Controdizionario del conflitto (VIII)

di Stefano Ammirato, Gianmarco Cantafio, Alessandro Gaudio, Gennaro Montuoro



È al carattere che la militanza assume in questo delicatissimo periodo storico che guardano tutte le voci del Controdizionario approntato da «Malanova». Il cantiere aperto di ricerca su nuove ipotesi politiche e orizzonti praticabili è giunto all’ottava uscita su «Machina» e include le voci Pianificazione, Piano, Precari e Riace. Sono state scritte in fasi differenti ma poi aggiornate, provando a coniugare lo sguardo sull’attualità con un orizzonte di analisi più ampio. Anche queste, come le precedenti, non devono in nessun caso essere lette come lemmi e vanno ad arricchire il nostro controdizionario, ossia un dizionario che mette in discussione se stesso.


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Pianificazione

Nei procedimenti di formazione e approvazione degli strumenti di governo del territorio, la legislazione urbanistica regionale (Lur) prevede, come componenti essenziali ai processi partecipativi, i cosiddetti soggetti portatori di interessi. Espressione ambigua che pone sullo stesso piano rivendicativo le proposte delle comunità locali o dei comitati di quartiere e quelle, ad esempio, delle lobby dell’immobiliare fiancheggiate da qualche prezzolato del potere locale.

Guardando agli esiti «partecipativi» di alcuni Piani approvati in diversi comuni calabresi, spesso la maggior parte delle osservazioni avanzate dal basso non vengono accolte e trovano invece pieno accoglimento le «sollecitazioni» che arrivano da «portatori d’interessi» privatistici.

Il nostro territorio è pieno di brutture urbanistiche e scempi territoriali irrecuperabili con milioni di metri cubi di realizzato o realizzabile e vuoti abitativi che hanno ipotecato definitivamente il territorio agli interessi dei signori del mattone.

È inutile girarci intorno: gli strumenti di partecipazione esistenti incidono poco sulle scelte e, là dove hanno inciso, a prevalere è stata spesso la logica nefasta dell’interesse particolare. Immancabilmente le accuse si riversano sulla cittadinanza incapace − a sentir loro − di partecipare attivamente a qualsivoglia forma diretta di democrazia. In realtà, il limite sta tutto nella normativa regionale e nella concezione di partecipazione che in essa viene sviluppata.

La Lur del 2002 accenna alla partecipazione e alla sua importanza, ma non traccia le modalità attraverso cui un processo partecipativo possa realmente divenire elemento di incidenza in un Piano di governo del territorio. Il più delle volte, il riferimento è a strumenti di pubblicizzazione, di accesso agli atti, di istanze in fase di inizio del processo pianificatorio o di osservazioni a processo pressoché avvenuto.

Gli strumenti della partecipazione sono considerati dal sistema politico-amministrativo perlopiù obblighi di legge a cui non si può non dare seguito e non come occasione per innescare un processo reale di condivisione delle informazioni, di decisione collettiva e di partecipazione diretta alla pianificazione e al governo del territorio.

Tralasciando gli strumenti previsti nell’art. 11 (i cosiddetti «concertativi», coacervo di apparati burocratici e interessi lobbistici), l’unico accenno a una qualche forma di pianificazione partecipativa lo si trova nei commi 6 e 7 del succitato articolo dove vengono introdotti i laboratori di partecipazione articolati in laboratori urbani, di quartiere e territoriali.

Di questi strumenti, almeno potenzialmente utili al processo partecipativo, risulta estremamente difficile reperire traccia negli iter messi in piedi dalle Pubbliche Amministrazioni, nonostante la stessa legge ne preveda la tracciabilità nel punto in cui afferma che «l’eventuale attività di partecipazione deve avvenire con processi tracciabili, ovvero con uno schema informativo completo sia sul sito internet di riferimento che in forma cartacea. Le osservazioni e gli interventi, espressi durante l’attività di partecipazione, sono riportati nel fascicolo della partecipazione e della concertazione».

