Una rivolta senza rivoluzione


Maurizio Cannavacciuolo, Ritratto di gentiluomo, 2000, olio su tela, 200x270 cm



Il testo che qui pubblichiamo di Benedetto Vecchi – responsabile per decenni delle pagine culturali de «il manifesto», e tra i fondatori di DeriveApprodi» – è un suo inedito. L’ultimo suo scritto che ci ha consegnato la sera prima di cedere a una malattia contro la quale aveva combattuto a lungo con grande coraggio e dignità. Era stato pensato per il secondo volume di Kritik. Prontuario di sopravvivenza all’agonia del capitale, progetto editoriale poi confluito all’interno di quello, molto più ampio, di «Machina». E questo numero zero di «Machina» a Benedetto dedichiamo, in attesa di poterlo ricordare con un grande evento in suo onore e memoria.



Non c’è stato continente che non sia stato citato nei dispacci o nei post dei social network che annunciavano il fatto che le strade erano piene di uomini e donne indignati, furenti, semplicemente indisponibili a continuare la solita vita di ogni giorno. Venezuela, Bolivia, Cile, Brasile, ma anche India, Iraq, Libano, Catalogna, Stati uniti, Messico, Hong Kong, Italia. Elenco parziale per manifestazioni e mobilitazioni, ognuna differente, ognuna nata con motivazioni specifiche al contesto locale che le ha viste crescere. Spesso sono rivolte, tumulti, insurrezioni che nascono in opposizione allo status quo: talvolta, raramente, nutrono una nostalgia per il passato, rivendicando il ritorno a uno status quo ante. Sono tuttavia forme di azione collettiva che vengono lette indipendentemente dalla differenza sessuale che li scandisce. La marea femminista, le performance di Non una di meno hanno, laddove investe il tran tran di una quotidianità spesso scandita da patriarcato, oppressione casalinga, violenza sessuale e femminicidio, cioè il sapore di una radicalità irriverente, molto distante da quella prospettata da un assaltatore di un supermercato in qualche metropoli. C’è però una iconografia che ha accompagnato questa onda globale. È una sequenza fotografica che viene dall’America Latina. Ritrae un manifestante che placca e atterra un poliziotto. Conviene soffermarsi sulle foto. Il poliziotto evoca un robocop, perché indossa una tuta, meglio un’armatura che ricorda un esoscheletro di un robot. Non si coglie nulla del volto dell’uomo che lo indossa. Ma anche il manifestante ha un volto irriconoscibile. Indossa però una maglietta e pantaloni come tanti. Il suo corpo è cioè protetto al minimo, ma la postura del ribelle, del manifestante travisato e pronto a rimanere invisibile e irriconoscibile al potere non lo rende così diverso dai giovani vestiti rigorosamente di nero di Hong Kong, che nella serialità dell’abbigliamento e dei colori vedono la via maestra per sottrarsi allo sguardo penetrante e alle tecnologie del controllo costituite da sistemi di videosorveglianza e sofisticati software per il riconoscimento facciale che usano modalità e tecniche di analisi dell’intelligenza artificiale. La sequenza fotografica ha fatto il giro dei social network. Immancabili i commenti di chi vi vede l’espressione di un potere costituito potente e tecnologico, ma tuttavia sconfitto dal potere disarmato ma dirompente del popolo. C’è da diffidare da tale lettura. Sia ben chiaro. L’onda globale di mobilitazione di questi ultimi anni è stata considerata un incubo da parte di chi ha amministrato il potere. Erano anni che una così diffusa, capillare mobilitazione non colpiva il mondo. È cioè dalle cosiddette Primavere arabe, da Occupy e dagli Indignados che rivolte globali non scuotevano la superficie liscia dello sviluppo capitalistico. Ma in quella occasione le differenze non costituivano la caratteristica principale. Con un gioco di parole che la filosofia conosce bene, possiamo qualificare quello di allora come un fenomeno attinente a rivolte segnate da ripetizione e poca differenza. Invece, quella che abbiamo visto crescere in questo ultimo periodo è stata un’onda alimentata da differenze. Il potere costituito, allora come oggi, ha subito smacchi; è stato cioè messo all’angolo, in difficoltà, ha conosciuto delegittimazione, erosione del consenso sociale, una critica da parte dell’opinione pubblica locale e internazionale. Ma allora, come oggi, non è mai stato messo in discussione fino in fondo. Quella che abbiamo visto crescere è stata cioè un’onda ribelle che si è diffusa a macchia d’olio e in maniera