Controdizionario del conflitto (IV)

di Stefano Ammirato, Gianmarco Cantafio, Alessandro Gaudio, Gennaro Montuoro



A partire dal Sud, dalle sue contraddizioni e potenzialità, la redazione del progetto «Malanova» continua a interrogarsi sui limiti delle forme esistenti di militanza e sulle possibilità inesplorate di conflitto. Lo fa con questo «controdizionario», vero e proprio cantiere aperto di ricerca su nuove ipotesi politiche e orizzonti praticabili, giunto alla sua quarta uscita su «Machina». Le voci che qui presentiamo sono quasi tutte afferenti al mondo del lavoro, fronte di grande importanza nell’attuale crisi sindemica. Scritte in fasi differenti, le voci relative a Debito, Disoccupazione, E-commerce ed Economia circolare coniugano lo sguardo sull’attualità con un orizzonte di analisi più ampio. Anche queste, come le precedenti, quasi tutte redatte tra il 2020 e il 2021, non devono in nessun caso essere lette come lemmi e vanno ad arricchire il nostro controdizionario, ossia un dizionario che mette in discussione se stesso.


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Debito

I trattati europei pongono alcune restrizioni in fattori chiave per l’economia a livello nazionale: una di queste consiste in una serie di norme e direttive che tendono a parametrizzare il debito che ogni Stato ha con la Bce. Si controllano le relazioni fra la crescita economica (attraverso il Pil) e l’indebitamento complessivo (debito più interessi). Ciò che preoccupa la commissione europea non è tanto il debito in sé, ma la sua solvibilità, perché un paese senza debito è un paese che non può essere perfettamente controllato in quanto non ricattabile con minacce di procedure di infrazione e sanzioni.

La solvibilità delle obbligazioni acquistate dalla Bce per «finanziare» il debito degli stati membri è un affare che non riguarda solo i rapporti tra i ministeri del tesoro e la Bce. Sarebbe forse meglio usare l’espressione «finanziarizzazione del debito»: infatti, sono molti i soggetti interessati a investire nei prodotti finanziari legati alla solvibilità dei buoni del tesoro, nel nostro caso i Btp-future.

Questi, pur avendo come oggetto i Buoni del Tesoro nostrani, sono emessi da Eurex, cioè il listino tedesco dei derivati del gruppo Deutsche Börse (M. Longo, BTP futures parafulmine d’Europa ed eldorado per le banche d’affari, «Il Sole 24 Ore», 4 giugno 2019). Da un lato, abbiamo un debito con la Bce; dall’altro, abbiamo i mercati finanziari che hanno investito nella solvibilità dei Btp attraverso i future a essi collegati: insomma, il nostro debito non è un «debito sovrano» gestibile in proprio.

Questo spiega, in parte, le ragioni della procedura d’infrazione che punisce chi mette a repentaglio la stabilità dei mercati. Ma cosa comporta per le tasche di noi tutti? L’inevitabile manovra bis che prevede il recupero di punti decimali del rapporto tra debito e Pil attraverso la spending review e l’inasprimento di alcune imposte chiave, tipo le tasse sul consumo (Iva). Questo può voler significare un progressivo taglio al reddito di cittadinanza e un innalzamento dell’Iva. Ovviamente il Governo si giustificherà dando la colpa all’Europa, rinnovando il mantra sovranista per rastrellare altri consensi salvando la faccia.

Si alternano sulla scena contraddizioni assortite e paradossi mascherati da una «logica ineluttabilità»; austerity, stabilità e solvibilità vengono propinate come cure necessarie per conservare un’economia sana e continuare a essere credibili agli occhi attenti dei mercati. La realtà è che il reddito medio è bloccato, il potere d’acquisto è eroso dalla demolizione sistematica del welfare (parte del reddito di ciascuno serve per pagare servizi che prima erano gratuiti o quasi) e dall’innalzamento di tasse e tariffe al consumo e il precariato è per molti l’unico orizzonte alternativo alla disoccupazione.

