Wilhelm Wolff o dell'amicizia politica



In questo articolo Luca Perrone delinea il ritratto di Wilhelm Wolff, soprannominato Lupus, al quale Marx ha dedicato Il Capitale.


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Wilhelm Wolff è un nome certo non molto conosciuto. Nella biografia di Karl Marx[1] scritta recentemente da Marcello Musto, Wolff è citato due sole volte. Nel film di Raoul Peck Il giovane Karl Marx[2], uscito nel 2017, che ha avuto l'indubbio merito di rimettere coraggiosamente al centro di un interessante prodotto cinematografico la figura di Marx concentrandosi in particolare sul periodo della sua formazione fino alla pubblicazione del Manifesto del partito comunista nel 1848, Wolff è assente.

Eppure Karl Marx ha dedicato proprio a lui il primo volume de Il Capitale, come noto l'unico volume pubblicato da Marx in vita nel 1867, mentre la pubblicazione del secondo e del terzo volume fu curata successivamente da Engels e il quarto, quello sulle Teorie sul plusvalore o Storia delle teorie economiche, da Karl Kautsky.

Sulla prima pagina de Il Capitale si legge: «Dedico al mio indimenticabile amico, l'ardito, fedele, nobile pioniere del proletariato Wilhelm Wolff, nato a Tarnau il 21 giugno 1809, morto in esilio a Manchester il 9 maggio 1864».

Se si pensa che la prima nota di Marx nella Prefazione alla prima edizione de Il Capitale è dedicata a fare a pezzi l'esponente del socialismo tedesco Ferdinand Lassalle[3], prima «vittima» in quel testo della corrosiva capacità critica e polemica del Moro, si può gustare appieno il valore della dedica a Wolff.

Wilhelm Wolff è quindi «l'indimenticabile amico» di Karl Marx. Una amicizia militante.

Mario Tronti, a proposito dello stile di militanza operaista, ha scritto:


«Nel nostro caso, la religione antica dell’amicizia lascia il posto alla politica moderna dell’amicizia/inimicizia. L’amico/nemico non è, come banalmente si pensa, una teoria del nemico. È, appunto, una teoria e una pratica, dell’amico e del nemico. Siamo diventati, e siamo rimasti, anche sentimentalmente, amici per il fatto che abbiamo trovato e ritrovato, politicamente, di fronte a noi un comune nemico... Il cemento di quell’amicizia politica è una ben specifica e determinata e consaputa inimicizia sociale. L'aver individuato, subito, più che un riferimento, un contrasto. Non uno "stare con", ma un "essere contro". Non una "scelta per", ma una "lotta a"»[4].


La riflessione di Tronti ha un valore specifico, si colloca all'interno di una esperienza e di un tempo preciso. Ma il tema dell'amicizia militante ha una sua dimensione da esplorare. Di certo l'assenza della tonalità dell'amicizia politica, la mancanza di quel pathos, rischia di inaridire l'esperienza militante. L'amicizia è irriducibile al semplice concetto di alleanza, al comune agire per un fine comune, e chi ha gustato il piacere dell'amicizia politica, sa di aver avuto una bella fortuna nella vita. Chi non prova un brivido di invidia quando legge queste parole di Tronti: «Di queste persone, che ho incontrato e frequentato in «Quaderni rossi» prima, in «classe operaia» dopo, io non ho più trovato, se non in alcuni casi di militanza di base del Pci, un valore umano più alto, un più disinteressato agire pubblico, una più completa assenza di ambizione personale, un più semplice sentimento di adesione a un impegno e, non da ultimo, una più disincantata autoironica condivisione per un’impresa collettiva»? Chi non vorrebbe poter dire la stessa cosa dei propri compagni?

Anche l'amicizia di Wolff e Marx (e di Wolff con Engels, naturalmente) si colloca e si cementa nella dimensione della politica moderna, forgiata in quel caso dal passaggio della rivoluzione tedesca del 1848, dalla comune militanza nella Lega dei comunisti, dalla partecipazione all'esperienza della redazione della «Neue Rheinische Zeitung» dall'esperienza dell'esilio.

È Engels a tracciare in un lungo articolo un mirabile ritratto di Wolff [5], che ha conosciuto insieme a Marx nel 1846 in esilio, nei sobborghi di Bruxelles. Al momento di quest'incontro, Wolff è fuggito dalle prigioni prussiane, dove è stato rinchiuso per reati di stampa, mentre Marx ed Engels sono impegnati a scrivere l'Ideologia tedesca, a «mettere in chiaro, con un lavoro comune, il contrasto tra il nostro modo di vedere e la concezione ideologica della filosofia tedesca, di fare i conti, in realtà, con la nostra anteriore coscienza filosofica»[6].

