Un problema che riguarda tutti

Polizia e questione razziale in America

Intervista a Elizabeth Peters Robinson di Anna Curcio



All’indomani del verdetto che ha dichiarato l’agente di polizia Derek Chauvin colpevole dell’assassinio di George Floyd nel maggio del 2020 a Minneapolis, abbiamo parlato con Elizabeth Peters Robinson, teorica e attivista antirazzista, che dal suo osservatorio privilegiato: il programma radiofonico No Alibis, sulle frequenze di KSCB, la radio indipendente presso il campus dellUniversità di Santa Barbara in California, ci ha offerto unistantanea della società americana e del percorso abolizionista e di lotta contro il complesso carcerario industriale che i fuochi di BLM hanno rivitalizzato. Parla da americana socializzata bianca, compagna di lotte, oltre che di vita, di uno dei più significativi intellettuali radicali neri di tutti tempi: Cedric Robinson. In avvio della nostra conversazione, ha voluto subito chiarire la sua posizione in merito al discorso che andavamo a fare:


Qualche volta sono stata critica perché parlo di razzismo senza essere nera. Sono in parte d’accordo con questa critica, perché è chiaro che la mia esperienza con i razzismo è diversa da quella di una persona di colore. Tuttavia, penso anche che sia importante che di razzismo ne parlino tutti ed è triste che ciò non venga sempre compreso.

Abbiamo tutti la responsabilità di dire che il razzismo è sbagliato, che esiste il privilegio bianco, che non è vero che i neri sono pigri e criminali. Questo è lo spirito con cui discuto con te, non per parlare del problema di qualcun altro ma per parlare di un problema che riguarda tutti noi.


Chiarito questo, non ha avuto dubbi: il verdetto

Innanzitutto è stato come un sospiro di sollievo. C’era stato il precedente del processo per il pestaggio di Rodney King nel 1992 e molti di noi temevano una sentenza di innocenza come era successo allora e in tanti altri casi in cui la polizia era stata alla fine scagionata.

Il sollievo è stata la reazione di tutti quelli che conosco: un poliziotto è stato ritenuto colpevole di aver ucciso un nero e la cosa non è affatto comune né scontata. Tuttavia il sollievo è solo una delle sensazioni suscitate dal verdetto, l’altra è una grande preoccupazione per il futuro.

Nell’estrema destra, molti, con la copertura di Fox News, ancora insistono nel negare la realtà. Parlano di un enorme numero di assassini da parte della polizia con il numero dei bianchi uccisi superiore a quello dei neri, cioè non riconoscono la discriminate razziale nel ricorso alla violenza da parte delle forze di polizia. Oppure prevale l’idea, molto diffusa anche a sinistra, che il problema non è la polizia ma i poliziotti violenti, l’idea della mela marcia: ci siamo liberati del poliziotto cattivo e ora andiamo avanti. Questa è una cosa che mi mette molto in allarme.

Come è stato più volte evidenziato dal lavoro che ho portato avanti con Cedric, nella storia degli Stati Uniti accade spesso che eventi come l’uccisone di George Floyd e la condanna di Derek Chauvin possano essere cavalcati sul piano istituzionale per introdurre riforme meramente di facciata, che assolvono l’istituzione senza andare alla radice dei problemi, che cioè un evento funzioni come simbolo mentre tutto il resto rimanga al punto in cui è.


Sono molto d’accordo con quanto dici. C’è il rischio concreto che le proposte di riforma della polizia non siano altro che interventi di facciata e che tutte le buone intenzioni espresse a ridosso del verdetto restino solo parole. Il razzismo strutturale, piuttosto, persiste a qualunque verdetto di colpevolezza e a qualunque possibile riforma della polizia.

Mentre il presidente Biden commentava la condanna per l’uccisone di Floyd con un «enough» che in italiano suonerebbe con un «ne abbiamo abbastanza della violenza razzista», proprio in quelle ore altri afroamericani perdevano la vita per la violenza razzista di poliziotti bianchi e il razzismo strutturale, che ha storicamente definito la società americana, continuava infaticabile a produrre impoverimento, violenza sociale, criminalizzazione e morte lungo la linea del colore.