Questo è il triste quadro economico. Sul piano sociale è forse anche peggio, dal momento che il reddito è il perno centrale del sistema dei consumi: se non puoi spendere, non sei parte attiva della società, ma soprattutto se non hai potere d’acquisto, non puoi permetterti servizi essenziali che, seppur garantiti, sono quasi inutilizzabili in buona parte del paese. Sanità pubblica con attese interminabili, trasporto pubblico quasi interamente privatizzato e con tariffe in continua crescita, servizi essenziali (acqua ed energia) da anni in pasto ai privati. In questo meccanismo il reddito individuale o familiare diviene essenziale per la sopravvivenza all’interno dei parametri imposti dalla società dei consumi: l’esigenza di reddito è quindi la base del più colossale e meschino ricatto mai orchestrato. Quindi, da un lato della barricata, abbiamo un sistema che lega il debito pubblico ai mercati e che impoverisce progressivamente la maggior parte della società; dall’altro, la popolazione che deve procacciarsi un minimo di reddito per poter continuare a sentirsi parte di uno standard sociale incentrato sulla capacità di consumare.

Il paradosso è che il sistema non consente alla maggior parte della popolazione di guadagnare a sufficienza per non dover sottostare al ricatto lavorativo. Il ricatto in questione è parte strutturante del meccanismo decisionale attraverso il quale il sistema capitalista riesce a sostenere se stesso e la sua tendenza alla replicazione indefinita. Con il ricatto occupazionale si barattano pochi posti di lavoro a tempo determinato in cambio di devastazioni territoriali (le grandi opere, i grandi impianti ecc.); con il ricatto del lavoro si impongono salari sempre più esigui e posti di lavoro a condizioni sempre peggiori.

Peggiori sono le condizioni generali, più facile è far accettare il ricatto. La differenza tra la libertà di accettare una condizione temporaneamente svantaggiosa e un orizzonte di vera e propria schiavitù rispetto al reddito si fa sempre più esile. La manovra bis quindi non è che una tappa in un percorso a senso unico di speculazione continua che non ha altra via d’uscita se non il progressivo impoverimento della società: povertà che si trasforma nella migliore garanzia per ottenere una popolazione pronta a tutto pur di accaparrarsi qualche spicciolo, accettando il saccheggio delle proprie ricchezze territoriali, la svendita del patrimonio statale e del lavoro e il fatto che gli ultimi siano i colpevoli di ogni miseria.

L’aumento dell’Iva, l’innalzamento dell’età pensionabile, la privatizzazione dei servizi, la dismissione del welfare sono tutti processi strettamente connessi che, da un versante, garantiscono guadagni a chi investe sul debito e che quindi ha tutto l’interesse affinché il debito non sia mai risanato completamente, dall’altro, sono funzionali al ricatto del reddito, divenuto essenziale per la sopravvivenza stessa di individui e comunità, vista la progressiva sparizione dei servizi minimi garantiti.


Disoccupazione

L’Istat, in un documento pubblicato il 3 giugno 2020, ha ricostruito l’andamento provvisorio dell’occupazione in Italia, registrando i primi effetti della crisi socio-economica innescata dall’emergenza Covid-19. In due mesi di confinamento, e di blocco parziale della produzione, i disoccupati sono diventati complessivamente 400.000 in più. Cessato il blocco della produzione, il trend non accenna a cambiare e in tre mesi si è giunti a perdere 497.000 posti di lavoro. A questo si aggiunge il dato relativo al tasso di inattività che è aumentato in misura preoccupante. Venendo ai numeri, ad aprile 2020 la disoccupazione è aumentata di 274.000 unità; aumento di per sé anomalo, ma del tutto comprensibile vista la situazione di lockdown. A patire maggiormente la congiuntura sono i precari con 129.000 unità in meno. La categoria dei precari ha al suo interno una sottocategoria di soggetti in una situazione ancora più sfavorevole: le donne, tra le più colpite con 143.000 unità in meno. Gli uomini, dal canto loro, hanno perso 131.000 unità lavorative. Anche le partite iva sono in sofferenza: meno 69.000! Questo è un dato complesso da analizzare in quanto non si tratta di soli artigiani o liberi professionisti (avvocati, ingegneri, commercialisti ecc.). Specialmente negli ultimi tre lustri, le partite iva sono diventate un modo per contrattualizzare forme di precariato «innovativo», scaricando gli oneri della prevenzione sul «prestatore d’opera» che ricopre praticamente il ruolo di un impiegato, ma senza il vantaggio di rientrare in un contratto collettivo nazionale.

