La nobiltà del lavoro

A far da contrappunto all’idolatria lavorista decantata da tutte le ideologie, subito dopo la guerra è il lavoro lo scenario nel quale si condensa la maggiore violenza. Corpi di uomini, donne, anziani, minori ammazzati, mutilati, avvelenati dal lavoro. Una carneficina quotidiana dissimulata, occultata, rimossa.

Ma oltre alla materialità dei corpi, sui luoghi di lavoro, di tutti i lavori, è l’immaterialità della psiche a ritrovarsi sempre di più al centro di un’aggressione feroce, annientatrice. Per definirla si è coniato il termine mobbing. Che ovviamente è da sempre connaturato allo sfruttamento del lavoro salariato. Ma quel che lo va definendo sempre di più è la sperimentazione e l’incentivazione delle tecniche a suo supporto. Se il mobbing è praticato ovunque, le sue più raffinate applicazioni avvengono laddove il lavoro si concentra attorno alle attività di carattere cognitivo. Guerre di cervelli sui cervelli, che non disdegnano di acquisire saperi da studi e sperimentazioni applicati nei luoghi governati delle istituzioni autoritarie ma anche totali: caserme, prigioni, manicomi.

Nell’ultimo decennio, da parte delle vittime una difesa istintiva, passiva, si è concentrata attorno uno spaventoso abuso di psicofarmaci, soprattutto antidepressivi. Complesso è il percorso della costruzione di una resistenza attiva, che necessariamente deve passare per una compiuta presa di coscienza, e conoscenza. Per poi magari rivolgerla, con mirata provocazione, a un sindacalista, a un dirigente di uno dei consunti partiti e partitini istituzionali progressisti, a un consulente, analista, sociologo del lavoro e, perché no, a un caporeparto e al suo padrone. Tanto per far loro capire che si è capito bene qual è il preludio di una rivolta che, inevitabile, cova.

La bicicletta

Per definire una montatura il gergo carcerario usa la metafora del «montare una bicicletta», dove per bicicletta si intende una notizia che una volta montata comincia a «pedalare» macinando chilometri su strade che portano non si sa a quale destinazione. Una persona «pedala» la notizia per un tratto arricchendola di opinioni proprie. Sulla stessa «bicicletta» sale poi un’altra persona che eredita l’opinione di chi l’ha preceduto come certezza, ecco che la «bicicletta» «pedala» più in fretta in una direzione più determinata. In carcere, a volte, verso qualche scannatoio. C’è sempre tempo, poi, per rammaricarsi degli equivoci che hanno portato a decisioni irreparabili. Ma il carcere, si sa, è luogo di estrema drammatizzazione di tutto, per cui non va preso a parametro. Le «biciclette» vengono montate un po’ ovunque, in modo rozzo o raffinato, comunque sempre dove ci sono conti personali o di banda da regolare. La destrezza nel montare una «bicicletta» consiste nel disperdere la fonte originale della notizia, in modo che alla fine non si riesca a individuare con precisione alcuna responsabilità personale.

Il teorema Come si costruisce un teorema? Si prendono dei fatti specifici collocati in contesti diversi e scollegati tra loro, li si estrapola, li si decontestualizza, appunto, e li si inserisce in un nuovo contesto costruito a tavolino, badando che i fatti ricontestualizzati seguano una qualche successione logica. L’importante è che la narrazione ricavata sia verosimile. Senza andare troppo a ritroso nella storia, così sono stati costruite le requisitorie dei grandi processi purga staliniani contro i dissidenti interni al partito bolscevico negli anni Trenta, e così hanno fatto e continuano a fare nel nostro Paese alcuni procuratori della repubblica nelle loro requisitorie contro associazioni «a delinquere» o «sovversive» Per reggere non c’è bisogno che il teorema sia vero, è sufficiente che sia verosimile, ma soprattutto che sappia collocarsi in un contesto percettivo predisposto all’accettazione di un determinato immaginario, laddove cioè le «biciclette» sono già state montate.

Le ghiandole del veleno

Nonostante la buona volontà da più parti dimostrata nel voler affrontare criticamente i temi dell’identità «forte» ha ancora il sopravvento il riflesso condizionato della difesa del proprio Io e delle proprie micro appartenenze familistiche. Comprensibile, dato che in un mondo sempre più inintelligibile l’appartenere a una qualche famiglia garantisce almeno tepore affettivo e sicurezza psicologica e materiale. Ma qui non sono in questione i ragazzi delle «bande dei muretti» ma i gruppetti dell’impegno cultural politico. Che fanno costoro (sia che provengano dagli ambiti dell’autoproduzione che no) quando si avventurano sulla via dell’impresa di mercato? Quasi sempre si ritrovano subito vittime della stessa sindrome del padroncino brianzolo produttore di tubetti di dentifricio: come lui si autosfruttano lavorando come coglioni quattordici o quindici ore al giorno; come lui cadono preda della paranoia di perdere le commesse, di dover essere competitivi per stare sul mercato, di seguire la necessità di una continua innovazione per non correre il rischio di veder sbiadita la loro immagine. Consapevoli del fatto che le loro merci possono solo realizzarsi in un spazio interstiziale (la famosa «nicchia di mercato»), quotidianamente vivono l’assillo della concorrenza rappresentata da realtà simili alla loro, e proprio per questo altrettanto agguerrite. Siccome dal loro agire imprenditoriale ricavano da mangiare e un’identità (sempre bisognosa di conferme, in un meccanismo simile a quello che muove i tossici) si sentono in diritto di tirare colpi bassi, soprattutto a chi gli sta più vicino, appunto perché spesso avvertito come potenziale o reale concorrente di ciò che garantisce loro non tanto la vita quanto la sopravvivenza. Per forza che hanno i nervi tesi, sono stressati, si incarogniscono, si racketizzano, i pionieri dell’«imprenditoria politica» gettati nel vortice del deregolamentato mercato del lavoro postfordista. Guerra di bande, famiglie e clan, galletti che si beccano la cresta esibendosi in uno spettacolo senza spettatori, se si esclude quello scarso delle parentele, comunque preventivamente schierato e degno della stima da riservare alla tifoseria da stadio. Che cosa hanno poi prodotto di così rilevante questi gruppetti cultural politici? Semplicemente hanno goduto del vantaggio di lavorare sul vuoto producendo l’effetto per cui «nel paese dei ciechi chi è orbo la fa da re». E allora che senso hanno le loro dispute vanitose? La prima lotta di una qualche serietà spazzerà via tutte queste piccole vedettes da intrattenimento. Di colpo si ritroveranno coi riflettori spenti, senza neppure quello scarso pubblico che ora segue le loro esibizioni di duelli spagnoleschi per semplice mancanza di alternative.

