Calendario del non lavoro



Questo testo, pur risalendo al 1994, crediamo mantenga nei suoi contenuti una importante attualità. Fu pubblicato nel numero, volontariamente unico, della rivista «Il Tallone del Cavaliere» pubblicato all’indomani del varo del primo governo Berlusconi. A progettarlo fu l’insieme degli ambiti redazionali delle riviste «postoperaiste» allora esistenti: «DeriveApprodi», «Futur Antérieur», «Luogo Comune», «Riff Raff». Verrà a breve ripubblicato su «Machina» nella sezione «archivi».


Immagine: Jason Matthew Lee, Untitled, 2017


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1. Quando, per descrivere lo svolgersi delle cose in Italia, si dice che il nostro paese versa in una grave crisi economico-politica, si finisce, per enfasi, col celare quel che si intende svelare. Non si tratta, infatti, tanto di caduta dell’attività economica o di inefficacia dell’agire politico, e ancor meno di crisi della teoria economica o del pensiero politico, piuttosto siamo in presenza di una sorta di smarrimento dell’idea di economia e di politica, di deperimento semantico del concetto economico e di quello politico, di ciò che essi comunemente significano. La crisi c’e ed e profonda, proprio perché essa si manifesta come difficolta relativa ai nomi, mancata corrispondenza tra gli eventi esperiti e le parole che li nominano, cioè come crisi del senso comune. La misura più appropriata della profondila della crisi non sta nelle pene, per quanto non lievi esse siano, nelle quali si dibattono milioni di giovani e meno giovani privati di lavoro e quindi di reddito autonomo; essa risiede piuttosto nella sofferenza psichica, in quello straniamento che genera il «cambiamento del cambiamento», cioè il cambiamento della categoria temporale attraverso la quale noi apprendiamo e comprendiamo il cambiamento. In altri termini, questa crisi di senso, prima ancora di riguardare l’economia e la politica, attiene la concezione del tempo su cui quei saperi e quelle azioni si fondono, coinvolge la temporalità in quanto forma generale del pensare e dell’agire comune. La profondità della crisi dell’economia e della politica è data proprio dallo smottamento del paradigma fondativo dell’economia politica, la declinazione del tempo introdotta dall’epoca moderna.


2. Tutti sanno che questa costruzione della temporalità, opera del grande pensiero settecentesco inglese, mette capo a un tempo uniforme e lineare il cui senso si realizza nel progresso della Storia umana inteso come sviluppo delle forze produttive tramite la scienza e la cooperazione lavorativa. Ora è proprio questo fluire progressivo del tempo che è, giustamente, messo in questione nel senso comune; rimessa in questione che si manifesta, da un lato, come perdita di riferimenti storici, della memoria di ciò che è stato, e dell’altro, come incapacità a rappresentare l’avvenire. La crisi del nostro presente e così intensa perché essa è, a un tempo, crisi del passato e dell’avvenire. Diversi e variegati sono i percorsi che ci hanno, alla fine, condotti a questo punto – e vano sarebbe voler ricostruirli nel dettaglio. Qui basterà ricordare due vie, per cosi dire, maggiori e strettamente correlate tra di loro, lungo le quali il mutamento della temporalità irrompe nella vita quotidiana. Si pensi, prima di tutto, alle nuove costruzioni del tempo, elaborare dalla fisica contemporanea – che hanno, successivamente, irrigato la letteratura, le arti visive, la musica, diffondendosi cosi nel senso comune. Si pensi, poi, a quella che può essere chiamata la via maestra del cambiamento di forma del tempo, di un nuovo sentimento del tempo: la riduzione irreversibile e accelerata del tempo di lavoro salariato. Questa riduzione è una conseguenza dell’applicazione della scienza ai processi lavorativi – applicazione volta, in buona sostanza, a sostituire la macchina all’uomo, a rimpiazzare il lavoro vivo con quello morto; e, come tale, alimentata automaticamente dalle gesta di insubordinazione e di lotta degli operai contro il tempo di fabbrica.


