Thomas Sankara

Idee e pratiche rivoluzionarie per il presente e il futuro




A mo’ di premessa

Oggi, chiunque sia disgustato/a dal mondo così com’è e decida di combattere il capitalismo e i suoi aspetti strutturali di violenza, sfruttamento, espropriazione, inquinamento, colonialismo e razzismo, deve conoscere e familiarizzarsi con il pensiero e l’opera di Thomas Sankara, militante rivoluzionario africano e presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987, assassinato a soli 37 anni dai sicari dell’imperialismo statunitense e francese.

Un uomo tutto d’un pezzo, in cui non c’era discrepanza tra il dire e il fare, un comunista che turbava i sogni coloniali e neocoloniali dei potenti della Terra e della borghesia locale. Un capitano soldato sui generis che lavorava alacremente per il disarmo, che spaventava per la sua coerenza, frugalità e intelligenza, che incuteva ammirazione per la lucidità e l’abnegazione con cui lavorò con e in favore delle classi popolari e subalterne del suo paese, che stupiva per il suo «femminismo» e per la solidarietà concreta che mostrò nei confronti dei movimenti di liberazione nazionale in Africa, Asia e America Latina. Insomma un rivoluzionario radicale, nel senso che ha cercato e individuato la radice dei problemi che affliggevano l’Alto Volta (questo il nome della ex colonia francese prima della rivoluzione del 1983 che cambiò il nome in Burkina Faso) e ha agito di conseguenza.

Decolonizzazione materiale, economica e decolonizzazione culturale, dell’immaginario. Struttura e sovrastruttura direbbe qualcuno. Un esilarante progetto di liberazione a 360 gradi. Niente di più, niente di meno. Un rivoluzionario allegro, ironico, sorridente. Un chitarrista. Troppo pericoloso, andava eliminato.

Le idee però, come Sankara sostenne in un discorso in onore di Che Guevara, non si possono uccidere: Viaggiano, vengono riprese, trovano nuova linfa nelle lotte di chi fronteggia l’ingiustizia vergognosa che contraddistingue la contemporaneità. Di fronte al virus più letale, il capitalismo, relazione sociale tossica per cui non abbiamo ancora sviluppato un vaccino capace di debellarla, il modo in cui Sankara è vissuto e i discorsi che ci ha lasciato in eredità sono anticorpi potentissimi.

Questo breve lavoro dedicato a lui non è quindi un esercizio di nostalgia terzomondista, non è relegato al solo ambito africano, che il nostro sguardo e paternalismo ancora coloniale ritiene incapace di attingere all’universale. Sankara ci offre delle armi teoriche e pratiche affilate e inequivocabili che ci riguardano, un intervento a gamba tesa per il nostro qui e ora in Italia, in Europa, nel mondo. Suvvia sedicenti internazionalisti, ancora uno sforzo…


Due parole su come ho deciso di organizzare questo scritto, che non è lineare e avanza per poi fare dei salti indietro.

Attingerò a piene mani dalle parole pronunciate da Sankara in diverse situazioni. Le sue parole sono più chiare ed efficaci delle mie. Questo ci consentirà di avere un breve inquadramento e contestualizzazione storica sul Burkina Faso, sulle caratteristiche e i risultati della rivoluzione burkinabé e sulla vita di Sankara. Alcuni dei temi presenti nei discorsi verranno sviluppati in maniera più approfondita, come un controcanto strabico di valutazione storico-politica e di piste per il presente. Il tema della crisi e del debito, il patriottismo e l’internazionalismo, la questione delle donne, quella ecologica intrecciata all’imperialismo, la decolonizzazione materiale e dell’immaginario sono gli assi privilegiati intorno a cui ruota il lavoro. Cominciamo.


