Deavvelenare il mondo, respirare un’umanità piena
- Simone Villani
- 5 ore fa
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Conversazione con Françoise Vergès

Questa conversazione con Françoise Vergès prende avvio dalle mobilitazioni di Taranto della scorsa estate che portarono alle dimissioni del sindaco, approfondendone le rivendicazioni attraverso i temi che attraversano lavoro dell’autrice in «Rendere pulito il mondo»: il rapporto tra scarto, rifiuto e sacrificio; la politica razziale del respiro e dell’inquinamento; l’accesso ai beni elementari come l’acqua; i limiti dell’immaginario del femminismo bianco; fino all’intreccio tra ecologia, militarizzazione e colonialismo. Le mobilitazioni tarantine, lette in questa prospettiva, non sono solo una reazione locale a condizioni ambientali e sociali critiche, ma un punto di condensazione di dinamiche globali che riguardano il rapporto tra corpo, territorio e capitalismo razziale. Le domande insistono sulla necessità di comprendere come scarto, contaminazione e inquinamento non siano semplici effetti collaterali, ma tecniche di governo che producono differenze tra vite che contano e vite che vengono rese sacrificabili. Ogni domanda parte da una dimensione specifica delle mobilitazioni, ma mira anche ad aprire uno spazio di riflessione più ampio che superi la lettura del conflitto salute-lavoro (S.V.).
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Simone Villani: L’omicidio razziale di Bakary Sako, avvenuto a Taranto i primi di maggio, è la terra arsa di un disagio profondo che attraversa questo territorio e questo paese. Territorio, paese e omicidio imbricati nella stessa matrice storica, fatta di rapporti di sacrificio, indegnità della vita, invisibilità e morte. Questa matrice ha una sua pedagogia: ci persuade che ci salveremo da questa miseria sbiancandoci, approssimando le nostre vite al modello della bianchezza. Rende desiderabile l'omicidio razziale: la forma che ci fa coloni. Ma non ci salveremo così. La violenza razziale non rovescia i rapporti di forza, li riproduce; impedisce la ricomposizione tra soggetti subordinati. Quello che dobbiamo fare è tradire il colono. Per farlo davvero, dobbiamo inventare una maniera di desiderare attraverso questo tradimento; così ci incammineremo sulla strada che inventa l'anima che il suprematismo ci costa.
Vorrei partire da una questione generale, quasi preliminare: che cosa intendiamo quando parliamo di «scarto» o di «rifiuto»? Non solo in senso materiale, ma anche sociale e politico. Che cosa significa che qualcosa viene «rifiutato», «scartato» o «sacrificato»? Nel tuo lavoro, lo scarto sembra essere meno una conseguenza del sistema capitalistico che una sua condizione di possibilità: un dispositivo attraverso cui si producono gerarchie tra vite che contano e vite che possono essere esposte alla malattia, alla contaminazione e alla morte.
Françoise Vergès: Nel vocabolario coloniale/razziale del capitalismo, lo «scarto» designa tanto l’essere umano colonizzato/razzializzato considerato superfluo, la cui vita diventa merce, quanto il corpo che può essere venduto, affittato, torturato, trafficato, ucciso in totale impunità. Ho sempre trovato molto utile e molto pertinente la distinzione tra corpo e carne teorizzata da Hortense Spillers nel suo articolo Mama’s Baby, Papa’s Maybe, An American Grammar Book. La schiavitù e il razzismo hanno separato corpo e carne: il corpo bianco, che beneficia di ogni attenzione, che soffre, prova desideri, e il corpo nero, a cui la funzione paterna e materna è negata e che può essere frustato, torturato, ucciso.
Per il colonialismo, la terra colonizzata e i suoi abitanti umani e non umani sono a disposizione dei suoi interessi, dei suoi desideri, della sua sete di possedere. Un rapporto di controllo che i filosofi del liberalismo del XVIII secolo, padri della democrazia liberale, giustificarono e legittimarono. Per questi filosofi è necessario rovesciare la tirannia e l'assolutismo che regnano in Europa, perché sono nemici del principio inalienabile della libertà individuale, ma rifiutano questo principio ai non bianchi. Giustificano la colonizzazione, la tratta e la schiavitù. John Locke, che aveva contribuito all’ideazione delle Costituzioni Fondamentali delle colonie[1] che autorizzavano la conversione degli schiavi, affermò che «[c]iascun cittadino libero della Carolina esercita un potere e una autorità illimitati sui suoi schiavi neri, indipendentemente dalle loro opinioni o dalla loro religione». La schiavitù che deve essere abolita è quella esercitata dai monarchi in Europa, ma non quella coloniale. Per Locke, gli «schiavizzati» erano i sudditi inglesi soggetti al potere illimitato del monarca. Il principio della proprietà privata individuale è al centro della dottrina liberale, e gli schiavi diventano un bene come qualsiasi altro.
