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Piani UE e classe dirigente italiana


Italia e PNRR

Le difficoltà economiche del capitalismo italiano sono il frutto di scelte sbagliate dell’attuale ceto imprenditoriale, che si sta dimostrando inadeguato e magari poco dinamico o hanno radici più profonde?

Quale la ratio dietro l'implementazione del PNRR e quali gli obiettivi generali che si pone il piano italiano? In che modo potrà incidere sul tessuto produttivo e sul posizionamente dell'economia italiana nella divisione internazionale del lavoro?

Parte da queste domande il preciso studio, articolato in più parti di cui oggi pubblichiamo la prima, che proponiamo su «transuenze» a cura di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera.


 

I. La situazione dell’economia produttiva italiana

Non saremo certo i primi a parlare delle difficoltà nelle quali da tempo si dibatte l’economia italiana. Lo hanno fatto governi e centri studi, fondazioni legate a poteri economici e finanziari e analisti di varia provenienza ogni qual volta dovevano proporre, supportare e approvare controriforme in materia di lavoro, previdenza e spesa pubblica. Del resto sono decenni che, a confronto con i Paesi più sviluppati, l’Italia sta accumulando ritardi nello sviluppo dei propri fondamentali (produttività del lavoro, entità e rendimento degli investimenti, implementazione dei processi produttivi e delle infrastrutture territoriali). È possibile che questi ritardi strutturali stiano determinando un rischio sempre più concreto di espulsione dell’Italia da alcuni dei mercati più importanti e remunerativi nei quali le imprese nazionali sono da tempo collocate e, secondo la nostra lettura, ciò finirebbe per comportare un ulteriore progressivo impoverimento delle fasce popolari.

Queste difficoltà di sviluppo sono note da tempo e se ne intravedono già i risultati:

- «Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento»[1];

- l’andamento della produttività è «molto più lento in Italia che nel resto d’Europa. Dal 1999 al 2019, il Pil per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2 per cento, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3 per cento»[2]. Nel 2021 il divario nei confronti dei Paesi del G7 ha toccato il 25,5%[3];

- l’entità degli investimenti è in diminuzione rispetto ai livelli degli altri Paesi «avanzati» e, difatti, «Nel ventennio 1999-2019 gli investimenti totali in Italia sono cresciuti del 66 per cento a fronte del 118 per cento nella zona euro»[4];

- anche l’efficienza degli investimenti è in netto calo. La TFP[5], un indicatore economico che descrive il rendimento di un’economia in rapporto alle proprie potenzialità, «è diminuita del 6,2 per cento tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo»[6] (e non solo).


Parallelamente, fra il 1991 e il 2022, i salari sono cresciuti di appena l’1%, contro il 32,5 della media dei Paesi Ocse[7], mentre i salari reali (che rappresentano ciò che realmente, in base ai prezzi delle merci e dei servizi, si può comprare con la quantità di denaro ricevuta ogni mese) sono diminuiti del 12% fra il 2008 e il 2022[8]. Si consideri, poi, che l’indice[9] che misura i salari reali non tiene conto dell’aumento dei prezzi dei beni energetici importati… e abbiamo detto tutto.

Il sistema imprenditoriale italiano, dunque, soffre grosse difficoltà. È chiaro che vi sia un tentativo di scaricare il peso di questa situazione sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici ed è soprattutto per questo che vogliamo restituire a chi legge un’immagine intuitiva di quanto sta accadendo. Lo facciamo prendendo dati chiari e relativamente semplici per ricostruire criticamente un punto di vista alternativo ed evitando, volutamente, di sviluppare una spiegazione magari «più esaustiva», ma tecnica e difficile e per questo destinata a una ristretta cerchia di lettori; di «addetti ai lavori», per intenderci.

Quanto detto finora è sufficiente a porci una prima domanda: queste difficoltà economiche del capitalismo italiano sono il frutto di scelte sbagliate dell’attuale ceto imprenditoriale, che si sta dimostrando inadeguato e magari poco dinamico, o hanno radici più profonde?

Fondamentalmente la risposta giusta è la seconda e, su questo, è difficile avere dubbi. Ma quali sono, allora, queste radici? Volendo fornire un quadro funzionale – per quanto ancora una volta non esaustivo – del problema, potremmo individuare due elementi fondamentali: la progressiva riduzione del totale delle ore lavorate[10]; la scarsa dimensione delle aziende del tessuto imprenditoriale italiano, ossia la forte, fortissima presenza di piccole e medie imprese (Pmi).



La specializzazione della forza-lavoro

Anche negli altri Paesi europei si è verificato un calo delle ore lavorate, ma a fronte di una riallocazione della forza-lavoro rimasta attiva in segmenti produttivi più remunerativi e tecnologici. Tendenzialmente, questi ultimi prevedono una riduzione del numero di lavoratori necessari e garantiscono, allo stesso tempo, utili nettamente maggiori. La riduzione delle ore lavorate, pertanto, può essere dovuta a cause differenti. Da noi, probabilmente, ha il significato dell’abbandono di quote di mercato e di delocalizzazione all’estero di parte delle attività produttive[11], con l’obiettivo di abbassare il costo del lavoro e recuperare, così, margini di competitività nei confronti della concorrenza; altrove dall’Italia, invece, si è spesso accompagnata a un incremento del lavoro specializzato, anche operaio (per dirla nei termini capitalisti: valorizzazione delle competenze nel lavoro).

