Dare un’altra direzione

Oltre il lavoro domestico, oltre la pandemia


Intervista ad Alisa Del Re di Anna Curcio


Tom Ahern, 1981


Ritornare a quello snodo cruciale della transizione capitalistica che è la fine degli anni Settanta per affinare gli strumenti della critica al presente. Così si potrebbe sintetizzare l’interesse teorico-politico per la ripubblicazione, da parte dell’editore ombre corte, di Oltre il lavoro domestico. Il lavoro delle donne tra produzione e riproduzione di Lucia Chistè, Alisa Del Re ed Edvige Forti, uscito per la prima volta nel 1979 tra gli «Opuscoli marxisti» di Feltrinelli. Un testo essenziale del «femminismo marxista della rottura», nato dall’esperienza militante del collettivo Donne, scuola, università, ospedali di Padova.

Il volume, che nella nuova edizione comprende anche una postfazione a cura di Non una di meno Padova, analizza le trasformazioni del capitale nella crisi del fordismo. L’analisi, strettamente radicata nel contesto sociale e produttivo del tempo, segue tre principali direttrici che guardano al rapporto tra donne e lavoro: riproduzione (Del Re), lavoro femminile (Chistè), welfare (Forti).

Alla fine degli anni Settanta, in Italia, i processi di soggettivazione autonoma aperti dalla lotta femminista e la ristrutturazione produttiva che stava dislocando la fabbrica nella società, spingevano sempre più donne fuori dalla casa. Alle rivendicazioni per un salario che riconoscesse il lavoro domestico, fanno seguito le lotte di altre donne, che adesso occupano settori strategici del lavoro riproduttivo esterno. Donne che devono conciliare il lavoro riproduttivo più tradizionale (che non hanno mai del tutto abbandonato) con il lavoro negli ospedali, nei servizi di assistenza, nella scuola, nelle università e lottano per la riduzione del tempo di lavoro, per l’incremento della spesa pubblica e i servizi di riproduzione. Da questa angolazione, il libro intendeva superare il dibattito femminista del tempo: il movimento del Salario al lavoro domestico da una parte, l’approccia riformista emancipazionista del femminismo socialista dall’altra. Era una «sfida all’ideologia dei movimenti femministi» afferma Alisa Del Re nel corso di un’intervista per ripercorre le ragioni del libro, ieri e oggi.


Quando ombre corte mi ha chiesto di poter ripubblicare Oltre il lavoro domestico ho provato una grande emozione. La storia del libro è molto legata alla mia biografia. Conservo solo una copia dell’edizione del 1979. Quella che uscì nel 1980 non l’ho mai vista. In quel periodo non ero, diciamo, disponibile [ride] [1]. C’è come un prima e un dopo. Anche i contatti con le compagne che con me hanno scritto il libro si sono interrotti. Le nostre storie e biografie non erano omogenee e ciascuna ha seguito la sua strada. Lucia, insegnante attiva nel sindacato della scuola, mi è stata vicina nel periodo della detenzione, poi, quando sono andata a Parigi abbiamo perso i contatti. Edvige, ai tempi del libro, scriveva la tesi di laurea. Appena laureata partì per gli Stati Uniti. Non le ho viste né sentite per anni, fino a quando le ho cercate per la nuova edizione del libro e abbiamo riannodato i fili.

Il libro nasceva come sfida all’ideologia dei movimenti femministi del tempo e raccoglieva i bisogni concreti che emergevano dalle lotte sociali a cui stavano partecipando le donne. Muoveva dalla consapevolezza che era necessario superare tutte quelle prospettive femministe che non incarnavano bisogni materiali. Con l’approvazione della legge sull’aborto tutto quello che non richiamava la materialità della vita stava perdendo di interesse. Anche l’analisi di Lotta Femminista e poi dei gruppi per il salario, che pur condividevo, aveva bisogno di calarsi nelle trasformazioni che il capitale stava operando in modo massiccio, non solo nelle fabbriche.

La fabbrica si stava disperdendo nella società. Molto efficace, per spiegare le trasformazioni del periodo, è il bellissimo titolo La città fabbrica della ricerca di Alberto Magnaghi e altri compagni urbanisti del politecnico di Milano (1970). Non erano in gioco solo le trasformazioni del capitale, stava cambiando sia la collocazione del lavoro riproduttivo sia, in modo consustanziale, la collocazione del capitale in tutti i processi di produzione di valore.

