Comunanze metaboliche nel paesaggio del Meccanocene


Sergio Bianchi, Nevi, 2005


Il biocidio è alle porte, anzi è in corso d’opera. L’aggressione sistematica alla Biosfera e la metodica indifferenza nei confronti dei caratteri di comunanza degli spazi del vivente inducono profonde mutazioni nelle matrici ambientali, garanzia di salute ed equilibrio ecologico. Tentiamo qui un ragionamento che mette in luce la feconda relazione tra Comunanza e Biocompatibilità; una relazione oggi interrotta, ma da ricostituire urgentemente poiché capace di fornire elementi per nuove pratiche coevolutive di produzione dello spazio urbano e rurale.

Dai primi anni del nostro secolo, la graduale affermazione del concetto scientifico di «Antropocene» ha rafforzato la consapevolezza che gli intensi rimodellamenti di società e paesaggi planetari (Parascandolo, Tanca, 2019) comportino dei «prezzi da pagare». Le trasformazioni sociali ed economiche verificatesi nell’arco di poco più di due secoli e in particolare nel XX (attimi insignificanti se comparati ai tempi geologici della biosfera) si sono dimostrate poco o per nulla compatibili con i vincoli fisico-chimici e i cicli omeostatici della rete della vita planetaria. L’impiego di fonti energetiche non rinnovabili a fini di produzione industriale e per la vita civile delle società, la realizzazione di moderne infrastrutture e reti lunghe di trasporto per scambi interregionali e intercontinentali, le scelte logistiche in campo agroalimentare ecc., hanno determinato massicce emissioni di sostanze climalteranti e compromissioni di biotopi e biocenosi. La civiltà urbano-industriale ha mutato la composizione chimica dell’atmosfera e delle acque oceaniche, modificato l’evoluzione del clima e provocato un deperimento epocale della biodiversità planetaria (Kolbert, 2014). Tra gli impatti di lungo periodo dei modelli di trattamento razionale della natura va annoverato il surriscaldamento globale in atto, con i suoi eventi meteorologici estremi e altri preoccupanti contraccolpi sociopolitici e sanitari.

Vari scienziati hanno stimato che il periodo preparatorio all’epoca attuale abbia avuto inizio dai primi decenni del secolo XIX, e forse anche prima; il dibattito è ancora in corso ma c’è consenso nel ritenere che il pieno passaggio dall’Olocene all’Antropocene sia avvenuto attorno alla metà del secolo scorso (Grinevald, 2007). Non a caso quest’ultimo termine è stato coniato inizialmente da specialisti in scienze naturali: chimici ambientali, geologi, climatologi (Zalasiewicz et al., 2010). La causalità antropogenica del disordine climatico e delle rapide e drammatiche estinzioni di specie in corso dimostrano l’insostenibilità ecologica di gran parte dei sistemi tecnologici dispiegatisi a partire dalla fine del Settecento nella biosfera globale.


Condizioni di riconoscibilità dei paesaggi come beni comuni

Sono convinto che, quanto ai paesaggi terrestri, le loro caratteristiche basilari possano essere reinterpretate alla luce di alcune tesi formulate da Hannah Arendt (2000). Nell’esaminare i mutamenti apportati dalla modernità alla condizione umana, la distinzione tra lavoro e opera svolge per questa filosofa un ruolo cruciale. Proverò a tenerne conto in rapporto alle logiche di produzione di spazi e territori, ed esporrò le mie proposte di ragionamento sotto forma di enunciati sintetici.

1. Diversamente dagli spazi integralmente o prevalentemente «naturali», quelli antropizzati corrispondono a «neo-ecosistemi» (Magnaghi, 2020). Si tratta di strutture complesse, collettivi ibridicomposti da entità disparate (organiche e inorganiche), al cui assemblaggio concorrono sia elementi e organismi naturali sia artefatti umani. Moltissime specie e varietà di esseri viventi (e le loro nicchie ecologiche originarie) hanno difatti subito processi di appropriazione da parte di società umane mediante trattamenti tecnicamente organizzati. La biodiversità di interesse agricolo e armentizio non si trova più allo stato selvatico: la domesticazione di piante e animali comporta difatti la realizzazione e manutenzione di agroecosistemi, non spontanei ma potenzialmente in grado di interagire omeostaticamente con la biosfera globale (sull’omeostasi: Damasio, 2018).

2. Specialmente dal secolo XIX, si può storicamente ricostruire la tendenza a una sempre più intensa disseminazione sulla superficie delle terre emerse e nei mari di opere (artificiali) di rilevanza geografica. La densità di artefatti antropici denotabili come oggetti geografici può giungere fino alla tendenziale sigillatura e sterilizzazione di vaste porzioni di suolo nelle aree metropolitane e nelle megalopoli.

3. Se focalizziamo l’attenzione sulle possibili tipologie di opere, comprese quelle a rilevanza paesaggistica, ci troviamo di fronte a due categorie di base.