Controllare il panico raddoppiandolo

Nel film I soliti sospetti il personaggio di Keyser Söze (un medio trafficante di stupefacenti) rientrando a casa trova gli uomini di una banda rivale che dopo avergli violentato la moglie minacciano uno dei suoi figli con un coltello alla gola. Keyser Söze sembra trovarsi senza vie d’uscita, in una situazione di ricatto tremendo. Imprevedibilmente estrae la rivoltella e uccide la moglie, poi, uno a uno, tutti i suoi figli, compreso l’ultimo tenuto in ostaggio. Gli uomini della banda rivale rimangono interdetti e non resta loro che la soluzione di una fuga terrorizzata. Successivamente Keyser Söze si dedicherà a un’implacabile e sistematica opera di sterminio di tutti i suoi nemici. Keyser Söze ha vinto nel momento in cui, non intimorito dall’oggetto del ricatto, lo ha annientato per primo azzerandone il valore e rilanciando la posta in gioco oltre ogni previsione. In sostanza ha cambiato gioco invalidando le regole vigenti nel precedente. Una strategia fondata sull'affrontare il panico non fuggendolo ma raddoppiandolo.

Quando la soluzione migliore è la fuga

«Fuggire significa conservare il più possibile intatta la nostra capacità operativa evitando gli avversari. Quando si resta in guerra, il ritirarsi non è mai un’onta.

O meglio, quando la potenza degli avversari è superiore in tutto e non può essere combattuta, è necessario arrendersi, o patteggiare, o fuggire. Arrendersi è la sconfitta completa. Patteggiare è una mezza sconfitta. Mettersi al riparo non è ancora una sconfitta. E chi non ha subìto ancora una sconfitta conserva una possibilità di vittoria.

La fuga va intesa come una ritirata pianificata e decisa di propria iniziativa, ha un senso positivo. Non è una “rotta”. Spesso è grazie a una ritirata che l’esercito debole riesce ad attirare in una trappola e a dividere un avversario potente. Creare nuove occasioni propizie. Combattere quando si può vincere. Ritirarsi quando non si può vincere è uno dei princìpi della guerra di movimento. La fuga, in questo contesto, è un’abilità che si manifesta come una flessibilità davanti alle occasioni propizie.

Lo scontro è un’attività di natura complessa. Rafforzarsi, addestrare, selezionare e costruire vie di comando, identificare gli avversari, procurarsi le provviste occorrenti, ecco ciò che fa parte della “via della lotta”.

Quando si confrontano l’uno con l’altro i provvedimenti che si adottano si vede che in gran parte dei casi vigono regole ben determinate e un ordine preciso da seguire. Vi si verificano mutamenti, inganni, derisioni, finte imprevedibili, fatti oltre ogni immaginazione, ma questa altro non è che la natura delle tattiche del confronto per vincere». (da: G.E.S.)

«[Nel contemporaneo, il] sentimento della finitezza e del disincanto contengono implicitamente una ferma critica al modello stesso della rivoluzione politica. Il che non comporta necessariamente una perdita di radicalità, anzi.

L’estremo sradicamento, coniugato al senso di un intrascendibile appartenenza al mondo, si esprime conflittualmente come defezione, esodo, secessione. Se si vuole come potenza dell’“impolitico”. Non più come vocazione a una gestione alternativa dello Stato.

La sinistra europea non ha visto quanto spesso i movimenti giovanili e il nuovo lavoro dipendente abbiano preferito abbandonare, se appena possibile, una situazione svantaggiosa, anziché scontrarsi apertamente con essa. Anzi, la sinistra ha denigrato apertamente i comportamenti di “fuga” e di “diserzione”. Ma la fuga e la diserzione non sono affatto un gesto negativo che esenta dall’azione e dalla responsabilità. Al contrario.

Disertare significa modificare le condizioni entro cui il conflitto si svolge, invece di subirle. E la costruzione di uno scenario favorevole esige più intraprendenza che non lo scontro a condizioni prefissate. Un “fare” affermativo qualifica la defezione, imprimendole un gusto sensuale e operativo per il presente. Il conflitto è ingaggiato a partire da ciò che si è costruito fuggendo, per difendere relazioni sociali e forme di vita nuove, di cui già si va facendo esperienza». (da: P.V.)

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