La concezione della terra come proprietà privata conduce a una divisione molto chiara tra le vite che contano e le vite che non contano. Quando dico «vite che non contano», non parlo soltanto di vite umane sacrificate, ma anche della distruzione di organizzazioni sociali, culturali e politiche, di pratiche e pensieri religiosi, di modi di vita. Tutto questo viene rimodellato per servire la colonizzazione e dunque minimizzato, ignorato o distrutto: città rase al suolo, distruzione di templi, palazzi e biblioteche, politica della terra bruciata, furti, stupri, saccheggi, massacri, genocidi. Le zone di sacrificio si creano sulla negazione dei diritti che l’Occidente proclama universali. Il colono ha un diritto naturale alla terra, all’acqua, alle ricchezze del suolo e del sottosuolo. Le terre vengono scavate per sfruttare i minerali; una volta esauriti, il regime coloniale/razziale abbandona lo spazio devastato e va oltre per aprire la terra una seconda volta; le foreste vengono distrutte per piantare zucchero, cotone, caffè, i fiumi deviati. La terra (suolo, sottosuolo) è un capitale da sfruttare. Fiumi, laghi, mari, oceani vengono esplorati, sfruttati e collegati per facilitare il trasporto delle materie prime, ma anche per facilitare la circolazione delle navi della tratta e di guerra. Il coloniale/razziale istituisce uno stato di guerra permanente.
SV: Hai citato le zone di sacrificio. Le Nazioni Unite hanno definito Taranto nel 2022 «zona di sacrificio», ovvero «un luogo in cui i residenti soffrono devastanti conseguenze sulla salute fisica e mentale e violazioni dei diritti umani a causa del fatto di vivere in zone altamente inquinate e fortemente contaminate». Credo che prendere sul serio questa definizione non significhi ragionare su una situazione estrema, ma nominare una logica più generale. Vorrei esplorare con te l’idea che i sistemi politici contemporanei persistano attraverso la produzione di sacrificio, eliminando o esponendo al danno persone, territori e forme di vita – non come forma di dominio diretto, ma come strategia di naturalizzazione dello scarto. Puoi approfondire in che modo questo dispositivo di produzione dello scarto si intreccia con il carattere razziale del capitalismo?
FV: La geografa abolizionista Ruth Wilson Gilmore definisce il razzismo come «la produzione e lo sfruttamento, sanciti dallo Stato o da agenti extralegali, della vulnerabilità differenziata dei gruppi a una morte prematura»; in altre parole, la disuguaglianza esiste fin dalla nascita: l’essere umano razzializzato – nero, arabo, rom, asiatico, indigeno – nasce in un mondo in cui è già all’opera la sua fabbricazione come «essere in eccesso». Un essere umano che, fin dalla nascita, si trova confrontato a condizioni di vita che minacciano la sua capacità di vivere: acqua e aria inquinate, malnutrizione, accesso ostacolato ai servizi sanitari, all’istruzione, a un alloggio dignitoso. Una morte prematura che colpisce tutto il vivente: specie non umane, alberi, corsi d’acqua, piante, mari, animali.
Quando sappiamo che l’aria inquinata uccide ogni anno più persone di qualunque altra causa, che queste persone vivono principalmente nel Sud Globale o nelle zone di sacrificio del Nord, che un gran numero di bambini nel Sud Globale nasce con malattie respiratorie e che quindi essi sono più vulnerabili e più indeboliti di fronte ai virus, o ancora che le più grandi discariche di rifiuti si trovano nei paesi del Sud, si misura fino a che punto il capitalismo razziale e l’imperialismo, aggiungendosi alle conseguenze della colonizzazione, creino zone di sacrificio.
Rifiuti, contaminazione e inquinamento sono tecniche di potere. Le comunità che si organizzano per lottare si trovano di fronte a corporation, amministrazioni e istituzioni politiche, legate da complicità ideologiche e finanziarie, che dispongono di enormi capitali e di potenti agenzie di comunicazione e disinformazione. Esse si avvalgono di studi legali che fanno tutto il possibile perché giustizia non sia fatta: processi che si trascinano, intimidazione di testimoni, campagne di disinformazione, approvazione di leggi che proteggono le corporation, assassinii, pressioni, imprigionamento, criminalizzazione. Presentare il caso della contaminazione come impossibile da riparare è anch’essa una tattica: «non ci si può più fare nulla». Nel migliore dei casi, il potere propone un risarcimento, che tarda ad arrivare e non è mai all’altezza del danno subito.
