Della vanità

Note su Dove sei, mondo bello di Sally Rooney


In questo articolo Adriano Bertollini offre una sua lettura del nuovo romanzo della scrittrice, poetessa e saggista irlandese Sally Rooney, Dove sei, mondo bello (Einaudi, 2022).


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«Come è possibile che siamo sull’orlo del collasso ambientale e non facciamo nulla per impedirlo? La nostra generazione è quella che subirà maggiormente il cambiamento climatico. Perché di tanto in tanto ce ne lamentiamo, ma alla fine della giornata torniamo a casa come se niente fosse?» Queste le domande che un’amica mi ha fatto qualche giorno fa, in un effimero pomeriggio invernale. Fino a poco prima la conversazione aveva ondeggiato senza una meta precisa, sonnacchiosa, quasi intorpidita, per poi risvegliarsi di colpo quando la mia amica mi ha posto questi interrogativi. Dubbi che nascevano dalla lettura di Dove sei, mondo bello, l’ultimo romanzo di Sally Rooney, recentemente pubblicato in italiano. In questo articolo, proverò a mostrare perché, e in che modo, il libro costituisce un ottimo esempio per comprendere alcuni aspetti nevralgici del presente in cui viviamo.

Qual è la vicenda? Per rispondere è sufficiente la quarta di copertina della traduzione italiana: «Alice ha scritto due romanzi di enorme successo, ma per trovare compagnia deve andare su Tinder. Eileen lavora per una rivista letteraria, però non ci paga l’affitto. Simon ama da sempre la stessa donna, ma da sempre ne frequenta altre. Felix passa in birreria il tempo libero dal lavoro di magazziniere, ma la sua è una fuga. Alice, Eileen, Simon e Felix si parlano, si fraintendono, si deludono e si amano e, mentre attraversano il cerchio di fuoco dei trent’anni, si chiedono se esista davvero, al di là, ancora, un mondo bello in cui sperare». Non c’è molto da aggiungere, se ci limitiamo a guardare alla trama. Il talento che ha reso Rooney famosa non sta tanto nella costruzione dell’intreccio, nella storia in sé, ma nella capacità di mettere a fuoco le dinamiche relazionali che agitano la vita dei protagonisti (così in Conversations with Friends – il primo romanzo – e in Normal People, da cui è stata tratta anche una serie televisiva). Fatto salvo questo elemento di continuità, l’ultima fatica si distingue per l’età dei personaggi – crescono insieme con l’autrice, quasi che la scrittura fosse una rielaborazione narrativa della sua vita – e per l’esplicitazione di un nodo che negli altri libri era presente ma taciuto: il rapporto delle esistenze singolari con il destino collettivo, l’intreccio tra individuo e moltitudine che ha nella politica il suo luogo d’elezione.

Eppure la politica è un attore paradossale, che fa sentire la sua voce attraverso il silenzio, presente mediante un’assenza. La evocano Alice e Eileen in lunghe mail, che nell’intelaiatura del testo si frappongono ai capitoli in cui la narrazione procede in terza persona: le amiche sono distanti geograficamente e le loro vicende procedono in parallelo, ma non mancano di scriversi con regolarità. Negli scambi epistolari alternano resoconti di vita a riflessioni più astratte; frequenti quelle sul destino dell’umanità, come fossero un basso continuo. L’idea su cui concordano è un ineluttabile senso di fine: il mondo per come lo conosciamo è prossimo all’implosione, e niente sembra poterlo impedire. Collasso ambientale e ingiustizia sociale sono sentenze senza appello. Alice riprende un ritornello molto diffuso alla fine del secolo scorso: «con la morte dell’Unione Sovietica è morta anche la storia» (Rooney, 2021, p. 86). Peccato che ai tempi il decesso fosse salutato con giubilo, con l’illusoria speranza che di lì a poco si sarebbero finalmente raggiunti pace e benessere. Oggi nessuno crede più a questa favola e il presunto epilogo smette di essere un lieto fine: «la civiltà umana è sull’orlo dell’abisso» (Rooney, 2021, p. 102), fa eco Eileen quando risponde all’amica.