La debolezza, dal punto di vista del meccanismo partecipativo, sta proprio nell’espressione eventuale attività di partecipazione che lascia libero campo a ogni amministrazione di scegliere se attuare o meno un processo partecipativo di costruzione di una conoscenza e consapevolezza diffusa delle scelte di indirizzo, delle scelte strategiche per il piano. Accade nella maggior parte dei casi che le amministrazioni si attengano ai formalismi minimi imposti dalla legge.

La scelta, quella della partecipazione reale, può rappresentare una rottura con l’urbanistica intesa come meccanismo di distribuzione del diritto edificatorio e di ripartizione di fette di territorio gestito e mediato dai sistemi politici locali e sovralocali. La partecipazione è fondamentalmente un processo di riattivazione di una risorsa collettiva già in essere nella comunità. Si tratta di valorizzare l’insieme delle esperienze, delle conoscenze e delle capacità di autoprodurre soluzioni a problemi concreti, facendo leva sull’intelligenza collettiva di chi abita il territorio. La partecipazione così intesa diventa elemento di ricucitura di una società che sul proprio territorio oggi appare fortemente frammentata. La messa in comune dei saperi e delle intelligenze collettive è il fulcro di un reale processo partecipativo.

La scelta delle risorse necessarie costituisce un ulteriore passaggio fondamentale, il momento determinante per rendere concreto il processo partecipativo, trasformando un atto di pianificazione in un'assunzione collettiva di responsabilità. Atto in cui la comunità si identificherebbe non vivendo l’esito dell’intervento di pianificazione territoriale come un elemento estraneo al proprio tessuto urbano locale. Infine la computazione e il controllo collettivo delle risorse garantirebbero una protezione dalle incursioni delle lobby immobiliariste e del mattone i cui interessi sono quasi sempre al centro dei processi urbanistici.


Piano

La scienza sa da tempo, sicuramente da più di vent’anni, che periodicamente nel mondo i virus, risultando sconosciuti al sistema immunitario, possono arrivare a provocare danni enormi. I Paesi asiatici − dopo alcune difficoltà iniziali e nonostante una certa vulgata complottista − hanno tenuto conto dell’avviso della scienza. In Italia, ma in tutto l’Occidente, oltre ad aver probabilmente sottovalutato il problema, non ci siamo dotati di alcun piano per far fronte all’allarme che arrivava dalla scienza, prima, e dall’esperienza di Cina, Giappone e Corea, successivamente. Al di là dell’endemica resistenza della nostra politica ad approntare piani e alla disposizione, altrettanto radicata, a piegare la scienza al profitto, a detta di tutti, si è fatto pochissimo per proteggere ospedali e operatori sanitari. In un’intervista apparsa su «Business Insider Italia», lo ha ribadito Ernesto Burgio, pediatra, esperto di epigenetica e biologia molecolare, nonché presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale e membro del consiglio scientifico dell’European Cancer and Environment Research Institute di Bruxelles.

Molti esponenti politici (appartenenti a tutto l’arco parlamentare) hanno pensato di ovviare alla nostra deficienza nel far fronte per tempo all’emergenza caldeggiando, mediante il ricorso a più di un subdolo emendamento, la modifica del disegno di legge n. 18 del 17 marzo scorso (il famoso decreto Cura Italia) e l’introduzione di fatto di un vergognoso scudo civile, penale ed erariale per chi guida le strutture sanitarie pubbliche e private. Lo scudo, giustificato per i medici che hanno operato in condizioni drammatiche proprio per l’assenza di un piano d’emergenza, avrebbe esteso la tutela anche ai vertici amministrativi e addirittura a quelli politici e di governo, ledendo così i diritti di tantissimi operatori sanitari e dei familiari di coloro che, in corsia, hanno perso la vita: a ottobre 2021 quasi 370 medici sono morti, mentre decine di migliaia sono di mese in mese gli operatori sanitari contagiati.