Mentre questa distruzione delle condizioni elementari di vita si diffonde su tutto il pianeta, i più ricchi, con la complicità degli Stati, esigono che siano loro dedicate delle enclave, spazi privatizzati protetti da eserciti privati, e leggi di esproprio (accaparramento delle terre, delle fonti d’acqua, leggi di protezione). Su queste terre rubate essi costruiscono città o resort con alberi, fiori, uccelli e lavoratori al servizio dei loro bisogni (massaggi, pulizie, cibo, lavoro sessuale, yoga, meditazione), oppure le trasformano in terre coltivabili (avocado, quinoa, grano, frutta, verdura di ogni tipo) destinate al loro nutrimento. Su queste terre vengono disciplinate le vite precarizzate, impoverite e private dell’accesso alle condizioni elementari di vita (acqua, salute, istruzione, ecc.). Il capitalismo dei rifiuti produce segregazione.
S.V.: Quando parlavi di aria inquinata ho pensato a ciò che introduciamo nel nostro corpo quando respiriamo. A Taranto l’inquinamento ha effetti profondi sulla salute respiratoria e sull’accesso sicuro agli spazi pubblici, soprattutto nei quartieri popolari prossimi alla fabbrica, come il Quartiere Tamburi. Nei cosiddetti Wind Days, le autorità raccomandano di limitare le attività all’aperto e chiudere le finestre per proteggersi dagli inquinanti trasportati dal vento. Persino quando e come respirare diventano spazi organizzati dalla politica, e dunque spazi di contestazione e rivendicazione. Tu scrivi che la possibilità di respirare aria pulita è un privilegio di razza e di classe, parte di una politica dell’esaurimento e del soffocamento che colpisce in modo differenziale a seconda del posto che si occupa nelle gerarchie razziali: avvelenamento e soffocamento diventano così dispositivi di governo razziale delle vite, e l’impossibilità di accedere a un diritto elementare come il respiro appare come una forma strutturale di deumanizzazione.
FV: Respirare non è mai stato un diritto universale. La nave negriera fu concepita come uno spazio di irrespirabilità, il simbolo stesso delle istituzioni del capitalismo razziale che ostacolano il respiro. Oggi, al cuore dei dispositivi dello Stato che ostacolano il diritto di respirare, c'è la prigione, pensata per umiliare, sminuire, disumanizzare: ci si respira a malapena. A questo si aggiungono la piantagione, il campo dei migranti e dei rifugiati, la fabbrica, l'esercito e la scuola. I regimi politici come la dittatura militare e fascista sono spazi e istituzioni dove la voce è incatenata. Ma la voce si basa sul fiato, sulla respirazione.
Secondo l'OMS, nei primi anni 2000, l'inquinamento atmosferico causava più di 7 milioni di morti premature ogni anno e il 39,7% dei nati morti. La situazione può solo peggiorare. Gli ostacoli al respiro non sono solo ecologici, sono politici, si inscrivono nella trama stessa del razzismo e del capitalismo. L'abbandono, da parte degli stati produttori di irrespirabilità e inabitabilità sul pianeta, delle misure, per quanto modeste, destinate a contenere la catastrofe climatica ha segnato l'ingresso in una nuova era di politiche sfrenate. Niente più limiti all'avidità dei miliardari tecnologici, niente più limiti alla legge dell'esclusività: essi non vogliono vivere come comuni mortali ma avere accesso a questa esclusività (aerei privati, resort privati, isole private), all'architettura della supremazia, e per farlo, sostengono la militarizzazione della polizia, la sorveglianza, la criminalizzazione del dissenso. Il no-limit ha favorito l'elezione di leader etno-nazionalisti razzisti e misogini, dall'Argentina a Israele, dagli Stati Uniti all'India. Hanno preparato il clima per la normalizzazione del genocidio a Gaza. Omicidi, morte di neonati, stupri, torture e la distruzione deliberata di ospedali, del loro personale e dei loro pazienti sono banalizzati.
SV: Se gli ostacoli al respiro non sono solo ecologici ma politici, allora rivendicare il diritto a respirare a pieni polmoni significa trasformarlo in una rivendicazione politica. È ciò che ha fatto a Taranto la Convocatoria Ecologista, organizzando un sentimento diffuso e storico della città e contribuendo a contaminare le manifestazioni di luglio. In questo senso, il diritto a respirare non riguarda soltanto una funzione biologica, ma l’accesso a un’umanità piena, alla dignità e a una vita capace di liberare le energie collettive da ciò che le deprime e le soffoca. Quali insegnamenti possiamo trarre dalle pratiche decoloniali, indigene e transfemministe di «de-avvelenamento» nel trasformare il respiro in una rivendicazione politica capace di incidere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza?