Un primo livello «a bassa entropia» (3.1.) trae origine da utensili che comprendono «macchine semplici»(leve, assi di ruote, viti, cunei, ecc.) e altri attrezzi artigianali, più o meno elementari e azionati dalle sole energie muscolari umane o animali, configurandosi in insiemi di manufatti.

Vi è però anche un secondo livello di opere artificiali (3.2.), che di solito comportano impatti entropici ben più elevati dei precedenti. Esso comprende tutte le «macchine complesse» e i «puri artefatti» fabbricati su scala industriale a mezzo di macchine. Ciò vale a maggior ragione per le macchine fisse o mobili che si avvalgono di autonomi serbatoi di propellente (ovvero motori termici azionati da fonti fossili) e per dispositivi elettrici, specie se alimentati da fonti energetiche non rinnovabili, come gli idrocarburi o l’uranio da fissione nucleare (sulla termodinamica dei sistemi complessi: Sertorio, 2009).

4. Più gli originari elementi naturali, i metabolismi e flussi di ricambi organici loro connessi risultano leggibili negli elementi paesaggistici, più aumentano i gradienti di reimpiego delle risorse rinnovabili, e più risulta agevole riconoscere in questi paesaggi la condizione di bene comune naturale (o naturale-culturale integrato). E inversamente: forze modellanti sempre più artificiali e sempre meno omeostatiche rispetto alla natura vivente «originaria» (la quale non comprende ingegnerizzazioni genetiche) configurano paesaggi sempre più privi di comunanze metaboliche, fino al loro tendenziale annullamento. Vanno così imponendosi contesti ambientali strutturalmente «rigidi», fortemente entropici e sempre più indisponibili a un «sano» ricircolo di flussi vitali di materia-energia (Georgescu-Roegen, 1971; Scandurra et al., 2020). Il carattere di comunanza dei paesaggi è difatti strettamente connesso alla fluidità degli scambi metabolici intessuti tra gli elementi paesistici con le matrici ecologiche del vivente. D’altronde, è possibile considerare la stessa biosfera globale come un unico commons di cui tutti gli organismi viventi fanno parte (Weber, 2013): una colossale rete planetaria, tenuta in equilibrio dall’incessante scorrimento di flussi metabolici sotto forma di «vortici» e continue migrazioni di atomi e molecole tra organismi viventi e tra ecosistemi e matrici abiotiche del vivente.

5. In questo approccio, un paesaggio dato può rappresentare in modo convincente un bene comune solo nella misura in cui in esso risultino evidenti e comunque potenzialmente applicabili attività vitali discambio metabolico (cioè di lavoro in senso arendtiano) tra esseri umani e natura non umana. All’inverso, quanto più un paesaggio viene determinato dall’operare umano (e in particolare quando le opere non interagiscono omeostaticamente (o «organicamente») con la natura, configurandosi come i puri artefattidescritti al precedente punto 3.2, tanto minore risulta il carattere di comunanza del paesaggio stesso.

Detto altrimenti: non è facile – e forse non è nemmeno possibile – considerare come «beni comuni» gli oggetti geografici e i relativi paesaggi concepiti, progettati e prodotti in quanto opere, specie le «grandi opere» allestite e assemblate a mezzo di macchinari, impiegando materiali e prodotti fatti a macchina. Questi paesaggi industrializzati (reti infrastrutturali artificiali e moderni complessi edilizi) sono inoltre continuamente attraversati da flussi di macchinari e mezzi di trasporto, cioè da macchine termiche in buona parte alimentate da combustibili inquinanti e climalteranti, e caratterizzano soprattutto le megalopoli e aree metropolitane. Essi sono tipicamente antropocenici e costituiscono altrettante «escrescenze tecnologiche», non metabolizzabili dalla rete della vita.

6. Vale la pena precisare che tutte le precedenti affermazioni non si riferiscono ai beni comuni in genere, ma alle sole «risorse (o meglio beni) naturali rinnovabili», indispensabili alla vita umana e alle sue attività riproduttive e produttive.


Detto in sintesi: le condizioni basilari da soddisfare affinché un paesaggio possa essere inteso come un bene comune coincidono con i livelli di biocompatibilità del paesaggio stesso [1].



Epilogo: per un’etica paesaggistica dei beni naturali rinnovabili

Politicamente incasellati entro i reticoli stato-nazionali dello scacchiere geostrategico planetario, i territori – e quindi i paesaggi – di tutte le porzioni «evolute» di mondo risultano innervati e strutturati mediante interconnessioni cooperative o conflittuali di società di mercato, costruite su basi nazionali e variamente integrate tra loro su piani tecnici e giuridici sovranazionali. I moderni ambienti insediativi e gli spazi di interesse commerciale hanno finito così per costituire una «seconda natura» ad alta produttività su scala globale, composta di megacities, distretti industriali, bioproduzioni monocolturali. Si tratta di neo-ecosistemi (cfr. 2.1) sempre più ibridati, «mutanti» e hi-tech. Tutti i territori e paesaggi marginali rispetto alle trame territoriali appena descritte sono nondimeno contrassegnati da caratteri di alta vitalità e biodiversità non manipolata, e questo malgrado le problematiche di spopolamento demografico e abbandono sociale che tendono a caratterizzarli (almeno in Occidente). Resta infine da chiedersi se il complesso organizzativo artificiale delle località centrali reggerà agli urti delle catastrofi causate dal disfacimento ecologico-climatico e alle alterazioni (zoonosi e pandemie comprese) che lo sviluppo senza limiti sta arrecando su scala globale alla «prima natura», generatrice dell’Homo sapiens e della diversità genetica del vivente.