Una medicina efficace contro questo malato terminale ci sarebbe, il suo nome è «azione politica» (Giglioli, 2015). E tuttavia è fuori discussione: le due giovani donne meditano sulle sorti del mondo presente, ma alle loro parole non fa seguito un agire che si faccia carico attivamente delle sorti collettive. Non viene mai presa in considerazione l’idea di poter fare qualcosa, è un’ipotesi fantasma, c’è e non c’è: appare nella misura in cui viene scartata. E così il punto d’avvio e lo sfondo dei discorsi e delle peripezie emotive dei personaggi è un senso di fine, di dismissione, di impotenza (Virno, 2021). In Beautiful World, Where Are You le vite dei protagonisti prendono forma a partire da questa rimozione della sfera politica, una rinuncia non completamente elaborata, anche se gravida di conseguenze. La prosa di Rooney dipinge con tratti nitidi gli andirivieni di esistenze ripiegate su se stesse, tutte concentrate sugli affetti. Sono esistenze private in due sensi: poiché private, cioè manchevoli, di un orizzonte – quello politico – che da sempre viene considerato distintivo della natura umana (Aristotele docet: l’anthropos è l’animale che vive nella polis), sono costrette a rannicchiarsi nella sfera del privato, coltivando esclusivamente le relazioni interpersonali; e dunque l’amicizia e l’amore, che però, invece che fungere da grimaldello per una vita felice, hanno il retrogusto amaro del premio di consolazione. A volte i diretti interessati paiono accorgersene, ma a ciò non segue un’inversione di tendenza di qualche tipo. Emblematiche le parole di Eileen, che condensano la visione del mondo di tutti i personaggi, e anche un sentire diffuso al di fuori delle pagine del romanzo: «Forse siamo nati soltanto per amare e preoccuparci delle persone che conosciamo, e per continuare ad amare e a preoccuparci anche quando ci sarebbero cose più importanti da fare. E se questo significa che la specie umana si estinguerà, in un certo senso non è forse un bel motivo per estinguersi? Il motivo più bello che si possa immaginare? Perché quando avremmo dovuto riorganizzare la distribuzione delle risorse del pianeta e passare collettivamente a un modello economico sostenibile, ci stavamo preoccupando di sesso e amicizia. Perché ci amavamo troppo e ci trovavamo reciprocamente troppo interessanti. E io questa cosa dell’umanità l’adoro, e in realtà è precisamente la ragione per cui faccio il tifo per la nostra sopravvivenza – perché siamo stupidi gli uni con gli altri» (Rooney, 2021, pp. 102-103).

Felix, Simon, Alice e Eileen si avvicinano, si allontano, litigano, si confidano: Rooney è molto efficace nel rendere il loro moto relazionale perpetuo, incessante. Le loro vicende non hanno niente di speciale, eppure danno l’impressione di nascondere qualcosa di significativo. I singoli eventi che capitano ai personaggi sono trascurabili, ma testimoniano di uno sforzo per fare qualcosa di sé. C’è in loro una tensione permanente, che però non li porta da nessuna parte, quasi che corressero e si agitassero per rimanere fermi. L’amore di Simon e Eileen è coinvolgente, difficile da capire quello di Alice e Felix. Ma il punto, al di là delle storie in se stesse, è il ruolo ipertrofico di amori e amicizie, a cui si dedicano alacremente per provare in qualche modo a dare un senso alle cose, per trovare una forma di conforto, un riparo dalla fragilità che il presente minaccioso – e apparentemente immodificabile – pare portare con sé.