FV: Il diritto di respirare come diritto rivoluzionario rimette radicalmente in questione un ordine mondiale fondato sul privilegio di classe e sulla razzializzazione. La decolonizzazione riguarda la vita piena, non la sopravvivenza. I can't breathe è il grido di protesta contro la violenza della polizia che soffoca e uccide, ma è anche il grido di protesta contro il soffocamento della voce che grida la sua rabbia, contro l'atmosfera creata da un regime di terrore e criminalizzazione del dissenso. Il potere richiede di parlare a bassa voce, sussurrare; il suono, il tono, l'accento della voce sono sorvegliati. Il potere dello stato borghese della supremazia bianca istituisce una censura che soffoca, richiede acquiescenza e ascolta solo se la voce è composta, ragionevole, rispettosa delle sue norme, se questa voce accetta di essere parzialmente soffocata. Per aprire la voce, urlare la rabbia, invocare la rivolta, devi essere in grado di respirare, aprire i polmoni ampiamente. Altrimenti, la voce rimane strangolata.
Non ci sono rivolte, né rivoluzioni, senza urla e canti, senza slogan ripresi in coro, canzoni portate da molteplici voci, da folle. Voci che si diffondono lontano. La canzone fa circolare idee di rivolta, notizie di insurrezioni, trasmette la memoria delle lotte. La rivolta è un respiro.
Per sviluppare pratiche di «de-avvelenamento» è necessario identificare e analizzare le fonti di soffocamento e irrespirabilità nello spazio intimo e sociale, e poi elaborare collettivamente strategie che trasformino il diritto di respirare in una rivendicazione politica rivoluzionaria. Questo può significare creare rifugi, santuari dove puoi riprendere fiato, dove hai tempo per fare queste analisi, studiare quali strategie sono state messe in atto in passato e sono messe in atto nel presente, e chiedersi come adattarle alle proprie condizioni. In altre parole, rendere comprensibile la produzione dell’esaurimento e del soffocamento, capire che non c'è nulla di naturale in esso e che le sue condizioni di produzione possono essere «de-fabbricate».
Pratica e utopia emancipatoria vanno di pari passo. Combattiamo qui e ora, sogniamo, inventiamo, immaginiamo. Scrissi un piccolo testo in cui immaginavo che ciò che gli scienziati avevano previsto – un mondo irrespirabile per la specie umana e le specie non-umane – fosse accaduto. Se sopravvivessero, gli esseri umani nati con polmoni rimpiccioliti e già inquinati morirebbero giovani, al massimo a 30 anni. I ricchi, protetti da milizie armate, avevano costruito enclave dove l'ossigeno veniva prodotto dalle comunità costrette a vivere fuori da queste enclave, condannate a morire prematuramente a causa dell'irrespirabilità in cui erano forzati a vivere. Una sorta di regime di piantagione. Immaginavo la nascita di un movimento transfemminista queer e indigeno, «Breathe To Resist», che riuscisse a creare spazi dove la respirabilità era stata ricreata grazie ai saperi indigeni (piante che producono ossigeno anche in un mondo inquinato), e che aveva organizzato percorsi clandestini per raggiungere questi luoghi. Con questa storia, cercavo di immaginare uno scenario che non fosse apocalittico (vivere sottoterra, con maschere antigas), ma uno scenario di speranza radicale.
SV: Una zona di sacrificio non si costruisce solo tramite l’inquinamento, ma attraverso la riconfigurazione complessiva dei rapporti socio-ecologici del territorio e la loro sussunzione nei modi di produzione capitalistici, che cancellano saperi e forme di vita. Il fiume Tara, a Taranto, è stato a lungo uno spazio di incontro e socialità, noto per i bagni popolari e la mescolanza di accenti e dialetti regionali. Il progetto di un dissalatore, denunciato dalla rete Difesa Fiume Tara che ha preso parte alle mobilitazioni di luglio, interviene su questo ecosistema ambientale e sociale in nome della crisi idrica, ma si inserisce in una tendenza più ampia: come ricordi nel tuo lavoro, la desalinizzazione non porta giustizia idrica, ma è un dispositivo di gestione della scarsità che rende l’acqua sempre più selettiva, trasformandola in un campo di profitto e controllo. Non solo, cancellando un punto di riferimento, trasforma le comunità in fantasmi. Puoi approfondire questo punto?