«Ci trovammo di fronte un uomo piccolo ma di costitu­zione decisamente robusta; l'espressione del viso comunicava sia benevolenza, sia una tranquilla risolutezza: la figura di un contadino tedesco-orientale nei panni di un abitante di una piccola città dell'est della Germania». Ma sotto l'aspetto poco appariscente, si rivela ben presto la realtà di un uomo non comune: «il suo spirito, formatosi con finezza alla scuola dell'antichità classica, il suo ricco senso dell'umorismo, la sua chiara comprensione delle difficili questioni teoriche, il suo odio ardente contro tutti gli oppres­sori delle masse del popolo, il suo carattere energico e tuttavia calmo; ci vollero invece lunghi anni di attività comune e dì rapporti amichevoli durante la lotta, la vittoria e la sconfitta, i momenti buoni e quelli brutti per sperimentare appieno la sua irremovibile forza di carattere, la sua fidatezza assoluta, al di là di ogni dubbio, il suo senso del dovere ugualmente severo e intransigente verso il nemico, l'amico e verso se stesso»[7]. Eccoli qui molti degli elementi enumerati da Tronti.

Wilhelm Wolff nasce nel 1809 in Slesia, la regione orientale tedesca, la sua città natale oggi si chiama Tarnów e, dopo gli avvenimenti della Seconda guerra mondiale, si trova in Polonia. Più vecchio di una decina d'anni di Marx e di Engels, Wolff è figlio di un contadino slesiano che gestiva una taverna in cui aveva sede il tribunale del villaggio, ancora di fatto sottoposto al servaggio feudale e alle corvée, nonostante la loro abolizione avvenuta nel 1810. Wolff riesce a studiare al ginnasio di Schweidnitz e all'università a Breslavia, pagandosi tra mille stenti e privazioni gli studi con lezioni private. Studioso non pedante di filologia, è un appassionato cultore della letteratura classica greca e romana. Membro di una associazione studentesca, la Burschenschaft, coinvolto nei moti studenteschi del 1833, è arrestato l'anno successivo, processato e condannato a otto anni. È graziato nel 1838 per le sue precarie condizioni di salute, dovute alla sua permanenza per anni nelle malsane casematte della fortezza di Silberberg. Non avendo potuto concludere il suo percorso di studi universitari a causa dell'arresto, non può insegnare, e il governo prussiano gli nega anche l'autorizzazione per dare lezioni private. Per vivere diventa per alcuni anni istitutore privato in una famiglia polacca.

Tornato a Breslavia nel 1842, ottiene finalmente l'autorizzazione per dare lezioni private. Riprende, negli stretti limiti della censura prussiana, a denunciare le condizioni illiberali del tempo:


«Il tribunale superiore per la censura, allora appena insediato, non aveva cliente abituale più ostinato del docente privato Wolff di Breslavia, il quale si ripresentava continuamente. Niente lo divertiva di più che buggerare la censura; la cosa non era poi molto difficile, data la stupidità della maggior parte dei censori, una volta che se ne conoscessero i lati deboli».


Nel 1843 Wolff pubblica sulla «Breslauer Zeitung» l'articolo sulle miserevoli abitazioni in cui abitano gli operai di Breslavia, le «Casematte», che gli procura il soprannome di “Wolff delle casematte»[8]. È uno straordinario viaggio nella povertà assoluta, nel freddo, nelle stanze di questo edificio impossibile da scaldare per le finestre rivestite a mala pena di carta incollata, per le stufe fessurate, nei panni inadeguati con cui si vestono i suoi abitanti, la povertà dei giacigli, la loro umidità, la cattiva alimentazione, la sovrappopolazione delle stanze, la devastazione morale che caratterizza questo ambiente degradato. Wolff denuncia il fatto che nelle casematte è «semplicemente ammassata la stessa miseria che, guardando bene, si può vedere in migliaia e migliaia di abitazioni, ovunque nella nostra città. E non soltanto a Breslavia». E se il solo rimedio a questa sofferenza è «l'estirpazione della povertà», Wolff propone nell'articolo, in primo luogo al comune e ai consiglieri comunali, un piano di interventi immediati per lenire questa situazione. La contrapposizione tra la Bratislava borghese e quella della povertà è sottolineata da Wolff, e questo articolo richiama i contenuti del quasi contemporaneo La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels, dato alle stampe nel 1845.

