Dal fallimento della politica rivoluzionaria alla politica rivoluzionaria del fallimento

Note sul sintomo in Lacan



Immaginiamo metaforicamente, e senza troppa fatica, di camminare nel buio. I nostri passi si muoverebbero nell’ombra più totale se non fosse per il fascio di luce che dal nostro passato ci si proietta dinnanzi, indicandoci la strada che, di norma, anche se non lo vogliamo, ci disponiamo a seguire. Semplificando un po’, possiamo dire che il sintomo è la pietra su cui inciampiamo in questo cammino spesso non scelto. È qui che Lacan ci lancia la sua sfida più provocatoria. La pietra indica una deviazione necessaria, nel buio. Soltanto cadendo il soggetto si avvera, sfuggendo dalle maglie repressive del dover aderire al percorso che gli si impone. Ecco che allora il fallimento sperimentato nel sintomo si traduce in risorsa per l’azione: valorizzare affermativamente il sintomo non significa accettare remissivamente la sofferenza che lo permea, ma rifiutarla in quanto ci è imposta. Niente di più distante, dunque, dall’esaltazione mortificante della sconfitta. Ripercorrendo i tortuosi tracciati dello psicoanalista francese, Claudio Cavallari ci propone un radicale rovesciamento del discorso sul fallimento. Dello stesso autore è in uscita per la collana Input di DeriveApprodi Pensare l’abisso. Jacques Lacan e la sovversione del soggetto.


Immagine: Sergio Bianchi, Omaggio a René, 2013


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Strana cosa la mente umana.

Così suscettibile di immolarsi al sacrificio nelle proprie autorappresentazioni e al tempo stesso ostinatamente irriducibile a esse. Un demone pare abitarla. Non è quello di Socrate, ma quello che attira lo sconclusionato odio di Amleto: l’abitudine. Tedioso, vuoto, stantio e sterile il mondo alla sua luce. Abitudine è rinunciare. Atrofia negletta della qualità umana sotto il peso schiacciante di un inesorabile già stato che s’impone al divenire, come suo schema. Un evitamento sistematico dell’accadere della vita e, a volte, spesso, la ritualizzazione tragicomica dei cedimenti e delle rinunce che ne segnano lo scacco. Delle buone, sane, abitudini è sempre lecito diffidare. Specie quando in esse ci auguriamo l’indicazione di una via sicura, riparata dall’eventualità del nostro cadere. Passato che legifera sul nostro presente, questo demone osceno tesse per noi la trama di un orizzonte chiuso e inaridito in cui nessun desiderio che si voglia autenticamente nostro può germogliare, se non nella forma di un funereo blasone di glorie o mortificazioni andate.

L’ossessione della durata, o della perduranza, ci avrebbe detto Bataille, si pone per noi come garanzia, spesso illusoria, della possibilità di continuare a cogliere i frutti avvizziti del nostro operare. Nel segno di un Bene platonicamente inteso come possesso stabile, le condizioni della continuità del nostro agire nel tempo sono fiori sulle catene che portiamo. Liberarsene è l’unico gesto sovrano. Un gesto antiutilitaristico di rottura che passa per la dilatazione e la detonazione dell’istante in cui la rivoluzione, prima di fallire nel ripiegarsi e nello svolgersi del tempo, sovranamente irrompe.

Come Deleuze, tutti sanno infatti che le rivoluzioni falliscono. Il giorno dopo. Quando pensiamo di ricavarci qualcosa. Che un processo rivoluzionario possa prodursi come indefinitamente aperto è qualcosa di storicamente arduo, qualcosa, in fondo, di mai visto. Forse arduo storicamente, ma non soggettivamente. Certo, di soggetti fuori dalla storia non ne esistono. È dunque nel rapporto che con essa ingaggiamo che si offrono le possibilità di eluderne l’inutilità e il danno. Nel nostro renderci disponibili all’avvento del presente, senza scivolare sulla tentazione istigante di continuare a essere ciò che siamo sempre stati. Per questo quella del rivoluzionario è l’unica forma di soggettività che sia, al contempo, eticamente e politicamente possibile. O almeno, lo è per me.