Gli emendamenti, anche in seguito alle pressioni piovute da più parti e all’intervento del Consiglio nazionale forense che è l’organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana, sono stati poi ritirati. Tuttavia, colpisce la duplicità di uno Stato che, da un lato, continua a eleggere i propri eroi tra i membri del personale sanitario, strumentalizzando il loro impegno a ogni pie’ sospinto, dall’altro, si disinteressa totalmente dell’assistenza igienica, sanitaria e, infine, legale dei suoi «amati» eroi.


Precari

30% di disoccupazione giovanile, precariato e inattività di milioni di persone, salari bassissimi e stage gratuiti, oltre a totale assenza di tutele per tantissime categorie di lavoratori: sono alcuni degli aspetti, ai quali si devono aggiungere i numeri del cosiddetto lavoro grigio e dell’economia sommersa e illegale, già adesso dolorosi, in un quadro che sarà presto aggravato dall’emergenza sanitaria, economica e sociale nella quale ci ha catapultati il Covid-19.

Detto questo, nessuna metafisica e nessun «romanzo», ossia nessuna illusione, nessun progetto inattuabile, sogno vano o prodotto dall’abbandono sentimentale, dall’immaginazione o da false speranze, andrebbero costruiti sulla sostanza, sulla storia e sulla vita di precari e disoccupati, figure che devono la loro matrice attuale alle esigenze di struttura e di sviluppo di un capitalismo avanzato il quale geneticamente tende a estendere le forme e i tempi della sua organizzazione a tutti i settori della vita sociale.

Trovandosi fuori dal processo democratico, già solo la loro posizione è potenzialmente rivoluzionaria, anche se non sempre si può dire che lo sia la loro coscienza. La cultura borghese, infatti, non è ancora riuscita a renderli del tutto organici a essa: dunque, è proprio tra loro che sarebbe possibile trovare quel lievito della coesione sociale che fino a trenta o quarant’anni fa era possibile recuperare tra gli operai, nelle fabbriche, o nei campi, tra i contadini. Sottomessi e sussunti, nonché negati dai concreti processi di sviluppo dell’organizzazione capitalistica della società, precari e disoccupati, invocati a destra e a manca e poi spolpati in chiave quasi esclusivamente elettorale, possono diventare un elemento positivo della lotta di classe.

Perché ciò avvenga, dovremmo superare la fase astratta, contemplativa, tutta soggettiva, che stiamo vivendo oggi: quella in cui si piange sulla propria sorte, ci si lecca le ferite e non si riesce a guardare al di là del proprio ombelico. Vige, insomma, un certo lirismo nell’immagine del precario e del disoccupato che impedisce di cogliere la rete di nervature che legano reciprocamente quei soggetti reali complessivi e questo mondo capovolto. Vederla consentirebbe di distinguere i falsi bisogni dai bisogni di emancipazione e, più oltre, arrivare a discernere questi ultimi dai valori, in un percorso che dall’antropologia porterebbe all’etica. Tale «romanzo», coprendo interamente il soggetto, finirebbe per svalutarlo del tutto: ne farebbe svanire l’identità.

Per evitare questo rischio è necessaria una risposta critica, in una società che invece ha paralizzato la critica, che combatta quello spiritualismo esistenzial-ontologico che circonfonde la figura di precari e disoccupati persino in certe forme pseudo-politiche di protesta e danneggia il loro rapporto con la realtà, la spontaneità, la capacità d’esperienza, assecondando quel meccanismo antiumano proprio della ratio capitalistica e del suo mondo capovolto.

È fondamentale, dunque, una teoria dei bisogni, magari un piano oggettivo ma non empirico, uno spazio potenziale che consenta l’autocostituirsi di una soggettività che sia in grado di sviluppare una coscienza dialettica tra identità e opposizione. Vale a dire una superficie, i cui limiti non sono quelli cristallizzati reperibili tra gli scaffali di una biblioteca, che finalmente ponga le basi per affrontare quella mancanza a essere, nella relazione irrisolta che Lacan istituisce tra desiderio come mancanza e desiderio come produzione, che permette di discutere dell’incidenza del reale, anche di quello odierno segnato da una crisi sociale senza precedenti, sull’individuo. È ancora possibile che ciò avvenga prima che il grido di precari e disoccupati, sommerso dall’allucinazione «romanzesca», resti, come già quello di stranieri, reietti e irregolari, senza parole?