Il Burkina Faso e la rivoluzione: Onu, 4 Ottobre 1984

«Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso, sul suolo dei propri antenati, di affermare, d’ora in avanti, sé stesso e farsi carico della propria storia, negli aspetti positivi quanto in quelli negativi, senza la minima esitazione. […] Non pretendo qui di affermare dottrine, Non sono un messia, né un profeta, non posseggo verità. I miei obiettivi sono due: parlare in nome del mio popolo, il popolo del Burkina Faso, con parole semplici, con il linguaggio dei fatti e della chiarezza; e poi, arrivare a esprimere, a modo mio, la parola del grande popolo dei diseredati, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo Mondo e dire, anche se non riesco a farle comprendere, le ragioni della nostra rivolta. […] Nessuno sarà sorpreso di vederci associare l’ex Alto Volta, oggi Burkina Faso, con questo insieme così denigrato che viene chiamato Terzo Mondo, una parola inventata dal resto del mondo al momento dell’indipendenza formale per assicurarsi meglio l’alienazione sulla nostra vita intellettuale, culturale, economica e politica. […] Riconoscendoci parte del Terzo Mondo vuol dire, parafrasando José Martì, affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano nel mondo. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. […] Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi. […] È il nostro sangue che ha nutrito le radici del capitalismo, provocando la nostra attuale dipendenza e consolidando il nostro sottosviluppo. È questo che noi, popolo burkinabé, abbiamo capito la notte del 4 agosto 1983, quando le prime stelle hanno iniziato a scintillare nel cielo della nostra terra. Abbiamo dovuto guidare la rivolta dei contadini che vivevano piegati in due in una campagna insidiata dal deserto che avanza, abbandonata e stremata dalla sete e dalla fame. Abbiamo dovuto indirizzare la rivolta delle masse urbane prive di lavoro, frustrate e stanche di vedere le limousine guidate da élite governative estraniate che offrivano loro false soluzioni concepite da cervelli altrui. Abbiamo dovuto dare un’anima ideologica alle giuste lotte delle masse popolari che si mobilitavano contro il mostro dell’imperialismo. Abbiamo dovuto sostituire per sempre i brevi fuochi della rivolta con la rivoluzione, lotta permanente ad ogni forma di dominazione. […] Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori di questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura».


Capitalismo e schiavitù, imperialismo e conseguente produzione del sottosviluppo, colonialismo e neocolonialismo, patriottismo e internazionalismo, rivoluzione, sovranità e autonomia: i temi sono tutti sul tavolo, espressi con una limpidezza disarmante. Sankara si fa portavoce delle masse subalterne del Burkina Faso e dei popoli del cosiddetto Terzo Mondo. Un’orgogliosa dichiarazione di indipendenza da parte del presidente di uno degli stati più poveri al mondo. Prima di proseguire facciamo un passo indietro. Dov’è il Burkina Faso?

Il Burkina Faso è un piccolo stato agricolo e saheliano situato nel cuore geografico dell’Africa Occidentale, confinante con Costa d’Avorio, Mali, Ghana, Togo, Benin e Niger. Tra il 1895 e il 1904 le truppe francesi devastarono le pianure centrali, bruciando le case e massacrando le persone e gli animali. Il paese fu chiamato Alto Volta e inserito nella colonia dell’Alto Senegal Niger. Nel 1916 vi fu un’insurrezione, repressa ferocemente. Milioni di burkinabé emigrarono, soprattutto in Ghana. Nel 1919 il paese fu scorporato dalla colonia e scomparve dalle carte geografiche. Gli abitanti vennero deportati in massa in Costa d’Avorio e messi ai lavori forzati nelle piantagioni. L’Alto Volta fu ricostituito come colonia separata nel 1947. Non aveva un ruolo produttivo diretto all’interno della divisione internazionale del lavoro: doveva produrre solo manodopera per i lavori forzati o carne da cannone per l’esercito francese in guerra nelle colonie. Nel 1960, in linea con la strategia neocoloniale francese, il paese divenne indipendente. Le prime elezioni videro la vittoria dell’Unione Democratica Voltense (Udv), un partito finanziato dai commercianti e dai proprietari terrieri, che portò alla presidenza Maurice Yameogo. Nel 1965 l’Udv e i suoi candidati furono rieletti. Un anno dopo il capo dell’esercito, il generale Sangoulé Lamizana, prese il potere con un colpo di stato. Gli anni ’70 si svolsero all’insegna di elezioni più o meno fraudolente e di colpi di stato, tutti diretti dal colonnello Lamizana. Nel paese aumentava la fame, le riserve di bestiame erano decimate. Un quarto della popolazione emigrò nei paesi vicini. Nel 1980 un nuovo colpo di stato portò al potere il colonnello Sage Zerbo e un successivo, nel 1982, il maggiore medico Jean Baptiste Ouédraogo. Un anno dopo, nel 1983, un colpo di stato incruento, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione porta al potere il capitano Thomas Sankara e i suoi compagni e compagne.


Per il momento ci fermiamo qui. Analizzeremo la vicenda biografica di Sankara e la presa del potere più avanti e adesso gli restituisco la parola.

«Eravamo l’incredibile concentrato, l’essenza di tutte le tragedie che da sempre colpiscono i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Lo testimonia in modo eloquente l’esempio dell’aiuto estero, tanto sbandierato e presentato, a torto, come la panacea. […] Nel caso dell’Alto Volta, potevate cercare a lungo e invano una traccia di qualunque cosa si potesse chiamare sviluppo. Chi è al potere, per ingenuità o per egoismo di classe non ha potuto o voluto controllare questo afflusso dall’esterno, e orientarlo in modo da rispondere alle esigenze del nostro popolo. […] Naturalmente incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità di aiuti. Ma in generale, la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale. […] Pochi dati bastano a descrivere l’ex Alto Volta. Un paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato colui che sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un medico ogni 50.000 abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%; infine un prodotto interno lordo pro capita di 53.356 franchi CFA, cioè poco più di 100 dollari per abitante. La diagnosi era cupa ai nostri occhi. La causa della malattia era politica. Solo politica poteva dunque essere la cura».