La chiave del presente è il sintomo

Nella sua impronta lacaniana la psicoanalisi ci offre l’occasione di leggere questa, forse auspicata, inversione di tendenza. La chiave dei sintomi che perturbano il nostro presente non è sepolta – per buona pace di Jung – tra gli archetipi del nostro passato. Lacan ci dice che la chiave del presente è il sintomo stesso. Di questa affermazione – che occorre spiegare – va innanzitutto rifiutata un’interpretazione distorta che fa del sintomo una sorta di retaggio, la traccia di remoti accadimenti irrisolti, nella loro insistenza tiranna sul nostro qui e ora. Il presente non si spiega con il passato o, quantomeno, spiegarlo non ci serve a cambiare le cose. In controtendenza rispetto alla quota più consistente della tradizione psicoanalitica, per Lacan, la storia personale non è il solco di ineluttabilità in cui ci muoviamo, né il serbatoio di significati cui non possiamo fare a meno di attingere. La storia soggettiva è un processo di scrittura contingente. Se significa qualcosa, lo significa solo per l’imminenza dell’accadimento soggettivo. Quando chiediamo alla nostra storia di dirci chi siamo, evochiamo allora potenze che non sono più in atto, se non nella forma reviviscente e allucinata di un feticcio. La rimozione attiene sempre al presente soggettivo nella sua irriducibile attualità. È una significazione che si inceppa sul mio esserci ora. Il macchinario inconscio non è dunque qualcosa di antico che ci affascina nell’arbitrario lampo del suo tornare improvvisamente in auge. Non somiglia a un’auto d’epoca o a un vecchio vinile. L’inconscio è qualcosa che si sta facendo adesso, e che nel sintomo si lascia enigmaticamente intravvedere. La sua cifra è la sua significazione attuale. Ciò non allude al bisogno, forse irresponsabile, di far piazza pulita della storia. Mette piuttosto quest’ultima al servizio delle necessità future del soggetto, ma facendo in modo che non sia essa a sovradeterminarle.

Queste puntualizzazioni di ordine, se vogliamo, logico-temporale, ci possono aiutare a comprendere che cosa di un sintomo sia percepito dal soggetto come un fallimento e, magari di riflesso, che cosa dei nostri ripetuti fallimenti possa avere, viceversa, valore di sintomo.

Immaginiamo metaforicamente, e senza troppa fatica, di camminare nel buio. I nostri passi si muoverebbero nell’ombra più totale se non fosse per il fascio di luce che dal nostro passato ci si proietta dinnanzi, indicandoci la strada che, di norma, anche se non lo vogliamo, ci disponiamo a seguire. Semplificando un po’, possiamo dire che il sintomo è la pietra su cui inciampiamo in questo cammino spesso non scelto. Anche se ormai conosciamo la strada a memoria, prevedendo con sufficiente precisione tempi e luoghi del manifestarsi della pietra, continuiamo a inciampare. L’esperienza che ne facciamo è dunque un’esperienza di fallimento. Qualcosa ci impedisce di proseguire con profitto nella direzione in cui ci muoviamo. Il sintomo somiglia qui a una sorta di sabotaggio delle nostre più ordinate e ponderate intenzioni. Qualcosa di veemente in noi si oppone alla rotta lineare che seguiamo. Ma l’intensità della vergogna che proviamo nell’avere dei sintomi a volte è così forte che l’abituarci ad essa diviene l’unica strategia di difesa di cui siamo capaci. Così la estetizziamo. Ci identifichiamo. Oppure, talvolta, ci rivolgiamo a degli specialisti con la richiesta di aiutarci a non inciampare più.

È qui che, a mio parere, Lacan ci lancia la sua sfida più provocatoria. La pietra indica una deviazione necessaria, nel buio. Fuori dai circuiti consolidati delle allucinazioni di padronanza che pretendiamo di vantare sulla deriva della nostra vita. Soltanto cadendo il soggetto si avvera, sfuggendo dalle maglie repressive del dover aderire al percorso che gli si impone, nella luce di un’impostura. Ecco che allora il fallimento sperimentato nel sintomo si traduce in risorsa per l’azione, squarciando nell’ombra la strada possibile del nostro divenire altro da ciò che siamo in un certo modo stati da sempre, e che crediamo ostinati di dover continuare a essere.

Esperienza di fallimento il sintomo diviene però espressione di sofferenza, talvolta insopportabile. Si tratta tuttavia, a ben vedere, di una sofferenza che potremmo chiamare «di sistema». Più che alludere alla mancanza o a un qualche difetto del soggetto, questo inciampo denuncia l’impossibilità del sistema – linguistico, socioculturale, di potere – di esaurire integralmente ciò che siamo in una significazione coerente con la sua normatività. In questo senso i nostri sintomi agiscono sempre come una forma inconscia di sottrazione dai processi di individualizzazione dominanti che, chissà come, abbiamo finito per assecondare. Ecco allora la sofferenza del sintomo ricadere sul soggetto come stigma della sua incapacità di conformarsi docilmente alle ingiunzioni della morale imperante.