diseguale nel pianeta, lasciando stupiti per la sua capacità di catturare l’attenzione mediatica, ma che non ha prodotto un’organizzazione politica capace di misurarsi con la modificazione dei rapporti sociali che pure voleva sovvertire. È attorno a questo – la crescita della rivolta per differenze – che si impone surplus di attenzione e riflessione. In primo luogo si moltiplicano le parole d’ordine, gli «ordini del discorso» ribelli si arricchiscono di prospettive, capacità di narrare mondi non pacificati, che si riferiscono al saccheggio delle materie prime, alla crescita della povertà nelle metropoli, alla critica delle politiche neoliberiste di austerità, all’espropriazione dei beni comuni da parte delle imprese. Assente, o meglio sullo sfondo, il richiamo alla lotta di classe, al conflitto tra capitale e lavoro. Ma è solo il riflesso di quella articolazione del regime di accumulazione del capitale che rende il welfare state, l’ambiente, la finanza, elementi importanti ma non centrali in ognuno dei processi di valorizzazione del lavoro vivo e del conflitto attorno alla produzione di plusvalore relativo e assoluto, per rimanere a un lessico classicamente marxista. E se qualcuno punta l’indice verso le rivolte di questi anni, è il classico esempio di chi non vuol guardare oltre il proprio naso. Per lui, basta una scrollata di spalle e procedere oltre. Occorre dunque tornare alla sequenza fotografica, che evidenzia le potenzialità politiche delle rivolte, la capacità di misurarsi con la contingenza, ma anche il carattere effimero di quella capacità di rottura. C’è infatti da sgomberare il campo da un equivoco, condizione preliminare per continuare una qualche forma di riflessione. Non si pensa qui alla necessità di un’organizzazione politica centralizzata, un partito cioè a impianto leninista; o a un sindacato impregnato dal sudore della fronte del lavoro manuale. Il lessico della marea ribelle è, come già segnalato, diversificato: assomiglia più a una babele che non a decalogo di una rivoluzione che verrà. Le donne si scagliano contro il potere del patriarcato indicando nel capitalismo l’ambito che ne favorisce lo sviluppo; milioni di ragazzi e ragazze vedono l’orologio della storia accelerare con una devastante distruzione delle risorse ambientali e chiedono di rallentarne la corsa; a nord e a sud dell’equatore c’è chi chiede di invertire la rotta nelle politiche di austerità; in molti chiedono la fine della precarietà nei rapporti di lavoro; generica e diffusa è la richiesta di democratizzare le istituzioni nazionali o internazionali. Talvolta il lessico politico strizza l’occhio alle tematiche dell’identità; talvolta il collante viene lavorato con la summa dell’islam, di Confucio, dei testi Veda, ma sempre come espediente, sotterfugio. La religione come variante del politico è cioè imboccata come una scorciatoia o poco più. Ogni realtà, ogni movimento, elabora cioè un proprio vocabolario, una propria agenda, senza porsi troppo il problema di una generalizzazione globale della propria azione. E questo accade anche per quei movimenti che hanno come vocazione naturale una dimensione globale. I Fridays for future si sono generalizzati in molte città e metropoli del pianeta. In origine c’era solo il gesto altero di una ragazza, ma poi quell’indisponibilità a essere complice della distruzione del pianeta si è diffusa come un virus, coinvolgendo milioni di ragazzi e ragazze. E se Greta Thunberg è diventata il corpo vivente di un modo di pensare e agire l’azione politica ecologista che rompe la gabbia della tradizione militante europea, fatta di linee discriminanti chiare e nette – le imprese inquinano, gli Stati sono loro complici e la scienza è strumento di morte – per questi giovani il futuro non appare così colmo di disperazione e di una catastrofe già consumata. Bensì è la posta in gioco nel presente, dove le imprese capitalistiche possono diventare compagne di strade, così come alleati possono essere gli Stati nazionali, mentre la scienza può diventare, anzi già lo è, l’ambito che può offrire soluzioni al disastro tra ambientale in atto, ma non ancora del tutto consumato. La diffusione virale di questo movimento non avviene tuttavia per volontà politica consapevole, bensì come esito di un rispecchiamento di un modo di essere, di percepire la gravità della situazione, di avere un ambito dove vedere rispecchiate inquietudini, malesseri, ma