Dove sei, mondo bello è attraversato, pervaso da un senso di vanità, il vero protagonista del racconto. Forse è proprio la capacità di dargli voce a spiegare il successo dei romanzi di Rooney, che colgono qualcosa di impercettibile, ma presente e decisivo, nei rapporti interpersonali di oggi. Anche «vanità» va intesa in due accezioni distinte e complementari. Per un verso, l’impotenza diffusa rende tutto vano. È come se le cose perdessero di peso alla luce della convinzione, ormai divenuta senso comune, di essere prossimi alla fine, o, il che è lo stesso, di non poter modificare in alcun modo l’odierno assetto politico ed economico (Fisher, 2009). Un’azione vale l’altra, un evento vale l’altro. Tutto è circonfuso di una levità inquietante, coperto da un velo che sfuma i contorni e stordisce. C’è chi ha parlato del presente come l’epoca in cui l’eccezione è divenuta la regola (Benjamin, 1974), in cui la storia è schiacciata sulla cronaca (De Carolis, 2004), di modo che ogni notizia fa epoca e dunque nessuna è veramente epocale. Il mondo cambia in continuazione e allo stesso tempo non lo si può veramente cambiare. Questo assetto retroagisce sulle esistenze individuali: in fuga dalla vanità del mondo, si cerca asilo nelle frivolezze del privato, nella cerchia ristretta dei propri affetti. I personaggi di Rooney sono vanitosi nel senso che investono nell’amore e nell’amicizia la quasi totalità delle energie che non sono costretti a impiegare nel lavoro. Non fanno altro che parlare dei loro sentimenti e delle loro azioni, il centro dei discorsi sono i pronomi «io» e «tu»: uno sforzo quasi parossistico, che tende, per contrappasso, ad assegnare una gravità esagerata a cose che non paiono meritarlo. Come quando Alice e Felix discorrono con sussiego dei sensi di colpa che li attanagliano e da cui dicono di non potersi liberare, dovuti a peccati veniali, e tutto sommato ordinari, commessi in adolescenza: il bullismo nei confronti di una compagna di classe, o l’aver ferito una ragazza innamorata. La vanità caratteristica dell’oggi sta nel non riuscire a dare il giusto peso alle cose, nello sbilanciamento tanto in un verso (leggerezza, vacuità della sfera pubblica) quanto nell’altro (pesantezza eccessiva del privato). È bene specificare che quanto appena detto non è affatto un giudizio morale, l’ennesimo j’accuse nei confronti delle giovani generazioni, a cui imputare la decadenza dei tempi moderni. Si tratta qui di guardare alla letteratura come sintomo del presente, tassello utile a comporre un’ontologia dell’attualità, in cui l’estensore di queste righe è pienamente coinvolto – non spettatore disinteressato, ma familiare con le idiosincrasie dei personaggi di Rooney.

Non sembra, però, che queste vite rintanate nel bozzolo degli affetti più stretti siano felici. Al contrario, sono attraversate da passioni tristi. Dopo aver avuto una crisi psichiatrica, Alice è stata ricoverata in ospedale e continua a seguire una terapia farmacologica. Felix trova che non abbia senso uscire la sera senza bere smodatamente e assumere droghe. Eileen è preda di attacchi di solitudine, e se Simon con la sua presenza riesce a calmarla, non per questo lei si sente forte. C’è un velo di infelicità che ricopre l’esistenza dei personaggi, e che aleggia nel quotidiano del ventunesimo secolo. Sgombriamo il campo da un equivoco: per «infelicità» non bisogna intendere uno stato psicologico individuale, ma – per così dire – la forma oggettiva della vita. Per rendere l’idea può essere utile dare uno sguardo all’etimologia: «felix» significa fecondo, fertile, ricco. Così, «felice» è attributo che si predica di chi riesce a dispiegare, per quanto possibile, le sue potenzialità. In questo senso, una vita felice è più assimilabile a una battuta felice, cioè ben riuscita e calzante, che non a una qualche forma di gaiezza. L’impressione è che ci sia qualcosa di banale e sgraziato in questo vivere residuale, come se i piaceri di cui oggi ci è dato disporre non siano quelli propri di chi riesce a segnare una direzione al corso degli eventi, ma quelli di chi si barcamena, piccole gioie difensive legate alla condivisione di un onere con qualcun altro (Bertollini, 2021) e non al libero – e comune – esercizio delle facoltà. La vanità che ci accompagna sfuma i contorni delle nostre vite, le sbiadisce, impedendone un vero e proprio godimento.