L’analisi diventava per noi un elemento imprescindibile per la realizzazione di bisogni materiali.

Il libro è uscito nel gennaio del 1979 ma abbiamo iniziato a pensarlo già nel 1976. Lo ricordo con esattezza perché una delle azioni del collettivo Donne, scuola, università, ospedali è stata l’occupazione dell’Ipai (Istituto provinciale assistenza infanzia) ed ero incinta di mio figlio Davide, che è nato nel 1976. Guardavamo al territorio come lo spazio in cui soddisfare concretamente i nostri bisogni. Avevamo una forma organizzativa estremamente larga, probabilmente era ancora tutta da costruire ma poi i tempi ci sono precipitati addosso e le iniziative si sono interrotte.

Ci rivolgevamo alle donne che lavoravano in settori come l’università, la scuola e gli ospedali. In quei settori il sindacato non aveva un’azione particolarmente efficace, per questo era stato possibile invaderlo con le nostre richieste, ne avevamo fatto uno strumento al servizio delle lotte, cosa che in quegli anni aveva un senso molto rivoluzionario. Nello stesso tempo sono state fatte una serie di battaglie sul territorio che chiamavano in causa direttamente le istituzioni. Azioni molto concrete come varie occupazioni del Consiglio comunale per chiedere l’applicazione di una legge sugli asili nido del 1970 o i presidi sotto al ministero per richiedere scuole elementari a tempo piano. Come documenta pure Lucia Chistè nel suo contributo, abbiamo fatto anche delle occupazioni per indicare gli spazi in cui era possibile realizzare le richieste che avanzavamo.

C’era una forte correlazione tra le lotte sul territorio, a livello locale e nazionale, e la produzione teorica, che serviva innanzitutto a noi per fissare le idee. L’analisi delle trasformazioni del capitale aveva permesso di comprendere che il lavoro riproduttivo, che non ho mai inteso come immobile e circoscritto agli esigui spazi in cui è stato definito da chi parlava di «lavoro domestico», si è sempre articolato dentro le trasformazioni del capitale e per questo doveva in qualche maniera avere a che fare con il salario. Con la forma del salario, diretto e differito, integrandosi nella spesa pubblica. Non nel senso che questo lavoro dovesse essere salariato ma perché il capitale stesso, trasformandosi, lo trasformava in parte della sua produzione di valore e quindi lo spostava dalla parte affettiva domestica a quella sociale, come poi si è visto e si vede chiaramente oggi. Era quindi il lavoro riproduttivo in tutta l’esplosione delle sue forme ciò su cui bisognava insistere. Inoltre la questione dell’incommensurabilità della giornata lavorativa nel lavoro riproduttivo veniva riagganciata a quella della qualità della vita, proprio perché incommensurabile anch’essa, e sempre complicata dalla risposta delle istituzioni. Queste infatti, mentre erogavano «salario indiretto», aumentavano ulteriormente il «comando sociale» incarnato dalle istituzioni disciplinanti, quali scuole, ospedali, consultori, eccetera, fino a comandare un nuovo tipo di lavoro legato alla riproduzione. Si trattava di prendere in conto una giornata lavorativa complessa, che era sempre meno possibile contabilizzare nei termini classici di tempo-valore-salario.

Riprendendo oggi il libro in mano, ho riscontrato due elementi che segnano un punto di inattualità. Guardando all’analisi della composizione sociale, manca un discorso sul lavoro migrante che non abbiamo considerato perché erano gli anni Settanta e di immigrati ne vedevamo pochi, piuttosto vedevamo degli emigrati, e manca una riflessione sulla soggettivazione sessuale nel senso che il discorso e la lotta che portavamo avanti è fatta e si rivolge alle donne e solo alle donne e anche questa cosa è probabilmente legata all’epoca.


Potremmo forse, più che di mancanze, parlare di un punto di metodo? «Erano gli anni Settanta» sottolinei, e le donne a cui vi rivolgete sono espressione della particolare composizione sociale di quegli anni. L’esperienza storica delle migrazioni internazionali si sarebbe definita solo nei decenni successive e la soggettivazione sessuale, ancora tabù, rimaneva piuttosto esterna al mondo del lavoro. Com’era composto il collettivo? Donne, scuola, università, operai, chi ne faceva parte?