Riace

I fatti di Amantea (A. Ziniti, Calabria, proteste ad Amantea dopo l’arrivo di 13 dei 28 migranti positivi al coronavirus, «la Repubblica», 11 luglio 2020, disponibile all’indirizzo https://www.repubblica.it/cronaca/2020/07/12/news/coronavirus_positivi_28_immigrati_sui_70_sbarcati_al_porto_di_roccella_jonica-261701548/) hanno riacceso il dibattito politico intorno al fenomeno delle migrazioni seguendo la solita linea narrativa dicotomica tra chi, a destra, fomenta il malessere sociale buttando benzina sul fuoco e chi, a sinistra, vede in tutto questo la riprova di un razzismo ormai generalizzato. I primi ne approfittano per costruire teoremi razzializzanti, i secondi per dispiegare un mieloso buonismo di maniera. È inutile aggiungere che, dentro questo meccanismo di propaganda mediatica delle parti, l’intera comunità viene dipinta come antropologicamente razzista.

Ma è senz’altro utile analizzare quello che negli anni ha contribuito a creare questo stato di cose, una spirale discendente di populismi identitari che attribuivano agli ultimi arrivati la causa di tutti i mali, a cui si contrapponeva una pedante e maldestra retorica del «razzismo al contrario» che opponeva al «tutti dentro» uno scialbo «tutti fuori». A questa opposizione fra narrazioni si aggiungeva, con sempre crescente intensità, una visione del migrante come elemento di conflitto in sé, fatta salva l’esigenza di rappresentarne la conflittualità per delega. Questa «pratica» si aggiungeva alla sciarada dei conflitti estetizzanti delle lotte dei braccianti senza braccianti, a quelle dei precari giocate in nome e per conto degli stessi. La visione grottesca di un’avanguardia talmente abile a stare sul pezzo e a cavalcare l’evento che ha finito col perdere aderenza non solo rispetto alle istanze che pretendeva di rappresentare, ma, nell’ultimo lustro, rispetto alla realtà.

Questa trappola senza via di fuga è stata fatale non solo per la cosiddetta sinistra, ma anche per l’antagonismo nostrano. Altrove si è provato a costruire una prima analisi sulla fase («Malanova», Analizzando le macerie. Riflessioni sparse sulla fase, 16 luglio 2020, disponibile all’indirizzo http://www.malanova.info/2020/07/16/analizzando-le-macerie-riflessioni-sparse-sulla-fase/) anche attraverso una critica a quello che, in molti, hanno definito il «modello Riace». Quella che abbiamo davanti è una diffusa spoliticizzazione delle soggettività sociali (collettive o individuali che siano); tuttavia, quando ci si imbatte in un gruppo con una precisa idea del proprio ruolo o della propria condizione, allora le criticità del contesto emergono senza bisogno di deleghe. È stato il caso dei rifugiati curdi e palestinesi che, pur essendo stati accolti per primi e pur avendo in qualche modo dato il la agli eventi che hanno costruito l’immaginario narrativo del modello Riace, vengono spesso citati più per dovere di cronaca, avendo avuto un rapporto critico con il sistema di «accoglienza» italiano, avendone percepito vent’anni orsono l’intento predatorio e di annullamento dell’io politico culturale dell’ospite.

Non si critica l’esperienza o l’efficienza amministrativa, né tanto meno la capacità del sindaco della cittadina reggina di governare il suo territorio provando a riformare alcuni settori cruciali. È necessario, però, evitare di costruire a tavolino moderni Don Chisciotte perdendo di vista ogni minima connessione con la realtà sociale di riferimento.

