Tessere la rete. Un’ipotesi tra lavoro culturale e proposta politica



Inserendosi nel dibattito aperto dall'editoriale di Gigi Roggero che vuole interrogarsi sulle nuove forme di resistenza oggi (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/facciamo-il-punto), Jack Orlando racconta l'esperienza dell'appena inaugurato DeriveApprodi Radical Bookstore, non una semplice libreria ma un luogo di incontro e di confronto che, partendo dai libri e attraverso le sue diverse iniziative (presentazioni, dibattiti, vernissage, corsi) vuole essere uno spazio di formazione politica e culturale, un prototipo (come lo è la libreria .input a Bologna) da poter riprodurre ovunque e da cui ripartire per «tessere la rete»


* * *


20 metri quadri. Un piccolo spazio, un tentativo di incursione in un ambito traballante, quale è quello delle librerie.

Una scommessa azzardata magari, quella di DeriveApprodi, di aprire una microlibreria di editoria indipendente e soprattutto politica.

Ma non è a una bottega che si è pensato mentre si aprivano i battenti; quanto a un progetto i cui scopi sono eminentemente politici, o pre, o metapolitici, che dir si voglia.

Su questa linea rispondiamo all’editoriale di alcuni giorni fa Facciamo il punto, provando a mettere insieme alcune suggestioni a partire dalla piccola (e giovane) esperienza che si è messa in moto con il Radical Bookstore di Roma.

Perché aprire una libreria quindi? Non certo per vendere un paio di libri in più. Quello che si è inaugurato è piuttosto un luogo di incontro, uno spazio di condivisione e contaminazione dei saperi, dove far convivere e incontrare mondi differenti.

Terreno di crescita di una rinnovata cultura di parte. Qui, attorno all’oggetto libro si prova a far ruotare un caleidoscopio di iniziative, da presentazioni a dibattiti, da corsi di formazione politica a vernissage artistici, da workshop di differenti discipline fino a gruppi di lettura.

Tanti pezzi, piccoli come piccolo è lo spazio di cui ci si è dotati, e che presi di per sé non sembrano offrire alcun elemento di novità. Ma è il quadro di insieme che ci interessa, l’obbiettivo, la mission direbbe qualche aziendalista.

E il nostro è quello di offrire un punto di riferimento per chi è in cerca di spazi di crescita e formazione, dove gli incontri possano diventare progetti e la ricerca, complicità. Tessere e alimentare una rete di relazioni che ormai manca da troppo tempo e di cui si sente un pressante bisogno.

In un momento in cui il presente diventa sempre più claustrofobico, è forte il bisogno trovare spazio dove respirare, cospirare.

D’altronde abbiamo abbandonato le forme di un «movimento» che era ormai meglio chiamare «stasi», non per ritirarci nel privato ma per poter conservare la sostanza dura dell’essere militante, abbiamo smesso di dire «fare rete» intendendo stiracchiate alleanze tattiche, longeve quanto un flirt adolescenziale in agosto, per cercare un vero intreccio di rapporti, di quelli lunghi come gli amori maturi perché basati sulle complicità intelligenti.

Costruire una rete, e il telaio su cui tessere è quello della cultura politica radicale, rompendo autoreferenzialità militanti o accademiche, uscendo da purismi di parrocchia e deviando da sentieri già noti, piegando il patrimonio delle scienze sociali alle necessità di una controformazione radicale e spingendo la soggettività ribelle ad assumere strumenti di perfezionamento e di forza.

Saremo azzardati, ma ve lo diciamo chiaramente, quello a cui aspiriamo è costruire la potenzialità politica di domani, quella che ha bisogno di essere ancora immaginata nei suoi profili concreti, quella che sarà incarnata dai soggetti che andranno ad animare e spingere i movimenti reali a venire.

Chiamatela pure scuola quadri, chiamatela think tank, chiamatela assurdità, per noi è lo stesso.

Già le sentiamo le obiezioni. Lente e ponderate quanto un tamarro sul suo Tmax: «Non è di questo che hanno bisogno le lotte di oggi»; «ma è un’idea elitaria che non parla al popolo»; «la cultura radicale, ma solo per chi ha i soldi»; «quale proletario dovrebbe venire in una libreria ad ascoltare sofismi se non sa come pagare le bollette?».

Vogliamo riconoscere qualche grano di verità alle suddette obiezioni; assieme alla scommessa assumiamo rischi e limiti, è giusto così.