Nel commento dell’Istat a questo andamento si legge: «Il tasso di disoccupazione in soli due mesi diminuisce di quasi tre punti percentuali e quello di inattività aumenta in misura analoga. Le tendenze rilevate ad aprile nel mercato del lavoro coinvolgono entrambe le componenti di genere e tutte le classi d’età». Il calo del tasso di disoccupazione appare un po’ anomalo se non si mettono in ordine i dati e, soprattutto, se non si spiega come vengono conteggiati gli occupati, i disoccupati e gli inattivi.

Gli occupati vengono definiti attraverso una parametrizzazione standard dell’International Labour Office (Ilo) che li classifica come individui di 15 anni e più che, nella settimana di riferimento,

· hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;

· hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente.

Mentre i disoccupati (o in cerca di occupazione) comprendono le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che

· hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive;

· inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.

Gli inattivi (o non forze di lavoro) comprendono le persone non classificate come occupate o disoccupate.

Sono definizioni che tracciano un quadro abbastanza disarmante: un soggetto che lavora un giorno alla settimana risulta a tutti gli effetti occupato. Questa distinzione non dice ovviamente che una persona lavorante per qualche ora al mese non riesce a guadagnare abbastanza per sostenersi. C’è quindi discrepanza fra il livello di occupazione e il livello di reddito sufficiente al mantenimento di un tenore di vita decoroso. È uno scarto non di poco conto se non si tengono nella debita considerazione entrambi i dati. Questo è un nodo centrale nel dibattito politico nazionale, soprattutto quando viene affrontato a comparti stagni, tenendo in luce il dato occupazionale e adombrando quello reddituale. Alla fine, però, è il reddito che conta davvero sulla bilancia dei consumi. Il dato in termini di «posti di lavoro» è assai incerto e fumoso, facilmente manipolabile con piccoli interventi mirati: basta un programma di finanziamento ai comuni per garantire alcune giornate di lavoro ben diluite nel tempo agli Lsu e, con una manciata di euro, spostare il numero degli occupati di centinaia di unità per Regione e sbandierare una crescita occupazionale «dati alla mano»! Eppure, il ridimensionamento della disoccupazione è dato soprattutto dal restringimento del numero totale di persone che hanno cercato lavoro, con il relativo incremento delle persone inattive. Si configura un classico gioco a somma zero secondo cui non può crescere un parametro senza che gli altri ne risentano.

Per far fronte all’emergenza da Covid-19, il decreto legge 18/2020 (detto «Cura Italia»), convertito in L. 24 aprile 2020 n. 27, prevede misure a sostegno del lavoro, attraverso la corresponsione di trattamenti di integrazione a decorrere dal 23 febbraio 2020. In virtù della definizione precedentemente fornita, chi si trova a beneficiare di tali misure di sostegno permane nella condizione di occupato. Dunque, come precedentemente osservato, c’è la tendenza a garantire il concetto di occupazione invece di tentare di ragionare sul significato sociale del lavoro. Con ciò non ci si riferisce al portato positivo di una piena occupazione per curare il malessere sociale, ma semplicemente al fatto che la società, così come la percepiamo, è fondata sul consumo. Piaccia o meno, per essere un soggetto socialmente attivo si deve poter consumare ma, da tutto quanto finora osservato, il dato occupazionale non attiene alla sussistenza di alcuni occupati. Questo cortocircuito dovrebbe far ragionare sulle contraddizioni nelle quali siamo immersi. Il tema delle ore lavorate dagli occupati rappresenta un aspetto dell’evoluzione del mercato del lavoro che, fra trasformazioni contrattuali (leggi precarizzazione), mutamenti produttivi (industria 4.0, automazione e intelligenza artificiale) e crisi sempre più violente e ravvicinate, è diventato un’arena per scontri senza quartiere.

In un articolo pubblicato sulle pagine di «Malanova» (G. Montuoro, Automazione, robotica e intelligenza artificiale cambieranno per sempre il lavoro (che non c’è), «Malanova», a. 0, giugno 2020), si analizza la complessa relazione fra crescita occupazionale, ore di lavoro e reddito: gli esiti non sono dei più felici, in quanto non solo le ore complessive di lavoro produttivo diminuiscono negli anni ma, aumentando il numero di posti di lavoro a parità di ore lavorative annue, si ha un aumento del part-time, con relativo calo della retribuzione e incertezza del posto di lavoro. Questa evidenza, sommata ai parametri utilizzati per conteggiare gli occupati, fornisce una visione che non riesce a dare un quadro corrispondente alla realtà e non descrive correttamente né il fenomeno occupazionale, né la reale situazione di povertà del paese. Se, per ipotesi, si considerassero occupati solo quelli in grado di estrarre dal proprio lavoro il reddito sufficiente per mantenere se stessi, al di là della soglia di povertà, ci troveremmo davanti a una situazione ben diversa rispetto a quella che delineata. I parametri usati dall’Istat, derivanti dagli standard Ilo, tengono dentro in maniera implicita il lavoro sommerso. Si va anche oltre quando si distinguono le seguenti categorie occupazionali:

· Occupati dipendenti permanenti o a tempo indeterminato: occupati con un rapporto di lavoro dipendente, regolato o meno da contratto, per il quale non è definito alcun termine.

