Abitare il trauma
- Claudia Donato
- 7 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Sorry, Baby di Eva Victor

«2001» è la nuova sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.
Oggi Claudia Donato ci parla di Sorry, Baby regia di Eva Victor.
Le prime scene di «Sorry, Baby» sembrano dirti: «tranquillə, qui siamo tuttə emotivamente instabili ma carinə» – e poi ti tolgono lentamente l’equilibrio. E lo fanno senza sbandierarlo nella pubblica piazza.
Più che raccontare un fatto, il film interroga il modo in cui il trauma viene guardato. Non c’è compiacimento, né pornografia emotiva. Il momento che ha segnato Agnes resta ai margini, fuori campo, quasi sottratto allo spettatore. E proprio questa scelta è radicale: rifiutare la spettacolarizzazione significa restituire potere alla persona, non all’evento.
Il tempo non è lineare, perché il trauma non lo è. Il passato non irrompe con effetti speciali: filtra, corrode, altera le proporzioni delle cose. Il film si concentra su quella deformazione silenziosa – sul modo in cui il dolore cambia la postura, il linguaggio, la capacità di fidarsi – più che sulla scena originaria. La regia sceglie la sottrazione come atto etico.
Agnes – che poi è anche Eva, la regista non-binaria – non è costruita per essere esemplare. È brillante, ironica, a tratti respingente. Non incarna la vittima pedagogica che serve a rassicurare il pubblico progressista. In questo c’è un messaggio queer fortissimo: non esistono soggettività pure, né percorsi di guarigione lineari, e tantomeno narrazioni ordinate che possano essere consumate senza attrito.
Anche le relazioni attorno a lei smontano l’idea di comunità salvifica. I contesti «illuminati» non sono immuni all’imbarazzo, alla goffaggine e alla tentazione di semplificare. L’unica vera alleanza è quella che non chiede performance del dolore, che non pretende resilienza esibita. Il matrimonio di Lydie e la nascita della loro baby non sono consolazioni simboliche, ma affermazioni politiche di continuità, di vita che insiste senza chiedere permesso.
«Sorry, Baby» non offre catarsi né vendette esemplari. Offre qualcosa di più difficile da digerire: la rappresentazione di una guarigione imperfetta, lenta, mai definitiva. E proprio per questo autentica.
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Claudia Donato vive a Bologna e si è laureata in Giurisprudenza. Lavora al Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna come funzionaria amministrativa. È appassionata di sport, cinema e scrittura.





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It really struck me how the film avoids the typical tropes of trauma representation, instead focusing on the subtle, lingering effects on Agnes’s daily life and relationships. The choice to keep the initial traumatic event largely unseen felt particularly powerful – it reframes the narrative away from spectacle and toward reclaiming agency. It’s a refreshing perspective on healing that acknowledges its messiness and the lack of easy answers, and the commentary highlights that beautifully.
by 67 Clicker
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This insightful essay brilliantly deconstructs how *Sorry, Baby* rejects the spectacle of trauma. Donato highlights a fierce queer message: healing is non-linear, rejecting the "perfect victim" trope. Just as fluid dynamics rewrite rules in a basketball stars match, the film proves reclaiming power means refusing ordered, performative narratives.
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