Una diagnosi del paese implacabile, dovuta secondo Sankara non a cause naturali e immutabili, ma storiche e politiche, e quindi modificabili.

«… l’istruita piccola borghesia africana – se non quella di tutto il Terzo mondo – non è pronta a lasciare i propri privilegi, per pigrizia intellettuale o semplicemente perché ha assaggiato lo stile di vita occidentale. Così, questi nostri piccolo borghesi dimenticano che ogni vera lotta politica richiede un rigoroso dibattito, e rifiutano lo sforzo intellettuale per inventare concetti nuovi che siano all’altezza degli assalti assassini che ci attendono. […] In questi tempi burrascosi non possiamo lasciare ai nemici di ieri e di oggi alcun monopolio sul pensiero, sull’immaginazione e sulla creatività. Prima che sia troppo tardi – ed è già tardi – questa élite, questi uomini dell’Africa, del Terzo mondo, devono tornare a casa davvero, cioè tornare alla loro società e alla miseria che abbiamo ereditato, per comprendere non solo che la lotta per un’ideologia al servizio dei bisogni delle masse diseredate non è vana, ma che possono diventare credibili a livello internazionale solo divenendo autenticamente creativi, ritraendo un’immagine veritiera dei propri popoli. Un’immagine che gli permetta di realizzare dei cambiamenti profondi delle condizioni politiche e sociali e che strappi i nostri paesi dal dominio e dallo sfruttamento stranieri che lasciano i nostri stati nella bancarotta come unica prospettiva».

L’attacco alla piccola borghesia istruita locale è durissimo, così com’è netta l’esigenza di una radicale decolonizzazione materiale e mentale per cambiare rotta. «Emancipate yourself from mental slavery» cantava in quegli anni, in un’isola dei Caraibi, un giovane musicista Rastafari che si chiamava Bob Marley.


Continua Sankara: «Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere a una maggiore felicità. Abbiamo scelto di applicare nuove tecniche e stiamo cercando forme organizzative più adatte alla nostra civiltà, respingendo duramente e definitivamente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Respingere l’idea di una mera sopravvivenza e alleviare le pressioni insostenibili; liberare le campagne dalla paralisi e dalla regressione feudale; democratizzare la nostra società, aprire le nostre anime ad un universo di responsabilità collettiva, per osare inventare l’avvenire. Smontare l’apparato amministrativo per ricostruire una nuova immagine di dipendente statale; fondere il nostro esercito con il popolo attraverso il lavoro produttivo avendo ben presente che senza un’educazione politica patriottica, un militare non è nient’altro che un potenziale criminale. […] Il nostro obiettivo economico è creare una situazione in cui ogni burkinabé possa impiegare le proprie braccia ed il proprio cervello per produrre abbastanza da garantirsi almeno due pasti al giorno e acqua potabile. Promettiamo solennemente che d’ora in avanti nulla in Burkina Faso sarà portato avanti senza la partecipazione dei burkinabé. D’ora in avanti, saremo tutti noi a ideare e decidere tutto. Non permetteremo altri attentati al nostro pudore e alla nostra dignità».

Portavoce di un movimento rivoluzionario collettivo, apertamente contrario al culto della personalità, consapevole degli enormi sforzi che la rivoluzione dovrà compiere e dei pericoli interni ed esterni che dovrà affrontare, un militare che critica le armi con le armi della critica. Un patriota che cerca di sganciare il Burkina dalla soffocante morsa neocoloniale e imperialista, e allo stesso tempo un internazionalista solidale con gli oppressi del mondo intero. Continua Sankara:

«… Vorremmo abbracciare con le nostre parole tutti quelli che soffrono e la cui dignità è calpestata da un pugno di uomini o da un sistema oppressivo. […] Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. […] Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Per quel che ci riguarda, sono benvenuti tutti i suggerimenti, di qualunque parte del mondo, circa i modi per favorire il pieno sviluppo della donna burkinabé. In cambio, possiamo condividere con tutti gli altri paesi la nostra esperienza positiva realizzata con le donne ormai presenti ad ogni livello dell’apparato statale e in tutti gli aspetti della vita sociale burkinabé. Le donne in lotta proclamano all’unisono con noi che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. La libertà può essere conquistata solo con la lotta e noi chiamiamo tutte le nostre sorelle di tutte le razze a sollevarsi e a lottare per conquistare i loro diritti».