Qual è il motivo di tale differenza? Presupposti per l’innesco di un processo di specializzazione del lavoro sono: l’esistenza di aziende dotate di un processo lavorativo moderno e tecnologico, efficiente e Lean (senza sprechi di tempo e risorse, associato a un alto grado di controllo, anche psicologico, della forza-lavoro); la presenza, sul territorio nazionale, di un contesto adeguato all’operatività di questo tipo di aziende, ossia essenzialmente di infrastrutture all’avanguardia quali le reti a banda ultra larga (fibra, FWA, 5G), che consentano lo sviluppo aziendale del cloud computing e della big data analytics, oppure le tecnologie satellitari («SatCom, Osservazione della Terra, Space Factory, In-Orbit Economy»[12]); una logistica moderna (implementazione delle reti ferroviarie, stradali, marittime e aeree) e integrata (maggior efficienza nel passaggio delle merci fra un tipo di rete e l’altro); una giurisdizione e un’amministrazione statale moderne, digitali e interconnesse; un sistema di formazione orientato ai bisogni delle imprese e al lavoro in generale (atto a sviluppare le competenze adeguate per la forza-lavoro di un sistema imprenditoriale di livello).

L’obiettivo economico della specializzazione del lavoro è invece quello di aumentare i rendimenti, favorendo «imprese o industrie capaci di svolgere un ruolo chiave nelle moderne filiere internazionali, presidiando i nodi di maggior pregio dal punto di vista tecnologico ed economico e rendendosi così indispensabili nei nodi che garantiscono controllo strategico, maggior redditività e migliori prospettive future»[13].



Il riposizionamento presso i settori economici più remunerativi

La collocazione delle aziende in un nodo specifico del mercato, qualunque esso sia, è detta «posizionamento». Il miglioramento di posizione viene chiamato upgrading; il peggioramento, downgrading. Il posizionamento di un’impresa ne indica il «livello», il rank, il «grado» (all’interno del quale è comunque possibile sviluppare fatturati più o meno grandi). Complessivamente (per semplificare), il posizionamento delle aziende di un Paese può comunicare il «livello generale» dello stesso, per quanto quasi non esistano indicatori economici specifici atti a descrivere tale aspetto[14]. Utilizzando le suddette categorie, l’Italia potrebbe essere dipinta come un Paese «a rischio downgrading».

Ma in cosa consiste, concretamente, questo riposizionamento delle attività economiche? Quali sono le posizioni che garantiscono un guadagno maggiore e quali, invece, no? Facendo degli esempi, quelle che garantiscono un miglior ritorno dell’investimento tendenzialmente sono: «assemblaggio dei componenti finali (a maggior ragione se ad alto tasso di sviluppo tecnologico); lavorazioni con alto contenuto di competenza specialistica; distribuzione finale ai clienti; progettazione; ricerca e sviluppo; elaborazione dell’informazione; marketing; gestione della proprietà intellettuale; commercializzazione; assistenza post-vendita». Quelle meno remunerative, al contrario, potrebbero essere individuate in fasi come «assemblaggio componenti poco costosi, o a basso contenuto tecnologico, o relativi alle fasi iniziali della produzione, o intercambiabili (cioè, non esclusivi di un solo tipo di merce), ecc.; logistica relativa a queste fasi; lavoro manuale non specializzato; lavoro impiegatizio non specializzato»[15]. Si noti che si tratta di attività ripetitive, tipicamente operaie.

L’estrazione delle materie prime è generalmente, anch’essa, un passaggio molto remunerativo, il che la dice lunga sull’importanza del controllo politico e/o economico di certi territori o Stati e sulla causa di molte guerre (così come sui reali interessi che stanno dietro le prospettive di «riconversione ecologica»).

Di norma i passaggi citati sono tutti presenti all’interno della catena di trasformazione di una materia prima in prodotto finito e, con ciò, in merce per il mercato di destinazione finale. Tale catena è comunemente detta supply chain. Le supply chain sono assolutamente internazionali, a partire da quelle di rilevanza economica e strategica, e i vari Paesi lottano per accaparrarsi le migliori posizioni.

Le politiche economiche e commerciali, così come la «geopolitica» e le attività militari, a nostro avviso servono a sostenere processi di posizionamento verso l’alto (upgrading) e a scongiurare lo scivolamento verso il basso (downgrading).

È chiaro, dunque, che l’aumento del PIL, della produttività del lavoro, dell’entità e dell’efficienza degli investimenti siano oggi legati all’avvio di un processo generale di specializzazione del lavoro o, per meglio dire, all’implementazione dei processi produttivi centrali per sostenere i risultati economici del Paese. I settori delle supply chain in grado di garantire accrescimenti maggiori dei capitali investiti vedono tutti, non a caso, un ruolo centrale della forza-lavoro specializzata.



Rischio downgrading per l’Italia?

Se l’Italia vuole scongiurare il rischio downgrading del proprio «sistema-Paese», allora, deve obbligatoriamente sviluppare un contesto economico adatto a battere la concorrenza in tali settori, in maniera da monopolizzarli il più possibile e da garantirsi una posizione stabile all’interno di questi[16]. La scelta degli alleati «geopolitici» è essenziale, in tal senso, e viene fatta sulla base delle relazioni economiche e commerciali esistenti e della strategia per lo sviluppo di quelle future[17]. Il collocamento del nostro paese all’interno dell’Ue e della Nato rappresenta pertanto una scelta strategica difficilmente discutibile, a meno di non voler tentare opzioni politiche radicali, per le quali andrebbero però sviluppati programmi politici ed economici nuovi che al momento non esistono o sono relegati ad un ambito prettamente ideologico. In questo senso, il presente articolo costituisce il tentativo di mettere a disposizione della comunità militante perlomeno una prima e parziale rappresentazione complessiva dei fondamenti della realtà politica in cui operiamo, con una forma e un contenuto condivisibili (al di là delle reciproche differenze) e intelligibili, seppur magari – e ce ne rendiamo conto – con fatica.