· Occupati dipendenti a termine: occupati con un rapporto di lavoro dipendente, regolato o meno da contratto, per il quale è espressamente indicato un termine di scadenza.

· Occupati indipendenti: coloro che svolgono la propria attività lavorativa senza vincoli formali di subordinazione. Sono compresi imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi, coadiuvanti nell’azienda di un familiare (se prestano lavoro nell’impresa senza il corrispettivo di una retribuzione contrattuale come dipendenti), soci di cooperativa, collaboratori (con e senza progetto) e prestatori d’opera occasionali.

Siamo davanti a un progressivo impoverimento della società; i dati di cui disponiamo sembrano più una foglia di fico che nasconde le vergogne di un sistema impostato sull’impoverimento e la disuguaglianza e che sono ben lontani dal mostrare la situazione di difficoltà che sta vivendo il Paese.


E-commerce

La pandemia ha impresso una forte accelerata nella direzione della trasformazione digitale dei consumi, cambiando progressivamente gli stili di vita dei consumatori.

Abbiamo già evidenziato (s.v. Big Data) come le economie delle piattaforme e i colossi americani dei big data siano riusciti ad accumulare profitti record durante il primo anno di pandemia, consolidando un dato chiaro da tempo: logistica, distribuzione e consumo sono fasi fondamentali per la valorizzazione del capitale.

Ripercorrendo l’espansione di Amazon e delle altre piattaforme digitali negli ultimi 14 mesi, diventa evidente come la loro idea di post-Covid sarà costruita incrociando tre settori: logistica, e-commerce e tecnologie digitali; per reggere la concorrenza, nessun negozio, grande o piccolo che sia, potrà prescindere da queste leve economiche. La stessa Confesercenti recentemente ha affermato che in Italia sono a rischio di chiusura 150.000 imprese del terziario, di cui 80.000 nel commercio. Adeguarsi a questi standard tecnologici appare come la sola ancora di salvezza. L’adeguamento non è soltanto legato alla capacità gestionale; ciò significa soprattutto ripensare le forme e le modalità dell’organizzazione del lavoro all’interno del comparto commerciale.

Perché, se è vero che i consumatori già da tempo hanno fatto loro la disposizione all’e-commerce, appaiono invece decisamente meno indagati i processi di trasformazione dei lavoratori del commercio. Per voler esemplificare, se il mondo del commercio sta evolvendo verso il cosiddetto commercio 4.0, legato all’economia delle piattaforme, diventa inevitabile per il comando capitalista richiedere un nuovo commesso 4.0 (cfr. A. Larizza, Per il nuovo commesso 4.0 cloud, big data e blockchain, «Il Sole 24 Ore», 10 febbraio 2021), una nuova forza lavoro che, indipendentemente dal livello contrattuale, risponda a specifici requisiti curriculari.

Per capire la tendenza in atto nel capitalismo delle piattaforme occorre analizzare i processi là dove sono più avanzati. L’esperienza di un mercato come quello inglese, nel campo della Gdo, ci permette di capire, con molta più nitidezza che nel resto dei paesi europei, come il capitale ristrutturi il suo assetto produttivo all’interno della catena di valore in settori come il retail, il food e l’e-commerce.

Il caso più interessante è quello della Tesco, una catena di negozi di generi alimentari britannica attiva a livello internazionale. Si tratta del primo gruppo di distribuzione del paese e di uno dei maggiori in Europa, con oltre 6.800 punti vendita nel mondo, 450.000 dipendenti e un utile netto nel 2019 di 1,5 miliardi di euro. Le attività di Tesco si basano su tre poli: distribuzione interna, distribuzione internazionale e servizi finanziari, questi ultimi avviati in seguito alla joint-venture con Royal Bank of Scotland. L’azienda è attiva anche come operatore telefonico e nel campo dei carburanti, dopo l’accordo con la Esso del 1997.