anche aspirazioni e desideri di miglioramento della propria condizione. All’interno, ovviamente, di un consolidato dispositivo che mette in forma e produce opinione pubblica. Sono cioè sentimenti che attengono alla «cattura» da parte delle piattaforme digitali della cooperazione sociale. Frammenti di stili di vita assunti come oggetto di conquista da parte di quello che viene chiamato «capitalismo della sorveglianza». E se per le imprese tutto ciò si tratta di materie prime da valorizzare economicamente – farci del profitto attraverso l’attivazione di quello che l’economista Shoshana Zuboff chiama ne Il capitalismo della sorveglianza il «surplus comportamentale», cioè i comportamenti di attivazione e di sviluppo delle piattaforme digitali tramite la comunicazione e la condivisione delle proprie emozioni e stati d’animo da parte degli utenti – per i movimenti sociali significa solo una valutazione della capacità virale non necessariamente politica del proprio messaggio. C’è in questa oscillazione tra complicità, subalternità e indifferenza alla «colonizzazione» della vita operata dai dispositivi tecnologici globali, un grumo politico che attende di essere sciolto. Per quel che riguarda il presente ciò significa che l’assenza di ogni dimensione millenarista da parte dei movimenti sociali si traduce nel rifiuto della catastrofe come categoria politica. Non c’è nessun baratro a portata di cammino, né una distruzione imminente da evitare, bensì un degrado ambientale in atto che ha già cambiato stili di vita, di consumo, di accesso all’immane ammasso di merci che è il capitalismo. Più che una catastrofe, i movimenti di rivolta contemporanei sono espressione di quell’antropocene che ha modificato radicalmente i termini del rapporto tra natura e cultura, tra società e habitat naturale. Sono cioè movimenti che esprimono tali mutamenti già consumati nel tempo e negli spazi metropolitani. Quando le notizie dell’Amazzonia che brucia, o di intere regioni divorate dalle fiamme in Australia, Indonesia e in altre paesi, sono rubricate come news consuete, non si tratta di un’operazione di rimozione o di ridimensionamento di fatti che hanno un grande impatto economico, ma di una esemplificazione della crisi di un modello di sviluppo. La loro derubricazione a notizie «standard» nella «fabbrica del consenso» attesta la convinzione ormai diffusa che il cosiddetto antropocene è ormai la condizione esistenziale dell’animale umano. La concezione della natura e la sua «autonomia» dalla «cultura» sono state cioè radicalmente trasformate; e tali trasformazioni sono ormai irreversibili. Pensare al ritorno a una condizione dove esistano ancora confini tra scienza e cultura, tra tecnologia e natura mutante è non solo vano, ma illusorio e criminale dal punto di vista politico. I movimenti sociali operano cioè in una irreversibilità consumata nel tempo e negli spazi appunto metropolitani, per questo sono refrattari a una dimensione millenarista, escatologica della propria azione. Mutuando temi e argomenti dal libro-non libro la Fine del mondo, di Ernesto De Martino, si può dire che i movimenti sociali sono consapevoli del rischio di un’apocalisse sociale e culturale, ma sanno anche che ogni suo annuncio è destinato a infrangersi contro l’incessante lavorio dell’animale umano sul corpo sociale e sulla natura stessa, sia per quanto riguarda l’habitat che la struttura profonda, genetica dei viventi. Quando Ernesto De Martino dà vita al progetto sulla fine del mondo ha in mente l’eclisse del mondo contadino, mentre si alza sotto i suoi occhi, e lo osserva con lo stupore e l’orrore di chi è scosso dal potere del Progresso, il profilo di ciminiere e di contadini che imboccano con speranza le forche caudine della fabbrica. L’antropocene abitato dai ragazzi di Fridays for future è ormai una successione di isole di plastica alla deriva degli oceani. Ma anche in questo, l’escatologia senza annunciazione dell’apocalisse è opportunità politica, chance di trasformazione. Non è un caso che uno degli slogan gridato, o portato nei cartelli da chi manifesta, è «Non si fa giardinaggio», ma una variante proprio della lotta di classe. Tutto ciò per dire che la dimensione ambientale ha una rilevanza imparagonabile con il passato. I conflitti che si sviluppano attorno all’ecologia investono la forma-Stato, la democrazia, le istituzioni del welfare state, il lavoro. Rilevanza, ma non