Quando pronuncia queste parole all’Onu Sankara ha poco più di trent’anni. Mostra una consapevolezza politica e un’eloquenza che lo rende capace di indirizzarsi alla platea e di articolare una critica spietata e sistemica al capitalismo, al neocolonialismo e al patriarcato. Nello stesso discorso Sankara denuncerà senza mezzi termini la politica coloniale di Israele nei confronti dei palestinesi e la politica di apartheid dell’élite bianca nei confronti dei neri del Sudafrica, lamenterà la sofferenza enorme causata dallo scontro fratricida fra Iran e Iraq e solidarizzerà con i vari movimenti di liberazione nazionale. Una sensibilità politica apertamente internazionalista.

Come è arrivato a questo? E, passando dalle parole ai fatti, quali sono le caratteristiche dell’esperimento rivoluzionario che avviene sotto la sua guida in Burkina Faso dal 1983 al 1987?


Nota biografica

Thomas Sankara nasce a Yako, Alto Volta, il 21 dicembre 1949. Terzo di dodici figli, frequenta la scuola elementare a Gaoua e consegue il diploma nel 1966 a Bobo Dioulasso. Fallito il tentativo di iscriversi alla scuola per diventare medico, sceglie la carriera militare presso la scuola Prytanee di Kadiogo. A 19 anni si trasferisce in Madagascar per un paio d’anni, continuando la sua formazione come ufficiale dell’esercito. La permanenza in Madagascar si rivela importante per la sua formazione ideologica e politica. Ha modo di osservare il turbolento periodo politico nell’isola malgascia, caratterizzato da forti lotte sindacali e dei lavoratori. Si avvicina alle teorie marxiste e leniniste di Adama Touré e frequenta i militanti del Pai (Partito Africano per l’indipendenza). Torna in Alto Volta nel 1972. In Madagascar ha anche imparato a suonare la chitarra e diviene noto a Ouagadougou come membro del complesso musicale Tout-à-Coup Jazz. Nel 1976 diventa comandante del centro di addestramento dell’esercito a Po. In quel periodo, durante la presidente del colonnello Saye Zerbo, con cui Sankara era in aperto contrasto, forma insieme ad altri ufficiali, tra cui Blaise Compaoré, un’organizzazione clandestina chiamata Regroupement des Officiers Communistes (Roc), cioè Gruppo degli Ufficiali Comunisti. Per allentare la tensione politica all’interno del paese, Sankara viene nominato Segretario di Stato nel settembre 1981, esperienza breve che termina con le sue dimissioni nell’Aprile del 1982, per incompatibilità e disaccordi fra il suo modo di fare politica e l’operato del governo, che secondo lui era troppo lontano dalle esigenze della popolazione. Di fronte al lusso esagerato in cui vivevano le alte sfere dell'esercito, Sankara mostra una frugalità rara. Si presenta alle riunioni in bicicletta. Dopo le dimissioni viene arrestato. Dopo un ennesimo colpo di Stato nel novembre 1982, che porta al potere Jean-Baptiste Ouédraogo, Sankara viene controvoglia nominato Primo Ministro. La sua popolarità, dovuta a uno stile di vita semplice e scevro di privilegi e alla chiarezza e passione dei suoi discorsi, cresce nell’esercito e in parte della popolazione. Sembra un uomo autenticamente vicino alle richieste delle fasce più deboli ed emarginate. Il contrasto tra Ouédraogo e Sankara si acuisce in un clima di crescente malcontento popolare e di manifestazioni di piazza. Sankara viene destituito e messo agli arresti domiciliari. Il suo arresto, e quello di alcuni suoi compagni, causa una rivolta popolare, che ne chiede la liberazione. Sankara viene rimesso in libertà. I primi anni Ottanta sono anni di importanti viaggi diplomatici per Sankara: visita la Nigeria, la Libia di Gheddafi, la Corea del Nord, è presente al forum dei paesi non allineati a New Dehli, visita Samora Michel in Mozambico, Daniel Ortega in Nicaragua, Indira Gandhi, Julius Nyerere in Tanzania, Gerry Rawlings in Ghana. Affina la sua comprensione geopolitica, e stringe alleanze. Nell’agosto del 1983, in seguito a un colpo di stato incruento contro il governo di Ouédraogo, guidato dal suo carissimo amico Blaise Compaoré, Sankara diventa presidente dell’Alto Volta per conto del CNR, il Consiglio Nazionale della Rivoluzione. Gran parte della popolazione si schiera con Sankara e i rivoluzionari. Nel 1984 cambia il nome del paese. L’Alto Volta è ora il Burkina Faso, che in more e djoula, i due idiomi più diffusi nel paese, significa “Terra degli uomini integri”. Viene cambiata la bandiera e Sankara scrive e compone il nuovo inno nazionale. Sankara guida la rivoluzione burkinabé per quattro anni. Poco dopo un duro attacco al presidente francese Mitterand, reo di appoggiare il governo razzista di Pieter Willem Botha in Sudafrica, e dopo aver rifiutato l’appoggio militare a Charles Taylor, un liberiano a libro paga della Cia, che intendeva utilizzare il Burkina Faso come base per destabilizzare la situazione politica in Liberia, Sankara ha le ore contate. Il 15 ottobre 1987 si reca a una riunione con alcuni suoi collaboratori e viene assassinato, insieme a dodici ufficiali, in un colpo di Stato organizzato dall’ex compagno d’armi e amico Blaise Compaoré, con l’appoggio di Francia, Stati Uniti e militari liberiani. È velocemente sepolto in una tomba anonima alla periferia di Ouagadougou. Con la sua morte finisce l’esperimento rivoluzionario burkinabé.