In quell'anno Wolff pubblica nel «Deutschen Bürgerbuch» di Darmstadt Miseria e rivolta in Slesia[9], un'ampia ricostruzione dei sanguinosi incidenti scoppiati nell'estate del 1844 in Slesia, della loro origine nel processo di concorrenza determinato dall'introduzione delle macchine per filare e tessere, che sta travolgendo tessitori e filatori, diminuendo i salari di questi lavoratori e riducendo le loro famiglia in una miseria disperata. Wolff ricostruisce il contesto e gli sviluppi della rivolta scoppiata nel giugno 1844, quando una colonna di tessitori arriva davanti alla casa dei fratelli Zwanziger a Kappellenberg. «La folla fece irruzione nel palazzo: forzò tutte le camere, le volte, le soffitte e le cantine e fracassò tutto, dalle sontuose finestre a specchio ai trumeau, alle stufe, alle porcellane, ai mobili fino alle ringhiere delle scale; strappò i libri, le cambiali e le carte; penetrò nella dépendance, nelle rimesse, nello stenditoio, verso il mangano, nel magazzino e gettò dalle finestre la merce e le scorte, che furono lacerate, fatte a pezzi e calpestate oppure, come se fosse la fiera di Lipsia, distribuite agli astanti»[10]. Come in una jacquerie medievale, gli operai passano di casa padronale in casa padronale, distruggendole o contrattando regalie. Alla rivolta seguono la repressione egli arresti, ma, scrive Wolfff a conclusione del suo articolo, «chi ha riflettuto seriamente sulla natura della proprietà privata e sulle sue conseguenze, non spera che alcuni palliativi temporanei possano curare radicalmente i mali del tempo. Solo una riorganizzazione, una ristrutturazione della società sul principio della solidarietà, della reciprocità e della collettività, in una parola della giustizia, può condurci alla pace e alla felicità»[11].

La rivolta dei tessitori slesiani, è resa immortale dalla poesia del poeta HeinrichHeine, in quegli anni amico di Marx, Die schlesischen Weber (I tessitori della Slesia) [12], tradotta in Italia da Giosuè Carducci:


Non han ne gli sbarrati occhi una lacrima, Ma digrignano i denti e a’ telai stanno. Tessiam, Germania, il tuo lenzuolo funebre, E tre maledizion l’ordito fanno – Tessiam, tessiam, tessiamo!


Le tre maledizioni dei tessitori slesiani sono: «Maledetto il buon Dio!», pregato inutilmente nei freddi inverni, «E maledetto il re! de i gentiluomini, de i ricchi» e «Maledetta la patria, ove alta solo cresce l’infamia e l’abominazione!»L'attività di denuncia mette Wolff nel mirino della polizia, nel 1846 è condannato a tre anni di fortezza dalla Corte di Appello di Breslavia. Per evitare l'arresto lascia la città slesiana, raggiunge Amburgo e quindi Londra, per approdare poi a Bruxelles. A Londra aderisce all'Associazione comunista tedesca di Educazione Operaia.

Nella primavera 1846 come abbiamo visto giunge a Bruxelles, che prima del 1848 tollera la presenza di esuli e rivoluzionari, e che grazie alla sua posizione permette di mantenere stretti contatti con i gruppi radicali democratici tedeschi. Qui inizia a collaborare con Marx, Engels, Hess alla Deutsche Brüsseler Zeitung. Entra così a far parte della cerchia stretta di Marx, diventandone amico fino alla morte. Un'amicizia che «ha resistito a tutte le tempeste».

Diviene segretario del Comitato comunista di Corrispondenza di Bruxelles, mantenendo i rapporti con gli operai slesiani, ed è un oratore apprezzato dalle associazioni operaie tedesche in Belgio. Nel 1847 aderisce alla Lega dei giusti con Marx ed Engels e nel giugno di quell'anno partecipa al primo congresso della Lega dei comunisti a Londra come delegato del Comitato di Bruxelles. È in quel congresso che Engels impone il motto "Proletari di tutti i paesi unitevi!"[13] e che si procede a una profonda riorganizzazione della Lega anche da un punto di vista teorico, che porterà al Manifesto di Marx ed Engels.