Lo sappiamo benissimo, non saranno i nostri libri a far scendere la bolletta, né ci aspettiamo le adunanze proletarie alla porta che aspettano di essere alfabetizzate, e nemmeno crediamo che leggendo qualche libro e frequentando qualcuno dei nostri corsi si possa diventare quadri rivoluzionari. Lo sappiamo bene in quali dimensioni si va formando un militante politico.

Ma, diciamocelo chiaramente, quanta preparazione c’è tra le fila dei soggetti politicizzati? Quanta cultura, perché di cultura (e quindi coscienza) stiamo parlando, circola nei tradizionali ambienti dell’antagonismo? Se sono ambiti che sono andati spegnendosi e soffocandosi da soli è soprattutto perché hanno smesso di cercare, di perseguire, proporre e creare proposte culturali e politiche di vero spessore. Dilettantismo o indifferenza, sciatteria e indolenza provinciale, spesso tutte queste cose assieme. Ci si perdonerà la brutalità, non se ne vuole fare una colpa a nessuno, d’altronde anche le strutture militanti sono riflesso della realtà che le genera; e indubbiamente la realtà italiana è di un provincialismo asfittico. Tocca dare aria alle stanze.

Qui, si cerca di assemblare una proposta che risponda a un bisogno quasi primario, si spende il tempo provando a costruire un polo magnetico in grado di captare e poi riversare all’esterno soggettività forti, arricchite, si tenta di costruire un’alternativa a un modello del fare politica ormai sordo e muto.

Sappiamo anche che non parleremo alle masse; parlare ai pochi e non ai molti scriveva poco tempo fa un vecchio compagno.

Noi facciamo nostro questo indirizzo, voltiamo le spalle al caotico ciarlare «della gente», che tanto parla e nulla dice, e ci rivolgiamo a chi ha una sensibilità che lo spinge a una ricerca cui magari non sa ancora dare un nome e a chi ha sulle spalle esperienze pure lunghe ma cerca orizzonti nuovi e più fertili, cerchiamo chi ha saperi coltivati col tempo e la fatica e vuole metterli a disposizione in luoghi più liberi e vivi delle aule di un’accademia-industria frustrante e frustrata, chi ha istinto e volontà e vuole affinare la tecnica. Offriamo un luogo di crescita; una rete di incontro e messa in relazione.

Poi ognuno si muova e porti pure il sapere dove ritiene vada applicato.

Incontro, formazione, ricerca, perfezionamento, sperimentazione, ancora ricerca.

Del resto, non abbiamo di meglio da fare.

Sentiamo poi la seconda obiezione, e tutto sommato la comprendiamo: «ma dove volete andare con `ste ambizioni e un buco di libreria?».

Due buchi di librerie per la precisione. Siamo a Roma e siamo a Bologna, indipendenti e connessi, primi gangli di una rete in espansione, insediamenti di una nazione indiana refrattaria al confine.

Non è per farci dei salottini dove discutere tranquillamente mentre il mondo brucia, che ci siamo vestiti da librai, ma perché siamo militanti che necessitano di laboratori e di esperimenti.

Se abbiamo preso una strada e scelto uno strumento, se lo abbiamo fatto con un occhio politico, è perché ci siamo posti il problema della sua replicabilità e sostenibilità. Ogni strumento della lotta, per essere efficace deve poter essere preso e replicato liberamente, deve essere praticabile senza salassi o rovinose cadute.

Ed eccoci, con il nostro esperimento, la nostra proposta cui ancora stiamo dando corpo e profilo. E la gettiamo subito sul piatto, perché possa essere raccolta. Che sia la strada giusta non possiamo averne certezza, le scommesse non offrono mai sicurezze. Ma questo è, abbiamo i primi pezzi di una strategia in divenire, abbiamo le basi per dare supporto a chi voglia unirsi. Tessere la rete, dar corpo a un percorso che sia al tempo stesso lavoro culturale e avanzamento politico, come presupposti di una nuova resistenza che sappia evolvere in rinnovata offensiva.

Del resto, avete di meglio da fare?



Immagine: Logo realizzato da Andrea Wöhr


* * *


Jack Orlando, militante autonomo. Autore di No Justice no Peace. Storia militante delle lotte per l'autodeterminazione afroamericana (redstar press, 2019) Epidemia delle Emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, con Sandro Moiso (il Galeone, 2021). Redattore di «Carmilla Online», dirige il Radical Bookstore di DeriveApprodi a Roma.