FV: Hai ragione, tutti gli interventi statali sull'acqua mirano a controllarla al servizio degli interessi produttivi del governo, che sono contrari a quelli delle comunità e dei popoli. Gli stati postcoloniali raramente annullarono ciò che gli stati coloniali avevano messo in atto per disciplinare l'acqua e più spesso adottarono il modello egemonico occidentale del dominio dell'acqua legato al prestigio e al potere. Jawaharlal Nehru definì le dighe i «nuovi templi dell'India». Possiamo comprendere il desiderio di portare elettricità o irrigare la terra, ma ciò è stato fatto in sfida alle conoscenze indigene millenarie; le tecniche spesso hanno aggravato il rischio di siccità e le comunità sono state espropriate, i loro villaggi e terre coltivati sono stati allagati senza esitazione. Questo dominio dell'acqua in nome dell'industrializzazione e della modernizzazione non ha ridotto le disuguaglianze. E l'acqua è stata privatizzata.
L'ingegnere è diventato un attore chiave, capace di deviare il corso dei fiumi, frenare l'assalto dei mari, desalinizzare le acque e costruire monumenti che celebrano la modernità tecnologica. La sua conoscenza affascinava, e ancora affascina. Le principali istituzioni (FMI, Banca Mondiale) hanno incoraggiato il sapere «verticale» dell'ingegnere. Tuttavia, i suoi progetti hanno spesso indebitato i governi, espropriato le comunità e impoverito le regioni. L'acqua, che è sempre stata un'arma di guerra, lo è ancora di più a causa del disastro climatico. Le conseguenze – inondazioni più devastanti dovute alla distruzione delle reti di irrigazione indigene, alla scomparsa o all'inquinamento di laghi, fiumi, delta – restano marginalizzate, ignorate, negate.
L'acqua è un bisogno vitale elementare, senza acqua non c'è vita umana, né la vita di molte specie non umane. Tuttavia, il capitalismo razziale estrattivo, l'agroindustria e gli eserciti sono grandi consumatori e inquinatori d'acqua. La cattura, l'avvelenamento o la distruzione di pozzi da parte degli eserciti coloniali israeliani nella Palestina occupata mostra fino a che punto liberare l’acqua è un terreno di lotte anticoloniali e antirazziste.
La ricomunalizzazione dell'acqua rappresenta una delle lotte per l'accesso a una risorsa e un modo per ripensare radicalmente le relazioni. Ma mi sembra che la situazione richieda di più. La privatizzazione dell'acqua è protetta da milizie armate, leggi, diritti di proprietà privata, alleanze tra corporazioni e borghesia nazionale che vendono le risorse della nazione. Grandi interessi privati hanno persino sfruttato il suo disinquinamento (greenwashing), affermando la loro preoccupazione di preservare l'acqua come un bene comune, ma come ci si può fidare di loro, visto che rendono l'acqua una merce. Difendono interessi che non esitano a far assassinare attivisti indigeni (spesso donne) che si sono organizzati per resistere alla cattura o alla privatizzazione.
SV: Vorrei ora concentrarmi su un altro aspetto delle lotte della scorsa estate. A Taranto, le proteste di luglio contro la costruzione della discarica nel quartiere Paolo VI sono nate dal Comitato di quartiere «No Discarica», guidato in larga parte da donne. Le loro rivendicazioni non coincidono con quelle associate al femminismo bianco (aborto, parità salariale, leadership), ma si articolano attorno al diritto a cure mediche adeguate, a un’alimentazione sana, a una genitorialità non spezzata dalla migrazione forzata dei figli, al diritto a vivere in un quartiere e un territorio sicuri, dove giocare, formarsi, e sognare come tutti gli altri. Si tratta di rivendicazioni che rifiutano apertamente una condizione di cittadinanza ridotta, in cui si è riconosciute come meno legittime o meno tutelate rispetto ad altre soggettività. La pretesa universalista del femminismo bianco ha contribuito ad omogeneizzare l’oppressione delle donne, oscurando i rapporti tra patriarcato e capitalismo che difendono il privilegio bianco. In che modo le lotte delle donne razzializzate sfidano i limiti dell’immaginario di questo femminismo e ci aiutano a ripensare che cosa è «politico», che cosa è «ambientale» e che cosa è «femminista»?