I suoi averi al momento della morte sono: un frigo, un congelatore, quattro biciclette, tre chitarre e una modesta casa a Ouagadougou. Doveva ancora finire di pagare il mutuo.


La rivoluzione in Burkina Faso.

Quando si arriva al potere e ci si preoccupa di come fare per nutrire, curare, vestire ed educare milioni di persone, «bisogna prima di tutto conoscere la realtà che si vuole cambiare, la realtà del proprio popolo. Bisogna osar guardare la realtà in faccia, poi osare dare un calcio ai privilegi acquisiti da lunga data, da così lunga data che sembrano essere diventati ormai naturali, incontestabili».

Come spezzare la dipendenza culturale, rompere la dipendenza finanziaria, organizzare la lotta contro le ineguaglianze e il retaggio feudale e coloniale? Questo obiettivo di autonomia passava attraverso la trasformazione della società, a cominciare dal mondo rurale, che rappresentava l’85% della popolazione. Per esigenze di giustizia sociale le prime misure vanno a vantaggio della popolazione contadina che, per numero, posizione e ruolo, era la categoria che aveva pagato più di tutti la dominazione coloniale e lo sfruttamento della borghesia nazionale. Il governo rivoluzionario sopprime l’imposta di capitazione, una tassa su ogni cittadino retaggio del dominio coloniale francese. Nazionalizza la terra e avvia una riforma agraria, redistribuendo le terre a seconda delle necessità delle famiglie («la terra appartiene a chi la coltiva»). Vengono abbassate le tasse scolastiche e agricole.

Ogni villaggio viene dotato di un presidio sanitario di base, costituito da ambulatori e dispensari e persone preparate a fornire primo soccorso. Due milioni e mezzo di bambini fra i 7 e i 14 anni vengono vaccinati contro il morbillo, la poliomielite, la meningite e la malaria.

Sankara lotta per l’autosufficienza alimentare e il Burkina diventa autosufficiente. Promuove una campagna per il consumo dei prodotti autoctoni («l’imperialismo è nel piatto dove mangiamo») e il divieto di importazione per sopperire alla scarsità finanziaria e incrementare l’occupazione («Produrre in Burkina, trasformare in Burkina, consumare in Burkina»). Negli anni del governo rivoluzionario la produzione agricola aumenta, i capitali recuperati dalla diminuzione delle spese vengono reinvestiti nella costruzione di strade, di dighe per l’irrigazione, nella formazione agricola e nell’artigianato locale. Il tasso di alfabetizzazione passa dal 16 al 22% e vengono costruite decine di scuole e migliaia di alloggi in case popolari. La «battaglia del binario» costruisce una ferrovia di 100 kilometri che collega Ouagadougou alle regioni del nord e alle miniere di manganese. La ferrovia è costruita senza aiuti dai paesi stranieri, istituendo gruppi di lavoro volontario.

Viene creato un ministero dell’Acqua, bene primario e scarso in un paese che deve combattere la desertificazione del Sahel. La protezione dell’ambiente è per Sankara una lotta fondamentale, e anti-imperialista. Una profonda sensibilità ecologica, visionaria, pragmatica e ante litteram, legata a un’analisi materialista che legge la desertificazione come causata dal capitalismo. Egli cerca soluzioni nuove ed originali, che consistono in campagne di sensibilizzazione e spiegazione in vista dell’introduzione di stufe più moderne e a più bassi consumi. Gli spazi per il pascolo vengono delimitati per evitare conflitti tra agricoltori e allevatori. Al fine di arginare i fuochi della boscaglia e gli altri incendi si delimitano i luoghi di culto dove svolgere i riti; i periodi di caccia vengono regolamentati. Il governo rivoluzionario, per combattere la desertificazione si impegna in una poderosa campagna di rimboschimento. Vengono piantati milioni di alberi. La lotta in difesa degli alberi è in primo luogo una lotta democratica. Nei villaggi situati lungo le valli dei fiumi, ogni famiglia deve piantare almeno cento alberi l’anno, e ogni cerimonia (matrimoni, nascite) diventa l’occasione per piantare un albero.