La rappresentazione complessiva del nemico ci è stata occasionalmente offerta all’interno del Pnrr[18], un documento di quasi trecento pagine che indica con chiarezza la direzione dello sforzo del nostro ceto imprenditoriale per non perdere posizioni all’interno del mercato internazionale. Questo documento, tuttavia, non ci sembra sincero: dipinge un quadro in cui l’Italia sembra essere al centro dei processi di implementazione economica continentali (europei) e ciò ci lascia perplessi. La classe dirigente ha una sua propria ideologia e la nostra analisi, che seguirà queste righe introduttive, proverà a verificare se l’Italia sia veramente una pedina di primaria importanza nella strategia con cui il cosiddetto «blocco occidentale» vuole affrontare la concorrenza (economica, politica e militare) asiatica, oppure se stia invece accettando un ruolo di secondo piano nella «divisione internazionale del lavoro», vale a dire nella spartizione delle migliori posizioni all’interno delle supply chain.

I processi di «industrializzazione di ritorno» (diminuzione delle delocalizzazioni produttive all’estero, nei settori economici strategici), di nuova industrializzazione (ad esempio per lo sviluppo, sul suolo nazionale e continentale, di un forte settore di produzione di semiconduttori e di componentistica avanzati) e di espansione del settore delle energie rinnovabili (indipendenza dalle forniture energetiche estere e produzione in loco di energia) sono probabili quanto affidabili indicatori del ruolo assegnato, al momento, al nostro Paese.

Si tenga presente che l’Ue non è uno Stato, ma essenzialmente un’organizzazione di razionalizzazione economica che mira innanzitutto all’efficientamento dei processi economici e produttivi e che, di conseguenza, le decisioni della Commissione sono almeno in parte il frutto di rapporti di forza fra Stati e interessi diversi, piuttosto che di una strategia comune, condivisa e relativamente consapevole.



Dimensione delle aziende italiane

Per quanto concerne la scarsa dimensionalità aziendale italiana, anche detta «nanismo dimensionale», è importante capire come e perché la diffusa presenza di piccole e medie imprese (Pmi) sia essenzialmente un ostacolo allo sviluppo economico, nonostante possa presentare anche dei potenziali vantaggi (ma meno di quanto dica la nostra classe dirigente).

Anzitutto, gli svantaggi: difficoltà a sostenere economicamente, pianificare consapevolmente e mettere in atto investimenti di sviluppo e i conseguenti processi di implementazione tecnologico-digitale; difficoltà di coordinazione fra le varie attività imprenditoriali di una stessa supply chain (il che va a compromettere il rendimento).

Dal lato dei vantaggi: capacità di specializzazione aziendale (potenzialmente) maggiori; possibilità di mutare più rapidamente la strategia commerciale e produttiva dell’impresa, ossia di riorientare il proprio business.

 Entriamo nel dettaglio di ognuno di questi aspetti e spieghiamo, per bene, cosa intendiamo dire.

 


Processi di sviluppo e relativi investimenti

 Da un’importante ricerca accademica condotta sulle imprese italiane [Secchi, Cannas, Ciano, Saltalamacchia e Vigorelli, 2022] è risultato che, mediamente, la digitalizzazione dei processi lavorativi (in particolare, l’adozione di Intelligenza Artificiale) conduce a vantaggi competitivi maggiori tanto più grande è la dimensione dell’azienda[19]. Le Pmi, dunque, non sembrano essere in grado di sfruttare i vantaggi della digitalizzazione quanto le grandi imprese e, frequentemente, nemmeno di avviare i processi di innovazione. In generale le difficoltà sembrano dipendere sia dalla mancanza di personale in grado di gestire le nuove tecnologie che dall’elevato costo degli investimenti e, questo, vale anche per le grandi imprese. Le Pmi, tuttavia, presentano forse le problematiche più ingenti: innanzitutto perché, per definizione, possiedono capitali aziendali più piccoli[20], ma poi anche perché incontrano «maggiori difficoltà sia a ridurre occupazione (per effetto delle resistenze di carattere personale dell’imprenditore, oppure per le difficoltà organizzative dovute al licenziamento) sia a trovare adeguate posizioni ai lavoratori più qualificati»[21]. Se a volte in alcune analisi non viene riscontrata una maggiore difficoltà delle Pmi a sostenere la digitalizzazione, probabilmente il motivo è che il tipo di digitalizzazione voluta e i risultati attesi (e, con ciò, il livello di investimento e le «competenze» richieste) sono, di norma, diversi da quelli delle grandi aziende.