Oltre la condanna di Chauvin e oltre il The George Floyd Justice In Policing Act che intende correggere l’operato della forze di polizia, credi che sia davvero possibile riformare un sistema, quello carcerario e di polizia, che è parte integrante della società americana? Sappiamo, anche attraverso il lavoro di Cedric, che l’incarcerazione di massa dei giovani afroamericano è la nuova legislazione Jim Crow, il nuovo sistema delle piantagioni che definisce, e descrive, il «capitalismo razziale» nel presente. In che modo può essere radicalmente messo in discussione e rivisto il sistema carcerario e di polizia che produce la linfa vitale di uno dei più redditizi complessi industriali d’America? Per dirla in breve: è possibile riforma questo sistema?


Quando avevo venti o trent’anni avrei risposto sì! Oggi, con meno entusiasmo e più realismo direi comunque che se c’è qualche speranza verso un reale cambiamento non può che venire da un movimento di base.

Biden ha detto quel che ha detto perché doveva dirlo, ma ci sono al Congresso dei giovani che continuamente gli ricordano che non può fare solo chiacchiere e mettere la polvere sotto al tappeto, non lo permetteranno. Nello stesso tempo, nonostante i continui tentativi di minimizzare, sono molte e stanno crescendo anche le voci che provengono dalle comunità nera, latina, bianca e spingono per il cambiamento.

Esiste, in questo paese, una lunga storia di resistenza, abolizionismo e lotta contro il complesso carcerario industriale. La prima conferenza di Critical Resistance (CR) si tenne a Berkley in California nel 1998, più di venti anni fa, e vide la partecipazione di alcune migliaia di persone, arrivate da tutti gli Stati Uniti, dal Canada e dall’Australia. Fu l’inizio di una riflessione collettiva orientata a comprendere il ruolo, effettivo, reale, della polizia nella società americana. Un’istituzione che è sempre stata qui, che fa parte del nostro presente e che è parte integrante del nostro immaginario sociale e politico ma l’impegno politico militante di CR intende metterla in discussione.

Io credo che questo sia stato un passo importante. Iniziato una ventina di anni fa, dovrà andare avanti ancora, per i prossimi venti anni almeno, prima che potremmo cominciare a vedere dei risultati, prima di riuscire a dire che non c’è bisogno di agire in questo in modo e si può fare diversamente.

Per tutto il mese di maggio, nei college e nelle università qui in California, c’è stata la campagna «Cop Of Campus», per contestare la presenza di poliziotti regolarmente armati. Un anno e mezzo fa questo sarebbe stato impossibile, questa volta invece le istituzioni universitarie non hanno potuto che lasciar fare, mentre i media, di cui non c’è mai troppo da fidarsi, hanno dato ampio spazio alle proteste. A partire dalla campagna, in tanti, che solo un anno e mezzo fa non lo avrebbero fatto, hanno iniziato a interrogarsi sul cosa realmente significhi: «fuori la polizia dal campus», sul cosa si intenda concretamente per abolire o definanziare la polizia. Si è cioè imposto un modo differente di pensare che è una cosa molto importante, anche se siamo tutti consapevoli che al momento è difficile che si produca un radicale cambiamento nell’operato di forze di polizia che sono reclutata tra le prigioni e l’esercito dove vige quella disciplina pesante che il sistema richiede di applicare alla società.

Credo tuttavia che in tanti abbiano ormai chiari i problemi che riguardano il sistema di polizia, lo si vede anche dalle piccole cose, dalle cose più banali. Tra le nuove serie su Netflix, Omicidio a Easttown (2021) è la storia di una poliziotta che lavora in una piccola città nel Nord degli Stati Uniti. Il suo modo di operare non è quello solito dei poliziotti in televisione. Il suo agire è goffo, inefficiente. Mare la protagonista è una perdente. Questa è certamente una piccola cosa ma parla chiaramente della crisi che attraversa il sistema e di un nuovo modi di intendere il ruolo della polizia.