Sankara sosteneva che la rivoluzione doveva essere di tutti i burkinabé («è meglio fare un passo insieme al popolo che molti da soli»). Tutte le faticose vittorie della rivoluzione non si sarebbero potuto realizzare senza il coinvolgimento della società burkinabé, perché lo sviluppo non sarebbe potuto arrivare per opera di un’amministrazione. Il potere viene dunque decentralizzato per uno sviluppo endogeno e popolare, con una democrazia diretta alla base di tutti i meccanismi rappresentativi e decisionali, in vista di una trasformazione progressista e progressiva della società. A questo fine vengono formati i CDR (Comitati di difesa della rivoluzione) e istituiti tribunali popolari che lottano contro la corruzione.

Vengono eliminati tutti i privilegi. «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero», e Sankara agisce di conseguenza. L’adesione delle masse richiedeva dirigenti esemplari: rigore, dignità, sacrifici, riduzione del tenore di vita dei responsabili, lotta alla corruzione e alla coscienza dei lavoratori perché essi stessi potessero imparare a decidere della propria sorte, dal momento che, come diceva Fanon, «noi non sviluppiamo un popolo, un popolo si sviluppa». Sankara mantiene il suo stipendio da capitano e le spese dell’apparato amministrativo e burocratico del paese vengono drasticamente diminuite e gestite con estrema oculatezza. Le Mercedes governative sono sostituite con piccole Renault 5. Gli esponenti del governo viaggiano in aereo in classe economica e affittano camere in modeste pensioni invece che alberghi di lusso.

Nonostante il bilancio con l’estero fosse in deficit, il Burkina rifiuta i piani di aggiustamento strutturale proposti dal Fmi e i prestiti della Banca Mondiale. Sankara restituisce alla gente la consapevolezza del proprio potere. È uno sforzo enorme di decolonizzazione delle mentalità e di ricondizionamento del popolo. Una mobilitazione totale della società. La dignità nella povertà, cosa ben diversa dalla miseria.


Il governo di Sankara cerca di aiutare le categorie meno privilegiate, le donne innanzitutto, sulle quali si fonda l’organizzazione economica e sociale: per sensibilizzare gli uomini sulla loro situazione Sankara istituisce la «giornata degli uomini al mercato», le introduce nella vita politica a tutti i livelli (compresi quelli ministeriali), combatte l’antica pratica dell’infibulazione, regolamenta la poligamia, cerca di istituire un «salario vitale». Sankara fu a ragione considerato un «presidente femminista», perché giocò un ruolo fondamentale nel far evolvere la condizione delle donne burkinabé. Il suo discorso rivolto alle donne l’8 marzo 1987, in occasione della giornata internazionale della donna, rimane, per quanto ne so, un esempio insuperato di analisi di genere e di classe dell’oppressione femminile, da parte di un uomo. Meriterebbe di essere letto per intero e richiederebbe un’analisi dettagliata e particolareggiata. (Lo trovate in A.A.V.V., Thomas Sankara. I discorsi e le idee, (trad. it. Marinella Coreggia, Edizioni Sankara, Roma, 2006, pp.62-97).

A livello internazionale il Burkina propone il disarmo, si batte costantemente per sradicare l’apartheid in Sudafrica, vota all’Onu per l’indipendenza della Nuova Caledonia, condanna l’aggressione dell’isola di Grenada da parte degli USA e denuncia l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche.

Salute, sport, alfabetizzazione, cultura (i «cinema rurali»): il governo rivoluzionario tenta per quattro anni un cambiamento e un miglioramento totale della società burkinabé. Marco Boccitto sintetizza in modo mirabile l’esperienza politica di Sankara: una politica «permaculturale», in cui l’etica marxista è dinamizzata nel contesto, la «de-crescita» è per forza «felice» e la felicità un diritto.


Debito estero e crisi finanziaria

(29 luglio 1987, alla conferenza dei membri dell’Organizzazione per l’unità africana)

Il discorso sul debito e sulla crisi che Sankara pronuncia nell’estate del 1987, pochi mesi prima di essere assassinato, è un discorso che ci riguarda da vicino. Lui parlava dell’Africa e della specificità di quel continente martoriato dal colonialismo e dal neocolonialismo. Utilizziamo i suggerimenti di Guy Debord, detourniamo le parole che questo comunista africano (che si sarebbe portato su un’isola deserta Stato e rivoluzione di Lenin) ha pronunciato quasi 35 anni fa. Ci serviranno per leggere la crisi finanziaria globale del 2007, il massacro operato dall’Unione Europea nei confronti della Grecia, l’operato del governo Monti e di quelli successivi, la crisi pandemica, e la sua gestione capitalistica, in cui siamo dentro fino al collo, con annesso dibattito su Mes, Recovery Fund e gli «aiuti» dell’Unione Europa:

