più poveri e con le classi più vulnerabili alla devastazione ambientale, già provocata dall'uso incontrollato dell'energia nel Nord del mondo [16].

Note

1. «Counting the Infected», The Daily podcast, «New York Times», 8 luglio 2020.

2. Anatol Lieven, Climate Change and the Nation State: The Realist Case, Londra 2020. D’ora in poi Ccns.

3. «One version or another of a Green New Deal is the only way to go», Ccns, p. 92.

4. La mappatura operata da Lieven rispetto ai partiti democratici e repubblicani entro i confini di questa dialettica liberale/conservatore è, nel migliore dei casi, anacronistica. Lieven presenta il «liberalismo culturale» – un’espressione che non definisce mai, ma sotto la quale raggruppa «lussi ideologici» come «open borders, free migration», «identity politics», «il movimento Woke», «il movimento Me Too» – che abbraccia apparentemente qualsiasi affiliazione politica a sinistra del Gop. Si riferisce ai Democratici, ai liberali, alla «sinistra», o anche ai «verdi» (sorvolando sugli ambientalisti di destra), facendo venir meno le distinzioni politiche, partendo dal presupposto che, qualunque siano le loro divergenze rispetto alla politica economica, per esempio, esse finiscono invece per convergere su questioni sociali o culturali, così come sulla crisi climatica: Ccns, p. xxv.

5. Un modello simile esiste anche in Europa, anche se in misura minore, con i sostenitori dell'AfD, dell'Ukip e del Rassemblement National rispettivamente il 28, 22 e 21% meno propensi a considerare il cambiamento climatico come una minaccia, rispetto ai non sostenitori. Si veda il Pew Research Center: Cary Funk e Brian Kennedy, How Americans See Climate Change and the Environment in 7 Charts, 21 aprile 2020; e Moira Fagan e Christine Huang, A Look at How People Around the World View Climate Change, 18 aprile 2019.

6. Ccns, pp. 132, 10, xiv.

7. Ccns, p. 7.

8. Si può ricostruire gran parte di questa storia professionale a partire da testimonianze sparse in Ccns, che peraltro danno al libro una piacevole sensazione di intimità. Le allusioni casuali di Lieven all’impressionante gamma geografica della sua carriera servono anche come retorica dimostrazione di mondanità. L’esperienza aneddotica è utilizzata per sostanziare specifiche affermazioni – il suo periodo in Qatar, ad esempio, che «ha le leggi sulla naturalizzazione più restrittive» del mondo, lo ha convinto dell'incompatibilità di un reddito di base universale con un’eccessiva migrazione – e, cumulativamente, per corroborare empiricamente la sua sensibilità «realista»; le sue conclusioni non derivano da predilezioni ideologiche, ma derivano organicamente dalla sua vasta esperienza: Ccns, pp. xvi-xvii, 49, 51, 132, 135.

9. Ccns, p. 115

10. Le Filippine e il Bangladesh, ad esempio, al terzo e al quarto posto nella classifica di vulnerabilità climatica dell’Hsbc, sono responsabili rispettivamente dello 0,35% e dello 0,24% dei 36,2 miliardi di tonnellate di carbonio emesse nel 2017. La Cina e gli Stati Uniti, in media al ventiseiesimo e al trentanovesimo posto nella classifica dell'Hsbc, hanno emesso il 27% e il 15% del totale globale del carbonio. Vedi Who emits the most CO2?, utilizzando i dati del Global Carbon Project, in Hannah Ritchie e Max Roser, CO2 and Greenhouse Gas Emissions, maggio 2017, pubblicato su ourworldin-data.org; e Ashim Paun, Lucy Acton e Wai-Shin Chan, Fragile Planet: Scoring Climate Risks Around the World, Hsbc Global Research Report, marzo 2018.

11. Ccns, p. 35.

12. Abrahm Lustgarten, The Great Climate Migration, «New York Times Magazine», 26 luglio 2020.

13. Dei circa tredici milioni di sfollati della guerra civile siriana – la «crisi dei rifugiati» che Lieven invoca ripetutamente per mettere in guardia contro la «diffusa radicalizzazione populista e la destabilizzazione politica» che ritiene verrà inevitabilmente causata da una rapida migrazione di massa verso l’Occidente – circa la metà rimarrà inevitabilmente all’interno dei confini siriani, con altri cinque milioni di sfollati nei vicini Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, numeri che sminuiscono il milione di persone che hanno trovato asilo in Europa: Phillip Connor, Most Displaced Syrians Are in the Middle East, Pew Research Center, 29 gennaio 2018.

14. Lustgarten, The Great Climate Migration; Matt Stieb, «Bleak» UN Climate Report: World on Track for Up to 3.9 Degrees Warming by 2100, «New York Magazine», 26 novembre 2019.

15. Ccns, pp. 36, 41.

16. Mike Davis, Who Will Build the Ark?, «Nlr» 61, gen.–feb. 2010, p. 37.



Traduzione a cura di Giulia Page.

Titolo originale: Painting Nationalism Green?, «New Left Review» 124, Jul. Aug. 2020, pp. 43 60

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