3. La riduzione del tempo di lavoro salariato appare, nel modo di produzione capitalistico, come contrazione dell’attività lavorativa necessaria per la riproduzione sociale. Ecco allora che aumenta il tempo liberato dal lavoro; il che, a sua volta, comporta uno sconvolgimento di tutti i riferimenti che assicurano la rappresentazione della comune temporalità. La destrutturazione del tempo penetra cosi irresistibilmente, quasi fosse un fenomeno naturale, la vita quotidiana, investendo certezze e abitudini. Mutano i grandi cicli della vita sociale: la giovinezza si allunga a dismisura, l’età attiva si rattrappisce fino a stingere nella caricatura; si apre un’età nuova, la quarta età, quella della pensione, i cui confini si slargano tanto verso il basso, per la contrazione del lavoro salariato, quanto verso l’alto, per l’allungamento della speranza di vita che sempre l’applicazione produttiva della scienza porta con sé. Di più: saltano le corrispondenza tra età della vita e tempi sociali che le caratterizzano, ad esempio, il tempo della formazione non è più associato al ciclo della giovinezza; mentre il tempo di disoccupazione diviene una presenza persistente, un tempo sociale in sé, che fluidifica, non senza un alone di minaccia, le barriere tra le età.

Compare come normale un sentimento del tempo prima appannaggio della devianza e della follia: noi sentiamo l’accelerazione del tempo, malgrado che l’accelerazione del tempo uniforme sia un fenomeno impossibile; noi facciamo una esperienza psichica, a vero dire, paradossale. E questa accelerazione la viviamo poi come una urgenza temporale che rende intollerabile il tempo perduto, il tempo parassita – ad esempio quello dissipato nei trasporti – pur disponendo tutti noi, in media, di maggior tempo libero.


4. La risposta che il movimento operaio, laddove esso sopravvive come entità separata e distinta dalla magmatica sinistra, avanza, per far fronte a questo rivolgimento del tempo, può essere riassunta nello slogan, già gridato dai cortei operai degli anni Trenta e ascoltato con simpatia dai padroni del tempo: lavorare meno, lavorare tutti. Questa linea di condotta è certo sottesa da una attitudine critica verso la temporalità dominante, il tempo cadenzato dal lavoro salariato, ma si tratta, purtroppo, di una critica negativa, la cui rilevanza risiede nell’illuminare il modello che critica e permetterne l’intelligenza piuttosto che delineare un altro modello; siamo, con ogni evidenza, di fronte a una critica antagonistica, potente strumento di negazione all’interno della temporalità dominante, ma ferrovecchio inservibile ai fini di un superamento di quella stessa temporalità. Vediamo le cose più da vicino. Una diminuizione continua dell’orario di lavoro tale da riassorbire la disoccupazione tecnologica, quella creata dall’innovazione scientifica, è, come strategia positiva, del tutto demenziale. Essa infatti finirebbe per conseguire l’esatto contrario dello scopo che pur dichiara di prefiggersi; perché riassorbire così il lavoro liberato sarebbe l’omaggio estremo, quello ultimo, al modo di produzione capitalistico: consegnare, a mo’ di sacrificio, la potenza sociale che deriva dalla conoscenza della natura, dall’attività di ricerca scientifica, a coloro che già dispongono del lavoro altrui; usare i risultati del sapere umano per ributtare nella algida cronologia del lavoro salariato, milioni di donne e uomini che, virtualmente, erano riusciti a sottrarvisi. Tutto ciò significa cha la strategia implicita nello slogan: lavorare meno, lavorare tutti, equivale a stendere un velo sul non lavoro; trasformare alla maniera del regime sovietico , in disoccupazione nascosta quella che attualmente si mostra apertamente. E questa operazione di ipocrisia sociale avrebbe un effetto di impoverimento generale, giacché verrebbe sprecata l’energia libera dal lavoro salariato che potenzialmente costituisce la sorgente di una nuova ricchezza, una ricchezza concreta, fatta di desideri, passioni, condotte, forme di comunicazione, scambi, abitudini, temporalità da rievocare o da inventare; e che nel loro insieme designano la Terra Promessa di questo fine secolo.


5. Quanto alla sinistra democratico-parlamentare, medusizzata com’è dal gergo della politica, non sembra avere alcuna curiosità intellettuale verso il rapporto lavoro-temporalità. Fatto sta che l’unica indicazione di una qualche dignità che sia riuscita a partorire è quella di ridimensionare la disoccupazione con l’offerta, da parte della mano pubblica, di lavoro improduttivo di capitale ma socialmente utile. Ora questa idea ha certo il pregio di sottolineare l’esistenza di un’area di attività cooperativa disertata dagli imprenditori – e questo con ragione perché, pur essendo in grado di coprire i costi, è strutturalmente inadeguata a produrre profitto; ma essa possiede altresì il grave difetto di trarre la sua origine da una logica del bisogno, propriamente pauperistica, che mette capo, per farsi valere, al cieco arbitrio amministrativo, l’unico autorizzato a riconoscere l’utilità sociale di una determinata attività lavorativa. Se infatti per socialmente utile si intende il lavoro che appaga bisogni e necessità primarie ignorate dal mercato, allora non solo questa area d’attività si rivela miserabile per la qualità di lavoro che offre ma anche e soprattutto per la qualità. In altri termini, se il lavoro socialmente utile è quello che spazza le strade pulisce le rive dei fiumi, allora, viene da dire, viva il lavoro socialmente inutile.