centralità, tuttavia, perché tutti i conflitti portati avanti dai movimenti sociali investono componenti, modalità di azione, forme di governance, «operazioni del capitale» propedeutiche alla riproduzione di un sistema sociale organizzato – o di una forma di vita, come la filosofa tedesca Rahel Jaeggi qualifica il capitalismo –, ma nessuna di esse centrale. Nancy Fraser sostiene che sono «conflitti di confine», cioè si collocano alle frontiere della riproduzione sociale, economica e politica, eludendo tuttavia il «core» del regime di accumulazione capitalistico, la produzione di merci, di plusvalore relativo e assoluto. I movimenti sociali, con i loro tumulti, insurrezioni, rivolte, prendono d’assalto le frontiere del capitalismo, ne erodono la stabilità, colgono elementi dirimenti del suo funzionamento, ma senza la critica marxiana dell’economica politica non riescono però a violare effettivamente i suoi confini, rimangono così costretti a muoversi in spazi strettamente sorvegliati dalle piattaforme digitali e dai dispositivi giuridici nazionali e internazionali che regolano mobilità, mercato del lavoro, produzione e circolazione della conoscenza, come le regole sul copyright, i brevetti e i marchi registrati. La critica della filosofa politica statunitense coglie un limite delle rivolte contemporanee, quello di riuscire a rompere la gabbia economicista di tanto marxismo – la lotta di classe come lotta sostanzialmente economica inerente il bilanciamento tra salario e profitto –, di investire altri modi di funzionamento complessivo del regime di accumulazione, ma di rimuovere sovente cosa accade negli atelier della produzione per privilegiare ciò che David Harvey ha chiamato l’«accumulazione per espropriazione». L’ecologia, il welfare state, il lavoro di cura, la riproduzione altro non sarebbero che conflitti al confine della produzione di merci. Una lettura, questa, che tuttavia conduce proprio a permanere in quella condizione di afasia politica che la Fraser vorrebbe invece «curare». La lezione delle rivolte di questi anni è di segnalare che le distinzioni, le dialettiche che tanto hanno scandito il divenire del pensiero critico hanno fatto il loro corso. Difficile, per questo, pensare alla polarità tra progresso e catastrofe, come anche l’altrimenti avvertito Franco Berardi Bifo continua a riproporre per segnalare l’esigenza di una secessione dei produttori da sapere e conoscenza dalle forme politiche canoniche, sia nella varante liberale che radicale e rivoluzionaria. Quasi impossibile pensare anche a una netta separazione tra sussunzione formale e reale: ormai, a differenza da quanto illustrato da Karl Marx, i due momenti sono intimamente legati. Non c’è cioè un prima – la sussunzione formale che precede quella reale – e un dopo, ma una compresenza; allo stesso tempo un viluppo inestricabile è ormai quello tra lavoro produttivo e improduttivo, dato che il lavoro sans phrase è fatto sì da lavoretti (il lavoro folla tanto amato dalle scienze sociali anglosassoni), ma anche di precarietà diffusa, di lavoro qualificato e di lavoro «povero», dequalificato; di millenials e di nativi digitali, ma anche della vecchia classe operaia industriale; di logistica, di consumo, di produzione manuale e di manufatti culturali all’interno di una natura proteiforme del lavoro che segue tuttavia le gerarchie più o meno soft date dalle linee del colore e del sesso. Ma è però questo «pluralismo» delle forme del lavoro che favorisce anche una moltiplicazione delle forme di insubordinazione a esso, che vanno dalla rivendicazione di reddito, di servizi sociali, di critica alla proprietà intellettuale, al regime di proprietà monopolistica. Quel che emerge dall’azione dei movimenti sociali, più che da una analisi «strutturale» del capitalismo è dunque una riconfigurazione, ricombinazione tra tutti questi momenti. C’è, ma il lessico è sospetto per la pessima storicità che ha avuto nel diamat sovietico, una totalità in azione che fa sì che il capitalismo funzioni appunto come una totalità che si nutre però di differenze, che ha bisogno di differenze, e anche di nutrirle. I «conflitti di confine» di Nancy Fraser sono dunque il viatico, le vie maestre per alimentare e coltivare quelle differenze propedeutiche a innovare forme politiche e produttive del regime di accumulazione. Una situazione altrimenti descrivibile come un vortice, che dagli atelier della produzione