Facciamo il punto



Con questo articolo di Gigi Roggero per «scatola nera», «Machina» – che da sempre si è posta l'obiettivo di essere una rivista-assemblea – dà il via a un dibattito che ruota intorno alla seguente domanda: che cosa significa, oggi, organizzare una nuova «resistenza»?


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Cosa significa organizzare una nuova «resistenza»? Alcuni giorni fa abbiamo annunciato questa discussione su «Machina» perché, ci pare, questa discussione già c’è. O meglio, abbiamo cercato di sintetizzare e tradurre in questa domanda un insieme diversificato di dubbi, problemi e soprattutto paure che agitano tanti individui e gruppi che fanno parte dei nostri «ambienti».

Diciamo subito una cosa che non dovrebbe stupire: la parola «resistenza» non ci soddisfa. La Resistenza, con la erre maiuscola, divenne mito disincarnato e ordine del discorso della pacificazione seguita alla guerra civile che si è combattuta in Italia tra il 1943 e il 1945: non uno strumento per continuare la lotta partigiana ma il modo migliore per mettervi fine, trasformandola in un’icona sacra e dunque non più materialmente reale. Con il passare dei decenni, la resistenza è diventata parola d’ordine difensiva, a indicare la necessità di arretrare sul terreno del frontismo antifascista, di turarsi il naso, di scegliere il meno peggio. E il meno peggio, si sa, è già il peggio.

Tra i venti di guerra e di crisi, in vista delle imminenti elezioni e della quasi scontata vittoria delle destre, torna inevitabilmente la parola «resistenza». Smarrite le nobili origini, se non come eco ideologica, resta un’evocazione mossa dal terrore della catastrofe. E se la catastrofe fosse già avvenuta? Se la vera catastrofe non avesse nulla a che fare con gli immaginari apocalittici che vanno dalla Bibbia a Hollywood, e semplicemente si presentasse con le sembianze poco appariscenti e perciò terribili della normalità? Non lo diciamo per rasserenare, né tanto meno per togliere gravità alla situazione. Al contrario, vogliamo così sollecitare l’urgenza del problema.

L’urgenza della domanda, questo ci sembra il punto, non si deve accompagnare con la fretta della soluzione. Spesso, anche nei nostri articoli, abbiamo analizzato l’esaurimento del centrosocialismo e affermato l’estraneità alla sinistra sans phrase. Quelle cose le abbiamo meditate, dette, scritte, più e più volte. Ora si tratta di andare avanti. Ripeterle sarebbe inutile, perfino dannoso. Non perché qualcosa sia cambiato o perché quelle cose non fossero corrette. Al contrario, proprio perché nulla è cambiato e riteniamo che quelle cose siano nella sostanza corrette, insistere rischierebbe di apparire più un posizionamento settario che non materia di riflessione.

Insomma, ciò che ci lasciamo alle spalle non è più un’ipotesi da affermare vigorosamente: è un dato di partenza da assumere pacatamente, per ricercare quali forme di vita siano possibili oltre quelle che sono morte. Per ricominciare da capo, ecco l’urgenza. Siamo nel deserto, spesso smarriti, tentando di costruire delle oasi. Però tra le oasi non facciamo carovana – sostiene Aldo Bonomi. Queste oasi noi le chiamiamo punti: ne abbiamo inaugurati due, a Bologna e a Roma, sono librerie, spazi di discussione, centri di formazione, luoghi di socialità, confronto, discussione. Non si tratta di una soluzione, ci mancherebbe, e siamo ben lontani dall’offrire risposte soddisfacenti. Però stiamo provando ad agire dentro quel problema. A sperimentare dei prototipi, cioè dei modelli liberamente riproducibili e modificabili, delle infrastrutture aperte dell’intelligenza collettiva.

Si dirà: non vi state inventando nulla. È vero. Nella sua storia il movimento operaio e rivoluzionario è sempre ripartito da questo problema, e si è inventato il mutuo soccorso e le cooperative, i soviet, i circoli del proletariato giovanile e i centri sociali. Ricominciando ogni volta da capo, sapendo che nessuna forma e nessuna formula, fortunatamente, sono eterne. Ecco perché oggi proviamo a dire: facciamo il punto. Perché senza punti non si fa la linea. Perché o aggrediamo la crisi, o la crisi aggredisce noi. Tertium non datur.

Il 25 settembre nei nostri «ambienti» reali e in quelli potenziali, ci sarà chi voterà e chi si asterrà, chi opterà per il meno peggio e chi testimonierà contro il meno peggio. Crediamo che non ce la caveremo con il voto, così come crediamo che non ce la caveremo con appelli retorici a lotte immaginarie o che non riescono ad andare al di là dell’affannosa resistenza nell’accerchiamento – lotte da appoggiare, difendere e sostenere, ça va sans dire, ma senza raccontarci balle sulla loro natura. Similmente, né le istituzioni democratiche né inesistenti movimenti per la pace ci porteranno fuori dalla guerra, perché istituzioni democratiche e pace sono ciò che viene prima e dopo la guerra, ciò che la accompagna e rende possibile. Detto questo, è legittimo votare o astenersi, provare a usare le istituzioni democratiche o la parola d’ordine della pace. Del resto noi non diamo indicazioni, perché non abbiamo da darne, e prima ancora perché «Machina» non è questo. Ci muoviamo su un altro piano, temporale e di prospettiva, quello che comincia o potrebbe cominciare dal 26 settembre. «Machina» infatti, dal principio, ha cercato di essere una rivista-assemblea. E oggi abbiamo bisogno che questa assemblea si incarni in corpi e menti che si incontrano, discutono, pensano, magari bisticciano, comunque tentino di uscire dal proprio isolamento e dalle proprie paure, di dar forma collettiva, produttiva e creativa alla propria inquietudine. Perché non iniziamo a fare delle assemblee nelle città e nei paesi, nelle piazze e nei luoghi disponibili, qualunque essi siano, e ci poniamo questo problema: come ricominciamo? Come costruiamo dei punti di incontro comuni, degli spazi di aggregazione, dei luoghi permanenti di ritrovo, socialità, condivisione, formazione, riflessione? E come mettiamo queste oasi in comunicazione, come facciamo le carovane?

Allora sì, in questo senso, la parola resistenza può assumere un nuovo significato, costituente. Una resistenza volta in avanti e non indietro, non per rallentare il nostro disfacimento ma per spiazzare radicalmente il campo, abbandonando gli orticelli ormai aridi e conquistando le casematte indispensabili a ripensare l’attacco. Forse non è ancora una proposta, ma vorremmo che fosse qualcosa di più di un’idea. Che fosse un’intenzione condivisa, una volontà concreta, da costruire in modo allargato.

Cosa ne pensate, cosa ne pensiamo? La parola all’assemblea!



Foto: Roberto Gelini