Parlare quindi di generi alimentari in questo caso appare riduttivo: la multinazionale britannica è, senza alcun dubbio, una delle prime realtà multinazionali in Europa ad aver fiutato l’affare dell’e-commerce. Basti pensare che, prima dell’emergenza Covid, aveva nel solo mercato interno 600.000 ordini online alla settimana, mentre oggi può contare su una media di 1,5 milioni di ordini settimanali (+150%).

Questa evoluzione in chiave 4.0 ha riguardato ovviamente anche il comparto lavorativo: la Tesco, per sostenere questi livelli di domanda, ha avviato una campagna di assunzioni che l’ha portata, dall’inizio della pandemia e in pochi mesi, a contrattualizzare circa 20.000 nuovi lavoratori. Quello che colpisce non è soltanto il numero di assunzioni effettuate in 5 mesi, ma le caratteristiche e i profili curriculari ricercati: data scientist, programmatori, sviluppatori di interfacce, esperti di reti e tecnologie cloud, esperti nella gestione dinamiche dei prezzi e nei pagamenti digitali, cyber security manager (ricordiamo che la Tesco nel 2016 fu oggetto di un imponente attacco hacker che coinvolse oltre 20.000 correntisti della Tesco Bank con oltre 40.000 transazioni sospette che costrinsero la multinazionale britannica a sospendere tutto il sistema online), esperti di automazione dei processi e robotica. A questi ovviamente si sono affiancate diverse figure «tradizionali» del settore commerciale, ma con mansioni nuove: ad esempio, sono 10.000 in più gli order picher, addetti al ricevimento e alla preparazione degli ordini online.

La tendenza in atto appare chiara: puntare in prima battuta sulla multicanalità per poter tenere dentro il vecchio e il nuovo mondo del commercio, ma riorganizzando la forza lavoro nell’ottica di una transizione al nuovo commercio 4.0. Non è un caso che in Italia, solo nel 2019, le imprese associate a Federdistribuzione hanno investito in formazione 35 milioni di euro con oltre 2,5 milioni di ore di formazione su intelligenza artificiale, big data, analisi e gestione dei processi logistici e digitali. Questo impegno profuso da un pezzo del comando capitalistico nostrano indica, da una parte, la necessità di puntare sulle nuove opportunità che da tempo offre il mondo digitale, ma evidenzia, al contempo, l’enorme ritardo del comparto italiano, reso più evidente dall’emergenza Covid.

In Italia, nel settore food e food retail, l’e-commerce, nel 2019, rappresentava il 2% con la prospettiva di raggiungere il 6% nel 2024. Valore che invece è stato raggiunto e superato nel 2020. Di conseguenza un’analoga impennata è stata registrata nel settore dei pagamenti digitali, sempre nel 2020, con un salto di 11 punti percentuali, passando dal 57 al 68% in otto mesi. Per registrare un salto equivalente bisogna considerare l’intervallo temporale degli otto anni precedenti.

Una tendenza importante seppur embrionale che si evince anche dallo scenario prospettato da Unioncamere (cfr. Unioncamere, Sistema informativo Excelsior, 25 agosto 2020) per il periodo 2020-24 e che già tiene conto degli effetti della pandemia: nel commercio il fabbisogno di lavoratori di tipo tradizionale sarà in contrazione e negativo: meno 63.500 addetti a fronte di 63.900 addetti in più nel comparto dei servizi informativi e 5600 addetti in più nel comparto logistica. «Nel triennio 2022-2024 − afferma Unioncamere − si prevede che solo nella filiera dell’informatica e telecomunicazioni la replacement demand rappresenterà meno del 50% del fabbisogno del triennio, essendo prevista una ulteriore accelerazione della trasformazione digitale proprio per le conseguenze economiche della crisi sanitaria. Un rilevante ostacolo alla crescita di questa filiera sarà però rappresentata dall’elevata difficoltà di reperimento di molte delle figure richieste».

Nuove figure lavorative del settore commercio che progressivamente potrebbero soppiantare quelle tradizionali; figure capaci di tenere insieme le mansioni contrattuali abituali con le nuove esigenze del comando capitalistico. Figure come il data analyst, specialista in grado di gestire, interpretare e elaborare enormi flussi di informazione, hanno il compito di tradurre i risultati delle proprie elaborazioni in strategie capaci di prevedere la domanda e aumentare le vendite. Chiaramente, più schizzano in alto i valori delle transazioni sulle piattaforme dell’e-commerce, più le aziende aumentano la propria capacità di profilazione per gruppi di comportamento, più i fatturati aumentano. Un meccanismo competitivo che nell’ultimo decennio ha fatto le fortune di Amazon.