«… Il problema del debito va analizzato prima di tutto partendo dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito i nostri stati e le nostre economie. […] Noi siamo estranei a questo debito, dunque non possiamo pagarlo. Il debito è anche legato al neocolonialismo, dove i colonizzatori si sono trasformati in “assistenti tecnici”, o dovremmo dire assassini tecnici. […] Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e delle montature finanziarie allettanti. Così ci siamo indebitati per cinquanta, sessant’anni o forse più. Questo significa che per decenni ci hanno indotto a compromettere i nostri popoli. Il debito nella sua forma attuale è una riconquista saggiamente organizzata dell’Africa, affinché la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee, facendo in modo che ciascuno di noi diventi finanziariamente schiavo, vale a dire schiavo tout court di coloro che hanno avuto l’opportunità, l’astuzia, la furbizia di piazzare capitali da noi, con l’obbligo di rimborso. Ci viene detto di rimborsare il debito. Ma non si tratta di una questione morale: qui non è in gioco un preteso “onore” di rimborsare o di non rimborsare. […] il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché, se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno. Possiamo esserne certi. Al contrario, se paghiamo saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi. Quelli che ci hanno portato all’indebitamento hanno giocato come al casinò: finché ci guadagnavano, andava tutto bene; adesso che perdono esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente, loro hanno giocato e hanno perso. Questa è la regola del gioco. E la vita continua. […] Quando ci parlano oggi di crisi economica si dimenticano di dirci che la crisi non è venuta dal nulla. La crisi esiste da sempre ed andrà aggravandosi ogni volta che le masse popolari diventeranno sempre più coscienti dei propri diritti di fronte agli sfruttatori. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano la concentrazione delle ricchezze nelle mani di qualche individuo. […] Ci sono dunque lotte il cui inasprimento induce i detentori del potere finanziario a preoccuparsi. Oggi ci viene chiesto di essere complici nella ricerca di un equilibrio: equilibrio in favore di chi ha il potere finanziario; equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Noi non possiamo accompagnare coloro che succhiano il sangue dei nostri popoli e che vivono del sudore dei nostri popoli. Non possiamo accompagnare il loro passo assassino».

Un’indicazione per il presente e il futuro, una lettura intrigante e dialettica della crisi, consustanziale al modo di produzione capitalistico ed esacerbata dalle lotte, uno sguardo acuto e presciente sul nascente neoliberismo e la finanza, un rifiuto netto di unire debito e moralità. «… quindi il nostro club partito da Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. E questo non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola, perché noi non abbiamo la stessa morale degli altri. Non c’è la stessa morale fra ricchi e poveri! La Bibbia e il Corano non possono servire allo stesso modo a chi sfrutta e a chi è sfruttato: ci vorrebbero due edizioni della Bibbia e due del Corano. […] Dobbiamo al contrario riconoscere che i più grandi ladri sono i più ricchi».

Sankara, con il suo esempio e la sua vita coerente, ci ha lasciato un messaggio nella bottiglia: «Democrazia significa sfruttare il pieno potenziale del popolo. L’urna e il sistema elettorale non provano l’esistenza della democrazia. Non c’è democrazia se non quando il potere, in tutte le sue forme (economico, militare, politico, sociale e culturale) è nelle mani del popolo».

Sankara è un verbo da declinare al futuro. Io sankarò, tu sankarai, egli sankara.


Bibliografia, percorsi video e piste musicali.

Chi volesse ascoltare i discorsi di Sankara all’Onu e quello sul debito all’Oua, nonché interviste e documentari sulla rivoluzione burkinabé e sul suo assassinio, vada su YouTube. Basta digitare il nome Thomas Sankara per accedere a numerosi video in varie lingue, italiano compreso.


C’è un sito che raccoglie un’enorme mole di documenti audio, video e di scrittura dedicati a Sankara. È un punto di riferimento imprescindibile: www.thomassankara.net


Qui sotto i libri a cui ho attinto per questo breve lavoro. Alcuni purtroppo sono andati fuori catalogo, altri sono ancora fortunatamente disponibili:

A.A. V.V., Thomas Sankara. I discorsi e le idee. 1983-2003 venti anni dalla rivoluzione burkinabè (trad.it. Marinella Correggia), Edizioni Sankara, Roma, 2006

Questo è un testo fondamentale. Rappresenta la prima traduzione italiana di alcuni dei discorsi più importanti di Sankara. Un grazie sentito a Marinella Correggia per averli resi disponibili ai lettori e lettrici italiani e aver disseminato il suo pensiero.