6. Forza è constatare che il movimento operaio, e più in generale quello che si colloca a sinistra , si affanna a rivendicare un allargamento del lavoro penoso, produttivo o improduttivo che sia, nel tentativo di rimettere l’erogazione del lavoro salariato con l’acquisizione di reddito. Eppure è proprio questa rottura tra reddito e lavoro che andrebbe curata, protetta, lasciata crescere perché essa si sgravi di tutte le potenzialità che dormono latenti nel suo seno. Vale la pena rammentare che questa rottura non si è certo prodotta oggi: essa riguardava per il passato strati esigui di popolazione – segnatamente, i ceti privilegiati. La novità consiste quindi non già nell’apparizione di questa rottura, bensì nella circostanza del suo ampliamento oltre ogni misura, nel suo divenire condizione di massa, statisticamente rilevante. A pensarci meglio, è già accaduto che si desse apertamente nella storia moderna, la contrapposizione tra regime di fabbrica e masse umane il cui reddito, per quanto miserabile, non provenisse dal lavoro salariato; e precisamente è accaduto agli albori del modo di produzione capitalistico, quando in Europa occidentale sono state varate le leggi contro il vagabondaggio per obbligare i poveri a diventare operai. Questo ritorno alle origini avviene con un patetico capovolgimento dei ruoli, nel senso che oggi è il movimento operaio a chiedere il varo di leggi o la stipulazione di contratti mirati a contrastare la forma contemporanea del vagabondaggio. Il malinteso che stravolge il movimento operaio non ha luogo per caso. Esso è intrinseco alla natura di quel movimento, ha origine dall’essere rappresentanza politica della rivendicazione operaia, del desiderio operaio, d’apprezzamento, di valorizzazione della merce lavoro. In effetti, il fondamento stesso del potere politico del movimento operaio, il suo peso specifico nella società politica, coincide con il dominio della temporalità della fabbrica, del tempo di lavoro salariato sugli altri tempi sociali. È perfino ovvio, quindi, che la contrazione drastica del tempo di lavoro salariato venga registrata non come energia libera, tempo liberato dalla necessità; bensì come sciagura, come disoccupazione, come tempo svuotato di senso.


7. A guardare le cose senza gli occhiali del pregiudizio, si possono intravedere le potenzialità liberatrici della trasformazione in corso; e perciò stesso capire, in Italia, come del resto in Europa, no v’è la ricchezza, ma ve ne sono almeno due. Da un lato v’è la ricchezza astratta, quella quantitativa, prodotta dall’economia del lavoro salariato: l’accrescimento di questa ricchezza è affidato alla valorizzazione tramite il denaro, tanto nella forma di aumento del profitto quanto in quella del salario. Dall’altro lato v’è una ricchezza concreta, quantitativamente inesprimibile, prodotta dall’economia del non lavoro, la diffusione di questa ricchezza coincide interamente con lo sviluppo conoscitivo, artistico e sensuale degli individui. Questa seconda economia non produce merci ma valori d’uso, beni per lo più simbolici come l’informazione, i paradigmi conoscitivi o le parole dei poeti. Essa si sottrae al mercato perché consegue il suo scopo con il mero farsi; giacché l’individuo liberato dal lavoro salarialo non è gratificato dal possedere più denaro, ma da quel sentimento di riconoscimento di sé, di realizzazione che sempre accompagna l’opera che si compie per libera scelta. Alle due figure di ricchezza corrispondono due forme del tempo, l’economia capitalistica è cadenzata dal tempo uniforme del lavoro salarialo, il tempo di fabbrica, il tempo segnato dall’orologio, rigido e monotono; la struttura di questo tempo, costruita come fin nel minimo dettaglio dalla burocrazia padronal-operaia è tale da sfuggire alla disponibilità dell’individuo. La natura astratta di questo tempo ben si presta a misurare la ricchezza astratta, quella ricchezza che risulta dal sacrificio della libertà e della felicità del lavoratore salariato. L’economia del non lavoro o, per usare l’espressione di Fourier, del lavoro attraente non si svolge secondo una norma temporale unica, ma si innerva su una pluralità di ritmi. L’attività umana si compie qui non per gli altri ma per se stessi; e dunque il ritmo di questa attività è una qualità specifica dell’individuo che agisce, è un tempo proprio all’individuo e varia con esso.