La capacità di leggere il grande bluff che si nasconde dietro annunci eclatanti di «fine della povertà» e di «prima gli italiani» non è certo diffusa. Proprio per questo, se dobbiamo mobilitarci per disinnescare certe bombe a orologeria, legate a questi meccanismi sociali, allora difendere (e magari pensare di replicare) un modello socialmente dato ci dovrebbe come pratica appartenere poco, se non forse in una fase di prima istanza solidaristica, quella che prevede di offrire un piatto caldo e un tetto. Sarebbe più interessante invece capire quale tipo di contributo possiamo apportare alla costruzione di un soggetto autonomo e meticcio del conflitto, proprio a partire da una decostruzione dell’«esperienza» di Riace.

In prima battuta, è indubbiamente più utile parlare di esperienza piuttosto che di modello: qualcosa di contaminabile, decisamente più aperto al cambiamento e quindi più vicino alle nostre esigenze politiche e sociali. I modelli, per definizione, sono delle strutture replicabili sic et simpliciter perché realizzano la convergenza di un insieme di teorie per descrivere un fenomeno in modo oggettivo; questo è soprattutto vero in campo scientifico dove comunemente si afferma che il metodo si pone come invariante rispetto all’osservatore. Ma nel campo economico e sociale sappiamo che difficilmente alcune pratiche sono riproducibili semplicemente importando e replicando modelli esterni che hanno avuto una qualche fortuna. Questo come prima risposta a chi afferma che Riace sarebbe dovuta diventare il «Chiapas della Calabria» diffondendosi, poi, nei diversi contesti territoriali. Una sorta di modello replicante.

Potrebbe essere invece molto più interessante riuscire a ragionare andando al di là di proclami e propaganda, per capire come mai in vent’anni di esperienza sul campo, Riace non sia riuscita a trasformarsi in quella tanto agognata comunità meticcia, rimanendo un luogo dove si è praticata una qualche forma di tolleranza da parte degli autoctoni rispetto alla popolazione migrante accolta.

Non è il caso di aggiungere poi che, a prescindere dalla più o meno aperta e umana esperienza di accoglienza, questi filtri di base (Sprar, in primis) sono stati, in molti altri casi, una sorta di tampone istituzionale destinato a sistemare un po’ ovunque i cosiddetti migranti buoni nel corso delle lunghe fasi emergenziali legate ai flussi migratori durante la crisi del Nord Africa, prima, e nel corso della guerra in Siria, dopo; nient’altro che l’occasione di vedere arrivare una pioggia di milioni di euro nelle casse di associazioni e cooperative amiche o ancora peggio nelle mani della ‘ndrangheta (A. Candido, F. Tonacci, ‘Ndrangheta, assalto ai fondi Ue e all’affare migranti; 68 arresti. Coinvolti un sacerdote e il capo della Misericordia, «la Repubblica», 15 maggio 2017, disponibile all’indirizzo https://www.repubblica.it/cronaca/2017/05/15/news/_ndrangheta_smantellata_la_cosa_arena_68_fermi-165476854/).

Non si mette in dubbio il coraggio e la buona fede del sindaco di Riace che in questi anni è divenuto, suo malgrado, un baluardo d’umanità contro le derive reazionarie e razziste della politica. Tuttavia, può esser sufficiente questo per risalire la china e invertire la rotta delle nostre pratiche sociali? Può essere sufficiente tornare alla «Riace delle origini», senza guardarsi indietro e scansando le macerie lasciate sulla strada dai copiosi finanziamenti ministeriali per l’accoglienza? Possiamo ancora una volta decidere sulle teste altrui, pensando a un «antagonismo migrante» senza i migranti, innestando un corpo sociale su un altro? Ancora una volta blindiamo le nostre discussioni assembleari e le nostre pratiche attivando vecchi meccanismi di autorappresentazione e sostituzionismo di un corpo sociale desiderante che oggi o guarda altrove (reddito, lavoro, salute, casa) o, nella migliore delle ipotesi, è confuso. Questa ipotetica fase di ricucitura sociale che in molti hanno visto e continuano a vedere nel modello Riace sta invece diventando elemento tattico di visibilità politica giocato sulla pelle di migranti e comunità autoctone: alcuni hanno visto in Riace la Stalingrado dell’ex governo giallo-verde, altri la Caporetto della sinistra; in un modo o nell’altro occorre necessariamente svincolarsi da questa dicotomia per non vedersi stritolati da logiche politiciste.