conduce a tutte le operazioni del capitale, comprese le mille forme della finanza finalizzate alla realizzazione del valore e alla privatizzazione dei diritti sociali di cittadinanza. Non solo. Il vortice attiene soprattutto il funzionamento dei bacini del lavoro vivo. È nella loro costituzione e governo che si danno «conflitti di confine» funzionali comunque alla produzione di plusvalore relativo e assoluto. È questo l’arcano da svelare. Per provare a farlo occorre una piccola digressione evocando l’analisi economica e la cronaca di queste settimane che vede protagonisti alcuni avvocati del Congo. Il primo aspetto è la rappresentazione dell’attività economica globale come la formazione di un vortice che dagli atelier della produzione coinvolge sempre più freneticamente la distribuzione, il consumo delle merci fino al credito; e ai fantasmagorici strumenti finanziari che fanno della finanza uno strumento di coordinamento dell’attività produttiva a livello globale. È grazie a questo vortice che viene smentita una delle retoriche più forti del capitalismo contemporaneo, cioè che la Rete avrebbe favorito il libero mercato. Quel che si manifesta è la formazione di pochi, potenti monopoli globali basati su piccole e smart imprese. Lo sviluppo con poco lavoro nasce dentro questo vortice, anche se questo non comporta il restringimento dei bacini del lavoro vivo. Semmai, c’è la loro tracimazione, perché rende meno certo e sicuro il confine tra tempo di lavoro e tempo di vita, tra lavoro di cura, di riproduzione e di produzione. Da questo punto di vista, oltre alla moltiplicazione delle forme contrattuali, l’idea del vortice costringe cioè a ripensare anche la separazione e la distanza tra lavoro produttivo e improduttivo. C’è poi la notizia proveniente dalla Repubblica democratica del Congo. Riguarda la class action decisa da un gruppo di congolesi con il supporto della International Rights Advocates (una Ong statunitense) contro alcune multinazionali dell’high-tech accusate di sfruttare le risorse naturali del paese per produrre i loro dispositivi tecnologici. Sotto accusa Apple, Dell, Microsoft, Google e altri marchi del gotha di Silicon Valley assieme a Tesla e al maggior produttore di cobalto, la svizzera Glencore. Una class action significa che la sede per dirimere il conflitto è un’aula di tribunale e che siamo dentro l’universo della quantificazione monetaria dello sfruttamento. Siamo cioè dentro il cerchio di gesso della vittimizzazione e della razzializzazione dello sfruttamento, chioserebbe un teorico o una teorica della «decolonialità». Ma il sopracciglio alzato della purezza rivoluzionaria non è bene accetto, quando si fanno i conti con le rivolte e i movimenti sociali. Sono questi infatti forme dell’agire politico «sporche», ambivalenti, che non seguono le strade maestre della coerenza, bensì della sperimentazione, del passo avanti e due indietro. Ma quel che è rilevante dentro questa idea del bacino del lavoro è che vanno contemplati anche lavori pesanti, faticosi, manuali, come quello dei minatori, così come inestricabile è ormai il legame tra accumulazione per espropriazione e per produzione. Il cosiddetto estrattivismo è cioè fratello gemello del capitalismo dentro e fuori la Rete, alimentando economia di scala, dunque la formazione di grandi monopoli globali. Ma per la scienza triste dell’economia il vortice è funzionale alla spiegazione di tutti i progetti, sperimentazione per ridurre il tempo di realizzazione del valore, e del profitto: più veloce è il vortice, minore è il tempo che intercorre tra produzione di una merce e realizzazione del valore dovuta alla sua vendita. Per il funzionamento dei bacini del lavoro vivo, il vortice significa la necessità di un coordinamento puntuale e veloce delle attività produttive. Qui le tecnologie digitali svolgono il doppio ruolo di sorveglianza, ma svolgono anche funzioni performative della realtà sociale. Di fronte al divenire dei bacini del lavoro vivo, delle potenzialità delle rivolte occorre soffermarsi sul rischio di imboccare scorciatoie o di assumere una postura intellettuale e politica che non aiuta certo a sciogliere i tanti bandoli di altrettante matasse. In tempi recenti si è fatta strada dentro i movimenti la convinzione che una deriva populista di sinistra risolva tutti i problemi. Da una parte, c’è la sottolineatura che il ritorno dello Stato nazione come soggetto politico