Intanto a Bruxelles il Comitato di corrispondenza si era trasformato in un Circolo di studi dei lavoratori tedeschi, organizzazione legale per coprire l'attività della Lega dei comunisti. Si tenevano due riunioni alla settimana, la prima il mercoledì, durante la quale si svolgevano conferenze, tenute in genere da Marx. Di una di queste abbiamo il resoconto in Lavoro salariato e capitale. «La domenica era dedicata ad adunanze ricreative; s'incominciava sempre con una rassegna di attualità di Wilhelm Wolff, "che era ogni volta un capolavoro di descrizione popolare, potente e umoristica, che bollava tra l'altro le grettezze e le bassezze dei governanti e dei governati in Germania"»[14].

Allo scoppio della rivoluzione a Parigi nel febbraio 1848, Wolff è arrestato con indosso un pugnale durante una manifestazione a Bruxelles nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, quindi espulso dal Belgio verso la Francia. L'andamento di quella manifestazione è raccontato da Stephan Born: «La fanteria avanzò irresistibile, con le baionette abbassate, e la cavalleria caricò al galoppo su un lato della piazza, rasente il marciapiede. La folla si diede alla fuga, Io stavo sul marciapiede accanto a Engels, davanti all'ingresso di uno dei tanti caffè; alla mia destra si trovava Wilhelm Wolff, uno dei tedeschi più amati che vivessero allora a Bruxelles. Improvvisamente un cavaliere piomba su di lui, si sporge dal cavallo, che è salito sul marciapiede, afferra saldamente il piccolo Wolff per il bavero e lo porta via con sé»[15]. Qualche giorno dopo anche Marx sarà espulso dalla capitale belga.

Franz Mehring, biografo di Marx, scrive che Wolff «apparteneva a quelle nobili nature che, secondo la parola del poeta, pàgano di persona»[16].

A Parigi Wolff entra a far parte del Comitato centrale della Lega dei comunisti e sottoscrive le 17 Rivendicazioni del Partito comunista della Germania[17]. Rientrato in Germania nell'aprile per un giro di comizi, arrivato a Breslavia svolge una intensa attività di propaganda, a maggio è eletto vicedeputato per Breslavia all'Assemblea nazionale costituente di Francoforte.

Il 1° giugno 1848 esce il primo numero della «Neue Rheinische Zeitung», Marx è il direttore, Wolff è uno dei redattori. A settembre è ricercato dalla procura di Colonia, per aver organizzato con Engels un movimento di protesta contro l'aggressività dei soldati nei confronti dei civili e contro la reazione in Prussia. Il 13 settembre, in occasione di un grande raduno, su proposta di Engels è approvata una mozione nella quale si invita l'Assemblea costituente a non cedere neanche di fronte alle baionette e a resistere, «e su proposta di Wilhelm Wolff, appoggiata da Engels, il movimento decise di creare un Comitato di salute pubblica per dare al popolo di Colonia una rappresentanza costituzionale, mai esistita sino allora»[18]. Il 25 settembre Colonia è attraversata da una forte tensione, la polizia iniziò ad arrestare diversi esponenti democratici e solo l'intervento di Marx e di Bürgers impediscono uno scontro devastante tra gli operai e le truppe. Un mandato di cattura viene spiccato contro Engels, Dronke e contro Wilhelm e Ferdinand Wolff. Wolff rientrato a Colonia in clandestinità, continua a collaborare con Marx alla ripresa della pubblicazione delle «Neue Rheinische Zeitung»: «solo Marx era rimasto in circolazione... Per il lavoro egli poteva contare sulla collaborazione segreta di Wilhelm Wolff; questi si teneva nascosto, ma da casa sua, attraverso un ponticello, poteva passare dalla camera da letto in redazione»[19] al n° 17 di Unter Hutmacher! Tra il febbraio e il marzo 1849 Wolff si trova come sempre al fianco di Marx ed Engels nella discussione se riorganizzare o meno la Lega dei comunisti, «guidarono il dibattito soprattutto Marx, Engels e Wolff da una parte, Shapper e Moll dall'altra. Marx dichiarò che finché continuavano a esistere libertà di parola e di stampa, la Lega era inutile»[20]. Il 22 marzo 1849 compare l'articolo di Wolff dal titolo Anche un miliardo, rivolto ai contadini della Germania[21] dell'est. Wolff guida la battaglia contro il feudalesimo che la borghesia tedesca, per timore del proletariato, si rifiuta di combattere. Scrive Engels che «Wilhelm Wolff, nel Miliardo slesiano (otto articoli), ricordava ai contadini slesiani come, nel riscatto degli oneri feudali, i proprietari fondiari, aiutati dal governo, li avessero defraudati sia del denaro sia della proprietà della terra e reclamava un miliardo di talleri di indennizzo»[22]. Sono i contadini che devono essere risarciti per il furto perpetrato dai signori, tuona Wolff, rovesciando come un guanto la logica del provvedimento legislativo francese approvato nel 1825 sotto il regno di Carlo X, nota come «legge del miliardo» volta a indennizzare gli aristocratici fuggiti durante la Grande Rivoluzione.