Il fallimento di Riace può servire come innesco di processi di ripresa e ricucitura dei processi sociali nei territori, se venisse inteso come momento paradigmatico di recupero da una fase di attacco dispiegato su fronti diversificati, protrattasi da ormai un trentennio ai danni dei corpi sociali subalterni e precari. Ma Riace dovrebbe soprattutto essere occasione e momento di riflessione per decostruire le pratiche istituzionali dell’accoglienza in Italia segnando al contempo un momento di rottura radicale anche rispetto a quelle logiche fondate sulla compatibilità con gli Sprar che sicuramente risultano meno disumani, ma che vanno inquadrati all’interno di una logica istituzionale unitaria, dunque anello di congiunzione tra ciò che è meno disumano (appunto gli Sprar) e la bestialità dei vari Cara, Cas, Cie e Hotspot, che conservano come fine ultimo quello di dividere i migranti in buoni e cattivi. La retorica dualista di buoni e cattivi, vittime e carnefici, per quanto assurda, è stata in grado di assorbire la realtà delle condizioni di precarietà che hanno colpito indistintamente tutto ciò che sta al di sotto di un certo scalino sociale, riversando una massa impoverita nell’arena della guerra tra poveri. Questa immane follia dualistica ha continuato a farsi strada come opinione serpeggiante, finendo col dividere il corpo sociale in precari buoni, disposti a tutto pur di lavorare, e precari cattivi, assolutamente indisponibili a farsi trattare come bestie da soma. Da ciò non ci si libera facilmente soprattutto se si è già portatori di uno stigma sociale, che esula dal fatto di essere gli ultimi arrivati o gli ultimi di sempre: se si è ultimi, si ha torto a prescindere.

Per rompere con queste pratiche di istituzionalizzazione dell’accoglienza occorre decolonizzare le migrazioni. Una visione tutta occidentale, ovviamente, del pensiero coloniale, camuffato dal buonismo delle pratiche di integrazione che hanno come orizzonte ultimo l’assimilazione culturale, figlia legittima di una concezione neocolonialista che immagina la costruzione di una comunità solo attraverso un continuo e irrisolvibile scontro di civiltà: o ti adegui ai nostri usi e costumi (impari l’italiano, lavori gratis e ti fai accettare), oppure verrai respinto e allontanato! Ecco perché oggi dobbiamo provare a spezzare − piuttosto che alimentare − la logica dell’integrazionismo. Abdelmalek Sayad afferma che «il colonialismo ha trovato il suo ultimo rifugio ideologico negli intenti integrazionisti; in realtà, il conservatorismo segregazionista e l’assimilazionismo sono solo apparentemente in contraddizione tra loro. Nell’un caso, si invocano le differenze di fatto per negare l’identità di diritto; nell’altro, si negano le differenze di fatto in nome dell’identità di diritto. O si concede la dignità di essere umano, ma soltanto al francese virtuale, o si fa in modo di negarla, invocando l’originalità della civiltà maghrebina, ma un’originalità tutta negativa, per difetto» (A. Sayad, Qu’est-ce-que l’integration?, «Hommes et immigration», n. 1182, dicembre 1994).