centrale nei processi di accumulazione sia una tendenza da fare propria da parte dei movimenti. Dall’altra il ritorno della figura del popolo, cioè di un soggetto che chiede sintesi e omogeneità, sia la caratteristica anch’essa emergente dopo la scomposizione delle classi sociali dei decenni scorsi. Da qui l’idea, che deriva direttamente dalle riflessioni del filosofo argentino Ernesto Laclau e della filosofa Chantal Mouffe, di un «populismo di sinistra». In entrambi i casi, il populismo è visto come una caratteristica imprescindibile del Politico. Anzi, non c’è Politico senza populismo. Un errore di prospettiva, quella di Laclau e Mouffe, per essere generosi. Inoltre, è suicida politicamente. Il populismo di sinistra è il classico «pannicello caldo» per coprirsi dalle intemperie, per coprirsi da quella incessante scomposizione delle classi sociali di cui è stato ed è capace il capitalismo contemporaneo. Serve altro per misurarsi con la natura proteiforme del lavoro vivo. Le rivolte contemporanee invitano cioè a un lavoro di immaginazione, di invenzione di forme politiche che possano compiere quel mirabile linkage tra rivolta e definizione di contropoteri stabili, di istituzioni alternative a quelle dominanti. Invitano cioè a pensare la rivoluzione. C’è però da sfuggire a ogni sguardo rassegnato, disperato, malinconico. L’ultimo film di Ken Loach – Sorry, You Missed You – ne è un esempio. Più che un film è un documentario freddo, algido, che non concede nulla né alla sceneggiatura né alla macchina da presa, è una testimonianza luttuosa sulla fine del movimento operaio, della solidarietà tra gli oppressi, né vi è la possibilità di una speranza che si intravede sempre in fondo al tunnel della vita o delle relazioni sociali. La fine del Novecento coincide con l’apocalisse, questa sì culturale e sociale, del movimento operaio. Non è un caso che in Sorry You Missed You – seppure sia considerato a ragione militante e sia stato sponsorizzato dai gruppi di lavoratori della logistica e dei deliveryche si battono in Inghilterra e in Italia per il riconoscimento dei lori diritti – non ci siano echi di nessun tipo di quanto accade nel paese. Assente il riferimento alle battaglie di Jeremy Corbin, silente sulla Brexit. La realtà è racchiusa in quattro strade intasate dal traffico o da ballatoi quasi vuoti che si animano per pochi secondi solo quando viene consegnato un pacco. Il protagonista è un lavoratore autonomo che ha creduto alla favola dell’imprenditore di se stesso ritrovandosi poi indebitato e pestato, mentre il suo padroncino si fa forte dello scudo che ha costruito sullo sfruttamento e le sfighe dei suoi sottoposti. La dissoluzione delle classi sociali si traduce, per Loach, nel rischio di fine del movimento operaio in quanto soggetto politico. Per i populisti di sinistra, la deriva «culturalista», e dei diritti civili, dei movimenti sociali va fermata invocando l’ombrello protettivo appunto del popolo. Meglio avventurarsi nel mare agitato dei movimenti sociali, stare dentro il grande disordine, provando a immaginare forme politiche che valorizzano le differenze. Il vortice accompagna infatti la velocità di composizione e scomposizione dei bacini del lavoro vivo, ma anche della loro irruzione e altrettanta veloce eclisse dalla scena pubblica. Per questo alla rivolta negli ultimi decenni non è seguita la rivoluzione. Non tanto perché c’è stato un tradimento del lessico glorioso del movimento operaio, o perché lo sguardo si è posato su temi, argomenti postmaterialisti (i diritti, le identità), ma per una inadeguata forma politica organizzativa del bacino del lavoro vivo, capace di far tesoro delle differenze valorizzandole politicamente. Ciò che serve è la traduzione di un’utopia concreta in un potere costituente che funzioni come un contropotere capace di costruire spazi pubblici, dove i corpi di uomini e donne possano incontrarsi, ascoltarsi, discutere, cambiare idea e decidere in libertà. Ciò che serve è un’assemblea permanente che funzioni come organizzazione politica permanente. Questa la posta in gioco, questa l’utopia concreta da costruire. Questa la sfida da raccogliere, affinché quella sequenza fotografica si concluda sì con l’abbattimento del robocop mandato a reprimere l’insurrezione, ma anche con l’apertura di spazi di libertà duraturi nel tempo e nello spazio.


4 gennaio 2020

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