FV: Le lotte delle donne nei continenti non europei hanno sempre avuto una concezione del «politico» e dell'«ambientale» negata e cancellata dalla colonizzazione, ma che sono riuscite a preservare e trasmettere. Le attuali lotte delle comunità razzializzate e indigene si basano su questa conoscenza e sulla memoria e sulla storia di queste resistenze. Esse non possono che opporsi a un'ecologia femminista nata in paesi colonizzatori e imperialisti. I femminismi ambientali nel Sud Globale e delle comunità razzializzate al Nord (Globale) partono da un'analisi critica delle condizioni concrete: morte prematura, capitalismo razziale, sfruttamento, estrazione, criminalizzazione. Sono femminismi di liberazione dell'intera società, che quindi tengono conto del modo in cui i corpi maschili, le vite degli uomini razzializzati e indigeni, vengano altrettanto sacrificati. Nessuna decolonizzazione senza depatriarcalizzazione, dicono le femministe indigene del Cono Sud. La lotta contro l'ideologia egemonica occidentale di genere e patriarcato, della colonialità di genere, fa parte delle lotte femministe decoloniali, antirazziste e anticapitaliste. I loro femminismi non sono, ai miei occhi, femminismi di «genere», i saperi sono incarnati, in relazioni carnali e sensibili con specie non umane, con la terra, l'acqua, l'aria, le piante...
Le loro lotte per terra, acqua, aria sono fondamentali, ci ricordano che la specie umana e molte specie non umane non possono vivere senza acqua, aria, terra. Le femministe antirazziste dimostrano che le industrie del greenwashing e del recupero dei rifiuti sono risposte capitaliste alla distruzione da parte del capitalismo e quindi cercano il profitto e la espropriazione.
In Europa, le lotte per la giustizia ambientale che sono anticapitaliste e antirazziste partono anch'esse da situazioni concrete. La conoscenza incarnata delle esperienze materiali delle femministe nel Sud Globale indica un metodo e pratiche: ascolto, apprendimento, presa di decisioni collettive, costruzione di alleanze, analisi. E passare dalla mobilitazione all'organizzazione a lungo termine implica educarsi collettivamente e individualmente, rafforzarsi teoricamente. Quando le comunità guardano indietro alle loro difficoltà, descrivono molto bene come abbiano iniziato a imparare a leggere archivi, documenti, a consultare avvocati, ricercatori, a discutere, a perfezionare le loro armi teoriche. Imparare libera, comprendiamo come vengono messi in atto i meccanismi di repressione, come affrontare la duplicità, le menzogne, l'intimidazione. Impariamo che la lotta sarà lunga, ma che durante questa lotta impariamo, ci rafforziamo. Ci possono essere sconfitte, ma non saremo mai sconfitti. Nella lotta ci sono battute d'arresto, errori, ma anche gioia e liberazione.
SV: Vorrei ora avviarci alla conclusione riflettendo su quanto emerso sino ad ora. La violazione dei diritti umani in una zona di sacrificio, il rifiuto di una cittadinanza ridotta, il diritto a respirare come diritto ad una umanità piena: si tratta di questioni che pongono al centro, a mio avviso, il significato dell’umano all’interno del sistema in cui viviamo. Siamo di fronte ad istituzioni e politici che proclamano l’universalismo dei diritti umani e nei fatti introducono continuamente delle eccezioni. Oggi, l’eccezione più evidente è consumata nel genocidio palestinese, ed è da qui che vorrei ripensare il rapporto tra capitalismo razziale e umanità.
FV: Quando ho sentito il Ministro della Difesa dello Stato di Israele, Yaev Gallant, il 9 ottobre 2023, dichiarare: «Stiamo imponendo un assedio totale a Gaza City. Non c'è elettricità, niente cibo, niente acqua, niente carburante. Tutto è chiuso. Stiamo combattendo degli animali umani e agiamo di conseguenza»[2] ho inteso la divisione fatta da Gallant come una divisione tra «umano-umano» e «umano-animale». Una divisione radicata nell'ideologia coloniale e nelle politiche coloniali e imperialiste di stanamento per fumo[3], massacri, terra bruciata e genocidio. Ma ciò che distingue il genocidio a Gaza ordinato dal governo sionista dai genocidi del XIX secolo è il sostegno incondizionato e mai indebolito proclamato dagli stati occidentali e dai loro complici (India, Argentina) al genocidio, l'impunità concessa al governo sionista, alla sua negazione strutturale delle necessità fondamentali, il silenzio sullo stupro sistematico di prigionieri/e palestinesi da parte dei soldati e guardie carcerarie, violazioni quotidiane del cessate il fuoco, la sete di omicidio dei coloni in Cisgiordania. La città di Gaza, scuole, università, chiese, moschee, musei, centri culturali e artistici sono ora in rovina; il cessate il fuoco imposto dall'amministrazione Trump è solo la continuazione del genocidio con altri mezzi. Marco Rubio, Segretario di Stato degli Stati Uniti, ha dichiarato nel settembre 2025 che ciò che era accaduto a Gaza poteva essere spiegato «perché il 7 ottobre degli animali, degli animali barbari, hanno condotto questa operazione contro delle persone innocenti»[4] .