Il nucleo originario del collettivo era composto da donne che lavoravano con più o meno soddisfazione, e che in tutti i casi avevano un salario: mediche, infermiere, donne delle pulizie, insegnanti, precarie dell’università come me. Non avevamo nessuna intenzione di piangerci addosso e restare chiuse su noi stesse, volevamo piuttosto poter soddisfare dei bisogni concreti e immediati e soprattutto liberare tempo dal lavoro. Come aveva colto quella prima bozza di analisi che sviluppo nel mio contributo al volume, il welfare di allora pagava la produttività sociale dentro la struttura del salario dell’epoca. Noi volevamo la parte di quel «salario differito» che il capitale non ci riconosceva. Lo volevamo per poter smettere di lavorare ventiquattr’ore su ventiquattro.

Oggi che la produttività sociale è diventata esponenziale, tutto quello che allora veniva collegato a un salario è collegato alla vita. Su questo si giustifica il passaggio da quel welfare di servizi a cui aspiravamo allora a questo sfruttamento senza limiti di oggi. E diventa chiaro che è un reddito di base incondizionato a dover pagare questa produttività sociale divenuta ormai esponenziale. Ma esso non ha senso senza servizi, senza una spesa pubblica qualificata, perché i servizi sono la base su cui si può strutturare la forma di vita di un’altra società. I servizi, la spesa sociale se vuoi, sono in questo senso la rivoluzione. Nella pandemia questo è stato evidentissimo con la chiusura delle scuole e la DAD. Si tratta oggi di riconoscere che il lavoro (e di conseguenza lo sfruttamento, gli interessi in conflitto e il comando politico sul lavoro) non può essere identificato solo quando siamo in presenza di rapporti di scambio tra forza-lavoro e salario, come se l’attività finalizzata alla conversione della busta paga in reintegro della forza-lavoro appartenesse al regno della natura (o di rapporti sociali precapitalistici, del tipo servo/padrone) e non a quello dei rapporti sociali di produzione tra soggetti sessuati nel capitalismo. Si tratta quindi di considerare le attività di riproduzione sociale come fondanti un nuovo modo di costruire un futuro.


C’è ancora una cosa che vorrei chiederti prima di portare la discussione sul presente. La lotta per i servizi che fa da sfondo a Oltre il lavoro domestico non intende organizzare un servizio che non c’è ma piuttosto aprire un campo di conflitto per spingere le istituzioni a erogare servizi per «liberare il tempo dal lavoro». Ti chiederei di tornare su questo punto perché nelle condizioni di precarietà spintissima in cui viviamo, e ancora di più nella pandemia, sono molte diffuse esperienze di mutualismo e mutuo aiuto che benché validissime esperienze di solidarietà, mi pare ci parlino poco di cambiamento. Cosa ne pensi?


Vivo in una città, Padova, che è capitale europea del volontariato. Ho grande ammirazione per chi si dedica a sopperire ai bisogni delle persone e per quello che posso lo faccio anch’io, ma è nei termini di una pratica quotidiana e individuale. Che questo diventi un progetto politico mi pare assurdo. Sarebbe come mettere delle pezze alle disfunzioni del sistema capitalistico. Già negli anni Settanta era emersa questa soluzione: non abbiamo servizi allora facciamo da noi; c’erano gli asili autogestiti, i consultori autogestiti, eccetera che, per carità, erano una risposta utile a un bisogno pressante, ma legato al qui ed ora, senza progettualità.

Noi facevano un discorso diverso. Consideravamo la qualità del servizio una cosa importante e questo richiedeva un cambiamento di prospettiva. Parlavamo di scuole a tempo pieno (quando ancora non c’erano), chiedevamo lavanderie di quartiere, mense pubbliche. Non ci limitavamo a discorsi e volantini ma andavano a chieder conto alle istituzioni. Avevamo un intervento articolato: vogliamo la mensa in questo quartiere, l’asilo in quest’altro, eccetera. Era il tentativo di pensare uno sviluppo diverso e, nello stesso tempo, conquistare degli spazi di benessere e di socializzazione, per distruggere quello che allora si chiamava «piano del capitale» che seguiva invece una direzione totalmente diversa: riduzione della spesa pubblica, riduzione del welfare; tutto quello che abbiamo visto avverarsi nel proseguire degli anni.


Dentro quella griglia di analisi delle trasformazioni del capitale che proponi nel tuo contributo e considerando lo stretto rapporto tra riproduzione e produttività sociale che porti in evidenza e la centralità della riproduzione su cui insisti, quali linee di tendenza possiamo oggi individuare nel lavoro di riproduzione?