Avvento della Intelligenza artificiale e delle tecnologie dual use

Prescindendo per un momento dalle dimensioni aziendali, sembrerebbe possibile «evidenziare come l’importanza dell’IA sia più facilmente percepibile, senza particolari differenze rispetto alle dimensioni di impresa, quando collegata agli ambiti più operativi»[22]. Un’indicazione importante, se si ha coscienza del fatto che l’implementazione della tecnologia digitale conduce in molti settori, ma soprattutto negli ambiti operai della manifattura e della logistica, a un aumento dei ritmi di lavoro, alla saturazione dei tempi (eliminazione di pause e «tempi morti»), al deterioramento della salute personale e a un netto aumento del controllo aziendale sul dipendente [Fontana, 2021]. Quello della digitalizzazione industriale è un processo che genera contraddizioni trasversali ai differenti settori lavorativi, comprendendo gli impiegati, il settore dei servizi e la logistica «di ultimo miglio» (drivers e riders). La cosiddetta «eccellenza operativa» (ossia il perfezionamento dei processi lavorativi a danno dei dipendenti, unito a una più efficiente razionalizzazione delle risorse e a una riduzione di sprechi, guasti-macchina ed errori di processo) sembra dipendere dall’adozione di tecnologie digitali per ogni grado di dimensionalità aziendale, anche se, tendenzialmente, in misura direttamente proporzionale alle dimensioni: più è grande l’azienda e più, mediamente, la digitalizzazione gioca un ruolo chiave[23].

 


Coordinamento della supply chain

 Un rendimento veramente elevato è ottenibile solamente armonizzando l’intera catena produttiva, sincronizzando i vari passaggi, coordinando e uniformando le modalità organizzative fra le varie aziende interessate lungo la supply chain. Questo porta immancabilmente a ridurre le tempistiche e i costi. L’elevata presenza di Pmi nel nostro Paese è una delle principali ragioni per cui i segmenti di supply chain nei quali «siamo» presenti tendano a non essere coordinati ed «efficientati» (il caso opposto si verifica quando un’unica grande azienda gestisce un intero segmento della catena produttiva, magari anche attraverso l’utilizzo di esternalizzazioni e di aziende controllate). Oltre agli aspetti operativi della produzione aziendale, dunque, la pianificazione del business e del processo lavorativo rappresentano l’altra grande area privilegiata di intervento tramite adozione di tecnologie digitali. Nello specifico stiamo parlando di: pianificazione del business; analisi, controllo e correzione della messa in pratica del piano; gestione delle performance, dei dati, delle risorse umane, degli asset (programmazione, manutenzione, «salute informatica» dell’azienda), della rete produttiva sul territorio.

 


Specializzazione aziendale

 Quest’espressione sta a indicare la possibilità di ottenere un vantaggio competitivo specializzandosi in certi aspetti specifici del proprio business, risultando attrattivi sul mercato in quanto in grado di attrarre specifici segmenti della domanda. Volendo fare un esempio di specializzazione si potrebbe citare l’azienda di delivery UPS, perfezionatasi nelle consegne di pacchi a stretto giro: i pacchi sever vanno consegnati in giornata, quelli express entro le 10,30 e gli express plus entro le 8,30[24]. A quest’azienda, di conseguenza, capita spesso di servire imprenditori e personaggi importanti, consegnando loro materiale significativo.

Dunque, le piccole e medie imprese possono orientare il proprio business in direzioni molto specifiche per provare a ritagliarsi un posticino nella giungla del mercato. In questo caso, le dimensioni limitate possono anche costituire un vantaggio.

 


Riorientamento del business

 Stessa cosa dicasi nei casi in cui si debbano fare degli aggiustamenti di mercato, magari perché, così com’è, la vecchia attività non rende abbastanza. Anche in questo caso le organizzazioni piccole possono riconvertirsi più facilmente, pur avendo a disposizione meno risorse. Una delle scommesse su cui si fonda il Pnrr sembra essere proprio la presunta reattività del sistema imprenditoriale italiano agli stimoli (finanziamenti).



II. La strategia della Commissione Europea


I programs del PNRR

La Commissione ha promulgato sette Flagship programs comuni, a cui tutte le varie componenti in cui si articolano i Pnrr nazionali devono poter essere ricondotte. Questi programs descrivono una strategia unica di sviluppo continentale che, pur presentando grandi margini di flessibilità, definisce con precisione il tentativo di acquisire protagonismo e indipendenza (sarebbe meglio dire «autonomia») economici da parte dell’economia europea. Certo, in realtà non si tratta di un’unica economia: un’economia europea vera e propria, di fatto, non esiste. Stiamo parlando piuttosto di quella che dai commentatori specializzati è chiamata Factory Europe, ossia di un coacervo di attività economiche profondamente interconnesse e che hanno relazioni societarie e di mercato orientate nelle medesime direzioni (al livello di scelta dei partner commerciali e dei mercati di riferimento), così come una sensibilità e tipi di risposta relativamente comuni ai mutamenti delle politiche economico-commerciali degli Stati o a variazioni del quadro «geopolitico». Oggi le altre due principali Factories globali sono quella asiatica e quella nord-americana.

In questo contesto, il tentativo della Commissione punta a: «1) Power up (Accendere); 2) Renovate (Ristrutturare); 3) Recharge and refuel (Ricaricare e Ridare energia); 4) Connect (Connettere); 5) Modernise (Ammodernare); 6) Scale-up (Crescere); e 7) Reskill and upskill (Dare nuove e più elevate competenze)»[25].

I primi tre programs mirano a contenere i consumi energetici per unità produttiva (non si dice nulla riguardo all’aumento della massa numerica di tali attività), incrementando lo sfruttamento delle rinnovabili, procedendo all’efficientamento energetico degli edifici e potenziando la mobilità sostenibile. Si tratta di un’iniziativa strategica che vuole andare a colmare il forte grado di dipendenza energetica dall’estero, tipico della Factory Europe.