È d’altronde possibile accostarsi alle crisi del mondo attuale riflettendo sull’evoluzione delle ideologie e pratiche esercitate da Homo faber, quella parte «avanzata» del genere umano che ha prodotto la civiltà occidentale moderna. Come ha affermato Jason Moore (2017), è nell'imperialismo coloniale e nel correlato modo di produzione capitalistico che vanno ricercati i fattori genealogici dell’Antropocene. Egli ha perciò rinominato «Capitalocene» la presente epoca. Concordo con lui, ma a patto di aggiungere che il capitalismo di Stato si è dimostrato tanto determinante quanto quello di mercato nel produrre le condizioni di invivibilità del mondo attuale.

Secondo un’impostazione tipicamente moderna, i passaggi di scala in termini di gigantismo organizzativo sono stati considerati come «ovvi» strumenti del progresso civile, indipendentemente dai regimi politici. E le istituzioni e le forme economiche novecentesche che abbiamo ereditato nel XXI secolo si sono storicamente basate (a Est come a Ovest) su interrelazioni di grandi sistemi monocolturali a produzione centralizzata e a consumo massificato. Sotto questo profilo esse si rivelano accomunate da concezioni e trattamenti tecnologici, intensamente manipolatori delle cosiddette «risorse» (umane e naturali).

Per discernere con chiarezza i lineamenti genealogici del presente occorrerà allora risalire il corso della storia, ponendosi «a monte» degli schieramenti politici post-giacobini. Non è stata forse la filosofia meccanicista, una volta divenuta scienza, a determinare fin dal secolo XVII tanto i mezzi che i finidell’attuale modello tecnoscientifico di civilizzazione? (Leiss, 1976; Merchant, 1988). Tanto varrebbe allora chiamare «Meccanocene» l’attuale epoca geologica di dominio (controproducente) «dell’uomo sulla natura». Un dominio omologante, che giungendo alla sua piena maturazione ci ha anche rivelato le sue insormontabili criticità. La nostra condizione planetaria ci impone perciò di saper distinguere tra i beni comuni e i mali comuni che caratterizzano il mondo attuale per come è stato trasformato dal vigente modello di civilizzazione.


Note [1] Faccio qui riferimento ai beni naturali rinnovabili, o beni comuni primari (necessari anche se non sufficienti alla sopravvivenza e alla dignità umana).


Riferimenti bibliografici

Arendt H., 20008, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, ediz. orig. 1958, trad. it.

Damasio A., 2018, Lo strano ordine delle cose. La vita, i sentimenti e la creazione della cultura, Adelphi, Milano, trad. it.

Georgescu-Roegen N., 1971, The Entropy Law and the Economic Process, Harvard University Press, Cambridge, Ma.

Grinevald J., 2007, La Biosphère de l’Anthropocène. Climat et pétrole, la double menace, Georg, Genève.

Kolbert E., 2014, La sesta estinzione. Una storia innaturale, Neri Pozza, Vicenza, trad. it.

Leiss W., Scienza e dominio. Il dominio sulla natura: storia di una ideologia, Longanesi, Milano, 1976, trad. it.

Magnaghi A., 2020, Il principio territoriale, Bollati Boringhieri, Torino.

Moore J. W., 2017, Antropocene o capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Ombre corte, Verona, trad. it.

Merchant C., La morte della natura, Garzanti, Milano, 1988, trad. it.

Parascandolo F., Tanca M., 2019, «Il paesaggio geografico nell'Antropocene», in C. Giorda (a cura di), Geografia e Antropocene. Uomo, ambiente, educazione, Carocci, Roma, pp. 50-60.

Scandurra E., et al., 2020 = I. Agostini, G. Attili, E. Scandurra, Biosfera, l’ambiente che abitiamo. Crisi climatica e neoliberismo, DeriveApprodi, Roma.

Sertorio L., 2009, La natura e le macchine. La piramide economica del consumismo ha la base nella miseria, SEB 27, Torino.

Weber A., 2013, Enlivenment. Towards a fundamental shift in the concepts of nature, culture and politics, Heinrich Böll Stiftung, Publication series Ecology, Vol. 31, https://www.boell.de/en/2013/02/01/enlivenment-towards-fundamental-shift-concepts-nature-culture-and-politics

Zalasiewicz J., Williams M., Steffen W., Crutzen P., 2010, «The New World of the Anthropocene», Environmental Science & Technology, 44, 7, pp. 2228–2231.

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