Questa è una cosa su cui sto riflettendo. Ho come l’impressione che la crescita esponenziale della produttività sociale sia compresa dai movimenti e anche dal capitale. Nel giro di pochi anni ci sarà un enorme aumento di lavoro nei cosiddetti servizi di riproduzione, superiore a tutti gli altri settori ad eccezione, probabilmente, di quelli relativi alle nuove tecnologie informatiche. Non lo dico solo io, molti studi mostrano una proiezione impressionante di questo tipo. E mentre il settore delle nuove tecnologie avrà aumenti salariali progressivi, il lavoro nei servizi vedrà salari sempre più bassi, al massimo dello sfruttamento. Questa è la strada indicata dal capitale. Con una riduzione complessiva dei posti di lavoro attuali per i quali le competenze di oggi saranno considerate obsolete.

Nella pandemia abbiamo cominciato a utilizzare quell’espressione straordinaria che è «lavori essenziali». Uno dei lavori più essenziali, anche in un ospedale, non sono i medici o gli infermieri ma le donne delle pulizie che se smettono di lavorare bloccano tutto. Non c’è un ospedale, una banca o una scuola che possa continuare a funzionare se queste entrano in sciopero. Questi lavori essenziali sono quelli meno pagati.

Sto parlando di un concetto di lavoro riproduttivo in senso largo. Considero lavoro riproduttivo anche la raccolta di pomodori. È abbastanza irrilevante che nella raccolta di pomodori ci siano, e non è detto, più maschi che femmine, e che invece le donne delle pulizie siano, appunto, donne. Io continuo a pensare che bisogna parlare di lavoro riproduttivo e che, in questo momento in particolare, la soggettivazione delle donne dentro il lavoro riproduttivo permette di far scoppiare le contraddizioni perché sono quelle che subiscono maggiormente lo sfruttamento. Ma se questi lavori li facessimo fare a gli uomini a queste stesse condizioni, il problema sarebbe lo stesso. Non è questo il punto.

Il problema è cambiare direzione. Dobbiamo immaginare che questi lavori essenziali, che sono alla base della riproduzione fisica e intellettuale dei corpi e quindi della nostra stessa sopravvivenza, diventino la parte centrale delle direttive di sviluppo e abbiano quindi condizioni di lavoro accettabili per la vita. L’insegnamento, la pulizia, l’assistenza ai malati, agli anziani, ai bambini, quei lavori che hanno a che fare con la terra e gli animali e ogni forma di lavoro riproduttivo, deve avere una valorizzazione sociale che implichi una considerazione di tempo e di salario conveniente. La condizione di «lavori essenziali» deve portarli verso una rivalutazione.


Come possiamo «cambiare direzione»?


Per stare dentro la vita, il lavoro deve essere umano, anche se le cose stanno andando in tutt’altra direzione. La fabbrica che negli anni Settanta si espandeva nel territorio, ha poi travalicato i confini nazionali, adesso, con la pandemia, si è spinta fin dentro la casa. L’accelerazione di questo processo è stata mostruosa. Si tratta ora di vedere qual è l’impatto di queste trasformazioni in case che sono strutturate per un lavoro riproduttivo tradizionale. La cucina serve per fare da mangiare, non per la scuola, né la camera da letto è fatta per lo smart-working. Questo deve spingerci a riflettere. A guardare la realtà e chiederci: cosa vogliamo che succeda adesso che finisce la pandemia? Tornare indietro non sarà possibile. Come possiamo immaginare la nostra vita? Possiamo pensare per esempio di chiedere strutture territoriali che ci consentano il co-working, chiedere spazi diversi da quelli in cui viviamo che non sono attrezzati per il lavoro o pretendere che vengano attrezzate le nostre case o disposti spazi sociali nei quartieri perché questo nuovo modo di lavorare possa darsi? E dentro questo nuovo modo di lavorare, il lavoro riproduttivo come si sviluppa?

Dentro le famiglie si stanno tutti accorgendo che esiste il lavoro riproduttivo anche quello più banale; quando, come in questo periodo, viene meno il lavoro riproduttivo sociale (la scuola, gli ospedali, l’assistenza) non si vive più, è un disastro. Questo è secondo me un momento topico.

Con la consapevolezza che tornare indietro sarà impossibile, occorre pensare come venirne fuori. Sono sempre vissuta con l’idea che ad alcune situazioni bisogna dare un’altra direzione, tonare indietro è sempre troppo faticoso e forse improduttivo.