Ma la rivoluzione in Germania volge al tramonto tra gli ultimi duri sussulti. Il 15 aprile 1849 Marx e gli altri comunisti si dimettono da membri del comitato regionale delle Associazioni democratiche, sancendo la rottura tra organizzazioni democratiche e operaie: «I cittadini Marx, Schapper, Anneke e Wolff dichiarano unanimi: «Secondo noi l'organizzazione attuale delle Associazioni democratiche racchiude in sé troppi elementi eterogenei perché sia possibile un'attività proficua per la nostra causa. Siamo piuttosto dell'opinione che sia da preferire uno stretto collegamento delle Associazioni operaie, poiché esse sono composte dagli stessi elementi. Perciò da oggi ci dimettiamo dalla giunta dl circolo renano delle Associazioni democratiche»[23] . Il 19 maggio del 1849 esce l'ultimo numero «Neue Rheinische Zeitung», stampato con inchiostro rosso, in cui campeggia il poema di commiato del poeta tedesco Ferdinand Freiligrath. Wolff pronuncia all'Assembla Nazionale di Francoforte un durissimo discorso nel quale denuncia l'ignavia e l'inerzia dell'Assemblea di fronte alla necessità di difendere la rivoluzione, che si limita invece a lanciare un fiacco e inadeguato «Proclama al popolo tedesco». Wolff intervenendo in quell'occasione contro questo Proclama, incita ancora una volta il popolo a «opporre ai cannoni dei Russi[24] la forza», e quando viene richiamato all'ordine per aver oltrepassato ogni limite per aver chiamato l'Arciduca Reggente dell'Impero traditore del popolo, Wolff risponde di «aver voluto oltrepassare i limiti e che sia lui [il Reggente] che i suoi ministri sono dei traditori»[25].

Esule a Zurigo, è costretto a lasciare la Svizzera e a raggiungere Londra nell'estate 1851, riunendosi a Marx ed Engels, nel gennaio 1853 si trasferisce a Manchester, dopo aver pensato più volte di raggiungere l'America, e torna a svolgere l'attività di insegnante privato. Scrive Engles: «Per molti anni Wolff fu l'unico compagno che condividesse le mie idee a Manchester: non stupisce dunque che ci vedessimo quasi ogni giorno e che io anche allora abbia avuto l'occasione di ammirare la sua capacità di formulare, a proposito dei fatti del giorno, giudizi esatti quasi per istinto»[26]. Indicato in un rapporto informativo della polizia prussiana a Londra del 1852-53 come uno dei capi del partito comunista, partecipa alle vicende dell'esilio di una generazione di rivoluzionari tedeschi, costretti spesso a scegliere tra l'Inghilterra e l'America. In quegli anni collabora con Marx nella difesa degli aderenti alla Lega dei comunisti processati e condannati nel 1852 a Colonia, a seguito dell'arresto il 10 maggio 1851 a Lipsia di Nôthjung, a cui erano seguiti gli arresti di Burgers, Roeser, Daniels, Becker e altri aderenti alla Lega. Il 4 ottobre 1852 i detenuti erano comparsi davanti all'assise di Colonia sotto l'imputazione di complotto e alto tradimento diretto contro lo Stato prussiano. Prende parte alla raccolta della documentazione necessaria alla serrata lotta politica e giuridica che Marx ingaggia contro Karl Vogt, ex capo della sinistra al parlamento di Francoforte, che dalla svizzera aveva intentato causa a un giornale tedesco di Londra che lo aveva accusato di essere al soldo di Napoleone III, coinvolgendo Marx che fu costretto a difendere la propria onorabilità con un ampio e indigesto pamphlet, Herr Vogt, pubblicato nel 1860 con l'obiettivo di svelare il ruolo di provocazione giocato da Vogt, libro che Wolff ed Engels giudicarono, a sorpresa, «l'opera migliore di Karl»[27], a quanto riferiva Jenny Marx.