Per vari motivi, poi, lo sfruttamento delle rinnovabili e la mobilità sostenibile consentono anche di abbattere i costi delle attività industriali e della logistica. In particolare, lo sviluppo di una rete di trasporto stradale e ferroviario capillare e moderna consentirebbe di tagliare notevolmente i costi e i tempi dello spostamento di merci, nonché di presentare sul mercato un’offerta maggiore (come se si producesse di più)[26]; la creazione di un sistema di trasporto navale interconnesso – sviluppando gradualmente una legislazione portuale comune e armonizzata, nonché integrando meglio, laddove serva, le aree portuali con le reti di trasporto dell’entroterra –  favorisce soprattutto l’abbattimento dei costi logistici per le compagnie navali di trasporto merci, rendendo i porti europei più attrattivi per i flussi commerciali internazionali e, di nuovo, riducendo costi e tempi logistici.

Potremmo accomunare i primi tre programmi sotto l’etichetta di «Approvvigionamento», riguardando, questi, il reperimento di materie prime energetiche e la rete di trasporto merci.

I secondi tre sono invece centrali per lo sviluppo della capacità produttiva in senso stretto. Si basano su due assi fondamentali: lo sviluppo della capacità di connettività del nostro sistema economico; l’incremento della capacità produttiva e la possibilità di riposizionarsi meglio nei settori hi-tech delle supply chain (l’oggetto del contendere è lo stesso per tutti: dai paesi asiatici, Cina in primis, agli Stati Uniti). Si punterà, dunque, a una «rapida diffusione delle connessioni a banda ultra-larga sia con reti in fibra, sia con FWA, utilizzando anche le tecnologie radio 5G ora disponibili»[27], sviluppando un unico sistema di reperimento, immagazzinamento e condivisione dei dati (anche quelli privati dei cittadini) che sia comune fra tutte le istituzioni nazionali e, a poco a poco, anche europee. Per quanto riguarda il riposizionamento, la volontà della Commissione Europea è di provocare una specializzazione della Factory nella produzione di semiconduttori avanzati («L’obiettivo è di raddoppiare la produzione in Europa di semiconduttori avanzati e che siano dieci volte più efficienti dal punto di vista energetico»[28]) e nella componentistica hi-tech della microelettronica in generale. Implementare questi settori vuol dire, al contempo, rafforzare l’autosufficienza economica della Factory. Ciò per due motivi: semiconduttori e microelettronica consentono una maggiore diffusione della connettività; l’avanzamento tecnologico e l’accorciamento delle filiere hi-tech rende relativamente indipendenti dall’importazione di componenti e semi-lavorati ad alto contenuto tecnologico. Quindi, diminuzione dei costi di produzione e aumento della produttività. O, per dirlo in una sola parola: competitività. Non sarà un caso se «per quanto concerne la transizione digitale, i Piani devono dedicarvi almeno il 20 per cento della spesa complessiva per investimenti e riforme»[29].

Il settimo programma serve a correggere l’insufficienza di competenze specialistiche sul mercato del lavoro e a rendere compatibili («specializzate» in senso tecnologico) quelle di base. Abbiamo già detto di come la mancanza di competenze, dentro e fuori l’azienda, sia uno dei principali ostacoli alla digitalizzazione.

In sintesi, l’Ue intende «promuovere gli investimenti in tecnologie, infrastrutture e processi digitali (…); favorire l’emergere di strategie di diversificazione della produzione; migliorare l’adattabilità ai cambiamenti dei mercati; incentivare l’avvio di attività imprenditoriali nuove e ad alto valore aggiunto (…); salvaguardare le catene del valore e le infrastrutture critiche, nonché garantire l'accesso alle materie prime di importanza strategica e proteggere i sistemi di comunicazione»[30]. È evidente il tentativo di sviluppare un’adeguata capacità di coordinamento e sincronicità fra le filiere produttive, dotandole a livello continentale di un sistema di infrastrutture digitali, tecnologie e linguaggi informatici compatibili e interscambiabili tra tutti i loro gangli nazionali.

Ciò pone però una domanda: come si articolerà il miglioramento dell’organizzazione della Factory Europe a livello dei singoli Stati nazionali? Pianificare una divisione della produzione fra gli Stati comunitari, stabilendo a priori (per quanto possibile) una spartizione inter nos dei posizionamenti migliori nell’ambito delle supply chain, è una conditio sine qua non affinché tale miglioramento si realizzi.



Gli Ipcei

Per approcciare simili interrogativi è utile conoscere un ulteriore strumento di pianificazione economica: l’Ipcei (Importante Progetto Comune di Interesse Europeo). Si tratta di un piano di sviluppo relativo a singoli settori economici, avente come obiettivo dichiarato il rafforzamento delle prestazioni della Factory Europe nel settore considerato e, come stimoli per un effettivo raggiungimento del risultato, la declinazione delle risorse economiche disponibili e l’assegnazione, ai singoli Stati, di ruoli nell’ambito del processo di sviluppo.

Ogni Ipcei prevede un budget statale, proveniente dai paesi membri, e una stima degli investimenti privati potenzialmente attivabili di conseguenza; ogni Stato partecipa con la propria quota di finanziamento e alcune aziende di punta (gli Ipcei si basano sulla collaborazione Stato-imprese).