Un mondo bello sarebbe, allora, un luogo dai colori più vividi, in cui le cose siano sottratte alla vacuità e in cui si abbia la sensazione che non tutto è futile. Con il titolo del suo romanzo, Rooney coglie un aspetto decisivo, anche se forse occorre essere più radicali. A mancare, oggi, non è un mondo bello, ma un mondo in quanto tale. Nel lessico filosofico, «mondo» è opposto ad «ambiente» e contraddistingue la realtà propriamente umana di contro a quella animale. Un ambiente è una nicchia in cui si è ricettivi a un repertorio limitato di stimoli. L’esempio classico è la zecca di Uexküll (1973) e Heidegger (1983), un essere vivente in preda a un torpore da cui lo risveglia un singolo segnale, l’odore dei mammiferi. Per definizione è ambientale l’animale rinserrato nei confini delle percezioni presenti, mentre ha un mondo chi è in grado di trascendere quei limiti, proiettandosi oltre il qui e ora. Propriamente mondana è l’esperienza di chi può pensare a come non stanno le cose, immaginando come potrebbero essere. Oggi, nel presente eterno del tardo capitalismo (Mazzeo, 2021), sembra mancare proprio questa facoltà: complicato anche solo vagheggiare un ordine alternativo, un diverso modo per organizzare la vita sul pianeta. Nell’epoca della globalizzazione ci ritroviamo poveri di mondo, quasi fossimo diventati animali. Il disagio che lascia la lettura di Beautiful World, Where Are You, fa tutt’uno con la consapevolezza che per uscire da impotenza e vanità sia necessario non essere soli. Ma anche con il fondato sospetto che «sex and friendship» non siano sufficienti.



Bibliografia

W. Benjamin, Über den Begriff der Geschichte, in Gesammelte Schriften, Band 1, 2, Suhrkamp, Frankfurt am Mein 1974, pp. 691-704

A. Bertollini, Filosofia dell’amicizia. Linguaggio, individuazione, piacere, DeriveApprodi, Roma 2021.

M. De Carolis, La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004.

M. Fisher , Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books 2009.

D. Giglioli, Stato di minorità, Laterza, Roma-Bari 2015.

M. Heidegger, Die Grundbegriffe der Metaphysik. Welt – Endlichkeit – Einsamkeit, in Gesamtausgabe, voll. XXIX-XXX, Klosterman, Frankfurt am Main 1983 (I concetti fondamentali della metafisica. Mondo – Finitezza – Solitudine, trad. di P. Coriando, Il Melangolo, Genova 1999).

M. Mazzeo, Logica e tumulti. Wittgenstein filosofo della storia, Quodlibet, Macerata 2021.

S. Rooney, Beautiful World, Where Are You, Faber and Faber, London 2021 (Dove sei, mondo bello, trad. it. di M. Balmelli, Einaudi, Torino 2022).

J. Uexküll, Streifzüge durch die Umwelten von Tieren und Menschen. Ein Bilderbuch unsichtbarer Welten, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1973 (Ambienti animali e ambienti umani. Una passeggiata in mondi sconosciuti e invisibili, trad. it. di M. Mazzeo, Quodlibet, Macerata 2010).

P. Virno, Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica, Bollati Boringhieri, Torino 2021.



Immagine: Roberto rup Paolini


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Adriano Bertollini è dottore di ricerca in Filosofia del linguaggio presso l’università della Calabria. Insieme a Roberto Finelli ha curato il volume Soglie del linguaggio. Corpi, mondi e società (TrE-Press 2017).