Adriano Favole, docente di Cultura e Potere alla facoltà di Antropologia Culturale ed Etnologia dell’Università di Torino, aggiunge: «da un punto di vista etimologico, integrazione è termine legato a integro, ovvero qualcosa che non ha subito danni, menomazioni, mutilazioni. È lo stesso aggettivo da cui derivano integrale (si dice di quei cibi in cui non si è provveduto a separare le componenti originarie), integrato, integrità e integralismo. In tegru(m) è l’intoccato o l’intoccabile, ovvero ciò che è incolume, casto, puro. I linguisti ci insegnano tuttavia che i termini vanno visti nel loro uso, nelle traiettorie semantiche che seguono, senza troppa ossessione per le radici e origini. In effetti, l’uso di integrazione riferito in modo particolare al modo in cui gli stranieri si incastonano nella società di accoglienza è piuttosto recente e pare che ci venga dall’inglese americano racial integration (“integrazione razziale”) e integrationist (“colui che crede in o supporta l’integrazione sociale”). Comunque sia, se guardiamo agli usi attuali del termine nel dibattito pubblico, la sensazione di ambiguità è evidente e si ha l’impressione che, pur usando lo stesso concetto, molte persone lo associno a significati molto diversi» (A. Favole, «la Lettura − Corriere della Sera», 21 dicembre 2016).

Allora forse dovremmo iniziare a porci alcune domande: perché mai integrare le diversità culturali? Perché parlare di naturalizzazione? Si tratta di una nostra necessità sociale? È possibile vivere insieme e liberi pur essendo culturalmente diversi? Il problema oggi, è inutile negarlo, è tutto incentrato sull’acuirsi e sull’estremizzarsi del rapporto tra cultura e politica (simboleggiato dal concetto di nazione) e sull’incapacità di concepire il concetto di razza e i processi di razzializzazione come elementi strutturanti il modo di produzione capitalistico.

Le pratiche finora messe in piedi dal sistema dell’accoglienza, suffragate spesso da studi sociali elaborati dall’intellighenzia di sinistra, hanno fatto sì che si confondesse, in chiave discriminatoria, cittadinanza con nazionalità. Il concetto di integrazione sottende quindi uno squallidissimo revival dell’etnocentrismo di stampo ottocentesco; che si impieghi la parola adattamento, oppure assimilazione o, piuttosto, integrazione, il punto di vista etnocentrico continua a determinare la visione di quello che è o dovrebbe essere lo straniero.

Siamo noi bianchi a decidere come dovrà essere lo straniero per potersi definire integrato passando con una certa disinvoltura dall’idea di «integrazione di» a quella di «integrazione a» e questo segna un confine invalicabile tra gli integranti (il gruppo dominante) e i costretti all’integrazione (il gruppo dominato, vale a dire i migranti). Questa logica di dominazione di una cultura su un’altra sembra essere indispensabile per costruire e conservare la retorica del concetto di nazione. L’integrazione non è concepibile come rapporto di forza e quindi di dominazione tra soggetti attivi/dominanti/integranti (l’Occidente) e un corpo passivo e da integrare (i migranti). In questo meccanismo quello che viene continuamente riprodotto è il meccanismo della differenza culturale. Un meccanismo che finisce per attribuire la responsabilità della mancata integrazione a coloro che si chiedono quando possono considerarsi definitivamente integrati per non essere più soggetti ad angherie varie. Questo paradigma dell’integrazione tende inoltre a nascondere i suddetti rapporti di forza, nonché le logiche di dominazione neocoloniali che sottende la regolazione dei flussi migratori in quanto è ormai abbastanza chiaro come il fine ultimo sia il controllo dei flussi migranti indotti da crisi economiche, ecologiche e guerre, dirette conseguenze di processi di accumulazione per espropriazione nei paesi del cosiddetto Sud del Mondo.

Il discorso sull’immigrazione e sull’integrazione sta producendo un continuo processo di «etnocrazia» nella gerarchizzazione dei rapporti sociali in quanto si continua a sostenere l’esistenza di un problema migranti, la cui soluzione sia tutta culturale (leggasi razziale) e che quindi il vero ostacolo alla cosiddetta coesione nazionale è la contaminazione della cultura degli stranieri. In questa logica vengono scientificamente sottaciute le problematiche relative alle diseguaglianze socioeconomiche per puntare sulla carta vincente del problema etnico che porta allo scontro razziale: tutto viene giocato sulla linea del colore. Nulla a che vedere con il senso che attribuiva Durkheim al termine integrazione inteso come società integrata o nell’accezione utilizzata dalle scienze sociali classiche, come processo che rafforza i legami sociali, dove i soggetti umani, stranieri o no, tendono a unirsi in un tutto che è però sempre in divenire.