La distinzione razzista-coloniale tra umano-uomo e animale-umano porta inevitabilmente a far possedere la terra, l'acqua, il diritto di colonizzare, imporre le proprie leggi, estrarre, espropriare e pretendere che gli animali-umani lavorino per loro, puliscano il loro mondo, si prendano cura di loro, dei loro figli e dei loro anziani, li nutrano e forniscano loro tutto ciò che rende la loro vita confortevole. Gli animali-umani devono essere privati della loro terra e acqua, derubati, saccheggiati, violentati, contaminati e condannati a morte prematura. Gli animali-umani, in questa ideologia, non sono né quegli animali che meritano protezione, cura, affetto e amore, né umani-umani, che meritano protezione, cura, affetto, diritti, rispetto e dignità. È proprio perché hanno una parte umana che gli umani-umani li fanno soffrire, li affamano, li torturano, li privano della soddisfazione dei loro bisogni fondamentali. Per gli umani-umani, questa negazione, questa privazione, è una fonte importante di affermazione del proprio sé, della loro superiorità, ne hanno bisogno quotidianamente e la minima azione percepita come un attacco al loro status di umani-umani viene vissuta come una minaccia esistenziale, da qui il diritto di sterminare. L'avidità degli umani-umani per tutto ciò che gli animali-umani possiedono – terra, acqua, risorse, idee, oggetti, arte, pratiche sociali e culturali – è illimitata. Concepiscono la loro convivenza con animali-umani solo a condizione che la vita di questi ultimi non solo non conti, ma che il loro status di animali-umani non sia nascosto, che sia fonte di soddisfazione narcisistica, una legittimazione della sindrome del salvatore bianco. Quando gli animali-umani affermano la loro dignità, il loro diritto di accesso ai bisogni di vita elementari, per la terra e l'acqua, per una vita libera e dignitosa, quando resistono, gli umani-umani si arrogano il diritto di sterminarli.
SV: Le mobilitazioni di settembre a Taranto contro il passaggio nel porto del greggio destinato ad Israele hanno reso visibile come il territorio sia al contempo oggetto e strumento di sacrificio. Da un lato per estrarre risorse e forza-lavoro dal territorio, dall’altra come nodo logistico per la guerra e il genocidio. Non si tratta, peraltro, di una dinamica nuova: l’Arsenale marittimo di Taranto è la prima industria inquinante del territorio, già parte delle campagne coloniali italiane d’oltremare. E tuttavia il punto non è soltanto logistico o economico: al centro di questo sistema razziale c’è un conflitto sulla definizione stessa di umanità. La questione riguarda chi viene riconosciuto come pienamente umano, chi solo in parte e chi invece è escluso. È su queste gerarchie che si decide l’accesso ai diritti. Le genealogie di deumanizzazione che ci hanno condotto sino a qui si sono articolate globalmente, legandoci ad una stessa matrice storica. Interrogarsi su questo significa chiederci come ci immaginiamo un futuro in cui tutt* possano godere di una piena umanità e quali siano le condizioni necessarie affinché ciò possa accadere. Vorrei concludere qui.
FV: Una politica antirazzista, anticapitalista e antiimperialista dei bisogni vitali elementari deve chiarire cosa significano «umano», «disumanizzazione» e «umanità». È un dibattito che non ha mai smesso di mobilitare intellettuali e militanti del Sud Globale, poiché la schiavitù coloniale impose già nel XV secolo la sua nozione di esseri umani come «mobili». Poiché la soddisfazione di questi bisogni vitali fondamentali non richiede enormi investimenti né l'uso di tecnologie avanzate, essa non può che essere il risultato di scelte politiche e, di conseguenza, offre un campo di lotta politica. Cosa spiega il disprezzo, l'indifferenza verso la soddisfazione di questi bisogni, lasciati all'aiuto umanitario? Se quest’ultimo mitiga indubbiamente l'impatto della negazione, non mira ad abolire un'economia di esaurimento, né spiega perché questa economia non cercherà mai di soddisfare questi bisogni.
L'obiettivo di questa economia è il profitto, che si basa sulla espropriazione, umiliazione e degradazione dei corpi e delle menti di molti - razzializzati, poveri, trans, queer, popoli indigeni, coloro contro i quali il razzismo produce una morte prematura. La lotta per la loro soddisfazione pone «domande concrete che, intrecciate in nodi più ampi di mali sociali, ostacolano la realizzazione individuale e collettiva di un gran numero di persone»[5]. Queste «richieste pratiche, spesso modeste, (riguardano) questioni specifiche che possono essere realizzate correttamente solo nell'ambito di un insieme di disposizioni sociali radicali»[6].