Torniamo invece all’introduzione alla prima edizione del volume. Nelle ultime pagine, vi rivolgete esplicitamente al movimento femminista affinché riprenda a porti avanti le analisi sul lavoro riproduttivo che il volume propone. Come si è sviluppata, se si è sviluppata, la riflessione femminista a partire da lì?


Il tema del lavoro riproduttivo è stato ripreso di recente da questi straordinari movimenti femministi transnazionali che utilizzando le tecnologie hanno saputo travalicare i confini e hanno mostrato una grande capacità di analizzare i rapporti sociali partendo dalla situazione più arretrata, insopportabile e urgente che è la violenza sui corpi. Hanno verificato come la violenza sia radicata in tutti i rapporti di produzione e sfruttamento, a partire dalla violenza insita nella stessa idea di possesso. Violenza è, quindi, un rapporto salariale, un rapporto di spregio nei confronti del diverso, e la cosa più terribile è che oggi gode di straordinarie possibilità di amplificazione attraverso le nuove tecnologie, cosa che la rende difficilmente controllabile.

La fine degli anni Settanta ha, invece, segnato una forte discontinuità con tutte le analisi prodotte sul tema del lavoro riproduttivo. Una cesura che in realtà ha interessato ogni discorso e pratica messa in campo dai movimenti rivoluzionari, non solo da quello femminista.

Nel corso degli anni Ottanta, poi, la riflessione femminista è stata recuperata, soprattutto in Italia, un po’ meno in Francia dove vivevo in quegli anni, dal pensiero della differenza sessuale. Figure prestigiose come Luisa Muraro e Lia Cigarini, intorno all’esperienza della libreria delle donne di Milano, hanno ripreso il discorso della differenza sessuale e dell’autocoscienza già sviluppato da Carla Lonzi. Un discorso straordinario, che esercitava un enorme fascino sulle donne ma che, secondo me, ha prodotto un esito letale per il movimento: ha riportato il femminismo nella sfera privata, indifferente alla partecipazione attiva, alla rivendicazione e alle lotte. In un numero di «Sottosopra» (Più donne che uomini, gennaio 1983) dichiarano apertamente l’«estraneità» delle donne alla politica. Non erano solo disinteressate a combattere le condizioni materiali dello sfruttamento delle donne, proprio non le vedevano e fecero della condizione materiale dell’essere donna un motivo di esaltazione, patrimonio di un sesso.

Tutto questo secondo me è stato politicamente perdente. Mentre il femminismo che possiamo chiamare materialista spariva anche dal sindacato, senza che le grandi riforme pensate trovassero attuazione, prendeva spazio un femminismo più istituzionale, interno ai partiti politici, che ha anche provato ad attivare delle riforme ma con scarsa efficacia; si pensi per esempio al dibattito parlamentare sulla legge contro la violenza sessuale che ha impiegato sedici anni per essere approvata.

Noi del collettivo Donne scuola, università, ospedali abbiamo raccolto l’ultima eredità del femminismo materialista dei gruppi per il salario che già tra il 1977 e il 1978 avevano praticamente concluso la loro esperienza. Purtroppo il nostro percorso politico femminista si è dissolto dentro la repressione dei movimenti. Per quello che ho potuto vedere, il passaggio dal 1979 al 1980 è stato estremamente violento e ha interessato anche movimenti che erano totalmente estranei alle dinamiche da cui scaturiva la repressione. In questa fase, il pensiero della differenza sembrava offrire un punto di vista più circoscritto, che non competeva nello spazio pubblico e per questo è diventato egemone.

I corsi e ricorsi storici daranno poi, in tempi recenti, un nuovo spazio al tipo di analisi materialista che avevamo portato avanti. È quello che mi sembra stiano facendo in questi anni le femministe a livello internazionale soprattutto in NUDM.


In questa ricostruzione genealogica, tra le cesure e i ricorsi che richiami, segnalerei anche un ritorno di interesse per le analisi sul lavoro riproduttivo già tra la fine degli anni Novanta e gli anni Zero, quando la precarietà diventa un’esperienza concreta e cercavamo gli strumenti per riflettere su una forma di lavoro che, come il lavoro riproduttivo, era sempre più pervasivo e mostrava la crescente sovrapposizione tra vita e lavoro. Oltre il lavoro domestico è stato un riferimento importante che ci ha offerto gli strumenti per leggere le coordinate di un lavoro sempre più isolato, individualizzato, non garantito, come già Lucia Chistè aveva descritto nel suo contributo al volume, e ci ha permesso di decifrare lo sfruttamento e l’autosfruttamento delle nuove forme del lavoro.