CR esorta le persone a conoscere il proprio quartiere, a conoscere i proprio vicini: un dottore, un lavoratore del sociale, un pompiere che, in caso di bisogno, possano intervenire invece di dover chiamare la polizia. Si tratta di produrre piccoli cambiamenti, con la consapevolezza che non si tratta di un passaggio rivoluzionario ma dell’apertura di piccoli spiragli per tenere aperta qualche luce di speranza su una nuova idea di sistema di polizia; un’idea in grado di comprendere cosa ci sia sbagliato nell’operato della polizia, non solo negli Stati Uniti. Quando vivevo nel Regno Unito ho potuto vedere che anche lì le strade sono piene di bobbies che sono di regola sempre armati e anche in Italia so che le cose non vanno troppo diversamente.

Voglio però precisare che quando parliamo di polizia non dobbiamo farlo in modo separato dal complessivo funzionamento del sistema capitalista che opportunamente richiamavi. La polizia è solo una parte del problema, non è il problema. Il problema è il capitalismo, che è un capitalismo razziale, ed è di questo che soprattutto bisogna parlare.


Per parlare allora di come la razza funziona nell’organizzazione capitalistica della società americana, vorrei chiederti: che impatto ha avuto il verdetto sulla società americana? E in particolare, come sollecita, se le sollecita, coscienze bianche?


Il verdetto ha senz’altro un impatto significativo sui colpevoli o sulle persone che si sentono colpevoli ma impone, in tutti i casi, il dover riconoscere una complicità con il sistema. Il dover ammettere l’esistenza di ciò che Gorge Lipsitz chiama «l’investimento possessivo nella Whiteness», l’idea cioè che bianco sia migliore: ciò che ci serve per continuare a sentire che meritiamo ciò che abbiamo.

Penso che ci sia bisogno di una comprensione più profonda di cosa sia il razzismo. Negli ultimi tempi, le reali implicazioni strutturali del razzismo si sono manifestate a un livello eccezionale, sorprendete, ma continua a mancare l’effettiva capacità di riconoscere che la razza sia parte del problema. Ed è questo il vero nodo. Quando ad esempio si parla del modo in cui il razzismo colpisce neri e latinos nel mondo del lavoro, si fa sempre attraverso le realtà di classe. Mentre è diffusa l’idea che i neri non lavorino duro, che siano poco intelligenti e dediti al crimine, senza richiamare tutta una serie di motivazione che hanno invece strettamente a che fare con il razzismo e le sue implicazioni strutturali.

Fare i conti con ciò è in questo momento particolarmente difficile per i bianchi.

L’altro giorno parlavo del cosa significa abolire la polizia con un uomo che credo si identifichi come bianco, viene del medio oriente. Ha ascoltato attentamente e mi ha detto: «Ma se ti sbarazzi della polizia, metti in difficoltà le comunità nere più di ogni altro», dando per assodato che nella comunità nera esiste la criminalità. Gli ho risposto che la criminalità esiste in tutte le comunità e che il crimine serio esiste al di fuori delle comunità nere, nelle banche, nell’uso delle armi, eccetera. E mi sono fermata lì perché sarebbe stato inutile andare oltre. So che è un liberal: vorrebbe che le persone stessero bene come lui che fa una bella vita ma non si interroga sul perché non sia per tutti così.


Richiamavi all’inizio il processo Rodney King che si risolse con l’assoluzione dei quattro poliziotti bianchi che lo avevano pestato e scatenò una grande rivolta razziale. Com’è cambiata la società americana da allora ad oggi?


La società americana è per me fonte di grande preoccupazione. In una delle ultime conversazione in famiglia prima che si ammalasse, era durante le feste di natale del 2015, Cedric disse a una delle mie cognate che gli chiedeva se fosse preoccupato per Trump: «Non è Trump che mi preoccupa, sono gli americani». un’affermazione che condivido in pieno. Anche se c’è una parte di me che vuole poter credere che le persone possano cambiare, possano ascoltarsi tra loro, non sono sicura che ciò possa accadere. In molti paesi, e non solo negli Stati Uniti, c’è un’enorme progressione d’odio.