Deindustrializzare il desiderio

Valorizzare affermativamente il sintomo non significa allora accettare remissivamente la sofferenza che lo permea, ma rifiutarla in quanto ci è imposta. Niente di più distante, dunque, dall’esaltazione mortificante della sconfitta, fregio di un’indisponibilità a guardarsi con gli occhi di chi, trasformando la sua vita, incessantemente denuncia e spezza le lenti dell’oggettivazione di sé in una forma unilateralmente data. Si profila qui l’istanza di due godimenti antitetici che non possono che confliggere. L’uno è il godimento del soggetto perverso, che fa proprio il godimento sadico che l’Altro – per semplicità diremo il «sistema» – prova, divertito, nel guardarlo cadere. Quando assumiamo il punto di vista dell’Altro sulla nostra vita, osservando, come dall’esterno, il verificarsi del nostro annunciato fallimento, corriamo infatti il rischio di associare alla pena che proviamo, una malata forma di godimento che, per così dire, assorbiamo dal contesto, nel contemplare una scena che si completa. L’Altro vive del nostro cadere. Soltanto nominandoci come «caduti» – nella miriade di declinazioni che ciò può avere – il difetto di significazione che ci riguarda può essere colmato. Questo godimento in cui tutti i tasselli vengono rimessi a posto è radicalmente perverso in quanto esige il sacrificio del nostro identificarci al sintomo, al nome che l’Altro dà alla nostra caduta. Si tratta di un atto di nominazione che offre al soggetto un’occasione di riconoscersi, suo mal grado, come iniezione di senso in un universo simbolico altrimenti decurtato. Il prezzo che paga è quello di trovarsi inchiodato inesorabilmente alla ripetizione coatta del godimento dell’Altro, in cui realmente non c’è alternativa desiderante possibile. Quando l’orizzonte del mondo si chiude, ripiegandosi ermeticamente sull’evidenza della sconfitta umana, un godimento autistico, e mortalmente sempre disponibile, sigilla il circolo di una ripetizione senza sosta, in cui l’unica rivoluzione possibile, come quella dei corpi celesti, è quella che ci fa tornare, sempre più sedati, al punto di partenza, senza peraltro averne potuto apprendere alcunché. Qui la vita diviene il ristagno della sua stessa crisi e le alternative si perdono nei malinconici sogni di un tempo andato.

Ma tutt’altra è la natura logica di quel godimento capace di fare del nostro sintomo un’arma, un potente alleato, al di fuori e contro la dimensione sacrificale della sconfitta. È un godimento che semplicemente c’è. Un evento di corpo che nel sintomo denuncia il tentativo di cattura della rete dell’Altro. Le assunzioni dell’ultima fase dell’insegnamento di Lacan – che non è opportuno tentare di ricostruire nello spazio limitato di un breve articolo – muovono verso la definizione di un godimento che è istanza persistente nel soggetto, istanza che si dà come fondamentalmente sganciata dalla facoltà simbolica dell’Altro di attribuirvi un qualche senso. È questa intrusione, questa alterazione vibrante del corpo ciò che si tratta di affermare. Un’eccedenza rispetto alle prese del simbolico che si manifesta in ogni nostra caduta, senza possibilità di essere capitalizzata e quindi sfrutta e messa a valore. Non si tratta di dotarsi di un programma d’azione, volendo anche politica, fondato sulla regressione dei soggetti a stadi selvaggi, prelinguistici o preculturali, ma di dar corpo a una nuova grammatica non oppositiva rispetto a questo esserci del godimento, affermando la componente inventiva e creativa che caratterizza, in fondo, ogni nostra formazione sintomatica.