Per tornare al presente, dove credi risieda oggi, in una fase di transizione capitalistica violenta almeno quanto quella da voi analizzata, l’interesse dei movimenti femministi per quelle analisi?


In effetti, rileggendo il libro, mi ha molto colpito come già in quell’analisi cominciasse a delinearsi la dimensione strutturale del precariato. Con la diffusione della fabbrica nel territorio era cambiato anche il lavoro. Molti salutavano con entusiasmo la fine della fabbrica e la nascita del lavoro autonomo, insistendo sul senso di libertà nel poter gestire in autonomia il proprio lavoro, sarebbero poi diventati imprenditori di sé stessi mentre incominciava a dilagare un comando sul lavoro senza tutele e garanzie.

Per tornare al presente, quello che mi sembra interessi maggiormente il dibattito femminista oggi in Italia è il metodo delle nostre analisi. Innanzitutto il partire da sé, dalle proprie condizioni materiali e dalle proprie esperienze, per leggere la realtà. È il metodo per cui si passa dall’inchiesta marxiana alla «conricerca» che ci ha permesso, partendo da noi, dalle nostre vite, di comprendere la realtà dei nostri bisogni e la definizione degli obiettivi da raggiungere. Non era nostra pratica promuovere le lotte altrui per poterle organizzare.

Un altro dei motivi di interesse è la lettura del lavoro riproduttivo che colloca le donne e le soggettività lgbt all’interno dei rapporti sociali. Il lavoro riproduttivo è estremamente connesso e interdipendente con tutti i processi capitalistici di produzione di valore e non può essere preso in considerazione separandolo dell’analisi di come la struttura del capitale si trasforma. Se torniamo alla griglia di analisi che ripercorro nel mio contributo, vediamo come oggi il lavoro riproduttivo si trasformi inglobando altri soggetti. Questo, mi sembra, lo strumento più utile per i movimenti femministi di oggi.


Parli di «conricerca» e mi solleciti un’ultima domanda, che più che chiudere vorrebbe semmai proporre ulteriori spunti per la discussione. Che rapporto ha il vostro testo con la riflessione di Romano Alquati sulla riproduzione (non solo quindi col tema della conricerca)? Un tema centrale nella sua analisi della «società iperindustriale», la cui riflessione è sistematizzata in un testo ancora inedito, scritto a più riprese a partire dagli anni Novanta, che sarà pubblicato nei prossimi mesi da DeriveApprodi.

Te lo chiedo perché avendo da alcuni anni ripreso collettivamente a studiare il lavoro di Alquati, ho avvertito alcune assonanze, anche oltre le citazioni esplicite che compaiono nel testo. Seppur dentro un orizzonte di analisi differente (Alquati parla in particolare di riproduzione della «capacità-umana-vivente») il tuo, vostro insistere sulla centralità del lavoro riproduttivo, inteso in un’accezione «in senso largo», indifferente alla connotazione di genere, e comandato all’incremento esponenziale della «produttività sociale», restituisce più di un elemento di consonanza…


Questo che dici mi fa un enorme piacere. Conoscevo Romano Alquati di cui conservo una grande stima ma non credo di aver mai letto il testo a cui fai riferimento. Probabilmente le assonanze che avverti sono da rintracciarsi nel metodo, nello sguardo sulla realtà, in una comune tensione alla politica.

Senz’altro quando parlo di lavoro riproduttivo non ho in mente solo le donne, anche se so che nella maggior parte dei casi sono le donne che svolgono questi tipi di lavoro. Il nostro discorso sul lavoro riproduttivo voleva soprattutto invertire il rapporto di produzione/riproduzione per leggerlo invece come rapporto di riproduzione/produzione. Non è certo la lotta vincente di un sesso sull’altro a poter di per sé cambiare la struttura della società.

Il nodo politico è quello di ritrovare un baricentro nella direttiva dello sviluppo sociale e in questo momento mi sembra che le donne siano una forza fondamentale.


Anche il concetto di «baricentro» mi riporta alla mente Alquati. Mi piacerebbe poter discutere ancora di queste «assonanze». Intanto un grande grazie per queste riflessioni.


Note [1] Arrestata nella primavera del 1979, nell’ambito del processo «7 aprile», Alisa ha trascorso un periodo in carcere prima di espatriare in Francia dove ha vissuto come esule politica fino alla fine del processo in cui è stata assolta.