Nell’economia del non lavoro ogni individuo dispone, in quanto agente, del tempo. Conviene chiarire, per evitare le vertigini del nuovismo, che l’economia del non lavoro è sempre esistita, e anche nel modo di produzione capitalistico essa costituisce, fin dall’inizio, la condizione segreta della riproduzione sociale. Infatti, per l’economia del non lavoro deve qui intendersi l’attività sociale il cui scopo non è la valorizzazione della merce, ivi compreso il lavoro vivo, ma la realizzazione degli individui che quell’attività compiono; e cioè la loro crescita conoscitiva, artistica, sensuale – in una parola, lo sviluppo della coscienza. Il luogo sociale del non lavoro è quindi frequentato da figure del tutto familiari come sono le attività di cura del volontariato, le associazioni politiche, artistiche sportive; e, più in generale l’agire per diletto. Il tratto inedito dello stato attuale delle cose non è, dunque, la presenza dell’economia del non lavoro ma la sua immane estensione. Essa coinvolge ormai milioni di donne e uomini; e perfino un segmento notevole di lavoro salariato partecipa, per cosi dire, a tempo parziale, della condizione di non lavoro. Si può concludere, senza enfasi, che la rilevanza del non lavoro nel processo produttivo è, in Italia, di entità tale da ridimensionare l’economia di mercato fino al punto che, e qui risuona la voce di Marx, il tempo di lavoro della massa operaia ha cessato d’essere la condizione dell’accrescimento della ricchezza comune, cosi come il non lavoro di pochi smette di figurare come il presupposto per lo sviluppo delle facoltà della mente umana per la dilatazione della coscienza.


8. Il compito del pensiero critico è quello di rendere consapevoli gli individui che si trovano a operare nell’economia del non lavoro delle qualità intrinseche al loro agire. Perché questa consapevolezza collettiva è la condizione per l’individuazione delle potenzialità sociali proprie all’economia del non lavoro.

Ora la qualità caratteristica del lavoro attraente è di essere più libero, di essere cioè sottoposto a un numero inferiore di vincoli che il lavoro salariato. Infatti, mentre quest’ultimo deve soddisfare oltreché una condizione sui costi anche una sulla valorizzazione; il lavoro attraente deve solo far fronte ai costi di riproduzione. L’economia del non lavoro è quindi socialmente più produttiva nel senso che essa crea desideri, rievoca passioni che l’economia del lavoro salariato censura o irretisce perché incompatibili con il processo di valorizzazione. Questa qualità nobile dell’energia del non lavoro si esprime poi attraverso quell’affidarsi alla spontaneità, quel lasciare che ognuno cerchi il suo demone che è la garanzia più sicura del buon esito di una trasformazione sociale. Da questo punto di vista il compito del pensiero critico non è quello, da moscerino della selettività, di liberare gli operai dal serpe delle loro pene; né quello, paranoico e inerme, di allargare o guidare il processo di creazione dell’economia del valore d’uso – organizzando, per fare l’esempio, la rivendicazione del salario garantito come soluzione istituzionale al problema dei costi del non lavoro. Il compito, certo più sobrio e affascinante, si delinea a partire dalla constatazione che la questione del reddito, sia pure in forme ipocrite e inconfessabili, è già di fatto risolta; e ciò che appare oggi come alienante e negativo – la disoccupazione – può rovesciarsi nella possibilità di una vita degna d’essere vissuta solo che si costruisca un nuovo calendario; che lungi dall’imporre una temporalità dominante costituisca la compatibilità tra gli innumerabili tempi propri degli individui sociali. Questo compito, per essere portato a termine, richiede una strategia di esodo che sappia sottrarsi allo scontro frontale; e sia capace di assicurare, nel medio periodo, una convivenza ostile ma non belligerante tra economia del lavoro e del non lavoro; convivenza che duri abbastanza a lungo da permettere a questa seconda economia ancora adolescente di divenire adulta costruendo le sue città – e cioè gli orologi, i cimiteri, gli altari, i riti a essa ben adeguati.