A.A.V.V., Thomas Sankara. Le parole di un vero rivoluzionario (trad. it. Cristiana de Bernardis), Edizioni Sankara, Roma, 2018.

Traduzione più recente di altri discorsi di Sankara. È l’ideale complemento al volume curato da Marinella Correggia citato sopra.

AA.VV. (Instituto del Tercer Mundo), Guida del Mondo. Il mondo visto dal Sud 2005/2006, Emi, Bologna, 2007.

Da qui ho preso la parte dedicata alla telegrafica storia del Burkina Faso prima della rivoluzione del 1983.

Andriamirado, Sennen, Il s’appelait Sankara. Chronique d’une mort violente, Les Editions du Jaguar, 1986.

Aruffo, Alessandro, Sankara. Un rivoluzionario africano, Massari editore, Bolsena (VT), 2006.

Batà, Carlo, L’Africa di Thomas Sankara. Le idee non si possono uccidere, Edizioni Achab, Verona, 2003.

Bello, Marco e Casale, Enrico, Burkina Faso. Lotte, rivolte e resistenza del popolo degli uomini integri, Infinito Edizioni, Formigine (Modena), 2016.

Biletta, Valentina, Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara, Edizioni dell’Arco, Bologna, 2005.

Una deliziosa storia breve, arricchita da belle illustrazioni, dedicata alla vita di Sankara e alla rivoluzione in Burkina. Adatta ad adulti e ragazzi.

Correggia, Marinella (a cura di), Thomas Sankara. Il presidente ribelle, Manifestolibri, Roma, 1997.

Jaffré, Bruno, Burkina Faso. Les années Sankara. De la révolution à la rectification, L’Harmattan, Parigi, 1989.

Jaffrè, Bruno, Biographie de Thomas Sankara. La patrie ou la mort…, nuova edizione rivista e ampliata, L’Harmattan, Parigi, 2007.

Jaffré, studioso e giornalista francese, ha seguito da vicino la rivoluzione in Burkina Faso. Questi testi rappresentano un lavoro molto prezioso per analizzare la parabola del governo rivoluzionario, le sue politiche e i passi falsi, e la restaurazione violenta introdotta da Blaise Compaoré e i controrivoluzionari dopo l’assassinio di Sankara.

Rossi, Davide, Thomas Sankara. La rivoluzione in Burina Faso 1983-1987, PGreco, Roma, 2018.

Sankara, Thomas, Thomas Sankara Speaks. The Burkina Faso Revolution 1983-1987, Pathfinder Press, New York (1988), 2007.

Questa è una raccolta pressoché esaustiva di scritti, discorsi e interviste di Sankara. È in lingua inglese. È anche disponibile in versione francese.

Sawadogo, Alfred Yambangba, Le président Thomas Sankara. Chef de la Révolution Burkinabé 1983-1987. Portait, L’Harmattan, Parigi, 2001.

Somé, Valère, Thomas Sankara, L’epoir assassiné, L’Harmattan, Parigi, 1992.

Verna, Fabio, Le idee non si possono uccidere. Introduzione alla vita e alle opere di Thomas Sankara, Redstar Press, Roma, 2019.


«Il Manifesto», quotidiano italiano, ha pubblicato vari articoli su Thomas Sankara. Segnalo quelli di Marco Boccitto, Marinella Correggia e Umberto Manni. Sono reperibili in rete.


Alpha Blondy, cantante reggae della Costa d’Avorio ha dedicato a Sankara una canzone. La trovate qui: https://youtu.be/T6_UIYImGjU

Sams’K Le Jah, giornalista radiofonico a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e militante sankarista ha dedicato a Sankara una canzone. La trovate qui: https://youtu.be/YaXnrrJ8M-A

Ganaian, alias Alfonso Anagni, ha pubblicato per le edizioni musicali de IlManifesto un cd intitolato ‘The Thomas Sankara project’. Ganaian ha campionato alcuni discorsi di Sankara, stendendo sotto un ambiente sonoro che li accompagna. Nel cd collabora a una canzone anche Eugenio Finardi.

Fiorella Mannoia, cantante italiana, ha dedicato una canzone a Sankara, ‘Quando l’angelo vola’. La trovate qui: https://youtu.be/DKBO1RKHVyA.


Nel 2009 ho scritto e composto ‘The fire next time’, una performance di spoken-word e musica dedicata a Sankara. Ho avuto la fortuna di poter presentare questo lavoro ad Arezzo, Pinerolo, Umbertide, Collegno, Londra (in versione inglese) e vari locali a Torino. I link che vi lascio fanno riferimento al concerto presentato al Salone Internazionale del libro del 2009. Lo trovate qui: https://youtu.be/tpSW5N--5k0; https://youtu.be/ff5cvI74Lxk; https://youtu.be/hiapUXwCKtQ; https://youtu.be/8fAMTrTi0Ak.


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