L'emigrazione politica tedesca in Inghilterra ha pesanti strascichi, anche nelle vite delle persone e nelle relazioni. Lo si coglie nei commenti nelle lettere scambiate da Engels e Marx. Marx scrive che «Lupus grows from day to day older and becomes more crotchety [diventa di giorno in giorno più vecchio e capriccioso]»[28]. Engels annota che «Lupus sembra andare in giro molto solo»[29], per non dire dell'aspro litigio che coinvolge Marx e Wolff, piombato in casa Marx a chiedere indietro una grammatica spagnola che Marx non trova. «Può rivendicare il privilegio di essere un "vecchio brontolone", ma non deve abusarne»[30]. Sono anni in cui l'amarezza si fa strada. Marx scrive che «fra le tante cose sgradevoli che io sopporto qui da anni le peggiori mi sono state regolarmente procurate da cosiddetti compagni di partito: il rosso Wolff [Ferdinand], Lupus, Dronke ecc.»[31].

È ancora la moglie di Marx, Jenny, a riferire un'immagine affettuosa, di rivoluzionario ormai in disarmo, degli ultimi anni di Wolff: «È ancora tutto lui, il buon vecchio Lupus dal cuore d'oro, servizievole e dai modi plebei. È riverito da tutti e combatte le sue battaglie essenzialmente contro la padrona di casa, che ora sottrae un po' di tè al vecchio scapolone, ora gli lesina lo zucchero, ora trova da ridire sul carbone»[32].

Il carteggio tra Engels e Marx nei giorni tra la fine di aprile e l'inizio di maggio del 1864 hanno come principale argomento la condizione del «poor Lupus», il precipitare della situazione di salute di Wolff, dall'iniziale tormento per i terribili dolori alla testa, il torpore, il parlare confuso, fino allo stato allucinatorio dell'agonia. Marx si precipita a Manchester dove ha un ultimo incontro con Wolff: «Quando arrivai da Londra, mi recai a vederlo la sera stessa; ma era in coma. Il giorno seguente mi ha riconosciuto. L'ho visto con Engels e i due medici, mentre andavamo via esclamò (con voce debole): tornate a trovarmi. È stato un momento di luce. Subito dopo è ricaduto nella sua apatia... Da venerdì sera fino al suo trapasso, è stato in coma. Tanto è durata, ma senza sofferenze per lui l'agonia... Con lui se n'è andato uno dei nostri pochi amici e compagni di lotta. Era un uomo nel senso migliore della parola»[33].

A distanza di tanti anni, quando Paul Lafargue vuole indicare il ruolo di «guida sicura in cui tutti avevano la fiducia più completa, anche riguardo alle cose che uscivano dalla sua competenza», fa riferimento proprio all'episodio della morte di Wolff, quando Engels e i suoi amici, non volendo credere al verdetto nefasto dei medici, telegrafano a Marx per farlo venire a Manchester e sentire la sua opinione[34].

La morte di Wolff è descritta minutamente in una lettera di Engels a Joseph Weydemeyer: «Avrai sentito dire che il nostro povero Lupus è morto il 9 maggio di quest'anno. È stata una perdita ben diversa per il partito che non quella di Lassalle. Un uomo così fermo e saldo, che sapeva parlare al popolo in quel modo e si trovava al posto giusto nel momento più difficile, non lo riavremo più. Per 4 settimane intere ha avuto il più orribile mal di testa, il suo medico tedesco lo trascurava, e alla fine gli è scoppiata un'arteria a causa dell'enorme quantità di sangue accumulatasi nel cervello, ha perduto gradualmente la conoscenza ed è morto 10 giorni dopo»[35].

Il funerale di Wolff, «la sepoltura del nostro bravo camerata,» si tiene il 13 maggio. Marx pronuncia una breve orazione funebre. «La cosa mi ha molto commosso - scrive a Jenny lo stesso giorno - sicché la voce mi è venuta a mancare un paio di volte»[36].