Si tratta di figure lavorative che oggi scarseggiano in Italia e che risultano troppo costose per gli standard del capitalismo nostrano che prova a correre ai ripari con la normalizzazione di queste nuove figure lavorative attraverso – come si è visto – l’accorpamento delle competenze curriculari: oggi il nuovo commesso da assumere non dovrà soltanto essere capace di sistemare la roba negli scaffali o gestire le scorte del magazzino, ma avere una versatilità tale da poterla sfruttare anche in altri settori più avanzati.

Se il comparto logistico e della Gdo hanno iniziato da tempo a riorganizzare il proprio assetto economico-produttivo, resta invece completamente in balia della crisi il settore al dettaglio. Un anno di restrizioni dovute alla pandemia ha comportato la chiusura di moltissimi negozi e piccole attività commerciali al dettaglio. Con esse sono stati spazzati via migliaia di posti di lavoro, anche se spesso dequalificati e sottopagati. La risposta di Confcommercio non si è fatta attendere e resta interamente nel solco della logica della multicanalità e del commercio 4.0 con l’introduzione di «nuove forme di resilienza creativa» come quella del co-retail che vede gruppi di commercianti magari di una stessa via, affidarsi a professionisti dell’e-commerce in grado di offrire le nuove competenze necessarie per «essere competitivi nel nuovo commercio». Alle nuove figure professionali rimodulate su una scala ridotta, e-commerce specialist di vicinato e big data analyst di quartiere, vanno aggiunti i nuovi commessi 4.0 capaci, ad esempio, di interagire con le piattaforme dell’e-commerce e con il modello ibrido del click&collect, del «prenota online e ritira in negozio».

Insieme ai consumatori dunque, la cosiddetta «rivoluzione digitale» sta mutando profondamente anche l’organizzazione del lavoro. Un recente studio condotto dal Capgemini research institute su diverse aziende con oltre un miliardo di euro di fatturato (tra le quali 80 sono italiane), incluse società del settore retail, ha dimostrato che l’uso sistematico dei big data per guidare le decisioni aziendali produce un incremento della produttività dei lavoratori fino al 70% (Capgemini research institute, The future of work: from remote to hybrid, dicembre 2020).

Una mutazione doppia perché, da un lato, cambiano le figure lavorative del settore in termini di caratteristiche curriculari sempre più orientate verso le competenze digitali e, dall’altro, le stesse specifiche competenze richieste − necessarie per generare i profitti sul nuovo mercato dell’economia delle piattaforme − sono poi applicate per il controllo produttivo sui lavoratori stessi. Per sintetizzare, la pratica analitica dei big data genera un atteggiamento produttivista nei lavoratori e una sorta di affiliate marketing nel consumatore.

Queste brevi riflessioni sulle mutazioni e le spinte innovatrici che stanno attraversando il mondo del commercio diventano, a nostro avviso, necessarie per ragionare sulle tendenze in atto nel capitalismo contemporaneo per meglio orientare il lavoro militante sul campo. Non riuscire ad anticipare lo sviluppo di queste tendenze significa pòrci sempre un passo indietro rispetto all’avanzata ristrutturatrice del capitale che ha come tragico epilogo il proporre fronti di lotta e parole d’ordine già superate o già sussunte, con l’aggravante di assumere, nel farlo, una postura e un atteggiamento codista.


Economia circolare

Il concetto di economia circolare, nella sua accezione più ampia, implica una rivisitazione radicale dei processi produttivi, per far sì che questi non abbiano un percorso lineare, nel quale il prodotto sia, in qualsivoglia modo, generato attraverso una complessa filiera organizzata, poi distribuito, utilizzato e infine «smaltito», il che spesso coincide con lo stoccaggio in discarica.