Gli Ipcei promulgati in passato sono cinque: uno riguardante la microelettronica, due sulle batterie e due sull’idrogeno come fonte energetica. I Pnrr contengono misure e finanziamenti ascritti all’interno di ulteriori due Ipcei, di recente istituzione[31]: uno sulla microelettronica e le tecnologie per la comunicazione (Ipcei-Me, o Ipcei-Me/Ct) e uno sulle infrastrutture per il Cloud computing (Ipcei-Cis). Tratteggiamoli brevemente.

L’intervento sulla microelettronica[32] da una parte punta al rafforzamento degli ambiti specifici in cui l’Ue è già ben posizionata, come l’elettronica di potenza o la produzione di sensori, mentre dall’altra serve a recuperare terreno, in termini di capacità produttiva e innovazione, lì dove l’Ue è fortemente dipendente dalle importazioni estere (chip speciali per l’Intelligenza Artificiale, produzione e progettazione di processori ad alte prestazioni, memoria informatica…). L’obiettivo economico generale è l’indipendenza dalle forniture estere di semiconduttori. In termini di sviluppo lo scopo della misura è di implementare la connettività in ogni direzione, di aumentare la capacità produttiva e di sviluppare il settore dell’assemblaggio di componenti hi-tech.

Secondo quanto scritto nel Pnrr tedesco, «i componenti a semiconduttori sono la pietra angolare dell’innovazione e un elemento centrale per la competitività dell’industria in un mondo digitale. Infatti, è ormai difficilmente concepibile che esista una catena del valore industriale in cui la produzione continua e le innovazioni future possano fare a meno di un approvvigionamento sicuro ed efficiente di questi componenti»[33]. Il caso della Germania è emblematico perché si tratta di un paese già incamminatosi sulla via indicata dalla Commissione. Esempi ne sono la produzione di semiconduttori da 300 mm in una fabbrica altamente tecnologica di Dresda (Robert Bosch SMD GmbH), oppure lo sviluppo di nuove tecnologie di risparmio energetico da applicare ai semiconduttori al silicio impoverito, utilizzabili nelle nuove tecnologie industriali (particolarmente nell’industria automobilistica) e per il 5G (Globalfoundries, di nuovo a Dresda).

Attualmente il mercato globale dei semiconduttori ha un valore stimato di 440 miliardi di € e l’Europa ne controlla circa il 10%[34]. Ciò garantisce soltanto un basso livello di profitti, è vero, ma probabilmente il nodo cruciale è che le imprese debbono ordinare i semiconduttori con anche oltre 50 settimane di anticipo, soprattutto nei settori automobilistico e delle telecomunicazioni, causando sprechi, ritardi e inefficienze nei processi produttivi.

In ultimo un inciso sulla questione ambientale: constatiamo che le emissioni di CO2 dovute alle tecnologie che utilizzano semiconduttori è aumentata del 9% all’anno, tra il 2015 e il 2020[35], e che «la domanda di chip semiconduttori si quintuplicherà entro il 2030»[36]. Si consideri che la riduzione delle emissioni può ottenersi solamente sviluppando i processi produttivi e di ricerca, per ottenere semiconduttori più piccoli (contenenti meno materiale) e più efficienti (minor consumo energetico per quantità di dati trasferita), ma che sono proprio lo sviluppo produttivo e il sorgere di un’estesa infrastruttura digitale a determinare il permanere del progressivo aumento degli inquinanti. Questo la dice lunga sulla tanto sbandierata attenzione dell’Ue per l’ambiente.

Il cloud è un sistema di archiviazione online di infrastrutture informatiche e dati. Questi possono essere utilizzati da soggetti terzi (imprese o singoli cittadini) senza che debbano acquistare costosi hardware e software per immagazzinarli. L’archiviazione, però, è solo una fase: la filiera produttiva dei dati prevede anche lo sviluppo (l’Europa sviluppa già una quantità di dati sufficiente, pur senza disporre della capacità di utilizzarla in maniera efficace) e l’organizzazione sistematica degli stessi. Per quest’ultima l’Europa prevede la creazione di luoghi virtuali (data rooms) in cui dati dello stesso tipo, o che hanno funzioni simili, vengano fusi o collegati per poter essere poi archiviati e utilizzati dalle imprese. Si tratterebbe di un punto sensibile dell’economia[37], di una sorta di «nodo logistico» informatico.

Connessa all’organizzazione dei dati vi è la questione della collaborazione tra imprese (nel condividere i propri con la concorrenza) e fra imprese e Stato (fornitura di dati in cambio di servizi e infrastrutture informatici). La linea della Commissione è di stimolare la concorrenza ed evitare il monopolio. Checché ne dicano, con ogni probabilità si tratta di una linea momentanea, adeguata alla fase pioneristica di sviluppo del settore e di incremento di efficacia degli investimenti, ragion per cui il «quid politico» non è tanto la «democrazia economica» del mercato, comunque da verificare in itinere, quanto l’aumento del controllo sul processo di sviluppo economico. In una società capitalistica ciò porta facilmente a una riduzione degli spazi democratici: in Germania è stato dato il via libera al trattamento dei dati, anche personali, senza consenso (purché vengano rispettate le norme sull’anonimizzazione e depersonalizzazione delle informazioni), nonché a un sistema di monitoraggio continuo delle capacità di utilizzo e dell’effettivo utilizzo dei dati da parte dell’intera popolazione. Sapendo ciò, le seguenti parole, contenute nel Pnrr tedesco, assumono contorni cupamente orwelliani:


(…) il ricercatore che comprende e modella meglio la diffusione dei virus utilizzando i dati. L’agricoltore che deve concimare meno grazie all’analisi del terreno basata sui dati e affinché le acque sotterranee e il clima siano tutelati. Il lavoratore che riceve informazioni sulla formazione continua adeguata alla sua situazione lavorativa sulla base di dati dettagliati del mercato del lavoro. Voi tutti state già approfittando dell'opportunità di valutare dati affidabili e disponibili per modellare positivamente il nostro futuro comune. In questo contesto, l’obiettivo centrale della strategia sui dati è aumentare l’utilizzo dei dati a vantaggio della scienza, dell’economia e della società[38].