Il 10 giugno di quel 1864, a un mese dalla morte di Wolff, Jenny von Westphalen, moglie di Marx, scrive a Karl Friedrich Moritz Elsner, slesiano, e autore sulla «Breslauer Zeitung» di un necrologio di Lupus, materiali e documenti in particolare sul primo periodo della sua vita, perché Marx «scriverebbe volentieri una biografia abbastanza lunga su di lui»[37], come aveva già anche anticipato Engels, che progetta una biografia da stampare come opuscolo in Germania, avendo come appendice la discussione parlamentare del 1849 (sarà poi Engels a 1876 a stendere questa biografia).

Alla sua morte si scopre che quell'uomo semplice che aveva sempre condotto una vita così modesta era riuscito a metter da parte un rispettabile patrimonio di mille sterline, che in buona parte finiranno alla famiglia Marx «Per noi - scrive Jenny Marx nel 1865 - fu un grosso aiuto, che ci diede un anno senza preoccupazioni»[38].

Indubbiamente Marx beneficiò di questo lascito importante, che gli permise di avvicinarsi con maggiore tranquillità alla pubblicazione del primo libro della sua opera più importante, che Engels gli sollecitava dal 1859.

Wilhelm Wolff è stato certamente un comunista, un militante rivoluzionario appassionato. Per il suo schierarsi in difesa dei lavoratori e per aver costruito organizzazione, per aver cercato di fare la rivoluzione, ha pagato con il carcere e con l'esilio. Ha saputo unire a questa sua dote militante, il senso dell'amicizia profonda con Marx e con Engels. Nell'epistolario Engels-Marx, Marx chiude spessissimo le sue lettere all'amico a Manchester con la formula «I miei migliori saluti a te e a Lupus». Quel 9 maggio 1864 quando muore Lupus, scrive Engels: «Marx e io perdemmo l'amico più caro e la rivoluzione tedesca dovette fare a meno di un uomo di insostituibile valore»[39].

Paul Lafargue, autore de Il diritto all'ozio[40] e genero di Marx avendo sposato la secondogenita Laura, descrive nel 1890 lo studio di Marx in Maitland Park Road a Londra: scansie e tavoli pieni di libri, giornali, manoscritti e carte, «sul caminetto, altri libri, e, alla rinfusa, sigari, fiammiferi, tabacchiera, fermacarte, fotografie delle figlie, della moglie, di Wilhelm Wolff, di Friedrich Engels»[41].

Per concludere, piace ricordare Wilhlem Wolff, detto Lupus, flâneur nella notte di Manchester, come descritto con affettuosa irriverenza da Engels in una lettera a Marx:


«Lupus naturalmente era stato a far bisboccia con noi: secondo il solito, scappa via ubriaco come una bestia, senza che lo si possa trattenere, si perde per strada, va a finire all'altro capo della città, nella direzione opposta alla sua; in una bettolaccia offre da bere al banco a sei maquereaux [magnaccia] e due puttane, fa vedere del denaro e se ne va, i maquereaux dietro e così via, questo il suo account... insomma il y a des choses che M. Lupus veut cacher, sans doute quelques vielle fille»[42].