La visione dell’economia circolare, sempre presa nel suo significato più ampio, prevede che il processo non sia lineare, ma che il fine vita del prodotto sia l’inizio di un altro ciclo: allo smaltimento si sostituiscono varie opzioni, quali riuso, recupero e riciclo. Agendo in quest’ottica si dovrebbero ottenere notevoli risultati in termini di sostenibilità economica e ambientale. Attraverso gli indotti generati da questo processo (attività inter-industriali), si dovrebbe ottenere un sensibile vantaggio sociale (nuove attività lavorative) e, dal momento che si dovrebbero disperdere minori volumi di sostanze (solide e/o volatili) nell’ambiente, ci sarebbero vantaggi anche per la salute.

L’uso del condizionale in questo momento è obbligatorio, dal momento che l’avvio di questa innovativa visione della produzione industriale avviene per gradi. Ma non è solo questo a giustificare l’uso del condizionale; nella gradualità di affermazione di un nuovo processo sono spesso insite delle inerzie, di sovente legate più a una questione di rapporto costi-guadagni che a una reale difficoltà di intercettare l’innovazione.

Bisogna tenere a mente due concetti fondamentali: alcuni materiali non possono essere riciclati all’infinito – tanto per questioni tecniche quanto per costi – e le dinamiche legate agli incentivi agiscono non tanto come sprone per l’innovazione, ma sono spesso dei compensatori per innovazioni parziali. I materiali polimerici (plastiche in genere) non sono tutti riciclabili e quelli che lo sono non possono essere riprocessati all’infinito. Per questo, prima o poi, finiscono in discarica o in un inceneritore. La bio-plastica oggi come oggi non ha una sua filiera di riciclo o riuso e finisce nell’indifferenziato, quindi è forse più impattante della tanto vituperata plastica da virgin nafta (plastiche di sintesi industriale).

Il vantaggio è tutto per chi la produce, che o si avvantaggia degli incentivi oppure fa pagare di più il prodotto, agendo sulla coscienza ambientale collettiva. Per il fine vita del prodotto, però, i costi sono ancora proibitivi e qui sta il problema, nonché una chiave di lettura utile. Per quale motivo gli incentivi vengono elargiti a chi produce e non a chi ha il compito di non disperdere un prodotto? Se gli stessi finanziamenti fossero investiti in ricerca e sviluppo di nuovi materiali o nuove procedure a basso impatto per il recupero integrale dei prodotti, forse i vantaggi sarebbero distribuiti in maniera più equa.

Però si assiste a investimenti in comunicazione per influenzare l’uso di un prodotto bio-plastico pur sapendo che non rientra nei processi ciclici di uso e riuso. Sotto questo punto di vista l’economia circolare è più uno slogan che un’acquisizione. Se, per riciclare un chilo di prodotto, sperpero più energia di quella necessaria a produrlo, è evidente che esso non può far parte di una logica circolare. Propagandare prodotti insostenibili da riprocessare è solo fumo negli occhi, ma guai a toccare imballaggi e prodotti usa e getta ai quali è legata buona parte dell’industria italiana sia come produzione primaria, sia come indotto, sia come consumo (si pensi alla logistica).

L’economia circolare, se realmente dovesse imporsi per quelli che sono i suoi reali dettami, dovrebbe mirare a ottimizzare e massimizzare le risorse esistenti, comprese le tonnellate di materiale di scarto ammassato ovunque. Lo spirito che anima questa visione circolare dei processi produttivi e riproduttivi trova il suo momento di massimo approfondimento teorico nell’economia cinese. La logica di fondo consiste nel guardare al fine vita dei materiali come a risorse potenziali: dopo più di trent’anni di espansione e produzione in costante crescita, c’è un volume di materie potenzialmente riutilizzabili tale da incidere sulle importazioni del paese. Si tratta, senza dubbio, di un tentativo di abbattere la dipendenza da altri paesi.

Per ottimizzare e massimizzare le risorse esistenti non è necessario introdurre «nuovi materiali» (per i quali, tra l’altro, non ci sono filiere di recupero), ma modificare in maniera strutturale le modalità di produzione e applicare in maniera proba l’innovazione.

Invece, il riciclo delle plastiche attualmente è possibile solo perché è sorretto da incentivi, sgravi e premialità; impatta energeticamente in maniera tanto pesante che senza l’autosostegno che le aziende produttrici si riconoscono (il Conau è un consorzio che prende un contributo obbligatorio da tutte le aziende del settore degli imballaggi) sarebbe improponibile e insostenibile economicamente. Quindi, a conti fatti, si scrive economia circolare, ma si legge sostegno a una produzione dura da smaltire.


Immagine: Sergio Bianchi, Buco nero, 2021