Accanto al cloud vi è l’edge. Se il cloud immagazzina risorse informatiche concentrandole al proprio interno, l’edge consiste nel distribuire i centri di elaborazione dati nel territorio, avvicinandosi al luogo in cui i dati vengono «estratti», in maniera da ridurre i tempi di elaborazione e di risparmiare sull’utilizzo di banda larga (elaborare i dati direttamente sul campo). Combinando le due tecnologie l’Ue darà vita al

Distributed Multi Provider Cloud Edge Continuum (DMPCEC). L'elaborazione dei dati in questo continuum si basa su una combinazione di gestione dei dati decentralizzata (edge) e centralizzata (cloud) e consente di ordinare, interpretare e dare priorità a grandi volumi di dati nel punto di origine. (…) Solo in questo modo è possibile effettuare analisi complesse di grandi volumi di dati in modo autodeterminato e utilizzarli per sviluppare processi industriali efficienti in modo tempestivo[39].

Secondo le stime della Commissione, infine, il mercato europeo dei dati vale fino a 110 miliardi. Seguendo i piani di sviluppo europei la Germania avrebbe il potenziale di raggiungere, da sola, i 425 miliardi di euro entro il 2025. Tuttavia, al momento attuale le principali tre società del settore dominano il mercato globale delle infrastrutture cloud pubbliche controllandone complessivamente il 75%, «mentre il più grande fornitore di cloud europeo genera solo circa il 2% delle vendite totali nel mercato europeo»[40]. Per dare un’idea dei numeri in gioco, diciamo soltanto che in totale, nel 2023, il Reddito di Cittadinanza italiano è costato all’incirca 8,5 miliardi di €[41].



Note

[2] Ibidem.

[3] Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, Rapporto Inapp 2023, p. 29.

[4] PNRR #NextGenerationItalia, p. 3. Si consideri che la quota di investimenti necessaria a mantenere stabile un’economia, in una società capitalistica, dev’essere in costante crescita nel lungo periodo, e che perciò un aumento inferiore a quello degli altri Paesi è un segnale di grave allarme.

[5] Total Factor Productivity, ossia il risultato economico netto di un investimento, dato dal «guadagno lordo» meno le spese effettuate. Un paese con una TFP alta è un paese dove gli investimenti rendono bene.

[7] Fonte OECD - Dataset: Average annual wages «2022 constant prices and NCU» oppure In 2022 constant prices at 2022 USD PPPs, in Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, Rapporto Inapp 2023, p. 24.

[8] Organizzazione internazionale del lavoro, Rapporto mondiale sui salari 2022-2023. L’impatto dell’inflazione e del COVID-19 sui salari in Italia, p. 7.

[9] Indice IPCA, Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato. Tali beni sono esclusi perché sono considerati essere fra le merci i cui prezzi sono più difficilmente controllabili, proprio in quanto dipendono dall’estero. Di conseguenza rischierebbero di generare una spirale prezzi-salari: un aumento eccessivo dei salari dovuto all’adeguamento ai prezzi dei beni energetici importati (a loro volta precedentemente aumentati) rischierebbe di comportare un aumento generalizzato della domanda e, quindi, dei prezzi delle altre merci. In questi casi, infatti, appena possono le imprese scaricano sui prezzi di vendita l’aumento del costo di materie prime, macchinari e forza-lavoro (cosiddetta «inflazione da costo»). In ragione di ciò, siccome l’adeguamento dei salari all’inflazione (almeno in Italia) si basa oggigiorno sui dati prodotti da questo Indice, è possibile riconoscere al lavoratore un adeguamento inferiore alla percentuale spettantegli di diritto, abbassando, così, il costo del lavoro.

[10] Particolarmente evidente nel settore manifatturiero, che in Italia riveste un ruolo di peculiare importanza e che in generale è centrale nella scuola economica marxista.

[11] Le delocalizzazioni sono un aspetto significativo dell’orientamento economico di un Paese per vari motivi. Ad esempio perché «la capacità di presidiare i mercati internazionali è divenuta un elemento cruciale per la tenuta competitiva del sistema produttivo italiano» e, con ciò, gli investimenti all’estero diventano quanto mai necessari. Oppure perché il tipo di delocalizzazione (accordo fra aziende o Investimento Diretto Estero, detto IDE) può indicare se l’impresa italiana che la effettua lo fa da una posizione paritaria o dominante, nei confronti nel mercato estero in cui va a inserirsi: un’impresa che fa accordi potrebbe semplicemente stare cercando di abbassare il costo del lavoro, perché troppo alto in patria; un’impresa che fa IDE dimostra di controllare le imprese e le fasce di mercato estere nelle quali investe. Da un lato, quindi, si starebbe cercando di recuperare margini di competitività abbassando i costi; dall’altro, di incrementare tali margini allargando la quota di mercato controllata. Nel 2016, l’87,3% delle piccole imprese italiane praticavano accordi, anziché IDE; stessa cosa dicasi per il 53,0% delle medie imprese; solamente per le grandi la situazione era invertita, in quanto solo il 32,1% praticava accordi all’estero. Quanto detto non esaurisce minimamente il tema ma dà indicazioni utili al lettore per orientarsi. Fonte dei dati e della citazione: S. Costa e F. Luchetti, La delocalizzazione nel sistema delle imprese: strategie, «performance», ostacoli, in Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, Rapporto ICE: L’Italia nell’economia internazionale. 1986-2016, 2016, pp. 356-357.