Note [1] M. Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883, Einaudi, Torino 2018. [2] Il giovane Karl Marx, regia di Raoul Peck, DVD, Feltrinelli, Milano 2018. [3] Dopo aver accusato Lassalle di aver mal inteso il suo pensiero, Marx scrive: «Lassalle ha preso a prestito dai miei scritti, quasi alla lettera, fino a servirsi della terminologia creata da me, tutte le proposizioni teoriche generali dei suoi lavori economici, p. es. quelle sul carattere storico del capitale, sul nesso fra rapporti di produzione e modo di produzione, ecc., e non ha mai citato le sue fonti: ma tale procedimento è stato determinato certo da considerazioni di propaganda. Naturalmente, non parlo delle sue amplificazioni dei particolari né delle sue applicazioni pratiche, con le quali io non ho niente a che fare». K. Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica, libro I, vol. 1, Edizioni Rinascita, Roma 1951, p. 15. [4] M. Tronti, Noi operaisti, Deriveapprodi, Roma 2009, pp. 9-10. [5] F. Engels, Wilhelm Wolff, in W. Wolff, Il miliardo slesiano ed altri scritti, Edizioni Lotta Comunista, Milano 1998, pp. 15-41 [6] Marx, Per la critica dell'economia politica, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 6. [7] W. Wolff, Il miliardo slesiano, cit., p. 19. [8] W. Wolf, Le casematte, in W. Wolff, Il miliardo slesiano, cit., pp. 127-134. [9] W. Wolff, Il miliardo slesiano, cit., 135-162. [10] Ivi, p. 154. [11] Ivi, p. 162. [12] Alla rivolta slesiana Gerhart Hauptmann dedica nel 1892 anche il dramma I tessitori, che è stato recentemente ristampato: G. Hauptmann, I tessitori, Edizioni clandestine, Massa 2019. [13] L'andamento del congresso di Londra è ben rappresentato nel film Il giovane Karl Marx. [14] B. Nikolaevskij - O. Maenchen-Helfen, Karl Marx. La vita e l'opera, Einaudi, Torino 1969, p. 155. [15] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels. Testimonianze sulla vita di Marx e Engels, Feltrinelli, Milano 2019, pp. 80-81. [16] F. Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 137. [17] Le diciassette Rivendicazioni si possono leggere in F. Engels, Per la storia della Lega dei Comunisti, in K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 26, Scritti di Engels maggio 1883 - dicembre 1889, Edizioni Lotta Comunista, Milano 2019, pp. 261-262. [18] G. Mayer, Friedrich Engels. La vita e l'opera, Einaudi, Torino 1969, pp. 101-102. [19] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, cit., p. 103. [20] Ivi, p. 112. [21] L'interesse per la questione dei contadini è ben presente nel pensiero di Marx ed Engels, basti pensare al testo di Engels La guerra dei contadini del 1850 o a La questione contadina in Francia e in Germania scritto nel 1894. Nella socialdemocrazia tedesca, d'altra parte, si pensi alla risonanza che ebbe il ponderoso studio di K. Kautsky, La questione agraria, Feltrinelli, Milano 1971. [22] F. Engels, Marx e la Neue Rheinische Zeitung, in K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 26, Scritti di Engels, cit., p. 65. [23] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, cit., p. 113. [24] «Con russi, intendo prussiani, austriaci, bavaresi, hannoveriani», in K. Marx, Herr Vogt, in K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 17, Scritti ottobre 1859 - dicembre 1860, edizioni Lotta Comunista, Milano 2021, p. 135. Le truppe russe stavano frattanto marciando sull'Ungheria. [25] W. Wolff, Il miliardo slesiano, cit., p. 37. «E quando Guglielmo Wolff, deputato della Slesia, uno dei redattori della Nuova Gazzetta Renana, chiese loro di dichiarare fuori legge il reggente dell'impero - il quale, come egli giustamente dichiarò, non era altro che il primo e principale traditore dell'impero - venne accolto con grida di sdegno unanime e virtuoso da questi democratici rivoluzionari», in K. Marx - F. Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, Edizioni Rinascita, Roma 1949, p. 131. Il discorso di Wolff è riportato integralmente anche in K. Marx, Herr Vogt, in K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 17, cit., pp. 135-136. [26] F. Engels, Wilhelm Wolff, in W. Wolff, Il miliardo slesiano, cit., p. 41. [27] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, cit., p.236. [28] K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 39, Lettere gennaio 1852 - dicembre 1855, edizioni Lotta Comunista, Milano 2021, p. 261. Lettera di Marx a Engels del 10 marzo 1853. [29] Ivi, p. 272. Lettera di Engels a Weydemeyer del 12 aprile 1853. [30] Ivi, p. 320. Lettera di Marx a Engels del 7 settembre 1853. [31] Ivi, p. 330. Lettera di Marx a Engels dell'8 ottobre 1853. [32] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, cit., p.238. [33] K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 41, Lettere gennaio 1860 - settembre 1864, edizioni Lotta Comunista, Milano 2019, p. 463. Lettera a Jenny von Westphalen del 9 maggio 1864. [34] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, cit., p.275. [35] K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 42, Lettere ottobre 1864 - dicembre 1867, edizioni Lotta Comunista, Milano 2020, pp. 46-47 [36]K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 41, Lettere, cit., p. 464. Lettera di Marx a Jenny von Westphalen del 13 maggio 1864. [37] Ivi, p. 509. Lettera di Jenny von Westphalen a Karl Friedrich Moritz Elsner del 10 giugno 1864. [38] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, cit., p.245. [39] F. Engels, Wilhelm Wolff, in W. Wolff, Il miliardo slesiano, cit., p. 41. [40] P. Lafargue, Il diritto all'ozio, La vita felice, Milano 2016. [41] H. M. Enzensberger, Colloqui con Marx e Engels, cit., p.252. [42] K. Marx - F. Engels, Opere, vol. 39, Lettere, cit., p. 363. Lettera di Engels a Marx del 3 aprile 1854.