Laddove il capitale ci mostra la sua plastica duttilità nell’assorbire e nutrirsi delle forze che gli resistono, ricomponendo i tessuti delle nostre trasgressioni nella trama della sua valorizzazione, la logica dissipativa del godimento nel sintomo si mostra infatti incompatibile a qualsiasi processo di accumulazione. Senza Legge, senza senso e senza nome, il godimento inconscio del sintomo non può essere commercializzato in stili di vita codificati nell’algoritmo del plusvalore. Ma l’esondazione del godimento senza-forma può trovare al contrario spazi di invenzione nella relazione tra soggetti, a patto che siano consapevolmente propensi alla creazione di un nuovo legame sociale al di là della strumentalità di ogni riconoscimento. Molto spesso infatti la qualità delle risorse che siamo in grado di mobilitare, anche – o specie… – se intellettualmente brillanti e socialmente cooperative, faticano a prodursi in ricadute che siano al riparo dall’idealistico riterritorializzarsi in agiti o in forme del legame sociale fortemente, e sfortunatamente, identitarie ed esclusive. Ciò significa altrettanto spesso richiudersi soggettivamente nella fruizione di forme di godimento sempre autorizzate dall’Altro. Abbiamo a che fare qui con il ripiegamento solipsistico del soggetto su soddisfazioni più o meno irrisorie che, malgrado tutto – i nostri sforzi, le nostre informate convinzioni –, finiscono per fare sistema.

La risposta a questo quadro dalle tinte fosche può essere quella che parte dall’esigenza di deindustrializzare il nostro desiderio. Questa formula, che può sembrare oggi superata, mira a contrastare il farsi merce del godimento e delle soddisfazioni personali, sul campo di una concorrenza generalizzata che inibisce la creazione di legami. Un desiderio depotenziato, largamente assuefatto nella diffusa disponibilità di godimenti-artefatti, fabbricati a regola d’arte per rendersi compatibili con i circuiti tortuosi della valorizzazione capitalistica, chiude il cerchio e rinsalda la gabbia d’acciaio attorno al destino più comune del soggetto contemporaneo: la solitudine. Quello che vediamo profilarsi è allora la formazione di un nuovo nichilismo capitalista che, da un lato, mette a valore l’umano nello sfruttamento delle sue più qualificanti risorse affettive e relazionali, e dall’altro, lo spoglia delle medesime dichiarandole socialmente improduttive e disfunzionali. Il risultato è che l’altro – qui minuscolo – ci sembra sempre meno necessario. A meno che non si tratti del codice Id che possiamo annoverare nel computo quantitativo delle nostre amicizie virtuali. Il godimento, materializzandosi nella merce, si smaterializza dal corpo. Il godimento-merce – quando c’è, e questo è pur sempre un problema – non fallisce mai, può rispondere a bisogni, ma non suscitare veri desideri.

Abbiamo allora bisogno dell’altro, per fallire. Per esporci alla mercé sempre rischiosa dell’enigma del suo godimento. Bisogna sempre disattendersi affinché ci sia desiderio deindustrializzato, desiderio dell’altro. Un sintomo, questa esperienza di caduta che ci sorprende al di là delle nostre aspettative, gettandoci in un altrove in cui non siamo che scarto e differenza rispetto alla concezione che abbiamo di noi stessi, è sempre una nostra creazione poetica e innovativa di senso, benché estranea al senso comune. Goderne insieme, con l’altro, può significare dar corpo alla creazione di un nuovo tipo di legame, ingovernabile perché fondato su qualcosa che fallisce, che non si compie. Qualcosa che non pretenda di dirsi attraverso la struttura grammaticale della nostra storia, in una forma totalizzata, ma che si dia come accoglienza indefinita dell’accadere dell’altro alla mia vita, con il suo urto e il suo candore. Una metamorfosi e una dissoluzione istituente.


Si apre la questione di come fare di tutto ciò l’oggetto di una nuova lotta di classe. E io non lo so. Ma non lo so perché non posso saperlo da solo. Si tratta di cominciare. La rivoluzione è un atto prima di tutto soggettivo, a patto che non rimanga isolato. Forse polverizzarci sotto i colpi della repressione e del concorso antagonistico di godimenti, alla fine dei conti, privati è stato il nostro fallimento?

Se è un sintomo occorre usarlo. Aprirsi alla caduta dell’altro per scorgervi l’insorgenza di un godimento che è anche il nostro. Inventare nuove pratiche di cura, di cooperazione militante e nuovi linguaggi espressivi capaci di articolare l’improduttività del godere alla destituzione di quel padrone che ha messo le sue radici dentro di noi. Liberarci dai fantasmi del passato, dalla loro grandezza che umilia il nostro sentirci inadeguati e irretisce l’avvento di ogni possibile. Liberarci una volta per tutte dalla colpa di fallire.

Un rivoluzionario-identificato-sconfitto, nella purezza, spesso innocente, della propria autocoerenza, serve solo il capitale. Ne va della gioia della nostra causa, se riusciremo nell’impresa di non sabotarci ancora una volta.

Strana cosa la mente umana.