Nel Sud Globale, la lotta per soddisfare i bisogni fondamentali non è una novità. L'accesso alla terra e all'acqua, un campo di resistenza contro la colonizzazione e l'accesso alla soddisfazione dei bisogni vitali, ha ispirato rivolte, insurrezioni e rivoluzioni. Per il nazionalista anticoloniale tanzaniano Julius Nyerere, gli investimenti pubblici dovrebbero prima di tutto essere destinati a spese di cui deve essere dimostrato che siano contributive «direttamente o indirettamente alla soddisfazione dei bisogni fondamentali di ciascuno»[7]. Oggi, le lotte per questa soddisfazione hanno assunto maggiore urgenza perché la catastrofe climatica e la politica statale di abbandono organizzata sotto il neoliberismo hanno approfondito le disuguaglianze.
Le lotte per una vita dignitosa, piena e felice, confermano il desiderio di poter godere di aria, acqua, buon cibo, legami sociali ed emotivi e la soddisfazione dei bisogni vitali. Alimentano movimenti che richiedono un miglioramento fondamentale della qualità della vita quotidiana e mirano all'abolizione delle forme di dominazione, espropriazione, sfruttamento ed estrazione che devastano il pianeta e minacciano le condizioni di vita della specie umana. Queste lotte, che sono state al centro delle politiche anticoloniali, continuano a costituire il terreno su cui i popoli indigeni, le comunità povere e razzializzate del Sud e del Nord Globale si stanno mobilitando. È partendo dalle condizioni di vita delle cosiddette persone «ordinarie», cioè i poveri, i razzializzati, tutti coloro che lo Stato abbandona per scelta, che si sviluppa una politica di bisogni vitali. Partire dalla domanda «di cosa abbiamo bisogno per vivere, per essere sicuri, per essere dignitosi?» e gli aspetti concreti delle lotte prenderanno forma. «Non tutte le fini del mondo sono tragiche», scrive l'autrice canadese nera Robyn Maynard a Leanne Betasamosake Simpson, studiosa, scrittrice e artista Michi Saagiig Nishnaabeg[8], «alcune versioni di questo mondo devono finire.[9] .
Note
[1] Le Costituzioni Fondamentali delle colonie erano dei documenti con cui si regolavano i rapporti di dominio sulle terre sottratte ai nativi americani durante il periodo della colonizzazione del XVII secolo.
[2] Mohammad Kara Maryam, «Les déclarations de Galant sur les Palestiniens sont un appel à commettre des crimes de guerre», Human Rights Watch, 10 ottobre 2023;
[3] Le «enfumades» sono una tecnica letale che consiste nell’asfissiare, appiccando un incendio all’ingresso delle grotte, le popolazioni civili che vi si sono rifugiate. Furono impiegate in particolare nel 1844 e nel 1845 dai corpi francesi per reprimere le tribù identificate come sostenitrici della resistenza all’invasione francese dell’Algeria.
[4] Andre Damon, «Traitant les Palestiniens d’"animaux barbares", le secrétaire d’État américain acclame l’assaut d’Israël sur la ville de Gaza», World Socialist Website, 18 settembre 2025.
[5] Gary Wilder, Concrete Utopianism, Fordham University Press, 2022, p.289.
[6] Wilder, 2022, p.289.
[7] Vijay Prashad, The poorer nations. A possible history of the Global South, Verso, 2014, p.93.
[8] Michi Saagiig Nishnaabeg è il nome autonimo di un popolo/nazione indigena appartenente ai popoli Anishinaabe. Si tratta di una comunità originaria di territori che oggi si trovano nell’Ontario meridionale, in Canada, in particolare nella regione dei laghi e delle vie d’acqua intorno a Peterborough e Kawartha Lakes.
[9] Robyn Maynard e Leanne Betasamosake Simpson, Rehearsals for Living, MIT Press, 2021, p. 25.
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Simone Villani (1998) è ricercatore precario, autore, traduttore e collaboratore editoriale. Originario di Taranto, si occupa di colonialità e capitalismo razziale.
Françoise Verges è una studiosa decoloniale, originaria di La Réunion. Politologa e femminista, con ombre corte ha pubblicato Un femminismo decoloniale (2020), Una teoria femminista della violenza (2021) e Rendere pulito il mondo (2026).





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