[13] S. Bolatto et alii, La produttività dell’industria manifatturiera italiana: un confronto con gli altri Paesi industrializzati, in AA. VV., Evoluzione della grande impresa e catene globali del valore, Fondazione Ansaldo Editore, Recco (GE) 2014, p. 31.

[14] L’eccezione potrebbe essere costituita dal cosiddetto «grado di specializzazione» di un Paese. Con questo indicatore le supply chain vengono suddivise in: «reperimento del materiale», «prime lavorazioni», «produzioni di beni intermedi e semilavorati», «prodotti finiti» e «distribuzione». Per un singolo settore produttivo, ad esempio l’elettronica, viene misurato il livello di specializzazione (con un valore che va da -1 a +1) in ognuna delle cinque fasce summenzionate. Per cui, esaminando il grado di specializzazione di un Paese in tutti i settori fondamentali dell’economia produttiva, è possibile farsi un’idea del livello complessivo di una data economia.

[15] E. Gentili, Ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Il significato delle aperture del Governo, «la città futura», 31/03/2023, https://www.lacittafutura.it/dibattito/ridurre-l%e2%80%99orario-di-lavoro-a-parit%c3%a0-di-salario-il-significato-delle-aperture-del-governo.

[16] Ovviamente stiamo semplificando: ci sono settori economici in cui l’Italia è ben posizionata, altri in cui lo è meno… così come sono presenti contemporaneamente aziende ben posizionate e altre che lavorano in segmenti di mercato a basso valore aggiunto, e così via. Questo vale per ogni Paese.

[17] «In realtà [il commercio internazionale] non solo è un elemento che va a comporre la politica estera dei Paesi ma soprattutto un pivot attorno al quale vengono fatte scelte di alleanze e collaborazione, vengono imposte politiche economiche e monetarie, si creano unioni e si possono creare divisioni». Tratto da D. Bevere, Catene globali del valore e interessi economico nazionale, Master Executive in Affari Strategici, LUISS, A. A. 2017/2018, p. 2.

[18] Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento Europeo e del Consiglio, 12/02/2021.

[19] R. Secchi, a cura di, Supply chain management e intelligenza artificiale. Migliorare i processi e la competitività aziendale, Università Cattaneo Libri, Guerini Next, Milano 2022, pp. 101-102-103.

[20] La dimensione aziendale può essere calcolata in base al numero di dipendenti o all’entità del fatturato.

[21] S. Bolatto et alii, op. cit., p. 36.

[22] R. Secchi, a cura di, op. cit., p. 105.

[23] Ibidem, p. 104.

[24] Da un’intervista a un lavoratore UPS effettuata il giorno 16/08/2022.

[26] Asserendo questa posizione non sposiamo, ovviamente, la creazione delle opere cosiddette «strategiche» che provocano dissesti nei territori, come l’alta velocità. Dipende sempre di quale «strategia» si parli.

[28] Ibid., p. 34.

[29] Ibid., p. 12.

[30] Ibid., pp. 15 e 13.

[31] Decisione della Commissione europea C(2023) 3817 final dell’8/06/2023 (Ipcei-Me). Ipcei-Cis è stato approvato con documentazione riservata. «La versione non riservata della decisione» sarà consultabile per l’Italia, «una volta risolti eventuali problemi di riservatezza», sul sito della Commissione (chiave di ricerca: SA.102519).

[32] L’Italia vi prende parte con quattro aziende di punta e 1 miliardo di € di sussidi. Gli 8,1 miliardi complessivi, provenienti da 14 paesi membri, dovrebbero «sbloccare» circa 13,7 miliardi di investimenti privati.

[33] Darp (Deutscher aufbau und resilienzplan), p. 332 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[34] Ibidem, p. 367 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[35] Ibid., p. 376 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[36] Ibid., p. 413 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[37] Non per caso gli investimenti in sicurezza informatica sono rilevanti.

[38] Darp (Deutscher aufbau und resilienzplan), pp. 335-336 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[39] Ibidem, pp. 384-385 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[40] Ibid., p. 382 (traduzione effettuata tramite applicazione informatica).

[41] Fonte: INPS, Bilancio preventivo 2023. Tomo I, p. 82.



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Emiliano Gentili è docente alle scuole medie. Ricercatore politico-sociale (e attivista), esperto di musica e disabilità. I suoi studi attuali si concentrano principalmente attorno al tema dell’evoluzione contemporanea dell’organizzazione del lavoro, nel tentativo di individuare problematiche trasversali ai diversi settori lavorativi.


Federico Giusti è operaio e delegato sindacale della cub. Collabora a varie riviste e blog su tematiche sociali, del lavoro e di carattere internazionale. Corrispondente di RadioGrad.


Stefano Macera svolge la professione di guida turistica. Collabora con varie riviste, applicandosi a 2 campi di ricerca. In ambito socio-politico, si occupa delle nuove forme assunte dal conflitto capitale-lavoro. In ambito socio-culturale, si interessa alle produzioni artistiche e cinematografiche estranee alle logiche di mercato.

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