L’origine di tutto ciò non sta però nel periodo della presidenza Trump. È innegabile un suo impulso autoritario, un enorme arroganza, un atteggiamento genericamente contro le donne, contro i migranti e una continua espressione di odio ma non penso ci si possa limitare a questo per comprendere la società e la politica nel paese. Le esternazioni tracotanti di Trump hanno trovato terreno fertile nella società americana. Per comprendere la genesi di tutto questo odio, ritornerei piuttosto al periodo dell’amministrazione Regan, quando è stata abbandonata l’idea di condividere la ricchezza e si è imposto l’individualismo di chi guarda solo a ciò che gli interessa. Oggi, questo modo di pensare ha largamente mostrato i suoi limiti, senza però essere superato. La realtà degli Stati Uniti è ormai quella di un paese che non è a prevalenza bianca e la cosa spaventa i tanti che contano proprio sul loro essere bianchi e non vogliono abbandonare questo privilegio. Questa è forse la trasformazione più consistente che si è data nell’arco degli anni, il modo in cui è maggiormente cambiata la società americana dagli anni Novanta del Novecento ad oggi.

Si può anche tornare più indietro. Nelle prime due decadi del Ventesimo secolo, il forte impulso politico portato dagli immigrati italiani aprì una stagione di profonde riforme sociali. Le loro organizzazioni sindacali davano molto fastidio. È nota la storia di anarchici e comunisti italiani di cui lo Stato si sbarazzò, come note sono le discriminazioni razziali che dovettero affrontare arrivati negli Stati Uniti. Nello stesso tempo, però, le loro lotte produssero seri cambiamenti nell’organizzazione del lavoro senza tuttavia riguardare i lavoratori neri americani. Da allora, ogni volta che c’è una spinta al cambiamento, si fanno dei passi in avanti ma ogni volta, in un modo o in un’altro, si torna sempre indietro.

Ugualmente, possiamo parlare del New-deal. Diede ai reduci di guerra accesso alla casa e alla scuola, la pensione e altri benift ma da questi vantaggi furono nei fatti sistematicamente esclusi i neri. Il new deal, il nuovo-corso che si intendeva realizzare poneva dunque dei vincoli per i neri. Nello stesso tempo, si definì la spoliazione della comunità giapponese. Molti neri acquistarono le proprietà e le attività dei giapponesi internati, creando tensioni tra le comunità. In California e in tutta la West-coast, la razzializzazione e lo spossessamento dei giapponesi hanno soprattutto funzionato per dividere le comunità.

Va anche detto che, complice della costruzione di una precisa mitologia del razzismo è l’industria cinematografica e il denaro che la controlla. Di questo si è molto occupato Cedric, per esempio nel libro Forgeries of Memory and Meaning che amo moltissimo perché pieno di esempi del modo in cui la nostra immaginazione è controllata e vincolata attraverso i media e il cinema in particolare. Il libro analizza come sia stato possibile demonizzare le persone di colore. In quegli anni (e poi anche successivamente), il cinema americano non si è solo limitato a raffigurare sempre i neri come estranei, come nemici, non ha dato alcuno spazio alle alleanze tra lavoratori bianchi e neri, che si erano prodotte numerose e ai percorsi di lotta in comune, né c’è traccia dei neri e nativi-americani che hanno combattuto contro l’espansione americana.

Quindi, tornando alla società americana, ho una grande preoccupazione ma anche una speranza. Le stesse speranza e preoccupazione che suscita in me il verdetto di condanna per Chauvin. L’uccisione di George Floyd è stata percepita come una tortura. Non è stato soltanto come sparare con una pistola che è già orribile è stato qualcosa di più. Per molti di noi è stato davvero troppo e credo che questo sia un elemento importante che può fare la differenza.