Ma oggi, in tempi di crisi economico-strutturale segnata da paure sociali artatamente costruite, a prevalere è l’interpretazione che vuole l’esistenza di un noi come comunità compatta, unica, assoluta e soprattutto autentica (integra, appunto) che si dispiega in un tessuto ben ordito nel quale devono essere aggiunte delle nuove maglie: gli altri, stranieri o diversi che siano. È un’accezione molto rasserenante per il bianco occidentale che vede il diverso come corpo in aggiunta che, una volta sussunto, annichilito e culturalmente normalizzato, non produrrà nessuna alterazione sociale.

Questo paradigma dell’integrazione ha un difetto: quello di non avere come orizzonte possibile la trasformazione della società anche solo sotto il profilo della contaminazione culturale. Muoversi sul versante dell’integrazione ci rende complici dello spostamento del conflitto di classe verso le zone oscure e pericolose dell’etnocrazia come regolatore dei rapporti sociali. Un campo minato dal quale difficilmente riusciremo a trarci in salvo e a rilanciare il conflitto.

Se oggi vogliamo decostruire le narrazioni nazional-populiste, ritornate in auge dopo decenni di sopore, occorre avere una prospettiva anti-integrazionista da estendere a tutte quelle condizioni di diseguaglianza tra persone costrette a integrarsi al sistema capitalista.

Le politiche di differenziazione razziale (prima gli italiani) possono essere combattute assumendo certamente la razza come un terreno centrale e trasversale di mobilitazione, ma non nella sua dimensione settoriale, legata esclusivamente ai migranti (o, peggio ancora, ai rifugiati) perché altrimenti, come già chiarito, si corre il rischio di arretrare nel discorso sociale e di legittimare dispositivi di controllo e gerarchizzazione delle figure razzializzate. Dire oggi che non abbiamo ricette pronte per combattere e vincere contro il Capitale è talmente vero che risulta inutile ripeterlo in ogni consesso. Occorre invece osare. E qui entra in gioco la nostra capacità di stare nelle contraddizioni sociali − anche e soprattutto in questa lunga fase caratterizzata da una terrificante inerzia militante − costruendo relazioni nell’attuale composizione di classe.

Reddito, lavoro, redistribuzione, tutela del territorio possono essere i terreni (certamente insidiosi e scivolosi) sui quali lavorare, pur restando coscienti che questi settori d’inchiesta e di lavoro politico oggi vengono spesso piegati alle esigenze del mercato internazionale (workfare e green new deal, ad esempio). Occorre agire più sui possibili processi di soggettivazione che puntare al risultato intermedio. Molto più semplicemente bisogna uscire dal meccanismo asfissiante della vertenza trasformata in fine ultimo e non mezzo della lotta. Questo può avvenire esclusivamente attraverso la conflittualità accantonando le diverse teorie universalistiche sulla giustizia umana, utili solo a chi finalizza la sua indignazione alla caritas, se non addirittura alla pietas, tarpando le ali alla soggettivazione conflittuale. In questo processo i cosiddetti migranti possono essere parte attiva del processo, non in quanto migranti ma come un frammento della Classe che vive condizioni sociali di sfruttamento del tutto simili ai «bianchi» in una prassi autenticamente antirazzista perché materialisticamente antirazzista.


Immagine: Nanni Balestrini


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Stefano Ammirato, Gianmarco Cantafio, Alessandro Gaudio, Gennaro Montuoro fanno parte della redazione di «Malanova», progetto militante che si pone l’obiettivo di costruire una rete di informazione e approfondimento a partire dai territori del Sud.